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Lord Lucas (parlamentare inglese): le major vogliono ricattare gli utenti

Pubblicato in Uncategorized da yanfry il 5 febbraio 2010

Il tre botte e via è una forma di ricatto, secondo lui. “pagaci, senno’ ti denunciamo”.

In effetti qualcuno diceva che i download illegali, in questo modo, rendono 150 volte di più delle vendite legali. Solo che i creativi non sono gli artisti ma gli avvocati.

House of Lords: Record Companies have been harassing innocent users : DigitalWrong.
Breve estratto della dichiarazione di Lord Lucas:

Se le persone entrano in collisione con questa legge, avranno un paio di lettere di avvertimento, ma subito dopo riceveranno la tipica lettera degli avvocati di ACS:LAW che dice: “Pagateci 500 £ o vi porteremo in tribunale”.
Se non pagheranno le 500 €, saranno portati in tribunale, saranno portate prove tecniche contro di loro ed essi non avranno alcuna possibilità di fornire una difesa tecnica.
Questa è la difficoltà in cui si trovano le persone di fronte ai legali di ACS:Law.
C’è questa disparità di armi.
Essi sono in un tribunale civile, con un rapporto di 50:50 di probabilità di giudizio e devono contemplare il rischio di migliaia di sterline per preparare una difesa, quando non è facile farlo.

Nell’ambito di un procedimento civile su una questione tecnica, l’importo rappresenta un ricatto; il costo per difendersi si calcola attorno alle £ 10.000.
Si può ottenere di chiudere chiedendo 500 o 1.000 £ e queste verranno pagate il più delle volte senza alcuno sforzo di dover realmente stabilire la colpa. E ’semplicemente un ricatto legale.

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2010/02/lord-lucas-parlamentare-inglese-le-major-vogliono-ricattare-gli-utenti.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/

Musica e web? www.buskerlabel.com: una rivoluzione

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010
Buskerlabel.com – La musica entra nel web 3.0

Sull’onda di operazioni straordinarie online, fatte per rivitalizzare la musica, (pensate ai Radiohead), nasce -in Italia!- una nuova concezione di community website:
Buskerlabel.com (progetto tutto italiano) è più di una community online dove scoprire nuova musica: l’idea è di mettere insieme un gruppo di fan per sponsorizzare un’opera digitale, rendendola disponibile a tutto il resto del pubblico e pagando l’artista per questo.
Siamo alla perfetta integrazione dell’idea di social network: l’utente non solo è il consumatore del social network, ma diventa sponsor del processo di creazione del contenuto, divenendone in pratica produttore esecutivo.

L’artista salta tutta la filiera discografica, ed ha (almeno) tre vantaggi innegabili:
1. disporre di un modo concreto per guadagnare dal suo lavoro cedendo una parte dei suoi diritti musicali con una licenza Creative Commons.
2. aumentare la sua popolarità permettendo di scaricare e condividere liberamente la sua musica per uso personale e non commerciale.
3. essere in grado di trovare nuovi “veri” fans e di stabilire con loro un rapporto molto stretto.
Buskerlabel non si pone necessariamente come concorrente delle label discografiche: anzi, diventa un luogo privilegiato dove esporre il proprio prodotto, e aumentare l’hype intorno al progetto. Al termine del processo di sponsorizzazione, infatti, può essere realizzato anche un supporto fonografico, sul quale l’artista mantiene tutti i propri diritti, e con la potenza di un grande feedback di comunicazione ottenuto prima ancora della realizzazione del disco.

Le Creative Commons (CC) sono licenze che proteggono i diritti degli artisti. L’artista che sceglie le licenze CC autorizza il pubblico ad utilizzare gratuitamente le sue opere, ma solo per determinati usi (es: uso personale e non commerciale) continuando a proteggere i diritti che intende riservare per sé (es. sfruttamento commerciale in colonne sonore, diffusione radiofonica, uso in pubblico, ecc.).
Le licenze CC sono gratuite, non esclusive e compatibili con gli standard e le consuetudini di Internet. Per maggiori informazioni visita il sito di Creative Commons.

