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Tutti i fatti ed i numeri della #copiaprivata

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 27 giugno 2014

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di Guido Scorza

La vicenda del Decreto Franceschini sulla copia privata sta assumendo i toni ed i contorni di una farsa grottesca ed offensiva per l’intelligenza degli italiani dalla quale il Ministero dei Beni e delle attività culturali – e con esso il Governo Renzi – esce come un burattino nelle mani di quel gigante dai piedi di argilla che è oggi diventata la un tempo nobile e gloriosa Società Italiana Autori ed editori.

CONTINUA SU http://scorza.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/06/26/tutti-i-fatti-ed-i-numeri-della-copiaprivata/

Ferrara #SiaeNoGrazie e #PirateDay: i documenti della giornata

Posted in Ferrara, Informazioni Locali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 30 aprile 2014

Di seguito le slide, i video ed i podcast della giornata del 12/04/2014 a Ferrara relativa all’evento #SiaeNoGrazie e #PirateDay:

 

con la bellissima iniziativa di #MaceroNo libri a 3 euro

 

  • alle ore 10,30 (sala 1° piano) abbiamo assistito all’intervento su Software Libero, RicicloPc con linux e Tecnocontrollo (Paolo Holzl, LUG di ferrara)
    • Slide dell’intervento sul Software Libero PirateDay2014free
    • Video sulle attività del Lug Ferrara e RicicloPC

 

  • Parte alle ore 12.30 la mitica Piadinata sociale 🙂 (salsiccia e vagan)

  • ore 16,00 (sala 1° piano) Verso Borderline 2014: Diritto d’autore Licenze libere e alternative alla Siae, collegamento in streaming con Adriano Bonforti di Patamu.com, a seguire tavolo/dibattito con intervento in streming di Simone Aliprandi del Progetto Copyleft-italia.it
    • Podcast dell’intervento di Adriano Bonfonrti di Patamu.com (in arrivo)
    • Video dell’intervento di Simone Aliprandi su Siae e Diritto d’Autore

  • Tavolo diritto d’Autore e Siae


  • ore 18,00 – Concerti Siae FREE fino a sera:

Dagger Moth

Not the Pilot

 

Ferrara #SiaeNoGrazie e PirateDay 12/04/2014

Posted in Ferrara, Informazioni Locali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 7 aprile 2014

NB: L’intera giornata sarà rilanciata sul web da http://radiostrike.info/
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12 APRILE 2014 – Primo evento Nazionale ESENTE #SIAE !

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 5 marzo 2014
Di andreacaovini

Riempiamo questa mappa di eventi!Dopo una serie di incontri organizzativi si è ritenuto giusto indire per il 12 aprile prossimo (sabato) la prima giornata dimostrativa di protesta per musicisti e gestori di locali, i quali sono invitati ad organizzare nella massima legalità per quella serata eventi musicali eseguendo musica al di fuori del repertorio tutelato dalla SIAE, quindi di musica originale di autori non iscritti, di musica tradizionale e di pubblico dominio, di musica rilasciata in utilizzo con licenze Creative Commons o protetta e gestita da altre organizzazioni come Patamu, Soundreef eccetera (vi chiediamo anzi massima collaborazione per portarci a conoscenza di tutte le alte organizzazioni con gli stessi scopi).

L’esigenza di questo atto dimostrativo permessoci dalla legge 633/1941 e la cui organizzazione può essere semplificata grazie all’entrata in vigore del decreto Bray Valore Cultura (http://www.massimobray.it/valore-cultura-il-decreto-per-la-tutela-la-valorizzazione-e-il-rilancio-dei-beni-culturali/) viene da una situazione critica nella quale i musicisti non trovano più spazi disposti ad organizzare eventi per gli alti costi e gli alti rischi contingenti al momento commerciale sicuramente non florido, dove i mandatari SIAE grazie ad una secondo noi non opportuna discrezionalità nella catalogazione degli eventi esigono cifre molto alte come corrispettivo del diritto d’autore e per di più queste cifre non vengono neanche redistribuite agli aventi diritto ma ripartite secondo un metodo a campione che esclude da ogni possibilità di guadagno gli autori minori anche quando presenti nella compilazione dei programmi musicali.

SI CHIEDE PER TALE DATA UN AIUTO A TROVARE UN ALTO NUMERO DI LOCALI (Live Club, Ristoranti, Enoteche, Teatri, Sale per Conferenze, Associazioni, Circoli…) SUL TERRITORIO NAZIONALE DISPOSTI AD ORGANIZZARE L’EVENTO E LA DISPONIBILITA’ DEI MUSICISTI CON REPERTORIO LIBERO AD OFFRIRSI A CACHET MINIMI QUANDO NON GRATUITAMENTE DOVE POSSIBILE PER INVOGLIARE UNA PARTECIPAZIONE TOTALE CHE METTA IN EVIDENZA IL DISAGIO DI TUTTO IL SETTORE, COSTRINGENDO I VERTICI DELLA SIAE AD AFFRONTARE IL PROBLEMA PER TROVARE UNA SOLUZIONE CONGRUA CHE RIDIA SLANCIO ALLE ATTIVITA’ CULTURALI IN ITALIA.

LA SPERANZA E’ INOLTRE CHE IL PARLAMENTO INIZI AD ANALIZZARE I DIVERSI DISEGNI DI LEGGE ARRIVATI DA OGNI PARTE POLITICA PER RIVEDERE A FONDO LA LEGISLAZIONE SUL DIRITTO D’AUTORE, RISALENTE AL 1941, CHE VA NECESSARIAMENTE AGGIORNATA SECONDO CANONI ATTUALI CHE PREVEDANO TUTTE LE FATTISPECIE CHE L’ERA DIGITALE HA COMPORTATO.

Per contattare il comitato promotore della manifestazione potete far riferimento a L’Urlo Musica su facebook o al sottoscritto (Andrea Caovini) all’indirizzo andreacaovini@libero.it che girerà in copia agli eventuali collaboratori disseminati sul territorio nazionale, o ancora alla mail valerio@radiorock.it di Valerio Cesari!

L’evento prende il via da questo blog personale e dalle considerazioni effettuate con l’amico oltre che speaker radiofonico e blogger per Il Fatto Quotidiano Valerio Cesari, ma nasce dal confronto con altri musicisti ed operatori del settore a vario titolo, dopo quasi un anno di incessante analisi della situazione, analisi nella quale sono intervenuti e ci hanno dato appoggio tra gli altri gli avvocati Simone Aliprandi e Guido Scorza, l’ideatore di Patamu Adriano Bonforti,  il mandolinista Carlo Aonzo, Davide Martello, Francesca Marini e tanti altri che con i loro mezzi personali ci hanno permesso di creare una rete enorme e distribuita in quasi tutto il territorio nazionale!

ASPETTIAMO LE VOSTRE ADESIONI!!!

Fonte: http://andreacaovini.wordpress.com/2014/03/02/12-aprile-2014-primo-evento-nazionale-esente-siae/

Licenza CC BY-SA 4.0

Diritto d’autore online: le risposte di un musicista alle 10 domande della Siae

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 17 luglio 2011
Massimo Piscopo, pianista e tastierista compositore, spiega su Facebook perchè la Società italiana autori ed editori è superata nell’era del Web
«Perchè il diritto d’autore che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?». È questa la prima delle dieci domande poste da oltre seicento autori, editori di musica, cinema, teatro, radio-tv aderenti alla Siae, associazioni, insieme a Confindustria Cultura Italia, per chiedere maggiore tutela per il diritto d’autore sul web. Un appello è apparso oggi in una pagina a pagamento sul Corriere della Sera, completo di tutti i firmatari. La risposta non si è fatta attendere.Così, mentre oggi è arrivata la notizia che nel caso BtJunkie i pm di Cagliari stanno indagando i provider (Fastweb e Nge) perchè “non inibirono l’accesso ai pirati” (e la Fimi plaude, sic), Massimo Piscopo, pianista e tastierista compositore di musica con licenza Creative Commons, ha risposto alle dieci domande della Siae che è sbarcata ieri su Facebook – a chi contesta il provvedimento Agcom in difesa del diritto d’autore online. Ecco le risposte, rilasciate sotto licenza Creative Commons su Facebook. Le sue risposte sono talmente chiare e belle così, che – anche se leggermente lunghe rispetto ai nostri standard giornalistici – preferisco riportarle per intero.

1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

R: La presenza della rete ha cambiato completamente le dinamiche, rendendo obsoleto anche il solo concetto che c’è dietro l’esistenza dell’editoria e della filiera distributiva. Oggi chiunque può autoprodursi musica, libri, film e software, senza bisogno alcuno di avere degli editori alle spalle; la rete mette a disposizione degli strumenti potentissimi che permettono a tutti i nuovi autori non solo di fare a meno dell’industria editoriale e distributiva, ma anche di non andare contro gli utenti stessi, trovando nuovi modelli di business che non siano il chiedere soldi per delle copie, ma piuttosto per offrire le proprie conoscenze ed il proprio talento, facendo contratti di assistenza, di personalizzazioni, di creazioni di opere su misura, facendo concerti o rappresentazioni teatrali, facendo mostre e conferenze, vendendo manoscritti o altre creazioni uniche, piuttosto che semplici copie. Il successo di tanti autori, ma anche di intere aziende, che letteralmente vivono con l’open source, con le licenze cosiddette copyleft, e con i concerti, lo dimostra in modo inequivocabile.

