Dopo 11 anni della stessa #SOPA non sarebbe ora di pretendere una riforma della minestra?
IN BREVE
Well Done Netizen, SOPA e PIPA sono stati sospesi! E adesso?
Verrebbe da dire come ai tempi della scuole, “listen and repeat” perchè sono ormai oltre 10 anni, dai tempi della guerra a Napster, che la stessa “SOPA” riscaldata viene servita dall’industria del Copyright, che addita il File Sharing di opere protette (a scopo di lucro o meno) come unico vero responsabile della sofferenza del settore, impone ai Governi l’approvazione di leggi che pur di “proteggere” il sacrosanto diritto d’autore/copyright minano i diritti fondamentali dei cittadini:
Ma è davvero il file sharing il nemico che vogliono sconfiggere le Major? La tutela del diritto d’autore e delle forme di renumerazione economica degli artisti/editori nella forme attuali è davvero da proteggere e preservare?
La stragrande maggioranza dei commentatori, più o meno influenti, di questo “sciopero della Rete” contro SOPA e PIPA, hanno dato, giustamente, grande enfasi ai rischi per la libertà di espressione e per i diritti fondamentali dei cittadini e si sono poi compiaciuti della reazione del Web, evitando però di scavare un più a fondo.
Certo, alcuni si sono cimentati in ottimi “esercizi di ricerca”, riscoprendosi grandi intenditori delle leggi che minano i diritti digitali dei cittadini in tutto il mondo e sono andanti a copincollare da Wikipedia
vari “acronimi” e “definizioni”, che per non far torto a nessuno e per allungare un poco il post
anche io vado ad elencarvi:
- ACTA (l’accordo commerciale internazionale “segreto” che doveva trattare l’anticontraffazione e che invece si è rivelato un tentativo di creare una nuova regolamentazione internazionale sulla Rete e sulla proprietà intellettuale);
- Ley Sinde Spagnola che permette ad un organo amministrativo di disporre a chiusura di siti che “presubimilmente” si sono macchiati di violazione di copyright coinvolgendo forzosamente anche gli ISP;
- Hadopi 2 Francese che permette la disconnessione forzata della linea internet ed una multa per coloro che dopo aver ricevuto 3 avvisi “perseverano” nel download di opere protette da copyright, non prima di essere passati da un giudice per un bella procedura sommaria, senza contraddittorio;
- Digital Economy Act, legge Inglese la cui parte più controversa riguarda le sezioni sulla violazione del diritto d’autore online (sezioni 3-18) che contengono i principi generali per disconnettere gli utenti Internet accusati di violare i diritti d’autore;
- IPRED Svedese che permette ai detentori dei diritti locali di obbligare i vari provider a consegnare i dati identificativi di tutti quegli utenti che “presumibilmente” hanno violato il copyright;
- Il Pacchetto Telecom, ebbene si, qualcuno si anche ricordato dell’estenuante battaglia che per anni, cittadini, attivisti e ONG di tutta Europa (quasi del tutto ignorati dai mezzi di informazione) hanno combattuto per impedire che le norme contenute nel Telecom Package (5 direttive volte a disciplinare ed armonizzare il sistema delle comunicazioni elettroniche in europa) diventassero un’ulteriore arma in mano ai sostenitori dei 3-Stikes alla Francese e della limitazione della Neutralità della Rete;
- Agcom/Fava, in italia, oltre ai tre disegni di legge che si “aggirano nelle aule del Parlamento”, attraverso i quali si propone di obbligare tutti gli ISP ad adottare adeguati dispositivi di filtraggio ed al tristemente noto regolamento AGCOM di avviso/censura contro la pirateria, a poche ore dal blocco/posticipazione dei provvedimenti SOPA e PIPA è stato approvato un emendamento dell’Onorevole Fava che ricalca i due discussi disegni di legge (no comment!)
Tutto questa “informazione” è stata accompagnata come dicevo, da una giusta preoccupazione sulle limitazioni di alcuni diritti fondamentali, che l’applicazione di queste norme rischia di provocare, ma ben pochi sono andati a grattare “la superficie” per capire il perchè di questa situazione e quali soluzione (lo sciopero/blackout sarà anche una dimostrazione di forza ma non risolve una “beata ceppa”) proporre per affrontare davvero i problemi che hanno originato tutta questa vicenda.
Il perchè sembra banale, le industrie dei contenuti artistico/culturali si sono mosse “in difesa dei propri diritti e di quelli degli autori” (quel 2% di diritti che non gli hanno ancora contrattualizzato) facendo azione di lobbying per spingere il Governo Americano (in questo caso, ma come abbiamo visto sopra non solo quello) ad approvare leggi (draconiane) per la lotta al cancro del File Sharing, che sta “uccidendo” l’Industria e gli Artisti neli ultimi anni (oddio, una dozzina di studi e ricerche indipendenti svolti in tutto il mondo sostengono il contrario, ma tralasciamo per ora questo particolare).
Andando alla base della vicenda, vediamo quindi che i due “elementi” attorno ai quali gira tutta la nostra vicenda sono la normativa sulla tutela del Copyright ed il Fenomeno Sociale del File sharing senza scopo lucro (quello che rappresenta la quasi totalità della “Pirateria” di opere protette).
Ora, sebbene non sembri davvero possibile varare norme che colpiscano i condivisori fuorilegge, senza incidere o limitare la libertà di espressione e la privacy dei cittadini, ammettiamo per un attimo di riuscirci:
E’ davvero questa la soluzione migliore per gli Artisti/Creativi e per gli utenti/consumatori?