Come funziona Buskerlabel?
L’artista carica su Buskerlabel i brani musicali di un album non ancora pubblicato (insieme alla copertina e altre eventuali informazioni).
Per ciascun album, l’artista sceglia una o più tracce promo, fissa la data di pubblicazione e “apre” la colletta.
Ciascun fan ascolta le tracce promo aggiungendo commenti e segnalando agli amici o alla community i brani più interessanti.
Se ritiene che sia di qualità, il fan sponsorizza l’album con una o più Koin (la valuta di Buskerlabel che vale 1 Euro) e diventa True Fan.
Subito dopo aver sponsorizzato, il True Fan può ascoltare l’intero album (ma non ancora scaricarlo).
Alla data di pubblicazione i True Fan possono scaricare le tracce in formato loss-less ad alta definizione (Wav o Flac).
L’artista riceve l’80% del denaro raccolto.
Dopo la data di pubblicazione, tutta la community (non solo i fan che hanno sponsorizzato) può ascoltare e scaricare gratuitamente l’intero album (ma solo in formati compressi, come MP3 o OGG).

Fonte: http://www.assodigitale.it/2009/12/03/musica-e-web-www-buskerlabel-com-una-rivoluzione/

Il passato della musica registrata

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010

Edison è stato il primo al mondo ad inventare uno strumento in grado di registrare e riprodurre suoni. La cosa singolare, come riporta un libretto che sto leggendo, è che essendo una persona molto pragmatica, Edison si impegnò subito a cercare dei modi per mettere a frutto la sua invenzione e tra questi non gli venne in mente di registrare della musica…

Per l’appunto la cosa è strana, si può pensare che all’epoca il fonografo fosse uno strumento così grezzo che non potesse competere con uno spettacolo dal vivo, ma Edison era sufficientemente pieno di sè e lungimirante da poter immaginare che in poco tempo quello strumento gracchiante avrebbe prodotto suoni più limpidi, quindi la spiegazione va cercata altrove.

Secondo l’autore del libro il punto è che in quel momento, la musica registrata semplicemente non aveva senso, non era concepita. Godere della musica significava partecipare ad un evento sociale, sia in un teatro che in casa propria (con un pianoforte). Non esisteva il concetto di musica in quanto registrazione da fruire separatemente dall’esecuzione, la musica era l’esecuzione.

Oggi, di questo contesto non è rimasto niente. Tanto che immaginare un mondo senza diritto d’autore, in cui le copie di musica registrata non producono valore ci sembra un’assurdità. In realtà, diminuire l’intensità della protezione del diritto d’autore significa riportare indietro il tempo ad un mondo in cui la registrazione ha, in se, meno valore e l’autore viene ricompensato per le cose che fa quando le fa, e non per tutta la vita dopo averle incise una volta. Forse quando immaginiamo un mondo con meno copyright dovremmo ricordarci che fino a non moltissimo tempo fa le cose erano già, nella sostanza, così.

Fonte: http://leonardo.lilik.it/wordpress/2010/02/03/il-passato-della-musica-registrata/
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/

Decreto Romani: confusione di Stato.

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010


Il Parlamento nell’esprimere il proprio parere favorevole sullo schema di decreto legislativo ormai noto come “Decreto Romani” ha formulato talune richieste di modifica, alcune delle quali volte a sottrarre la Rete ai pesanti effetti o conseguenze che si registrebbero qualora il Decreto dovesse entrare in vigore nella sua attuale formulazione.

Il Vice Ministro Paolo Romani, dal canto suo, ha manifestato la disponibilità ad intervenire sul testo ed ad apportare almeno talune delle modifiche richieste.

A questo punto, sino a quando non disporremo dello schema emendato del decreto – con ogni probabilità, vista la scarsa propensione alla trasparenza nell’attività normativa di Governo, solo dopo la sua approvazione – non ci si può che dispiacere del parere favorevole del Parlamento su un decreto che ha trasversalmente raccolto più critiche che plausi e, ad un tempo, rallegrare che la Rete e le questioni della Rete abbiano così ampiamente tenuto banco nel dibattito parlamentare ed extra parlamentare sulle disposizioni del Decreto Romani che si occupano, appunto, di web.