Il diritto d’autore (diritto dell’autore a poter dire “questo l’ho fatto io e non altri”) peraltro, dalla stragrande maggioranza del “popolo della rete”, è sempre stato riconosciuto. Quello che oggi è contestato da tutti è il copyright (“diritto di copia” e non “diritto d’autore”). Copyright che, peraltro, a differenza del diritto d’autore (che è inalienabile e incedibile), quasi mai è in mano all’autore dell’opera, ma in mano alle corporazioni (SIAE e simili) e agli editori.

2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

R: Rispondiamo alla prima parte.

(Nella spiegazione schematica qui a fianco, ecco perché la copia non è un furto: a sinistra il furto: si rimuove l’originale, che non è più presente nel luogo dove si trovava. A destra la copia: l’originale viene copiato, e rimane disponibile a chi l’ha pagato. La pirateria non è un furto: il furto rimuove l’originale impedendo a chi vuole usufruirne di continuare a farlo, la pirateria invece crea una copia e lascia l’originale al suo posto.)

La copia non è un furto, perché la copia si crea sempre da un originale e sarà l’originale (lavoro unico e non replicabile) a dover essere retribuito da chi dovesse commissionarlo. Pensiamo ad un pittore: sarebbe giusto pagare un pittore per avere una fotocopia di un suo quadro? Naturalmente no: chiunque paga un pittore si aspetta che in cambio gli venga consegnata la tela; è quella ciò che ha comportato il lavoro del pittore, quello su cui ha lavorato, ed è quello che va giustamente retribuito. La fotocopia, viceversa, così come qualunque copia meccanica o elettronica, è un processo meccanico o digitale che non ha comportato sforzo da parte di nessuno (a meno che non sia dimostrato uno sforzo il premere il tasto “start” su una fotocopiatrice). Motivo per cui, una copia meccanica o digitale, che non ha richiesto nessuno sforzo da parte di chi l’ha creata, ha valore pari a zero. Come si può definire furto qualcosa che abbia valore pari a zero? Peraltro non viene sottratto nulla: chi copia, in generale, lo fa col consenso di chi ha pagato quella copia. E a chiarirci ogni dubbio al riguardo è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 44840 del 2010, definendo in maniera inequivocabile che «è da escludere la configurabilità del reato di furto nel caso di semplice copiatura non autorizzata di “files” contenuti in un supporto informatico altrui, non comportando tale attività la perdita del possesso della “res” da parte del legittimo detentore» nonché che «i dati e le informazioni non sono compresi nel concetto, pur ampio, di “cosa mobile”» ed anche che «la sottrazione di dati quando non si estenda ai supporti materiali su cui i dati sono impressi altro non è che una “presa di conoscenza” di notizie, ossia un fatto intellettivo, rientrante, se del caso, nella violazione dei segreti». Chi continuasse a sostenere che la copia sia un furto non solo sarebbe un bugiardo ma rischierebbe anche di commettere il reato di diffamazione, andando contro le dichiarazioni espresse dalla Suprema Corte, che ha chiarito in modo inoppugnabile come il furto preveda lo “spossessamento” del bene da parte del detentore, cosa che la copia non comporta assolutamente.

Rispondiamo ora alla seconda parte. Impedire non la messa in rete di opere protette, ma l’accesso alla rete dove possono esserci ANCHE opere protette (perché è questo ciò che vuole fare l’AGCOM), in modo peraltro da scavalcare l’Autorità Giudiziaria, è una forma di censura sic et simpliciter, per il semplicissimo motivo che nel momento in cui venisse impedito l’accesso ad un sito estero come (ad esempio) Megavideo, non verrebbe solo impedito (o comunque complicato) l’accesso alle eventuali opere protette ivi presenti, ma anche a tutto ciò che non è affatto protetto da copyright, quali possono essere i video creati dagli utenti, i video i cui diritti siano scaduti, o i video creati con licenze libere. Quindi un impedimento al sito (che avvenga tramite DNS o blocco IP) impedirebbe, almeno per tutti quegli utenti incapaci di scavalcare il blocco, anche l’accesso a contenuti assolutamente legittimi.

Inoltre, la relazione di Google ad AGCOM  ha dimostrato come sul suo popolare portale Youtube almeno il 60% delle violazioni accertate da parte dei detentori dei diritti vengano da questi non solo non cancellate, ma addirittura sfruttate a proprio vantaggio, monetizzando quindi parte dei ricavati pubblicitari per chi visualizza quei video in favore dei detentori dei diritti stessi e non limitando, allo stesso tempo, il concetto di “fair use” che è uno dei pilastri del DMCA statunitense.

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

R: Perché, com’è stato spiegato sopra, la rete permette nuovi modelli di business, incentrati innanzitutto sul non far pagare agli utenti finali ciò che potrebbe essere finanziato in altre forme, in primis con la pubblicità. SIAE e detentori dei diritti si lamentano che la pirateria sfrutta il loro lavoro, quindi ci guadagna: perché non creano un sistema legale di distribuzione basato esclusivamente sulla pubblicità e non sul far pagare all’utente finale, sullo stile di http://www.film-review.it/filmgratis , sito italiano legale che già sfrutta questo modello di business in favore dei detentori dei diritti ma senza far pagare agli utenti? In questo modo gli utenti non sono costretti a pagare per una copia (che ha costo zero e che quindi sarebbe ridicolo chiedere di pagare) ma i detentori dei diritti continuano a percepire le royalties. Certo, in questo modo la filiera distributiva sparisce, così come sono spariti venditori di ghiaccio, maniscalchi, venditori di olio per lampade, ciabattini, sarcitori e altri lavori che avevano un senso quando nacquero ma che oggi non ce l’hanno più.

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

R: SIAE non si è accorta che siamo nel web 2.0. La stragrande maggioranza dei contenuti presenti in rete (blog, portali di condivisione, social network, interi portali del software libero, come sourceforge) sono già gratuiti per gli utenti. Si paga la connessione alla (non “della”) rete come si paga l’accesso al telefono, all’energia elettrica o il gas o la benzina. Questo perché stiamo parlando di beni non infiniti: la banda internet non è infinita, ed è il motivo per cui si paga. La corrente elettrica non è infinita, ed è il motivo per cui si paga. Il gas e la benzina non sono infiniti, ed è il motivo per cui si pagano. Viceversa, i contenuti della rete, quelli sì sono infiniti, in quanto nel momento in cui vengono scaricati dalla rete, non vengono affatto sottratti dal “server” che li contiene, ma viene creata una nuova copia in locale. In realtà un costo ce l’hanno anche loro (dovuto all’usura dell’hard disk e alla capienza del supporto) e questo costo l’utente lo paga già nel momento in cui acquista il supporto, peraltro proprio pagando, insieme al supporto, il cosiddetto equo compenso, quindi finanziando gli autori di opere protette da copyright e non, come invece potrebbe essere, finanziando l’utente stesso che su quei supporti ci può mettere le proprie foto, la propria musica, i propri documenti, i propri programmi, i propri filmini delle vacanze. E qui veniamo alla domanda successiva.

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

R: Perché l’equo compenso è dovuto a prescindere dal motivo per cui si usano quei supporti. Posso non chiamare un idraulico se sono capace di riparare da solo il lavandino. Sono tenuto invece a pagarlo se lo chiamo e se quindi gli occupo tempo, capacità e materiali per mettere queste tre cose (che si racchiudono nella sua persona e nella sua professionalità) a mia disposizione per un certo periodo. Viceversa, l’equo compenso lo paghiamo alla SIAE (e quindi, in primo luogo agli editori, ed in secondo luogo ad alcuni -mica tutti- autori iscritti SIAE) anche se usiamo quei supporti per mettere materiale che con la SIAE e con i suoi iscritti non ha niente a che vedere. Come altrimenti chiamare questo se non “tassa”, allo stesso modo di come paghiamo, ad esempio, quell’altra tassa chiamata canone RAI e questo lo facciamo solo per il fatto di avere un apparecchio “atto o adattabile alla ricezione di programmi radiotelevisivi” indipendentemente se guardiamo o meno i canali della RAI?

La legge sul diritto d’autore non permette di scaricare opere coperte da copyright. Per quanto riguarda la copia di sicurezza, tale eccezione è già concessa dalla legge e il diritto d’autore si è già pagato al momento dell’acquisto della “copia originale” (bell’ossimoro), quindi non si capisce per quale motivo si dovrebbe pagare l’equo compenso: cioè devo dare i soldi a Vasco Rossi per mettere sui miei supporti la mia musica (visto che la sua non posso metterla). E perché Vasco Rossi deve prendere soldi dalla mia musica? Cosa ha fatto nella mia musica Vasco Rossi da poter prendere soldi? Visto che si parla tanto di “furti”, sarebbe interessante sapere le risposte a questa domanda. Non rispondete, però, che si può avere il rimborso dell’equo compenso: questo è possibile, sì, ma solo per le aziende.