Questo copyright che a tutti costi si vuole difendere è davvero adatto a svolgere la propria funzione di tutela e di renumerazione delle opere/autori?
Questo file sharing che si vuole limitare e abbattere è davvero un male per i Creativi e per la società?
Vediamo se riesco a dare qualche risposta, IMO sotto forma di domanda (retorica):
- Perchè mai si dovrebbe considerare di riformare l’intera materia del Diritto d’Autore, (nato per tutelare “un tantino” gli autori e un “bel poco” gli editori e prosperato sulla base di una tecnologia come la stampa, di un supporto fisico vincolato al contenuto riproducibile solo possedendo enormi capitali) in un era in cui la digitalizzazione dei contenuti ha reso copia e trasferimento di dati pratiche comuni, così come, ha reso potenzialmente banale e “a costo tendente allo zero” per chiunque, diventare editore, distributore e promotore di se stesso?
- Perchè mai dare ascolto ai più noti economisti ed esperti del mondo quando affermano che il monopolio intellettuale anziché stimolare l’innovazione e la creatività procura agli stessi un danno ed un freno? (“Against Intellectual Monopoly” Boldrin/Levine disponibile anche in italiano ; “La ricchezza della rete” 2007 di Yochai Benkler di cui è possibile leggere i primi otto capitoli qui, ”Against Intellectual Proprety” 2001 Kinsella; “Patents and Copyrights – Do the benefits exceed the costs?” 2001 Julio Cole; “A Critique of Intellectual Property Rights” 2002 Dane Joseph Weber);
- Perchè mai cambiare un sistema in cui i compensi riconosciuti ad autori/creatori per la vendita/sfruttamento dei diritti delle loro opere sono in percentuali ridicolmente basse, sia nel caso dei contratti con gli editori/produttori, sia nel caso dei proventi accreditati dalle società di collecting (vedasi SIAE, senza parlare dei costi di gestione di questi stessi enti) tanto che – ad esempio in ambito musicale – il 10% dei musicisti più ricchi si spartisce più dell’80% delle risorse ed il resto fatica a pareggiare le spese sostenute?
- Perchè ascoltare chi (On. Luigi Bobbio, Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù) lucidamente e con consapevolezza dei temi trattati, nell’ambito del forum gestito dal Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale parla di [...] rimettere in discussione vecchi equilibri e rendite di posizione, della necessità di aggiornare il diritto d’autore, non certo di avventurarsi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali, [...] puntare su una strategia complessiva dal lato dell’offerta, in positivo e fondata sulla concorrenza, aprendo il mercato piuttosto che restringerlo, spingere [...] lo stato a porsi obiettivi infrastrutturali veramente strategici, costruendo subito la “gigabit-internet” nazionale, una rete mille volte più capace delle realtà ADSL esistenti in Italia, rendendola servizio-universale, gratuito almeno per i giovani, e [...] puntare risolutamente, anche se tardivamente, a divenire titolari di un know-how info-logistico, ossia informatico infrastrutturale, sia a livello istituzionale che imprenditoriale.
- Perchè mai prendere in seria considerazione forme di tutela dei diritti come le licenze Creative Commons, forme di remunerazione dei contenuti come le Licenze Collettive estese (sulle quali già nel 2009 il centro Nexa del Politecnico di Torino aveva pubblicato un position paper sulla sua applicabilità, mentre l’Agcom in un’indagine conoscitiva del 2010 l’aveva riproposta come soluzione più “utile e adatta” di divieti e sanzioni, per contrastare e/o prevenire la condivisione illegale di opere protette?
- Perchè mai poi, in un mondo sempre più digitalizzato ed interconnesso in cui chiunque può produrre e distribuire a costi ridicoli la propria “arte”, favorire nuovi modelli di business, autoproduzione, indipendenza artistica, forme di micropagamento, download e streming con pagamenti forfettari o “pubblicitari” (Hulu, Spotify) od il crowdfounding?