Frattanto, però, con intento esclusivamente costruttivo e non polemico ma, ad un tempo, con un pizzico di preoccupazione non posso fare a meno di rilevare due macroscopici errori nei quali è incorso nelle scorse ore il Vice Ministro Romani.

Li trovate, entrambi, riassunti nel filmato qui sopra – non potevo non usare un audiovisivo per un post sulla nuova disciplina dell’audiovisivo! – ma ve li sintetizzo, comunque, qui sotto per chi non avesse voglia – o banda a sufficienza! – per guardarsi il video qui sopra.

1. Il Ministro Romani, nei giorni scorsi, ha dichiarato che il sistema dell’autorizzazione preventiva deriverebbe dalla direttiva sul commercio elettronico che la imporrebbe prima dell’inizio di ogni attività di e-commerce.

In realtà, l’art. 4 della Direttiva prevede esattamente l’opposto ovvero che:

Citazione
Articolo 4
Principio dell’assenza di autorizzazione preventiva
1. Gli Stati membri garantiscono che l’accesso all’attività di un prestatore di un servizio della società dell’informazione ed il suo esercizio non siano soggetti ad autorizzazione preventiva o ad altri requisiti di effetto equivalente.

2. Il Ministro Romani, il 4 u.s., dinanzi all’8° Commissione permanente del Senato ha dichiarato che:

Citazione
“la normativa belga di recepimento della direttiva n. 65 del 2007 (articolo 38 della legge 26 marzo 2009) introduce il regime della dichiarazione preventiva (”déclaration préalable”) che riguarda espressamente i servizi di media audiovisivi a richiesta forniti su qualsiasi piattaforma, inclusa Internet.”

In realtà non è esattamente così perché in belgio la legge prevede che solo l’editore debba inoltrare una richiesta preventiva e non anche ogni altro fornitore di media audiovisivo così attualmente previsto dalla disciplina italiana.

L’augurio non può che essere che prima di varare il decreto, il Governo si chiarisca le idee su taluni aspetti di particolare delicatezza.

Fonte: http://www.guidoscorza.it/?p=1503
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Australia, il provider non è responsabile

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010
iiNet non avrebbe fatto altro che fornire connettività ai suoi utenti. Una corte federale ha dunque obbligato l’industria del cinema a risarcire l’ISP. Perché non può farsi carico delle violazioni dei netizen

Roma – Il martello della giustizia ha fatto risuonare i suoi ultimi colpi, lasciando ora spazio soltanto alla possibilità di un ricorso in appello: “iiNet non è responsabile – ha stabilito la corte – Non se i suoi utenti sfruttano la fornitura di connettività come mezzo per violare il diritto d’autore. La legge non riconosce alcun obbligo di tutela del copyright da parte di un soggetto terzo”.

È quanto recentemente deciso da un tribunale federale australiano, che ha dunque sottolineato come iiNet – terzo tra i provider più grandi del paese – non abbia fatto altro che rifornire i propri utenti di connettività. Nelle parole del giudice Dennis Cowdroy, l’ISP aussie non sarebbe affatto responsabile delle attività di file sharing illecito da parte dei suoi utenti.

Un provider dovrebbe quindi essere esentato dall’obbligo di monitorare le abitudini dei netizen, in questo caso sviluppatesi a mezzo BitTorrent. Di diverso avviso era stata l’Australian Federation Against Copyright Theft (AFACT), rappresentante sul territorio di case cinematografiche come Village Roadshow, Universal Pictures, Warner Bros Entertainment, Sony Pictures e Disney.

AFACT aveva trascinato in tribunale iiNet con almeno due capi d’accusa. Il primo: il fornitore di connettività avrebbe dovuto consegnare i dati dei propri utenti, colti a violare il copyright in spregio a quanto sottoscritto nel contratto con l’ISP. Ma queste accuse erano state ritirate verso la fine del 2009, lasciando in piedi il secondo capo, la responsabilità indiretta per le violazioni degli utenti.

Il giudice Cowdroy è ora giunto al verdetto, scagionando i responsabili di iiNet e obbligando AFACT a risarcirli con una cifra che si aggira attorno ai 4 milioni di dollari australiani (2,5 milioni di euro circa). Sentenza che ha soddisfatto pienamente il CEO Michael Malone, che ha successivamente sottolineato come sia stato sprecato tanto tempo dietro ad accuse per nulla costruttive.