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

R: Lo rappresenta solo per quegli autori incapaci di sfruttarla a proprio vantaggio. Numerosi singoli e gruppi musicali sono su Youtube con un proprio canale ufficiale da cui gli utenti possono ascoltare tutta la musica che vogliono senza dover pagare nulla di tasca loro (gli autori guadagnano grazie ai banner). Quelli hanno imparato a sfruttare la rete. Per quanto riguarda invece gli editori, incapaci di aver sfruttato la rete quando avrebbero potuto, la loro scomparsa sarebbe positiva in quanto favorirebbe gli artisti emergenti che, mancando la promozione di massa fatta dagli editori sui media tradizionali, avrebbero le stesse opportunità di guadagno alla pari coi cosiddetti “grandi autori”, lasciando e demandando all’utente finale chi premiare sia con il solo visualizzare/ascoltare le opere attraverso il loro canale ufficiale, sia con il premiare direttamente l’artista andando ai suoi concerti o alle sue rappresentazioni teatrali.

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

R: E chi l’ha detto che nessuno se lo chiede? La contrapposizione attuale è tutta sbilanciata a favore degli editori e non degli autori. Come disse uno dei più famosi cantautori italiani iscritti alla SIAE, Lucio Dalla, in un’intervista a “Report” nel 2001 http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-52fcc1de-37ce-4f9c-961c-a67408c02ee0.html alla domanda “chi comanda in SIAE” risponde: “Mah, in teoria dovendo esprimere, non dare una risposta tecnica, ma dare una risposta utopistica, dovrebbero comandare gli autori. Non è mai stato così.”

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

R: La libertà dei consumatori si traduce anche nella libertà di accesso a quelle opere non protette, che la direttiva AGCOM e quella promossa dalla SIAE e dalle associazioni di categoria tende ad oscurare. Il “rubata” lo rimando al mittente visto che si tratta di chi, attraverso la tassa dell’equo compenso, lucra sul Free Software, sul Creative Commons, sulle opere i cui diritti sono scaduti, sulle opere create dagli utenti stessi. Ma ritorniamo ancora sul concetto di copia. Perché si dovrebbe pagare per avere una copia? Perché dev’essere il consumatore a pagare per la copia, quando è possibile che chi voglia guadagnare possa già farlo oggi con altri sistemi (pubblicità) senza dover ricadere sulle tasche del consumatore? Rimando, ancora, alle risposte precedenti.

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

R: Tante industrie impiegano e occupano milioni di italiani, ciò non toglie che molti stiano in cassa integrazione, e che le industrie si stiano spostando all’estero dove la manodopera costa meno. Magari se mettete il naso fuori dagli uffici della SIAE vi accorgete che l’industria in generale, e non certo solo quella dei contenuti, è in piena crisi. Sono le conseguenze della globalizzazione, una globalizzazione che ha fatto comodo (e continua a fare comodo) all’industria stessa allo scopo di minimizzare le spese e massimizzare i profitti. Il lavoratore dell’industria cosa fa? Se ha alte specializzazioni e professionalità, come può essere un tecnico del suono di una sala discografica, non avrà problemi a lavorare quando l’artista, che non avrà più bisogno dell’industria, avrà bisogno di un tecnico del suono per fare il concerto come si deve. Se invece stiamo parlando di una persona addetta al replicatore, che si limita a premere “start” sulla fotocopiatrice, mi dispiace per lui ma il suo lavoro è diventato come il ciabattino e come il venditore di ghiaccio. Non si tratta nemmeno di globalizzazione, si tratta di puro e semplice progresso. L’era dei contenuti digitali ha bisogno di figure come il webmaster, il procacciatore di sponsor, l’amministratore di sistema (sysadmin). Il supporto fisico, e tutto quello che ne consegue, è destinato inevitabilmente alla scomparsa. Questo è cominciato nel momento stesso in cui l’industria è passata al digitale: supporto comodo ed economico, e soprattutto facile da copiare senza spese. Facile per l’industria, ma anche per l’utente. Così non era per il vinile e per la pellicola, dove l’unica pirateria esistente era quella industriale perché non tutti potevano permettersi all’epoca un incisore di vinili in casa. L’arrivo dei masterizzatori, prima CD, poi DVD e oggi anche BD, dovrebbe far capire all’industria che ormai la possibilità di copia, prima loro quasi esclusiva, oggi è in mano agli utenti. All’epoca dei primi videoregistratori, l’industria del cinema americano (la famosa MPAA) fece causa alla Sony. Dopo 6 anni e il fallimento commerciale del progetto Betamax, i tribunali decisero che gli utenti avevano pieno diritto di usare i supporti come meglio volevano. E l’industria cominciò a vendere anche le videocassette preregistrate nonostante molti registrassero da soli i film dalla TV. Oggi il business è internet, e internet è basata sulla gratuità per l’utente e sui banner per far guadagnare i webmaster e i produttori: lo dicono i successi dei siti come Facebook, Twitter, Youtube e lo stesso Google. L’industria si evolva promuovendo un sistema gratuito per l’utente ma che riesca a far guadagnare i produttori. Sarà quello l’unico modo per far abbassare di molto (non eliminare perché sarebbe impossibile) la pirateria. Gli utenti stanno aspettando un sistema simile dal 1999, cioè dall’arrivo di Napster, cioè da quando è stato dimostrato che la rete può funzionare senza doverci investire grosse spese.

10.Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?

R: Difendere è molto diverso da pretendere. Se io, che creo musica in Creative Commons, riesco a guadagnare ugualmente scrivendo musica su commissione e suonando dal vivo, non vedo perché altri, che magari percepiscono anche i soldi dall’equo compenso, non dovrebbero riuscire a fare altrettanto. Vuoi sfruttare il frutto del tuo lavoro: giustissimo e sacrosanto. Non attaccare chi ti apprezza, non chiamare “ladro” chi si prodiga per diffondere la tua opera e pubblicizzarti; al contrario, ringrazialo e invitalo ad ascoltarti dal vivo, in modo che tu possa dimostrargli le tue capacità da vicino e non attraverso un autotuner. Dimostra di saper suonare, cantare, recitare, fallo davanti ad un pubblico, e il pubblico apprezzerà e ti farà recensioni positive su internet, e altra gente ti conoscerà e verrà ad apprezzarti. Questo è l’unico modello distributivo accettabile: ogni altro modello, in primis quello basato sul far pagare l’utente finale per avere delle registrazioni e quindi delle copie dell’opera (che è unica e irripetibile e si esaurisce nel momento in cui hai finito di suonare), è, ripeto, destinato al fallimento. Lo stesso dicasi per attori e registi: dimostrate di saperci fare, andate nei teatri. Attori esperti, come il grande Eduardo de Filippo, o Massimo Troisi, ma oggi potremmo dire Massimo Ranieri, Luca de Filippo, Vincenzo Salemme (scusate se cito solo napoletani ma ovviamente il discorso è mondiale), sono innanzitutto attori di teatro (e che attori). Questo avrà anche un piacevole effetto collaterale: sarà la fine di quegli attorucoli da strapazzo, magari usciti da qualche reality, che per girare una scena la ripetono 30 volte. Se sbagli così spesso a teatro, nessuno verrebbe più a vederti. Conosco attori di compagnie amatoriali che darebbero molto filo da torcere a certi attori di cinema ben più famosi di loro. In teatro si premia il talento e la capacità, più che una bella presenza. E scusate se preferisco talento e capacità alla bella faccia di qualcuno che però artisticamente non vale niente.

(Potete condividere questo testo citando la fonte e riportando il link originale: 
Massimo Piscopo su Facebook)

Font articolo: http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=1228

Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 luglio 2011

Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE a questo indirizzo:

http://www.siae.it/edicola.asp?click_le … 200&view=1

Q: Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

A: Non posso parlare per altri ma, di sicuro, nè il Partito Pirata come associazione né io personalmente abbiamo mai sostenuto una simile idiozia. Francamente, mi risulta che ormai sia piuttosto poca la gente che sostiene questa tesi radicale anche fuori dal nostro circuito. Certo Richard Falkvinge, il fondatore del PP Svedese, a suo tempo ha sostenuto la necessità di abolire il concetto di “copyright” per cui una posizione del genere sicuramente è esistita in passato, esiste tuttora ed è sostenuta da qualcuno, forse persino da molte persone.

Vale la pena notare che queste persone solitamente sostengono che sia necessario abolire il “copyright” (cioè il “diritto di copia”) e NON il “diritto d’autore”. C’è una enorme differenza tra questi due concetti. Il copyright riguarda il diritto di creare copie da parte del distributore del prodotto ed è l’elemento di diritto fondamentale nel mondo anglosassone. Il diritto d’autore riguarda i diritti (morali e materiali) dell’autore sulla sua opera ed è l’elemento fondamentale del diritto nei paesi di tradizione latina come il nostro. Lottare contro l’uno non significa necessariamente lottare anche contro l’altro.

Inoltre, queste persone sostengono che sia necessario abolire il copyright sia dentro che fuori dalla rete per cui non li si può accusare di fare ingiustamente delle differenze.