- Perchè mai rinunciare a colpire il File Sharing di opere protette, dopo 11 anni di inutili tentativi, calpestando quanti più diritti fondamentali sia possibile, rischiando di affossare le attività legali commerciali e non correlate, utilizzando sistemi di controllo della Rete sempre più invasivi che non fanno altro che rendere i sistemi di condivisione sempre più “anonimi ed inattaccabili;
- Perchè mai tramutare il “problema” del File Sharing in un’enorme opportunità per autori, creatori ma anche per tutta l’industria dei contenuti, sfruttando le caratteristiche della struttura e della filosofia del p2p:
– diffusione di dati/contenuti in modo particolarmente efficiente, ampio, sicuro e veloce;
– possibilità di ususfruire di “n elaboratori virtuali” con elevate capacità di storaggio e rapidità di reperimento dati a costo “zero” (le reti ed2k, torrent e gnutella ne sono un esempio);
– capacità di calcolo paragonabili ai più potenti supercomputer fisici esistenti (SETI@home con i suoi 5,2 milioni di utenti ce ne da un’esempio di applicazione pratica);
– possibilità di mettere in contatto audio/video tutti gli utenti connessi a costi irrisori (Skype docet);
– capacità di distribuzione attraverso le tecnologie di streaming p2p spettacoli/avvenimenti/musica, dal vivo o registrati, in tutto il globo, senza la necessità di enormi “strutture server” o elevate capacità di banda;
- Perchè mai rischiare di rendere “profittevoli” per l’industria e la società le migliaia di community sparse in tutto il mondo composte da utenti appassionati – i clienti migliori, potenziali ed effettivi – che avvicinatisi per l’enorme quantità di contenuti scambiati, non si limitano a fruire di un semplice “database di file da scaricare grtis”, ma collaborano e contribuiscono con le loro conoscenze e con il loro tempo a creare “spazi” che trattano, in maniera spesso altamente professionale, entusiastica e competente, delle tematiche più disparate, scambiandosi informazioni, recensioni, consigli su Software e Hardware, Musica e Video, Libri e Fumetti, tematiche Sociali e Politiche, andando a creare e moltiplicare contenuti e informazioni e ponendosi come i “fans più dediti e fedeli” dei vari artisti/contenuti/argomenti di interesse;
- Perchè poi sfruttare le miriadi di gruppi dedicati sorti all’interno delle community del file sharing in cui i più agguerriti appassionati di tutto il mondo si confrontano sui loro beniamini e sulle loro creazioni, promuovendoli con un impegno ed una perserveranza che mai nessun professionista del marketing potrebbe eguagliare (tanto da spendersi per creare sottotitoli per film e serie tv, tradurre interi libri da una lingua all’altra, organizzarsi collettivamente per seguirne i tour o per acquistare prodotti originali e rari, etc.);
- Perchè sfruttare le informazioni che possono essere acquisite da milioni di fans sparsi in tutto il mondo, dal genere più apprezzato in quel momento e su cui investire, alle zone geografiche dove un gruppo musicale è più ascoltato e in cui quindi predisporre un tour, etc. etc.?
Perchè tutto ciò non succede?
- Da una parte abbiamo l’industria dei contenuti che ha tutto l’interesse a mantenere l’attuale situazione che le permette di agire in un sostanziale monopolio di mercato in cui essa sceglie quali prodotti promuovere (e quindi quali e quanti “prodotti” portare al successo), in che modo e a che prezzo; questo stesso monopolio, che la digitalizzazione e la Rete hanno messo in discussione, deve essere riprodotto in Rete in maniera “artificiale” operando sui Politici e sui Governi Nazionali perchè romuovano leggi (necessariamente draconiane) che permettano il “controllo e la scelta” su ciò che viene scambiato e prodotto in Rete, senza alcun riguardo per quei settori e mercati che ne possono soffrire, minando alla base la crescita, l’innovazione e l’economia stessa di un paese, per mantenere quell’economia pre-digitale che si regge sulla scarsità delle risorse materiali che artificiosamente deve essere riprodotta per quelle culturali e immaterali;
- Da un’altra parte abbiamo Politici e Governi, in parte foraggiati dalla stessa industria dei contenuti, che hanno tutto l’interesse a rendere “meno libera” una Rete che permette a sempre più cittadini di ascoltare voci diverse e far sentire la propria in totale indipendenza dai Partiti Politici e/o dai mezzi di informazione tradizionali;
- L’ultima “parte coinvolta”, quella che ha tutto l’interesse a che le cose cambino, siamo noi, utenti, cittadini, artisti, fruitori, consumatori (informati), che stiamo vivendo un momento di cambiamento epocale, in cui l’economia tradizionale viene messa in discussione dalla larghissima diffusione e relativa economicità dei mezzi di produzione di informazione, conoscenza e cultura:
per poter assistere a questo cambiamento, godere dei benefici che esso promette e contrastare le forti resistenze che mettono in pericolo l’accesso alla Rete e la liberta di espressione, dobbiamo affrontare una “battaglia” che non può essere vinta con le sole manifestazioni e blackout virtuali in Rete, ma deve essere portata su di un piano Politico, spingendo la società civile a porre come centrale, un ripensamento complessivo della materia del diritto d’autore che tenga conto dei mutamenti tecnologici e sociali, disinnescando quella “carica esplosiva” che permette all’Industria e alla Politica di continuare questa infinita battaglia per il controllo della Rete.
Il più grande sciopero di Internet
Il prossimo 18 gennaio centinaia tra blog e siti chiuderanno i battenti per 12 ore in segno di protesta contro il provvedimento Sopa. Ecco i dettagli
16 gennaio 2012 di Fabio DeottoReddit, Mozilla, BoingBoing, TwitPic, Minecraft, KnowYourMeme, Destructoid. Sono solo alcuni tra le centinaia di siti web che il prossimo 18 gennaio chiuderanno le saracinesche per 12 ore consecutive. Uno sciopero in piena regola, come non se ne erano mai visti nella storia di Internet. Il motivo? Protestare concretamente contro la controversa proposta di legge anti-pirateria Sopa che verrà discussa al senato americano il prossimo 24 gennaio.
Mentre NetCoalition, il carrozzone su cui sono saliti colossi del Web come Facebook, Google, eBay e Amazon, fatica a indicare con chiarezza se intende davvero mettere in atto la cosiddetta nuclear option (un blackout totale di Internet previsto per il prossimo 23 gennaio), il resto della Rete si sta attrezzando per uno sciopero generale di 12 ore fissato per il 18 gennaio.