Decisamente meno elettrizzati i vertici di AFACT, che hanno contestato alla corte federale australiana un’interpretazione personale di come avvengano a livello tecnico sia il downloading selvaggio degli utenti che la capacità di un provider di controllare le attività illecite che vengono condotte a mezzo della connettività che vende. Intanto, iiNet si gode la vittoria dopo il fischio finale della legge.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2804541/PI/News/australia-provider-non-responsabile.aspx
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ACTA: No al segreto, si alla conoscenza. Basta con l’inerzia!

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010

Vi riporto il post relativo alla lettera aperta ai nostri Parlamentari, proposta da Scambioetico e che molte associazioni stanno sottoscrivendo, per chiedere ai nostri Parlamentari di prendere in seria considerazione ciò che l’accordo internazionale ACTA (con assoluta mancanza di trasparenza) sta cercando di imporre (in quanto trattato internazionale) ai governi europei, ovvero un accordo di natura legislativa che ha lo scopo di rendere le leggi di numerosissimi paesi ancora più rigide e severe nell’imposizione del copyright, includendo sanzioni penali per le violazioni del copyright prive di scopo di lucro, responsabilità per gli intermediari quali ISP e host, abolizione del fair-use e della promozione all’interoperabilità e molto altro ancora.

Dopo l’interrogazione dell’8 dicembre 2009 presentata da Christian Engström, rappresentante del Pirate Party al Parlamento Europeo, la preoccupazione sugli effetti che il trattato ACTA produrrebbe sul quadro legale comunitario diventa sempre maggiore, tanto da indurre altri parlamentari a fare altrettanto, Axel Voss e Ivo Belet (PPE), Alexander Alvaro (ALDE) e Britta Thomsen (S&D). Invece in Italia…

…come peraltro in gran parte degli altri paesi della UE, nessuno sembra interessarsene, solo la componente di Radicali Italiani nel PD ha recentemente presentato una interrogazione. Per questo motivo abbiamo deciso di inviare una lettera aperta a tutti i parlamentari italiani con lo scopo di sollecitarli, attraverso le iniziative che più riterranno opportune (interrogazioni, ordini del giorno, conferenze stampa, convegni, seminari o altro), affinché si esca da questa inerzia e muro di silenzio omertoso.

Onorevoli Membri del Parlamento,

dai numerosi documenti ufficiali trapelati [1] emerge che tra l’Unione Europea e Paesi terzi -per rafforzare la repressione contro la contraffazione dei marchi, la violazione dei brevetti e la falsificazione delle opere dell’ingegno- sono in corso trattative segrete tendenti ad inserire in questo genere di reati anche la condivisione senza scopo di lucro delle opere tutelate da copyright che viene praticata su Internet. Per combattere questo fenomeno sono previste misure lesive della privacy e dei diritti fondamentali delle persone ma, nonostante ciò, i mass media continuano a tenere alto il muro omertoso del silenzio su quello che in Rete viene definito l’affaire ACTA e su cui la stessa amministrazione Obama ha posto il segreto per motivi di sicurezza nazionale [2].

Facendo leva sulle presunte perdite economiche che l’industria dell’intrattenimento da alcuni anni a sproposito lamenta [3], l’intento è quello di far modificare gli ordinamenti giudiziari locali per rendere i fornitori di servizi responsabili di quanto la Rete veicola, al fine di obbligarli a diventare i gendarmi delle corporation. Ci sono sempre più evidenti e pressanti tentativi di far modificare il quadro normativo e giuridico europeo per adattarlo a questo trattato liberticida -che vuole essere ratificato entro la fine del 2010- senza che nessuno possa prenderne visione prima della sua conclusione.

Se un rafforzamento della repressione contro la falsificazione dei prodotti può essere condivisibile e auspicabile, in particolare per quanto riguarda la tutela della salute delle persone, non è possibile ammettere altrettanto quando ciò riguarda il diritto dei paesi in via di sviluppo all’accesso ai farmaci e l’inibizione all’utilizzo della Rete per le persone che, senza scopo di lucro, condividono cultura e conoscenza attraverso il media del nuovo millennio, in particolare quando ciò vuole essere effettuato con procedure invasive della privacy e senza garanzie giudiziarie.