Q: Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale?

A: Come prima, non posso parlare per altri ma sicuramente né io né il PPI ci siamo astenuti dal condannare il cosiddetto “furto di proprietà intellettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Tuttavia, abbiamo dovuto constatare che questo termine viene spesso invocato a sproposito. Ne parlerò ancora nel seguito.

Q: Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

A: Perché questa tecnica viene usata, già adesso, fin troppo spesso come strumento proprio per zittire “voci” (“siti”) scomode e perché verrà usata sempre più spesso in questo modo se non verrà stabilito un limite preciso tra violazioni del diritto d’autore e diritto alla libertà di espressione.

In particolare, si tratta di stabilire dei criteri chiari per il cosiddetto “fair use”, cioè dei limiti entro i quali sia legalmente possibile riutilizzare e ripubblicare (gratuitamente e senza autorizzazioni preventive) il materiale prodotto da altri per creare nuovi prodotti e/o per fare informazione.

Io, personalmente, credo che si dovrebbero stabilire i seguenti tre criteri.

Se il materiale proviene da un evento che è stato deliberatamente progettato per essere PUBBLICO, dovrebbe SEMPRE essere possibile riutilizzare (anche integralmente) questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

Se il materiale, per sua natura, ha una forte connotazione “iconografica” (rappresenta o documenta un passaggio cruciale della nostra evoluzione storica, economica, tecnologica o sociale) dovrebbe essere possibile riutilizzare, anche integralmente, questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

In tutti gli altri casi, dovrebbe sempre essere possibile riutilizzare una parte significativa del prodotto a scopi giornalistici o di creazione artistica (ad esempio il 15 od il 20% del totale).

Vi prego di notare che queste sono a tutti gli effetti eccezioni alla regola e rappresentano (e raprresenterebbero comunque) una frazione minima del totale per cui il “danno” subito dai “titolari” (si fa per dire…) di questi diritti sarebbe comunque irrisorio. Inoltre ci sono e ci saranno sempre giudici e tribunali a vegliare sugli eventuali abusi.

A dimostrazione di come sia scivoloso questo terreno, vi prego di notare anche che parlare di “proprietà intellettuale acquisita illegalmente” è quasi sempre sbagliato: chi mette a disposizione di altri su Internet brani musicali o film lo fa molto spesso usando come base di partenza CD musicali e DVD cinematografici regolarmente acquistati e pagati. Questa gente NON ruba niente e nessuno. Semmai si pone illegalmente in concorrenza con il distributore ufficiale.

Smettiamola di chiamare “furto” ciò che furto NON è.

Q: Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

A: Colpire chi sfrutta illegalmente il lavoro altrui è sacrosanto. Il problema si annida nei due concetti di “illegalmente” e di “lavoro altrui”.

Per definizione, è illegale qualcosa che la legge stabilisce essere tale. Noi (i cosiddetti “pirati”, non solo i membri del PPI) chiediamo proprio una NUOVA legge sul diritto d’autore che ridefinisca cosa deve essere “illegale” in questo settore e quindi non si può utilizzare questo criterio come base del nostro ragionamento. Di ciò che è illegale ora, francamente, non ce ne frega nulla in questo contesto. Piuttosto, vogliamo cercare di capire cosa dovrebbe essere considerato illegale in un paese civile nel XXI secolo.

Cosa sia “lavoro altrui” è tutto da stabilire.

Ad esempio, la registrazione audio/video che un giornalista (freelance, per ipotesi) effettua durante una conferenza stampa di un politico (che, per definzione, è progettata per essere pubblica al massimo grado possibile) può essere considerata “proprietà intellettuale” del giornalista? O non è piuttosto “proprietà intellettuale” del politico e del suo staff che, con ogni evidenza, hanno deciso di donare questo materiale al cosiddetto “pubblico dominio”?

Il giornalista viene remunerato (e DEVE essere remunerato) su ALTRE basi. Un giornale può decidere di acquistare la sua registrazione per poterla avere in anteprima. Il giornalista può essere stipendiato dal giornale. Certamente, il giornalista NON può pensare di poter avvallare su quel materiale gli stessi “diritti d’autore” che Gabriele D’Annunzio poteva vantare su “Il Piacere”.

Un altro esempio: davvero Andy Wharol dovrebbe pagare i “diritti d’autore” al grafico che ha disegnato le lattine delle zuppe Campbell’s che vengono ritratte tanto spesso nelle sue opere? O non è più logico pensare che quel grafico sia già stato remunerato per il suo lavoro dalla Campbell’s e che la Campbell’s stessa stia ottenendo l’effetto voluto quando qualcuno (soprattutto Wharol) ritrae le sue lattine e le pubblicizza?

Potrei proseguire ma credo che il concetto sia chiaro. Se vogliamo difendere il “lavoro altrui”, allora bisogna che questo lavoro sia davvero “lavoro altrui”, sia davvero di chi sostiene di avere ditìritti su di esso, sia davvero originale, sia davvero concepito per essere “lavoro da difendere” e molte altre cose. Diversamente stiamo difendendo i prvilegi di una casta di opportunisti, non i diritti dei “lavoratori” del settore culturale.

La legislazione sui brevetti (“patent”), ad esempio, prevede dei criteri molto precisi per stabilire cosa sia effettivamente “innovazione” e cosa sia una invece un “patacca”. Questo dovrebbe far riflettere.

Q: Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti?

A: Come in altri casi, né io, né il PPI, né molti altri “sovversivi” come noi abbiamo mai sostenuto una simile idiozia.

I contenuti vanno pagati (e vengono effettivamente pagati, anche quando non sembra). Tuttavia, vanno pagati il loro reale valore di mercato, che NON è certo quello che deriva dalla protezione “militare” di posizioni di privilegio da parte dell’industria. Un brano musicale, al giorno d’oggi, può costare molto meno di quello che l’industria pretende di spremere dal consumatore finale. I progressi fatti nella produzione e nella distribuzione dei materiali consentono una drastica riduzione dei prezzi senza che ci sia un corrispondente danno per l’autore, il produttore od il distributore. Di conseguenza, queste nuove possibilità DEVONO essere sfruttate a vantaggio del mercato e dei consumatori. Diversamente si difende il privilegio di chi gestisce una posizione dominante, non si difendono i diritti dei “lavoratori” del settore.

Inoltre non è affatto detto che il consumatore finale debba anche essere l’acquirente di riferimento (cioè “chi paga il conto” alla fine della serata). Già ora gran parte degli introiti legati alla cosiddetta “produzione culturale” (soprattutto musica e concerti ma anche cinema, teatro e altre cose) deriva dalla pubblicità e viene pagata dalle televisioni, dalle radio e da altri operatori del settore “comunicazione e marketing”, non dai consumatori (non direttamente, almeno). Questa è la via maestra da seguire per entrare nel XXI secolo.

Una volta che autore, produttore e distributore hanno ottenuto il loro compenso dal loro acquirente professionale (TV e Radio), francamente non possono più sostenere di poter vantare ancora altri diritti economici sull’utente finale. Tutto ciò che possono legittimamente pretendere è che il loro cliente (TV o Radio) ed il consumatore finale non si mettano a fargli concorrenza sul loro stesso segmento di mercato (TV e Radio in un caso, mercato CD e DVD nell’altro). L’uso personale (in auto, seconda casa, iPod, etc.) di materiale registrato da radio e TV dovrebbe quindi essere riconosciuto del tutto legale (ora NON è così, anche se molti non lo sanno).

I contenuti vanno pagati. Ma vanno pagati il giusto e non è nemmeno detto che debba essere per forza il consumatore finale a pagare il conto (Berlusconi docet…).

Q: E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

A: Chiediamoci piuttosto cosa sarebbe la rete senza le persone e le organizzazioni che pretendono di difendere i contenuti ed il “diritto d’autore” od il “copyright” in modo così militaresco ed aggressivo. Probabilmente sarebbe la Rete che è sempre stata finora e che noi tutti cominciamo già a rimpiangere. Sarebbe un posto libero, fertile, dove la cultura nasce e si diffonde producendo altra cultura. Cultura che gli operatori più accorti sanno trasformare in denaro senza prenderesela con chi rende possibile questo piccolo miracolo: gli utenti della rete.

Q: Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa?

A: Perché è una tassa. Anzi: è molto peggio di una tassa. Si tratta infatti di una somma di denaro (piuttosto rilevante) che l’utente DEVE pagare, senza alcuna possibilità di scelta, ma che NON dà origine a nessun diritto.

L’utente deve pagare il cosiddetto “Levi’s right” sulle chiavette USB anche se NON le utilizza per conservare su di esse (e/o scambiare) nessun materiale coperto dal diritto d’autore (come è il mio personalissimo caso, per esempio). Questa si chiama ESTORSIONE.

In cambio dei suoi soldi, l’utente NON può godere dei diritti che sembrerebbero ovvi: NON può caricare su questa chiave USB dei file coperti da diritto d’autore perché questo resta comunque un reato. Questa si chiama ESTORSIONE.

Nemmeno le tasse, quelle vere, hanno delle caratteristiche di così evidente incostituzionalità e immoralità.