“ Noi e il Sopa non potremmo mai coesistere”, scrive Cory Doctorow sul blog Boing Boing, seguitissimo da mediattivisti e difensori della libertà di espressione in Rete: “ Non potremmo pubblicare link ad altri siti a meno che non siamo del tutto sicuri che su quei siti non esistano link che rimandino a qualunque cosa che possa essere considerato una violazione del copyright. Inserire un solo link richiederebbe di controllare millioni (o decine di milioni) di pagine web, solo per essere sicuri di non stare in qualche modo minando la possibilità di cinque studi di Hollywood, quattro etichette discografiche multinazionali e sei editori globali di massimizzare i propri profitti.”
Man mano che la data si avvicina, in Rete si diffondono nuovi strumenti por il boicottaggio del Sopa. Tra tutte, segnaliamo Boycott Sopa, una app Android gratuita che ti permette di sapere se un prodotto è in qualche modo legato a uno degli 800 nomi che supportano il progetto di legge, a partire dalla lettura del suo codice a barre.
Nel frattempo, anche il collettivo Anonymous ha annunciato la sua adesione allo sciopero. Tra i nomi di maggior peso, invece, solo Wikipedia ha deciso di unirsi al blackout del 18 gennaio, ma di qui alle prossime ore altri siti importanti potrebbero seguire il suo esempio. Sul sito Sopastrike.com è possibile leggere la lista aggiornata dei siti aderenti, e unirsi a quanti stanno facendo pressione sui colossi del web perché scendano in piazza insieme ai loro fratelli minori.
Se fino a due settimane fa l’opzione di uno sciopero generale che coinvolgesse i vari Facebook, Google e Yahoo era plausibile, nelle ultime ore lo è sempre meno. Ciò è dovuto in parte alla presa di posizione della Casa Bianca, che ha duramente criticato il provvedimento, in parte al mezzo passo indietro del senatore Patrick Leahy, che negli ultimi giorni ha annunciato di voler proporre il ritiro dalla proposta di legge del controverso Pipa (Protect IP Act), che avrebbe consentito alle autorità di filtrare i DNS per bloccare i siti pirata.
È ovvio che dando alle autorità un simile potere censorio, si va a minare le fondamenta stesse della Rete, dal momento che i siti che oggi basano la propria esistenza sulla libera condivisione di contenuti (come i social network) si troverebbero obbligati a lanciare improbabili operazioni di screening, o in alternativa, a impedire ai propri utenti di condividere contenuti. Inoltre, per quanto duro e coercitivo, il Sopa rischierebbe di non risolvere minimamente il problema, dal momento che i pirati avrebbero comunque a disposizione fior fior di scorciatoie per continuare a infrangere il copyright senza rischiare di finire nella Rete del Sopa.
Sebbene in questi mesi di dibattito la tendenza sia quella di intravedere due fronti contrapposti, da un lato i difensori del copyright, dall’altro i fautori della condivisione libera e senza briglie di sorta, la situazione è in realtà molto più complessa. Che il diritto d’autore, per come è concepito e protetto oggi, vada ripensato è fuori dubbio. Fenomeni come il copyleft, Creative Commons e i software open source hanno dimostrato che non solo copyright e libera condivisione possono convivere, ma che in alcuni casi i contenuti protetti da diritto d’autore possono beneficiare di una diffusione parallela in Rete (a questo proposito è interessate l’intervista a Tim O’Reilly fatta da GigaOm)
Ma se è ipocrita affermare che il web abbia avuto solo ripercussioni negative sulle vendite di contenuti culturali o creativi, è altrettanto ipocrita pensare di poter difendere in maniera acritica chiunque scarichi illegalmente tonnellate di film e serie-tv.
A sorpresa, una risposta lucida e lungimirante arriva dalla Casa Bianca. In un comunicato ufficiale, pur non citando esplicitamente il Sopa, si legge: “ Anche se crediamo che la pirateria online perpetrata da siti stranieri sia un problema serio, che richiede una serie risposta legislativa, non supporteremo una legge che riduce la libertà di espressione, aumenta i rischi per la cybersicurezza, o che mini la dinamicità e l’innovazione della Rete globale [...] Non è solo una questione legislativa. Invitiamo tutte le parti in causa, inclusi sia i creatori di contenuti che gli Internet platform provider, lavorino in concerto per adottare misure volontarie e pratiche atte a ridurre la pirateria online.”
Il Sopa, non è solo mal congegnato, ma arriva anche in un momento in cui rischia di perdere ogni tipo di utilità. Con il lancio di servizi come iTunes Match o Google Music, con la diffusione degli Smart TV e dei servizi di streaming a pagamento come Netflix, il 2012 potrebbe essere l’anno in cui lo strappo tra web e compagnie produttrici comincerà ad essere sanato. Il Sopa rischia non solo di mettere a rischio questo processo, ma di trascinare nel baratro ogni barlume di libertà in Rete.
(L’articolo è stato pubblicato il 16 gennaio ed è aggiornato al 17 gennaio, ore 12.42)
(Credit per la foto: Corbis)
Il prodotto maggiormente esportato dagli USA non sono i mezzi spaziali: Ley Sinde
Mentre il governo USA sta cercando di far approvare la nuova legge contro la Pirateria online SOPA per “promuovere la prosperità, la creatività, l’innovazione” (ovvero per proteggere gli interessi delle lobby dell’Industria dell’intrattenimento che tentano di far sopravvivere un sistema di Business ormai morto imponendo censure, carcere e filtri anche a chi linka materiale “presumibilmente” protetto da Copyright, prima ancora che un processo stabilisca le responsabilità di chi è accusato) si preoccupa di far nuovamente pressione (dopo che nel 2010 i cablogrammi di Wikileaks ce ne avevano già dato conferma) sull’amministrazione Spagnola (che non ha altro di più importante da fare) per l’approvazione del regolamento attuativo della contestata “Ley sinde” (cambia il nome ma il succo è lo stesso di SOPA/Hadopi) bypassando e calpestando la libertà di espressione, la privacy ed i diritti dei cittadini, in nome di provvedimenti che non affrontano il VERO problema della riforma del Copyright nell’epoca della Rete e/o del File Sharing e non portano i benefici sbandierati (ma di certo conferiscono ad aziende private e governi un potere enorme sulla Rete Internet).