Il Trattato ACTA contiene disposizioni che andrebbero a modificare il quadro legale dell’Unione Europea, rendendo responsabili i fornitori di connettività e servizi di ciò che le persone immettono su Internet, facendo cadere i principi di mere conduit e di neutralità della Rete che sono stati i fondamenti grazie ai quali essa finora è riuscita ad affermarsi come strumento essenziale per il commercio, la libertà d’espressione, l’arricchimento culturale e la partecipazione democratica. ACTA inoltre impone delle restrizioni all’interoperabilità dei contenuti e del software che arrecherebbero notevoli danni ai consumatori e alle piccole e medie imprese ed introduce il concetto di “incitamento alla violazione del copyright” che non fa parte del quadro legale europeo e ostacola l’accesso ai contenuti anche quando questo è legale.

Appare sempre più evidente che ACTA lederà le libertà dei cittadini italiani e il commercio nazionale molto più di qualsiasi ordinario accordo commerciale. I rappresentanti della Commissione sostengono che i negoziati armonizzeranno la legislazione del mercato interno, influenzeranno i diritti su Internet e le responsabilità degli intermediari delle comunicazioni elettroniche. I negoziati su ACTA avranno quindi profonde implicazioni per la libertà di espressione, per il diritto alle comunicazioni private e per le attività commerciali basate su Internet. Tali negoziati non dovrebbero essere segreti: il processo legislativo è il cuore della democrazia parlamentare italiana. ACTA deve essere soggetto alla trasparenza che un regolare processo democratico richiede.

Al fine di raggiungere tale indispensabile trasparenza, l’impianto di negoziazione deve essere cambiato. L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo, ma il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti né ha potuto analizzare l’impatto che questo accordo avrà sul nostro sistema legale. ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa, come confermato dal rapporto trapelato dei negoziatori della Commissione Europea [4] e come inoltre dichiarato dal Commissario Designato per il Mercato Interno Barnier [5].

Riteniamo che accettare la segretezza non sia compatibile con il Vostro lavoro di rappresentanti del popolo democraticamente eletti. Riteniamo che Voi, in quanto parlamentari della Repubblica Italiana, abbiate il diritto e il dovere di analizzare quali leggi siano state attualmente negoziate. Riteniamo altresì inaccettabile che Voi siate esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright possono accedere ai documenti e concorrono alla loro formulazione [6], e che Vi si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto, tanto più che nel marzo 2009 il PE ha approvato a grande maggioranza una risoluzione che chiedeva di rendere pubblici i documenti a cui ancora non è stato dato seguito [7].

La sola cosa che Vi chiediamo è quella di pretendere che prima di arrivare alla ratificazione di questo trattato venga tolto il segreto degli atti e che essi possano essere valutati da tutta la classe politica e dalla società civile: non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà in Rete e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation. Sta a Voi decidere quali strumenti (interrogazioni parlamentari, ordini del giorno conferenze stampa o altro) sono più appropriati a conseguire il risultato, l’importante è non restare inerti.

[1] www.michaelgeist.ca
[2] www.punto-informatico.it
[3] www.laquadrature.net
[4] www.scambioetico.org
[5] www.iptegrity.com
[6] www.keionline.org
[7] www.europarl.europa.eu

Con l’auspicio questa missiva possa trovare il Vostro interesse e mobilitazione Vi porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Il Comitato Promotore del Movimento ScambioEtico.
Ne condividono i contenuti
Associazione Partito-Pirata

Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5267
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Il curioso caso della nonna del file sharing

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 5 febbraio 2010
A una donna statunitense viene tagliata la connessione perché colpevole di aver scaricato illegalmente 18 film. Nessun avviso era stato spedito dal provider. Ma soprattutto, nessuna pellicola era stata racimolata a mezzo P2P

Roma – Cathi Cat Paradiso sembra una tranquilla nonna di 53 anni, invece è una fedele adepta del file sharing illecito. Anzi, no. Cathi Cat Paradiso ama dipingere nella sua dimora in Colorado e non scaricherebbe mai un film o un disco senza pagare. Non si tratta di schizofrenia da manuale, ma di due reali Cathi Cat Paradiso. Una è la rappresentazione di chi la conosce bene, una è l’immagine che ha di lei il suo fornitore di connettività.