Q: Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

A: Perchè in cambio di un compenso queste persone forniscono un servizio od un prodotto tangibile. Il “Levi’s Right” che l’utente paga (senza poter scegliere) NON dà diritto a nessun prodotto o servizio.

Noi chiamiamo TASSA il cosiddetto “equo compenso” perché è una tassa (ingiusta ed illegale).

Invece, NON chiamiamo tassa i compensi degli artisti e degli operatori del settore. Vogliamo solo poterli pagare per il loro REALE valore di MERCATO (NON per quello che pretendono di stabilire, in modo insindacabile, gli operatori dalla loro posizione dominante sul mercato).

Q: Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

A: Per gli autori (come sono anch’io), Internet ha sempre rappresentato e continua a rappresentare una fantastica opportunità, sia a livello pubblicitario che economico.

Semmai, è per VOI editori e distributori che rappresenta un problema.

Lo rappresenta soprattutto per due ragioni. La prima è che non volete capire che il mondo cambia e che il vostro ruolo DEVE cambiare. Deve cambiare radicalmente. NON potete più basare i vostri introiti sulla vendita di un prodotto culturale (o, più esattamente, multimediale) pacchettizzato all’utente finale. In altri termini, non potete più campare vendendo CD musicali e DVD cinematografici ai cosiddetti “consumatori”. O, quantomeno, NON potete fare più gli stessi soldi di prima in questo modo.

Questo modello di business è MORTO. Fatevene una ragione e cambiate mestiere.

Il vostro modello di business POSSIBILE, al giorno d’oggi, consiste nel vendere prodotti culturali agli operatori pubblicitari (TV e Radio), NON agli utenti finali. Gli utenti finali ormai pagano questi prodotti solo in modo molto, molto indiretto e continueranno a fare così in futuro.

Il mercato “consumer” (CD e DVD acquistati da privati cittadini) è già adesso ridotto al lumicino e sarà così anche in futuro.

Soprattutto, sarà cosi anche se il fenomeno della cosiddetta “pirateria” dovesse scomparire in un istante, per magia. Il motivo è ovvio: il mercato è già adesso supersaturo delle vostre produzioni e di quelle degli “hobbysti”. Non c’è più spazio per queste cose.

L’altra ragione è che proprio non riuscite a capire come fanno i soldi gli altri, spesso a vostre spese. Continuate ad accanirvi contro Google, YouTube, Yahoo ed altri operatori senza prendervi la cura di studiare il loro modello di business e di inventarne uno, tutto vostro, equivalente.

Perché iTunes è stato inventato e viene gestito dalla Apple di Steve Jobs? Cosa ha impedito a SIAE, od a qualunque altra associazione di autori ed editori, di avere la stessa idea e di implementarla?

Un problema tecnologico?

Vi faccio una proposta: per 30.000 € vi creo il sistema software necessario e ve lo installo. È il mio mestiere. Non c’è problema.

Ma non è un problema tecnologico. Lo sapete bene. Lo sapete perché siete la stessa gente che ha prima dato vita allo sfortunato portale editoriale “Zivago” (costato circa un milione di euro!) e poi lo ha affondato per impedirgli di rosicchiare quote di mercato alle librerie.

Ora pagate il prezzo di quella scelta scellerata dovendovi confrontare con Amazon e la sua forza contrattuale. E vorreste che fossimo noi, i consumatori finali, a pagare il conto delle VOSTRE scelte.

Non è Internet il vostro problema. Siete voi stessi.

Q: Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

A: Infatti, non esiste nessuna contrapposizione tra utenti da un lato ed autori dall’altro. Esiste invece una pesante contrapposizione tra utenti da un lato e produttori (o editori) e distributori dall’altro. In realtà, esiste una contrapposizione ancora più pesante tra autori da un lato e produttori/editori e distributori dall’altro. In questa “guerra”, autori ed utenti si trovano sempre più spesso a combattere sullo stesso lato della barricata, semplicemente perché molti utenti sono anche autori e viceversa.

Il “corpo estraneo” sono gli editori ed i distributori, ormai privi del loro ruolo di mercato tradizionale ed incapaci di adattarsi alla nuova realtà. Ma di questo abbiamo già parlato…

Comunque, gli interessi che si intende difendere con questa contrapposizione sono quelli degli utenti e quegli degli autori. Li si vuole difendere dalla pressione (sempre meno giustificabile e sempre più fastidiosa) che viene esercitata da editori sempre più inutili e spaesati e da distributori sempre più militarizzati ed aggressivi.

Q: Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

A: Perchè siete contro la libertà dei consumatori. Nel momento in cui promuovete od appoggiate delle leggi liberticide e delle pratiche censorie, fuori e dentro Internet, come spesso avviene, vi opponete nei fatti alla libertà di tutti noi di comunicare. Diventate una minaccia per i cittadini e per la democrazia.

ThePirateBay prima e, più recentemente, BTJunkie, sono solo due dei molti casi in cui la cosiddetta “industria dei contenuti” ha aggredito delle realtà importanti della Rete in nome della difesa del “diritto d’autore”. SIAE ha spesso difeso queste azioni legali, che pure erano spesso al limite dell’azione militare. Cosa dovremmo pensare? Che lo fate per il nostro bene?

Volete dimostrare il vostro rispetto per i vostri clienti? Condannate queste azioni censorie ed opponetevi a queste leggi liberticide come noi ci opponiamo da sempre al “furto di proprietà intelettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Giustificare una “porcata” non ne risolve un’altra.

Volete lottare davvero contro un nemico che merita tutte le vostre pallottole? Fatelo insieme a noi e chiedete una riforma in senso modernista e liberista della attuale legge sul diritto d’autore. Lottate insieme a noi contro il medioevo che ritorna. Aiutateci a dare a questo paese una legge all’altezza del XXI secolo e ricavate i vostri spazi all’interno del NUOVO mercato (più ricco, più fertile, meno rischioso) che il XXI secolo ci offre.

Q: Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina?

A: Perché l’industria della cultura NON siete VOI. Non è la SIAE e non sono le aziende di produzione e distribuzione. Voi siete una parte di un meccanismo molto più grande che è composto soprattutto dagli autori, dai veri lavoratori del settore (macchinisti, attrezzisti, correttori di bozze, traduttori) e dagli utenti. Gente che voi NON rappresentate. Voi siete solo degli intermediari sempre più sgraditi (soprattutto dagli autori, che ormai non perdono occasione per farvelo sapere).

L’industria della cultura è un meccanismo complesso, simile all’oceano: qualcuno (gli autori, le balene) mette in circolo qualcosa (le opere, gli “scarti alimentari”) e qualcun’altro (gli utenti, il plancton) riutilizza questo qualcosa per produrre qualcos’altro (nuove opere, nuovi autori, nuovo plancton).

Questo meccanismo ha bisogno di acqua e di correnti per funzionare e produrre nuovo plancton, nuovi pesci, piccoli e grandi, e nuove balene. Il nostro universo sociale ha bisogno di libertà e di comunicazione per funzionare e per produrre nuovi autori, nuove opere e nuovi consumatori (cioè le cose di cui VOI avete bisogno per il vostro business).

Disgraziatamente, quando cerchiamo di difendere questo ecosistema, ci troviamo spesso costretti a doverlo fare CONTRO la gente che VOI rappresentate, in particolare editori e produttori sempre più miopi e sclerotizzati e distributori sempre più aggressivi.

Voi NON rappresentate questo mondo. Forse non lo rappresentiamo nemmeno noi ma di certo voi non potete farvi scudo di questa gente per giustificare le vostre azioni.

Q: E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

A: Posso solo parlare a nostro nome ma né il PPI né io personalmente abbiamo mai sostenuto che sia necessario “togliere l’ossigeno” agli autori ed agli operatori del settore (almeno quelli che fanno onestamente un lavoro utile).

Tuttavia io, personalmente, sono convinto che sia ormai tempo (e che lo sia da almeno vent’anni) di togliere l’ossigeno a SIAE e lasciarla morire. La ragione è semplice: sono gli autori stessi ad avere tolto ogni credito (già da molti anni) a questa istituzione. Sono gli autori stessi a sostenere (da tempi immemorabili) che SIAE NON rappresenta i loro interessi ma piuttosto quelli di editori, produttori , distributori ed altri intermediari. Sono proprio gli operatori più fondamentali del settore che sostengono che SIAE rappresenti il problema, non la soluzione.

SIAE nasce (nel XIX secolo ed in pieno clima corporativista!) con lo scopo di rappresentare all’interno dello stesso organismo due figure professionali che per definizione si trovano su lati opposti di una barricata: autori ed editori. Questa follia è sopravvissuta anche troppo a lungo. Il XXI secolo, quello di Internet, ha bisogno d’altro.

A parte questo, l’industria dei contenuti (che voi effettivamente rappresentate) ha avuto molto tempo e molte opportunità per riutilizzare una parte dei propri (un tempo lauti) guadagni per aggiornare il proprio modello di business ed affrontare nel modo corretto il XXI secolo.

Non lo ha fatto. Ora non può pretendere che siano gli utenti finali (i cittadini di una intera nazione) a pagare il conto (politico ed economico) dei suoi errori e dei suoi ritardi.