Link all’articolo originale https://www.eff.org/deeplinks/2012/01/spains-ley-sinde-new-revelations
Link alla traduzione automatica di GoogleTranslate http://translate.google.it/#auto|it|https%3A%2F%2Fwww.eff.org%2Fdeeplinks%2F2012%2F01%2Fspains-ley-sinde-new-revelations
Video degli #Anonymous
Eli Pariser: Attenti alle “gabbie di filtri” in rete
Nel loro tentativo di fornire servizi su misura agli internauti (assieme a notizie e risultati di ricerca), le aziende virtuali (web companies) ci fanno involontariamente correre un rischio: rimanere intrappolati in una “gabbia di filtri” che ci ostacola l’accesso ad informazioni che potrebbero stimolarci o allargare la nostra visione del mondo. Eli Pariser argomenta in modo convincente come questo rischio sia negativo per noi e per la democrazia.
Translated into Italian by Daniele Buratti
Reviewed by Elena Montrasio
Fonte: http://www.ted.com/talks/lang/it/eli_pariser_beware_online_filter_bubbles.html
Internet: una nuova minaccia in arrivo dal Parlamento
Ci risiamo. L’Italia sta attraversando una crisi economica senza precedenti, è guidata da un Governo di emergenza nazionale che, tuttavia, non sembra capace di guardare all’innovazione come ci sarebbe da attendersi e, come se non bastasse, c’è qualcuno in Parlamento, che – per fare un favore ai soliti amici ed amici degli amici – trova ancora il tempo e l’energia di provare a fare pericolosi sgambetti alla Rete ed all’ecosistema telematico.
L’On. Fava (Lega Nord) ha, infatti, appena presentato un emendamento al disegno di legge recante “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge comunitaria 2011” attraverso il quale con la scusa di dare attuazione alla disciplina europea, propone di irrigidire in modo irresponsabile ed insensato l’attuale regolamentazione in material di responsabilità degli intermediari della comunicazione e, in particolare, degli hosting provider.
A rendere “tragicomica” la situazione è la circostanza che si vorrebbe introdurre nel nostro Ordinamento un principio palesemente contrario alla disciplina europea proprio attraverso il varo di una legge che ha lo scopo di adempiere a tale disciplina.
Battute a parte, ecco l’idea dell’Onorevole Fava.
Gli hosting provider dovrebbero essere considerati responsabili dei contenuti pubblicati dai propri utenti non soltando quando – come prevede la disciplina vigente – informati del carattere illecito di tali contenuti da parte della compotente Autorità non si attivino per rimuoverli o renderli, comunque, inaccessibili al pubblico ma anche quando non provvedano in tal senso sulla base delle sole informazioni “fornite dai titolari dei diritti violati dall’attività o dall’informazione”.
Fuor di giuridichese, ciò significa che se l’hosting provider riceve dal titolare dei diritti una mail nella quale gli si dice che la pubblicazione di un certo contenuto è illecita, questi è tenuto a procedere alla sua rimozione a prescindere da ogni verifica circa la fondatezza o infondatezza della segnalazione.
Si tratta di una inaccettabile forma di privatizzazione della giustizia perché si consente ad un soggetto di farsi giustizia da solo e di ottenere la rimozione di un contenuto dallo spazio pubblico telematico sulla base della sola propria posizione, senza alcun contraddittorio né procedimento dinanzi ad un’Autorità terza ed imparziale.
E’ un approccio al problema della tutela d’autore online ancor più insensato e draconiano di quanto non sia quello cui è ispirato il regolamento al quale sta lavorando l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni.
Il risultato dell’eventuale approvazione dell’emendamento proposto dall’On. Fava è semplicemente drammatico: chiunque voglia far scomparire un contenuto “scomodo” da Internet, è sufficiente che scriva al soggetto che ospita tale contenuto, paventandogliene l’illegittimità.
Sin troppo facile prevedere che il fornitore di hosting, pur di sottrarsi ad ogni responsabilità, rimuoverà il contenuto segnalatogli e, così facendo, priverà l’utente che lo ha pubblicato della propria libertà di comunicazione online.
Non è questa la posizione di equilibrio tra tutela del diritto d’autore online e tutela della libertà di manifestazione del pensiero delineata nella disciplina europea della materia.
Ma non basta.
L’On. Fava, infatti, vorrebbe anche sottrarre all’ambito di applicazione dello speciale regime di responsabilità voluto dal legislatore comunitario, l’hosting provider che “metta a disposizione del destinatario dei suoi servizi oggetto del presente decreto, o comunque fornisca o presti a suo favore, anche strumenti o servizi ulteriori, in particolare di carattere organizzativo o promozionale, ovvero adotti modalità di presentazione delle informazioni non necessarie ai fini dell’espletamento dei servizi oggetto del presente decreto, che siano idonei ad agevolare o a promuovere la messa in commercio di prodotti o di servizi ad opera del destinatario del servizio”.