Spiegando meglio, la donna statunitense era entrata a far parte della lista nera della grande industria del cinema nell’ottobre scorso. Il suo indirizzo IP era associato a una serie di colpi a mezzo P2P, dal furto di Zombieland a quello di Harry Potter (uno dei tanti, è uguale), fino a passare per South Park.

All’industria ci sarebbe voluto qualche mese per decidere il da farsi, il tempo di far lievitare il conto di Cat Paradiso: 18 film, 18 distinte violazioni del diritto d’autore. Quindi, alla metà di gennaio, l’industria del cinema avrebbe contattato Qwest Communications, l’ISP che forniva la connettività alla signora Paradiso. Risultato? Cat è stata tagliata fuori dalla Rete.

E senza alcun preavviso, almeno stando a quanto dichiarato dalla donna. Per di più, il provider ha sottolineato come il servizio sarebbe stato terminato definitivamente alla prossima violazione del diritto d’autore. Solo che Cathi Cat Paradiso era fermamente convinta di non aver scaricato illegalmente nemmeno un minuto di pellicola.

Ma i responsabili di Qwest Communications hanno insistito, suggerendole l’inutilità di rivolgersi ad altri provider. Questi avrebbero avuto il suo nome in archivio, come se fosse schedata quale nemica giurata del copyright. E Cathi Cat Paradiso si è rivolta ad un avvocato, all’industria stessa, convinta di non aver fatto alcunché di male.

E infatti non aveva fatto nulla di male. Il caso ha attirato l’attenzione dei giornalisti di CNET.com, che hanno fatto pressioni su Qwest, affinché si eseguisse un’indagine tecnica approfondita. Il risultato? La rete non era sotto il controllo della donna, il reato era opera di malintenzionati terzi. Alla fine, il servizio da parte di Qwest è stato ripristinato.

Tutto bene quello che finisce bene, ma il caso ha creato non pochi allarmi. Quello di Qwest sarebbe un ulteriore esempio di come l’industria dei contenuti stia utilizzando i provider come sceriffi della Rete. Paradiso non avrebbe ricevuto comunicazioni da parte dell’ISP e si sarebbe sentita particolarmente impotente davanti all’accaduto.

La donna infatti si è chiesta cosa sarebbe successo se la redazione di CNET non fosse intervenuta. Preoccupata anche Electronic Frontier Foundation (EFF) che ha sottolineato come in questo caso non sia stata rispettata la presunzione d’innocenza dell’utente. Un semplice IP può davvero bastare per condannare un netizen all’esilio forzato dalla Rete?

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2802795/PI/News/curioso-caso-della-nonna-del-file-sharing.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Il free software piace alle grandi aziende

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 4 febbraio 2010
In testa a tutti è Acrobat Reader , e poi Java e Flash Player. Le alternative a Office

Tra le grandi organizzazioni poco più della metà farà uso di software free nel 2010 . Lo indica una ricerca commissionata dalla software house Global Graphics che indica tra le ragioni di questa tendenza i limiti posti al budget It aziendale.

La ricerca segnala che questa apertura al software gratuito è ampiamente diffusa nel mondo anglosassone : qui oltre tre quarti delle grandi organizzazione ha già adottato software free con punte di più di dieci prodotti in almeno la metà di loro. Il software più largamente utilizzato è Acrobat Reader di Adobe ( 78%) seguito dal Java Runtime Environment e da Adobe Flash Player.cNella classifica delle dieci applicazioni più utilizzate rientrano QuickTime, OpenOffice, Google Docs, Skype e Save as PDF di Microsoft.

La ragione dell’utilizzo di questi prodotti sta nella necessità di arricchire le applicazioni desktop in uso con nuove funzionalità che non possono essere erogate all’utente con software a pagamento. Le applicazioni sostitutive più citate sono Acrobat e Office.
Le organizzazioni partono spesso dall’utilizzo delle applicazioni free per poi passare a quelle a pagamento solo dove c’è una reale necessità. Il free software trova impiego non solo sul desktop ( 82%) o a livello di applicazione ( 78%) , ma anche all’interno dei data center.