Siete operatori economici. Imparate a stare sul mercato o cambiate mestiere.

Q: Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?

A: Gli autori hanno il sacrosanto diritto di difendere il proprio lavoro perchè questo ha delle pesanti conseguenze per la loro immagine personale. Spero che non ci sia bisogno di spiegare per quale motivo uno scrittore od un musicista deve poter impedire a qualcun altro di modificare e pubblicare una sua opera senza autorizzazione.

Persino in questo caso limite, però, si deve agire in una maniera che rispetti anche i diritti delle altre persone. Di conseguenza, pretendere che si possa imporre la CENSURA per difendere dei diritti d’autore è già una posizione che risulta molto, molto difficile da sostenere.

Editori, produttori e distributori non possono vantare dei diritti personali di questo genere. Non rischiano che qualcuno pubblichi a loro nome una parte del Main Kampf per screditarli. Possono vantare solo dei diritti economici. Diritti importanti, certo, ma pur sempre economici. Una pura questione di soldi. Nulla che non si possa risolvere, rimediare ed aggiustare con tutta calma nelle sedi dovute.

Non si può giustificare in nessun modo il ricorso alla CENSURA per difendere diritti di questo genere.

Purtroppo, di censura imposta con il pretesto della difesa del “diritto d’autore” se n’è già vista troppa in questo paese, spesso a dispetto degli stessi autori. È tempo che si comincino a chiamare le cose con il loro nome.

In realtà, ciò che l’industria dei contenuti chiede a gran voce da molto tempo è il diritto di imporre una CENSURA sommaria, senza che sia necessaria l’autorizzazione di un magistrato e su basi legali che attengono tipicamente al codice civile (violazioni contrattuali tra privati). Nessun paese civile accetterebbe mai una cosa del genere.

Perché dovrebbe accettarlo l’Italia?

Alessandro Bottoni
Fonte http://partito-pirata.it/content/rispos … -pubblicat
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Guida Galactica per File Sharer

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 dicembre 2010

Documento disponibile on line all’indirizzo https://docs.google.com/document/pub?id … Sbo4RU2QT8 )

Guida Galactica per File Sharer

Quando si parla di file sharing è “comune” limitarsi a mettere a confronto i “due punti di vista” contrastanti:

quello dei detentori dei diritti, che contestano i danni per mancati guadagni che il file sharing illegale di opere protette (da Copyright) crea per l’industria dei contenuti e quello degli “utenti”, che “giustificano” la loro attività illegale, accusando le industrie dei contenuti di imporre (artificiosamente) prezzi altissimi sfruttando il monopolio commerciale di cui godono.
Questa però risulta essere sempre e comunque una semplificazione che impedisce di analizzare in maniera completa e corretta il “problema” e di conseguenza di cercare una qualsiasi risposta/soluzione allo stesso.
Con questo articolo (qualcuno l’ha già definito “muro”) voglio provare a toccare, seppur in maniera “rapida”, tutti gli aspetti che credo siano determinanti se si vuole davvero far diventare questo “fenomeno/problema/opportunità” un argomento di discussione pubblica.

PS: Per agevolare la lettura riporto di seguito titolo e breve sunto delle sezioni di cui è composto l’articolo:

1 Il diritto d’autore

Il file sharing di opere protette è illegale in quanto viola le norme a tutela del Diritto D’autore, ma in una società in cui tutti i contenuti e le informazioni sono divenuti digitali o digitalizzabili ed in cui la copia ed il trasferimento di dati sono divenute pratiche “comuni” e alla portata di chiunque è evidente come le norme che dovrebbero regolare e salvaguardare questi diritti non sono più in grado né di fornire tutela né di ricompensare gli autori in maniera equa: è quindi necessario rivedere e riformare le norme sul diritto d’autore tenendo in considerazione questi enormi cambiamenti, affiancandovi nuove forme di licenza e di remunerazione dei contenuti come le licenze Copyleft e le Licenze Collettive che permettano di tener conto dei vantaggi della condivisione della conoscenza e al tempo stesso della giusta remunerazione degli autori.

2 La remunerazione dei “creatori” (artisti/autori/etc) e la distribuzione e promozione dei contenuti digitali
Una delle maggior critiche mosse al File Sharing di opere protette è che esso impedisce una giusta remunerazione degli autori e degli aventi diritto: analizzando quanto attualmente viene corrisposto, appare evidente come le società di Collecting dei diritti (SIAE) ed i contratti degli Editori/Produttori riservino percentuali ridicolmente basse ad autori e creatori nonostante (anzi in parte a causa) la situazione di Monopolio in cui operano (SIAE ed Editori), impedendo alla stragrande maggioranza degli autori di vivere della propria attività e/o imbrigliandoli in un sistema che “vive del loro lavoro”, ma non li tutela.
Diviene sempre più necessario quindi modificare le attuali normative sulla tutela del diritto d’autore (punto 1) e riformare le società di Collecting, ma anche sviluppare ed incentivare nuovi sistemi di remunerazione e di business adeguandoli alla moderna “economia dell’informazione in Rete”, favorire l’attuazione di licenze collettive estese, l’autoproduzione e l’indipendenza artistica, i micropagamenti, il crowdfunding, tutto ciò tenendo in debita considerazione le possibilità promozionali, distributive ed economiche dei sistemi di condivisione di File che sono divenuti un “fenomeno sociale” di portata mondiale.

3 La digitalizzazione dei contenuti
Lo sviluppo della Rete e dei Personal Computer hanno modificato il sistema industriale di produzione, distribuzione e promozione dei contenuti oggi facilmente riproducibili e trasferibili a costo zero da chiunque in tutto il globo, ecco che i sistemi di File Sharing fino ad ora osteggiati possono rappresentare un’opportunità enorme per gli autori, gli utenti ed il mercato stesso, anziché venir osteggiati come un problema.

4 L’accesso alla conoscenza/informazione
La digitalizzazione dei contenuti e l’enorme capacità di connessione che la Rete ha messo a disposizione offrono delle risorse immense per i cittadini e per i paesi a tutti i livelli (economico, informazionale, di relazioni Pubbliche e personali, di crescita culturale, etc.) e proprio le caratteristiche tipiche del P2P, enorme capacità di storaggio e reperimento dati, di calcolo distribuito e di banda, affidabilità e velocità elevata, costi tendenti allo zero perché distribuiti tra i peer, creazione di comunità di appassionati con fini comuni, rappresentano un “carburante” estremamente efficace per diffondere ed ampliare queste risorse.

5 Modelli di business nell’era digitale
L’economia industriale dell’informazione che ha regolato la produzione e la “distribuzione” dell’informazione negli ultimi 150 anni entra oggi in conflitto con l’economia dell’informazione in rete in cui il capitale fisico (capacità di calcolo, di archiviazione, di comunicazione) e umano per la produzione/distribuzione non è più accentrato nelle mani delle imprese, ma è redistribuito nelle mani di praticamente ogni persona connessa.
Questo ha portato alla nascita di intere comunità che hanno dato origine a nuovi modelli di business commerciali e non, da Red Hat a Wikipedia, da Slashdoth alle comunità di MMOG (massive multiplayer online games) dai blog alle migliaia di community del file sharing, le cui caratteristiche sono alla base di nuovi sistemi commerciali quali Jamendo, Magnatune, Spotify, etc.

6 Legislazioni sul File Sharing di opere protette
Le leggi ed i provvedimenti che si occupano del File Sharing sono davvero molte, ecco un elenco delle principali leggi in vigore, delle proposte di legge “a favore e contro” il File Sharing nel nostro Paese e di quelle più “significative” nel resto dell’Europa e non solo

7 Privacy
Il fondamentale diritto di privacy, tanto sottovalutato (e a volte ignorato) da molti utenti, aziende e governi, rischia di essere sacrificato per tutelare il diritto d’autore, innescando una pericolosa escalation verso il controllo completo delle attività di ogni netizen, nonostante siano già diverse le norme e le sentenze che ne rivendicano la superiorità e l’importanza, dalle leggi Costituzionali alla Carta dei Diritti Fondamentali dalle sentenze dei casi Peppermint a quelle di Promusicae vs Telefonica alla più recente Fapav vs Telecom.

8 Impossibilità tecnica di bloccare il p2p e d il file sharing
I sistemi tecnici per limitare o bloccare il file sharing che sono stati implementati da Governi e Isp, oltre ad essere pesantemente invasivi e sproporzionati, si sono rivelati inutili portando ad una battaglia “al rialzo” tra le fazioni in campo che rischia da una parte di colpire le attività legali commerciali e non correlate al file sharing da un’altra di rendere i sistemi di condivisione sempre più “anonimi ed inattaccabili” spingendo all’adozione di tecniche di contrasto che minano i diritti fondamentali di tutti i cittadini connessi.