Non ci siamo.
Il punto non è se e quali servizi l’hosting provider fornisca ai propri utenti né con quali modalità quanto piuttosto se ed in che misura tali servizi sono meramente tecnici e non hanno per presupposto la conoscenza del carattere illecito dei contenuti intermediati.
Si tratta di un irrinunciabile principi di diritto che se tradito, determina l’introduzione nel nostro Ordinamento di nuove ed intollerabili forme di responsabilità oggettiva: si finisce con il chiamare l’intermediario della comunicazione a rispondere di una condotta illecita altrui solo perché – pur senza conoscerne l’illiceità – la agevola o, indirettamente, se ne avvantaggia.
E’ un emendamento pericoloso quello in discussione in Parlamento e va fermato a pena, in caso contrario, di trasformare il Paese nella cenerentola d’Europa in fatto di responsabilità degli intermediari e, conseguentemente, di libertà di manifestazione del pensiero.
Sin qui, senza contare – ma solo perché l’emendamento sembrerebbe essere stato dichiarato inammissibile dalla Commissione parlamentare che lo ha esaminato – che lo stesso Fava avrebbe voluto imporre agli hosting provider anche “l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi, in quanto tali informazioni contengano parole chiave che, negli usi normali del commercio, indicano abitualmente che i prodotti o i servizi a cui si applicano non sono originali, usate isolatamente o in abbinamento a un marchio o a un segno distintivo di cui il destinatario del servizio non abbia dimostrato di essere il titolare o il licenziatario; l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi la cui descrizione corrisponde alla descrizione di prodotti o di servizi contraffattori, che i titolari dei diritti di proprietà industriale ad essi relativi abbiano preventivamente comunicate al prestatore del servizio; l’esercizio di tali filtri anteriormente alla messa on line dell’informazione; la pubblicazione all’interno del sito del prestatore del servizio, in modo chiaro e visibile, di tale regola di esclusione. Al fine di prevenire la violazione delle norme sulla commercializzazione di prodotti o di servizi soggetti a limitazioni legali nella vendita o nella fornitura, tale dovere di diligenza comprende tra l’altro: l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi, la cui commercializzazione è riservata a canali di vendita o di fornitura particolari o richiede la prescrizione medica; l’esercizio di tali filtri anteriormente alla messa on line dell’informazione; la pubblicazione all’interno del sito del prestatore del servizio, in modo chiaro e visibile, di tale regola di esclusione.”.
Tutto questo proprio mentre la Corte di Giustizia ha definitivamente chiarito che non si può imporre ad un intermediario della comunicazione di adottare filtri per prevenire la pubblicazione di questo o quell contenuto e ad analoghe conclusioni è giunto il Tribunale di Roma.
Vien proprio da chiedersi che “fava” leggano in Parlamento se mentre si varano iniziative legislative volte ad attuare il diritto dell’Unione europea, si propongono emendamenti che prevedono esattamente il contrario di quanto disposto nella disciplina comunitaria.
#ABCDigitale: proviamo a censire i progetti di alfabetizzazione digitale pubblici in Italia?
Durante e dopo l’insediamento del nuovo Governo, dalla parte abitata della Rete si è alzata forte la richiesta di ministro [reloaded: sottosegretario] per l’attuazione della c.d. Agenda Digitale.
Una proposta molto opportuna, visto il ritardo culturale accumulato dal nostro paese in materia, dalla valenza di diritto di cittadinanza ormai riconosciuta all’accesso alla Rete e dalla rilevanza del Fattore Internet per la crescita economica italiana.
Tutto vero tutto giusto. E d’altra parte- in attesa che si creino le cariche e si formino Gabinetti- potrebbe aver senso raccogliere un po’ di dati. Per esempio sulla massa crescente di progetti, energie, idee che si stanno esprimendo nelle varie parti del paese in materia alfabetizzazione e superamento del c.d. digital divide.
L’idea del censimento viene da qui. In concreto, la proposta è di costruire collaborativamente un documento aperto, accessibile da chiunque e da chiunque integrabile [una prima bozza di form è disponibile qui, snapshot sotto] in grado di dar conto dei progetti di alfabetizzazione digitale pubblici in corso in Italia.
Gli obiettivi ipotizzati per il lavoro sono almeno due. Da una parte, il censimento serve a “mettere in fila” le esperienze in corso nel nostro paese. Dall’altra, potenzialmente, offre strumenti di conoscenza utili ai decisori che verranno.
Che dite, censiamo?
Fonte: http://giovanniarata.tumblr.com/post/13200280689/abcdigitale-proviamo-a-censire-i-progetti-di
Partito Pirata, i punti per scendere in campo
Il presidente Gualazzi illustra il manifesto dei pirati tricolori. Accesso a costo zero per tutti, maggiore chiarezza sul diritto d’autore. Così si prepara il partito alle prossime elezioni
“Per il Partito Pirata è arrivato il momento della svolta – si può leggere all’inizio di un comunicatoapparso sul sito ufficiale – a Trento, dove si è svolto l’IGF, abbiamo deciso di prendere parte al prossimo appuntamento elettorale. Con forme e metodi che decideremo tutti assieme, in rete”.