Fonte: http://www.eweekeurope.it/news/il-free-software-piace-alle-grandi-aziende-14031

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Billie Ray Martin preferisce BitTorrent a Spotify

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 4 febbraio 2010

Billie Ray Martin una cantante che si è occupata sia di dance che pop music sia in collaborazione che da sola e che inizialmente fu cantante ospite per S’Express (è apparsa anche nel video per la canzone “Hey Music Lover”), ora ha deciso di cercare di tornare al successo e far rinascere l’interesse sul suo lavoro, caricando due remix su Mininova, disponibili a tutti.

I due remix faranno poi parte di un album che verrà rilasciato durante l’anno.

Billy Ray è stata remixata anche da alcuni grandi nomi tra cui Junior Vasquez, David Morales, BT, Roger Sanchez e Todd Terry.

Billie Ray ha detto a Torrent Freak di aver scelto questa strada appunto per rinnovare l’interesse del pubblico nei confronti del suo lavoro.

Dice inoltre che trova questa strada più divertente che cercare qualche etichetta che le firmi il contratto ed in tal modo più gente può sentire la sua musica.

I remix rilasciati su Mininova fanno parte del prossimo ‘Crackdown Project’ che sarà inaugurato ufficialmente il 6 marzo al party di inaugurazione a Berlino.

La cantante, finora, già aveva rilasciato liberamente alcuni brani attraverso blog ma non aveva mai usato BitTorrent. Questo non vuol dire che già su BitTorrent non girassero copie illegali della sua musica ma su questo aspetto è piuttosto fatalista e non si inquieta più di tanto.

Invece dice chiaramente che non sopporta i famosi siti di streaming tipo Spotify e Last.fm che danno streaming illimitato e non pagano gli artisti e dice che ha ricavato meno di 4 dollari da questi servizi finora e che, secondo lei, uccidono la musica. Anche Lady Gaga ha espresso lo stesso parere mentre invece sembrerebbe che le etichette ci guadagnino e bene.

Certo anche con BitTorrent non guadagnerà niente ma potrà forse ricrearsi fan che probabilmente acquisteranno il suo album o andranno ai suoi spettacoli.

Fonte: http://p2p.atuttonet.it/news-p2p/billie-ray-martin-preferisce-bittorrent-a-spotify.php
Licenza CC: http://www.creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Ixquick: MetaMotore di ricerca che tutela la privacy

Pubblicato in Internet&Copyright, Politica&Società da yanfry il 4 febbraio 2010
Ixquick: MetaMotore di ricerca, privacy e cerca numeri di telefono
Autore: Cariblo

Ogni volta che si usa un normale motore di ricerca, i dati della ricerca vengono salvati in una database con informazioni su ora della visita, i link cliccati, indirizzo IP, cookie, ecc.

Per navigare proteggendo la nostra privacy possiamo utilizzare un motore di ricerca chiamato Ixquick o StartPage che cancella tutti i dati personali degli utenti e da quest’anno non vengono registrati neanche gli indirizzi IP degli utenti.

E’ un metamotore di ricerca quindi vengono utilizzati, in forma anonima, più motori di ricerca, entrando nel sito troviamo il solito campo per digitare un termine, con opzioni per cercare nel web, video, immagini ed ha anche una ottima funzione molto utile per cercare numeri di telefono, gratis!

Più in basso possiamo stabilire le impostazioni personali per configurare le ricerche, tra le diverse opzioni anche la possibilità di connessioni SSL/HTTPS per stabilire una connessione protetta tra browser e server di StartPage/Ixquick.

Questo motore di ricerca ha ricevuto riconoscimenti e premi per il loro lavoro di protezione della privacy da parte della UE e da Certified Secure affermato organismo di certificazione.

Nei risultati vengono inoltre assegnate delle stelle, una per ogni motore di ricerca che lo classifica tra i primi 10 risultati ricercati, possiamo evidenziare ed escludere risultati, visualizzare collegamenti e molto altro.

Sito: Ixquick

Fonte: http://www.bloginmano.com/2009/08/ixquick-metamotore-di-ricerca-privacy-e.html

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