9 Differenza tra pirateria e file sharing senza scopo di lucro – differenza tra “furto” e “copia” di un prodotto (digitale)
La differenza tra copia e furto è banale (senza togliere il fatto che la copia di opere protette da diritto d’autore senza autorizzazione è illegale) sia dal punto di vista della legge che da quello del “bene” (immateriale) copiato rispetto a quello (materiale) sottratto, ma è ugualmente importante quella tra Pirateria a scopo di guadagno (da debellare perché questa sì, davvero dannosa per autori ed editori dato che sottrae acquirenti realmente interessati al mercato ufficiale) e il File Sharing senza scopo di lucro che spesso dimostra un interesse dovuto al costo “zero” dell’opera.

10 Collaborazione, cooperazione, comunità
La forza della Rete è e rimane soprattutto legata allo scambio di informazioni, alla cooperazione e collaborazione (coordinata o meno) tra gli utenti che la “creano” e le sue caratteristiche di rete aperta ne hanno permesso lo sviluppo rapido in tutto il globo.
Le forze e le motivazioni che ne sono il motore sono molteplici, dalla necessità di visibilità a quella dell’autoproduzione, dal divertimento all’ideologia, dalla passione personale al desiderio del “Dono” insito in tutte le comunità fin dagli albori e molto più radicato di quanto si creda anche nella nostra “moderna” società.
Gli esempi sono davvero molteplici, da Wikipedia a Youtube, dai progetti di crowdfunding ai Giochi online, dai progetti come Seti@Home alle Banche del tempo, fino al “nostro” file sharing, che crea e alimenta enormi comunità di “fans” che contribuiscono con le loro conoscenze e passione a creare nuovi contenuti e competenze e divenire utenti informati ed appassionati dei loro autori/creatori, divenendo i migliori clienti e promoter perché attori del più potente “marketing virale”.

11 Potenzialità non ancora espresse del File Sharing
La condizione d’illegalità in cui versa il File Sharing di opere protette è uno dei motivi per cui non si sono ancora sviluppate molte attività di condivisione e collaborazione “legali” commerciali e non, che anche se oggi ancora a livello “embrionale” mostrano le enormi opportunità, umane e tecnologiche, che si stanno sprecando in nome della difesa cieca e incondizionata di un modello di business ormai morto.

1 il diritto d’autore

Immagine
Immagine di Ioan Sameli http://www.flickr.com/photos/biwook/145765624/

Questo è uno dei punti centrali della questione, il File sharing di opere protette (a fini di guadagno o meno) è illegale perché la condivisione di tali opere viola le norme sul diritto d’autore e ciò vale dal punto di vista normativo per la quasi totalità dei paesi del mondo.
Il copyright (letteralmente “diritto di copia“) nasce (1A) nel XVI secolo quando la monarchia inglese avvertì la necessità di operare un controllo sulle opere pubblicate e sulla libera circolazione delle opinioni (la censura era all’epoca una funzione amministrativa legittima) e concesse ad una corporazione privata di censori, la Corporazione dei Librai di Londra, i diritti su tutta la stampa in Inghilterra, sia per le vecchie opere che per le nuove:
questi in sostanza avevano non solo il diritto esclusivo di stampare, ma anche il diritto di cercare e confiscare le stampe ed i libri non autorizzati e addirittura di bruciare i libri stampati illegalmente; nessun libro poteva essere stampato fino a che non era entrato nel Registro della corporazione e nessun’opera poteva essere aggiunta al registro finché non aveva passato il censore della corona, o era stato auto – censurato dalla Corporazione.
Verso la fine del 17esimo secolo il governo allentò le sue politiche censorie e fece terminare il monopolio dei Librai che, per evitare di perdere il loro lavoro/monopolio, fecero leva sul Parlamento per riacquisirlo, puntando sul fatto che solo loro potevano sostenere i costi e avevano la struttura necessaria per produrre e distribuire le opere (presse per la stampa, reti di trasporto, alti investimenti iniziali in materiali e macchine compositrici).
Il loro argomento riuscì a convincere il Parlamento: i nuovi diritti di riproduzione sarebbero stati posti in capo all’autore, che però inevitabilmente non avrebbe avuto altra scelta che firmare per trasferire questi diritti ad un editore per la pubblicazione. Nacque così il primo copyright moderno, lo Statute of Anne (Statuto di Anna), approvato nel 1710.
Il rafforzamento successivo dei diritti d’autore su pressione delle corporazioni generò gradualmente il declino delle altre forme di sostentamento per gli autori (come il patronato, la sovvenzione, ecc.), legando e sottoponendo indissolubilmente il sostentamento dell’autore al profitto dell’editore.
Il copyright nasce quindi come esigenza di censura da parte di un governo e protezione del proprio monopolio da parte degli editori, con una tutela sempre maggiore per gli interessi ed i profitti dei questi ultimi nei confronti degli autori, “obbligati” a cedere il controllo delle proprie opere per poterle mostrare al pubblico ed averne in ritorno un “giusto” compenso.

Ora senza soffermarci su ciò che i più noti economisti del mondo hanno affermato, ovvero che il monopolio intellettuale anziché stimolare l’innovazione e la creatività introduce sugli stessi un danno ed un freno (1B), passo direttamente a evidenziare come il “sistema diritto d’autore“, nato e prosperato sulla base di una tecnologia come la stampa (che ha avuto motivo di esistere finché gli strumenti di produzione/distribuzione/promozione sono rimasti nelle mani dei pochi che avevano sufficienti capitali e per sostenerli), nell’era in cui la Rete e la digitalizzazione dei contenuti ha reso potenzialmente semplice e a costo vicino allo zero per chiunque (al punto che il ruolo dell’autore oggi si confonde sempre più con quello del consumatore) produrre/promuovere e distribuire le proprie opere, il sistema “tradizionale” risulta inadatto e obsoleto sia per tutelare i diritti, sia per compensare le opere dell’ingegno, sia per ampliare i nuovi spazi che si sono creati per gli autori/creatori per svincolarsi dal “controllo” degli editori, sia per rendere meno marcate le differenze tra diverse “culture” della tutela della conoscenza presenti nei vari paesi di tutto il mondo (la cultura Cinese ed Asiatica è improntata sull’attività dell’imitazione al fine dell’apprendimento e della trasmissione della cultura attraverso le generazioni, in Russia e in tutti i paesi dell’ex unione sovietica vi è un forte odio verso tutte le forme di controllo sull’accesso ai contenuti che sono considerate una limitazione alla libera circolazione delle idee, in Africa il fondamento della trasmissione culturale e delle idee è sempre stato orale e quindi il copyright è visto come un concetto coloniale e astratto):
un diritto d’autore più flessibile e aperto, che tenga conto dei vantaggi della condivisione della conoscenza che il mondo intero sta sperimentando, diviene ora necessario e le sue attuali carenze si rendono ancora più evidenti con la nascita di forme “alternative” al copyright come il copyleft (1C) e le varie forme di licenze collettive, che hanno già costruito modelli di business capaci di retribuire in maniera migliore creatori ed innovatori, sviluppare l’innovazione e allo stesso tempo rispondere alle reali esigenze dei fruitori (non più semplici consumatori).

Link
(1A)
Breve storia sulla nascita del Copyright http://www.partito-pirata.it/?q=node/78
Copyrgiht su wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Copyright
(1B)
“Against Intellectual Monopoly” 2008 Boldrin: Copyright e i brevetti non sono un incentivo alla creatività, ma al contrario una dannosi alla creatività e all’innovazione. http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4781
“La ricchezza della rete” 2007 Yochai Benkler : Benkler osserva che copyright, brevetti e altre forme di protezione delle proprietà intellettuale non stimolano l’innovazione; al contrario, sono un potente freno alla creatività e alla diffusione di nuove idee e procedure.
“Against Intellectual Proprety” 2001 Kinsella: Critica lucida ed impietosa a brevetti e copyright dal punto di vista di un sostenitore del liberismo economico http://mises.org/books/against.pdf
– “Patents and Copyrights – Do the benefits exceed the costs?” 2001 Julio Cole http://waitaki.otago.ac.nz/~martin/Documents/Cole-IP-costs&benefits.pdf – “A Critique of Intellectual Property Rights” 2002 DANE Joseph Weber http://dane.weber.org/concept/thesis.html
(1C) Copyleft da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Copyleft

2 La remunerazione dei “creatori” e la distribuzione e promozione dei contenuti digitali

Immagine
Immagine di Francesco Marino http://www.freedigitalphotos.net/images/Money_g61-Tree_Money_p13382.html