Mauro Vecchio
Pirati, Attivisti e Libertà Civili – Intervista con Rick Falkvinge, il fondatore del Partito Pirata
Sul sito http://falkvinge.net/ da cui Rick Falkvinge ei suoi colleghi Pirati (alcuni dei quali frequentano anche il Parlamento europeo), instancabilmente ci informano sulle minacce alle libertà civili in Europa e nel mondo, c’è una divertente sezione ”about” che afferma: “Rick è il fondatore del primo Partito Pirata ed è un evangelista politico che viaggia in Europa e nel mondo per parlare e scrivere di idee a proposito di corrette politiche dell’informazione. Rick è anche un attivista della rete che costruisce tunnel e strumenti ogni volta e ovunque ce ne sia bisogno “
I Partiti pirata stanno ottenendo risultati significativi da qualche parte in Europa e volevo approfittare della disponibilità di Rick per fargli alcune domande che ci possono aiutare, come Pirati o semplicemente attivista, ad avere ispirazione da un grande visionario e innovatore della politica.
[SC]: Al di là delle posizioni ben note contro copyright e brevetti, quali dovrebbero essere secondo te le indicazioni per sviluppare la politica del Partito Pirata negli anni a venire?
[RF]: Tutti i principali movimenti politici moderni sono iniziati in questo modo – come reazione a un’ingiustizia. E ‘stato il caso con i liberals, con il movimento operaio, con i verdi. Nel corso del tempo, si sono trasformati dall’essere contro uno sviluppo ingiusto ad essere a favore di un’ alternativa, che poi ha avuto la meglio sulla vecchia guardia del loro tempo.
I Partiti Pirata maturi sono in procinto di scoprire qual è questa alternativa. Non ci siamo ancora, ma sappiamo che è certamente molto, molto di più proteggere semplicemente la rete da un’industria del copyright obsoleta. C’è una ragione se esiste una sovrapposizione così grande tra le Partiti Pirata, Anonymous e OccupyWallStreet per esempio. Quale sia la ragione deve ancora essere scritto – per ora, è solo una sensazione nella pancia della gente.
[SC]: La mia impressione leggendo le interviste di alcuni rappresentanti del partito è che, su molte questioni (quali la politica dell’Unione europea o la politica estera in generale, le questioni relativi allo stato sociale, ecc …), non c’è ancora una posizione chiara e definita e viene spesso detto “ne stiamo parlando” o “stiamo individuando esperti in grado di formulare una posizione.”
[RF]: Questo aspetto è fondamentale in quanto non fa che confermare che il PP, per definire una posizione, guarda al dibattito e alla condivisione come l’unica soluzione. Che ne pensi?
Questa risposta, che siamo nel processo di identificazione di una struttura di base, in realtà è una risposta molto onesta. Hai ragione sul fatto che abbiamo bisogno di trovare quelle risposte, e questo è fondamentale per passare al livello successivo come movimento politico. Tuttavia, siamo ancora accumulando esperienza per trattare queste questioni complesse.
Nel frattempo, la gente vota per noi grazie al nostro sentimento di fondo e per il fatto che crediamo che non si deve essere in grado di comprare una legge che nega le libertà civili fondamentali delle persone. Non riesco a capire come gli altri partiti possano venire a patti con cose del genere.
[SC]: Il Partito dei Pirati intende fare politica con i partiti esistenti? partnership? alleanze? Qual è l’obiettivo finale?
[RF]: Nel gioco della politica in un parlamento con rappresentanza proporzionale, non è sufficiente avere delle politiche credibili e guadagnare voti (il che è sicuramente abbastanza difficile). È inoltre necessario conoscere la teoria dei giochi. Fortunatamente, questo è qualcosa che la maggior parte dei gamers conosce alla grande – abbiamo un enorme vantaggio in quanto movimento sotto questo aspetto.
In breve, non solo abbiamo bisogno di entrare in parlamento, ma abbiamo anche bisogno di negoziare noi stessi in una posizione in cui diventiamo parte di una coalizione di maggioranza così che una parte delle nostre idee politiche possa diventare legge. Altrimenti, il nostro impatto sarà trascurabile, e diventerà molto più difficile essere rieletti senza aver costruito qualcosa quando il tempo sarà scaduto.
[SC]: Apertura, copyleft, p2p, sono concetti chiave per i sostenitori un nuovo tipo di sviluppo e di prosperità. Questi semplici concetti sono stati spesso oggetto diffamati da parte dell’industria focalizzata sul consumismo e sulla crescita col consumo delle risorse. Come dobbiamo combattere questa battaglia? Cosa suggeriresti alle persone, agli attivisti e ai sostenitori di una società che sia più equa e attenta alle libertà civili?
[RF]: E’ la stessa sfida che tutti i grandi movimenti politici avevano – che la loro nuova prospettiva fossa originariamente compresa solo nel contesto dell’establishment precedente. I vetrdi sono stati inizialmente “contro la produzione” e “contro la crescita economica”, ci sono voluti un bel po’ di anni per spiegare e comunicare la loro nuova prospettiva: non essere contro la produzione, ma a favore della sostenibilità.
Noi abbiamo lo stesso compito: spiegare la nostra visione e poi dovremmo solo aspettarci che prenda piede durante la notte. Abbiamo bisogno di crescere un dialogo per volta, di tirare dalla nostra parte una persona alla volta.
[SC]: Noi stiamo lanciando Hopen Think Tank (hopen.it /@Hopentt) con un focus forte sulla dissemination, sul “raccontare”: pensiamo che la libertà viene solo dalla consapevolezza e dunque vogliamo dedicare i nostri sforzi a evangelizzare i cittadini sul potenziale che possono ottenere grazie a media come la rete.
Pensi che lavorare nel senso del produrre consapevolezza sia una buona pratica per l’attivista di oggi? Quanto invece agire come una lobby per una cultura aperta è invece importante? In altre parole dobbiamo puntare ad un’approccio dal basso verso l’alto o dall’alto in basso?
[RF]: Credo che tu abbia bisogno di entrambi, paradossalmente. Siamo intrinsecamente un movimento dal basso verso l’alto e orizzontale, ma le persone che non vivono questo stile di vita non capiscono nemmeno di che cosa stiamo parlando. Hanno bisogno che gli sia insegnato (con pazienza) di che cosa si tratta, hanno bisogno di essere portati in questo nuovo mondo. Una volta lì, anche loro potranno iniziare a costruire dal basso senza chiedere il permesso a nessuno.
Il punto però è che non si può davvero capire le politiche del partito pirata a meno che non si viva lo stile di vita connesso.
[SC]: L’idea di proteggere la privacy online a volte sembra piuttosto difficile da immaginare nella nostra società iperconnessa, voglio dire: come cose come il concetto di “condivisione” si adattano con il “proteggere la privacy”?
[RF]: Questa è la chiave per il primo passo della battaglia – legare il monopolio del copyright all’erosione delle libertà civili: insistere sul fatto che le industrie del copyright stanno essenzialmente chiedendo la fine della libertà di parola e di opinione al fine di preservare il loro modello di business. Una volta che si riesce a comunicare questo legame, il resto è molto più facile.
Questa è stata la chiave del successo nelle elezioni europee del 2009.
[SC]: Cosa ne pensi della mancanza di alternative distribuite, peer to peer ai servizi centralizzati e spesso problematici per la privacy – come i social network o le applicazioni “cloud”? Come possiamo affrontare questo problema?
[RF]: C’è una regola molto generale, che va sempre applicata in rete: se vedete qualcosa che non vi piace, proponi qualcosa che ti piace.
Lo stesso vale con i servizi centralizzati. Sì, sono un problema, ma il nostro potere di cambiare la società non sta nel cambiarli. Sta nella creare qualcosa di meglio per sostituirli.
Basta guardare a quello che il software libero ha fatto per il vecchio mondo delle telecomunicazioni. Tutti i telefoni cellulari – Nokia MeeGo, iOS di Apple e Android di Google – si basano su software libero. I vecchi sistemi chiusi, basati sul lock-in sono andati, e anche se alcuni (mi riferisco alla Apple qui) si sbracciano per bloccare i propri utenti di nuovo, questa trasformazione dimostra il potere della libertà di informazione.
[SC]: Hai investito tutti i risparmi su Bitcoin: non credi che le valute alternative, comunitarie e peer to peer come questa non debbano essere scambiati o accumulati sul mercato? Voglio dire: non dovrebbero essere utilizzati per sostenere l’economia reale di scambio reciproco di reali valori tangibili, invece?
[RF]: Una moneta ha molte funzioni, ma non funziona senza adempiere la sua promessa fondamentale: essere un modo di scambiare valore. Bitcoin ha molta strada da fare per conseguire tale funzionalità in modo soddisfacente. Tuttavia, come si vede con il blocco bancario contro Wikileaks, c’è un disperato bisogno di un’alternativa al sistema di gestione centralizzato, statunitense delle transazioni, e io preferirei una versione decentrata e non controllabile di moneta per la quale non sia possibile per esempio chiudere il rubinetto dei finanziamenti a chiunque imbarazzi i governi.
[SC]: Ora una domanda molto ampia. Tu sei indubbiamente un visionario: la fondazione del PP più di cinque anni fa è stata molto in anticipo sui tempi. In quei giorni, non eravamo ancora consapevoli di ciò che è Internet in termini di luogo di salvaguardia delle nostre libertà civili e di come i governi di tutto il mondo siano interessati a soggiogarla.
[RF]: Faccio spesso questa domanda durante le mie interviste: che vti aspetti da internet in cinque anni o giù di lì? Non è forse nostra responsabilità costruirla?
Attualmente siamo a un bivio cruciale. Internet è sempre più intercettata e censurata, ma è anche sempre più flessibile e decentrata per resistere a questo tipo di controllo.
Quale parte vince? Questa è la battaglia che sta accadendo sotto i nostri occhi, adesso. Se il lato autoritario vince (compresa l’industria del copyright), avremo allora una società Grande Fratello di là dei nostri peggiori incubi. Se il lato degli attivisti del decentramento vince, avremo una maggiore trasparenza e una democrazia che così forte non si sarà mai vista prima.
C’è molto in gioco, e ognuno ha la responsabilità di lottare per ciò in cui crede.
La battaglia comunque non finità in cinque anni. Gli argomenti che dibattiamo oggi sono gli stessi che tutti usavano con Napster nel 1999 e l’industria del copyright rimastica le stesse argomentazioni stanche da anni. Peggio ancora, i politici stanno supportando queste argomentazioni per ignoranza e mancanza di comprensione.
Questo continuerà finché non avremo politici in posizioni decisionali in grado di rifiutarsi di curare interessi particolari e metterli di fronte al fatto che se non riescono a sostenere il loro business, debbono farsi da parte. Abbiamo solo iniziato a muoverci su questa strada, ma prevedo che avremo fatto progressi significativi a dieci anni da oggi.
Se non li avremo fatti, saremo a rischieremo una svolta molto oscura per la nostra civiltà.
La vendita di copie pirata favorisce il mercato degli originali
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