La remunerazione degli autori/creatori è un’altro punto centrale perché la maggior critica che viene mossa al file sharing di opere protette è che la fruizione “gratuita” dell’opera impedisce la “giusta” remunerazione dell’autore (che si ritroverebbe “defraudato del compenso spettante e disincentivato a proseguire nel suo lavoro“).
Per parlare di questo dovrei partire cercando di capire a quanto corrisponda oggi questa “giusta remunerazione” e quindi dovrei parlare del funzionamento della SIAE e dei Contratti che Editori/Produttori “impongono” ai creatori/artisti, argomento che però, se trattato in maniera accurata e completa rischia di generare un testo esageratamente lungo e illeggibile:
mi limito quindi ad evidenziare come i compensi riconosciuti agli autori/creatori per la vendita/sfruttamento dei diritti delle loro opere sono oggi in percentuali ridicolmente basse, sia nel caso dei contratti con gli editori/produttori (per le opere musicali ad esempio la media spettante all’autore varia dallo 0.075% al 6% e nella maggioranza dei casi l’editore che si accolla le spese produzione, promozione e distribuzione “acquisisce” il controllo completo dell’artista e delle sue opere per il periodo contrattuale) sia in quello dei proventi accreditati dalla SIAE (tralasciando i costi assurdi di gestione di un ente monopolistico la cui inefficienza, mancanza di trasparenza e malfunzionamento (2B) è sempre più evidente (2A)) percepiti da licenze/autorizzazioni e “dall’equo compenso” (pagato su ogni supporto atto a registrare assumendo a priori che esso sarà usato per “copiarvi illegalmente” opere protette (2C)) che vengono in parte “assorbiti” dallo stesso Ente per funzionare ed in parte redistribuiti ad “alcuni” aventi diritto con un sistema assurdo che privilegia pesantemente i maggiori autori rispetto alla stragrande maggioranza degli “altri”, tanto che non ci si stupisce se il 10% dei musicisti (rimanendo nell’esempio “musicale”) più ricchi si spartisce più dell’80% delle risorse (2D) ed il resto fatichi a pareggiare le spese sostenute (2E).
E’ perciò evidente come l’attuale sistema di “remunerazione” e di protezione dei diritti (in teoria, degli autori) sia molto più “conveniente” per editori e produttori – e per le società di collecting come la SIAE – che per gli autori stessi che si ritrovano imbrigliati in un sistema che “vive del loro lavoro” anziché tutelarlo – e non a caso sono proprio Editori/Produttori e società di Collecting a combattere strenuamente il file sharing e non certo perché lo temano (2F) ma perché necessitano di un “nemico” nella Rete che giustifichi l’imposizione di Leggi che riproducano in Rete quelle stesse “posizioni di vantaggio” che per oltre 150 anni hanno permesso loro di operare come Monopolisti nella produzione/distribuzione delle opere dell’ingegno;
diviene quindi sempre più urgente modificare le attuali normative sulla tutela del diritto d’autore (vedi 1 il diritto d’autore e sviluppare ed incentivare nuovi sistemi di remunerazione, modernizzando il sistema di concessione di licenze usando ad esempio le licenze collettive estese, favorendo l’autoproduzione e l’indipendenza artistica (2G), i micropagamenti, il supporto attraverso la pubblicità per il download e/o lo streaming (come fanno in parte Spotify, Deezer, Hulu), le iniziative di crowdfunding (2H) (processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per supportare gli sforzi di persone ed organizzazioni), i nuovi modelli di business che cercano “faticosamente” di affacciarsi sul mercato dei “contenuti” (Jamendo, Spotify, etc).
Questa necessità NON si scontra con la realtà del file sharing di opere protette perché sono davvero tante ed autorevoli le dimostrazioni pratiche di come il File Sharing sia un beneficio per gli artisti oltre che per il pubblico (2I) permettendo la distribuzione e promozione delle opere a costo zero per una platea di utenti potenzialmente mondiale (2L), l’acquisizione di gruppi di fans dediti ed informati che diventano promotori “virali” dei propri artisti/creatori (il messaggio / prodotto si diffonde autonomamente, di persona in persona oltre che attraverso la condivisione continuata anche attraverso le recensioni ed il “passaparola” che si scambiano tra di loro gli utenti nei forum/blog/siti di file sharing e non), creando nuove opportunità di guadagno correlate al lavoro degli artisti, commissioni, sponsorizzazioni, merchandising, vendita di pezzi unici e personalizzati, etc., etc.

Link
(2A) SIAE: i numeri e le parole del monopolio. http://www.guidoscorza.it/?p=2005
(2B) Il diritto d’autore andrebbe tutelato dalla SIAE http://editriceffequ.wordpress.com/2010/04/17/il-diritto-d%E2%80%99autore-andrebbe-tutelato-dalla-siae/
(2C) Equo compenso? http://punto-informatico.it/2787994/PI/Commenti/equo-compenso.aspx
(2D) Linuxday – reddito degli artisti http://leonardo.lilik.it/wordpress/2009/10/29/linuxday-reddito-degli-artisti/
(2E) Marketing musicale online Vs modello discografico classico: due sistemi a confronto http://www.musicmarketingonline.it/?p=68
(2F) L’incubo del Signor Musica: ecco cos’è che lo spaventa DAVVERO! https://yanfry.wordpress.com/2010/01/01/lincubo-del-signor-musica-ecco-cose-che-lo-spaventa-davvero/
(2G)
Esempi reali di musicisti indipendenti di successo http://www.musicmarketingonline.it/?p=147
Risorse internet per l’autoproduzione e l’autodistribuzione http://it.audiofanzine.com/autoproduzione-business/tutorial/a.play,30.html
(2H) Filosofia del p2p nella società e nell’economia moderna http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=6124
(2I) Studies on filesharing http://www.laquadrature.net/wiki/Studies_on_filesharing
(2L) Il problema degli autori non è la pirateria, ma l’oscurità http://www.jumper.it/il-problema-degli-autori-non-e-la-pirateria-ma-loscurita/

3 Digitalizzazione dei contenuti

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Nel XX secolo, lo sviluppo delle tecnologie di riproduzione ed in particolare del computer e delle Rete internet, ha sottratto uno dei cardini alla base del copyright “in senso classico” ovvero il costo e la difficoltà di riprodurre, distribuire e promuovere sul territorio (ora Mondiale) le opere, aspetti fino ad allora gestiti dalle corporazione degli editori/produttori dietro un altissimo compenso percentuale e/o la cessione dei diritti da parte degli autori:
testi, video, musica sono oggi già digitalizzate o facilmente digitalizzabili e riproducibili così come è divenuto semplice ed economicamente sostenibile per chiunque distribuire e promuovere autonomamente le opere, cosa che riduce enormemente gli spazi per gli editori/produttori (che necessariamente devono cambiare radicalmente l’attività fin qui svolta se vogliono sopravvivere) e ne apre invece nuovi per gli autori.
In quest’ottica la chiusura di Napster, avvenuta nel 2002 (3A) e generata dalle denunce dagli editori che vedevano nel sistema un concorrente ai propri profitti, è stato un inutile errore (per la società, autori compresi) perché anziché rendere legale il fenomeno per sfruttarne “commercialmente” le opportunità ed i vantaggi offerti, ha generato un’incontrollabile proliferazione di sistemi di condivisione (e di condivisori) “liberi” di usufruire gratuitamente delle opere condivise, allontanandoli anziché avvicinarli agli artisti/creatori, proprio nel momento in cui le digitalizzazione dei contenuti e la crescita mondiale della Rete offriva al mercato una platea “mondiale” di clienti.

Link
(3A) http://it.wikipedia.org/wiki/Napster

4 L’accesso alla conoscenza/informazione

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L’accesso universale alla conoscenza“, che potenzialmente la Rete permette, è uno di quegli argomenti che sempre più spesso viene dibattuto quando si parla delle opportunità che Internet offre (così come l’enorme sviluppo e innovazione che la società “digitale connessa” favorirebbe, in quanto amplifica il processo di crescita di conoscenza e saperi che si basano sulle conoscenze ed i saperi precedentemente accumulati):

Queste due caratteristiche, “digitalizzazione e connessione”, rappresentano indubbiamente una risorsa immensa per i paesi e per i cittadini, a livello economico come di divulgazione delle informazioni, a livello di relazioni personali come pubbliche, a livello di crescita culturale, di istruzione e formazione come di amministrazione pubblica, servizi sanitari e finanziari, etc., tanto che l’accesso alla Rete (ed ai suoi contenuti) viene oggi da più parti considerato un Diritto Fondamentale dell’uomo (4A) come lo è l’istruzione nella nostra carta costituzionale (se nei trattati dei diritti umani manca l’enunciazione espressa del diritto di accesso ad Internet ciò è dovuto sopratutto alla circostanza che sono in gran parte antecedenti alla diffusione delle ICT a livello globale, tant’è che a livello nazionale importanti pronunce giurisprudenziali hanno confermato che Internet va tutelato in primis a garanzia della fondamentale libertà di espressione, come la sentenza del 1997 della Corte Suprema statunitense (4B) che ha giudicato incostituzionale il titolo V del Telecommunications Act del 1996 – il quale prevedeva sanzioni per gli utenti che immettevano in rete contenuti considerati moralmente sconvenienti – sostenendo nella sentenza che il libero utilizzo del web è tutelato dal Primo Emendamento, relativo alla libertà di culto, parola e stampa, e che l’interesse a stimolare la libertà di espressione in una società democratica è superiore a qualunque preteso, non dimostrato, beneficio della censura e la più recente decisione n. 580/2009 del Consiglio costituzionale francese (4C) sulla legittimità della Legge n. 2009-669 del 12 giugno 2009, detta Legge HADOPI, in cui il Consiglio ha ritenuto l’accesso ad Internet alla stregua del principio di libertà di espressione, sancito all’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 (4D) e all’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (4E) dichiarando che la sanzione di disconnessione alla rete per atti di pirateria informatica non può essere comminata con un’ordinanza amministrativa, ma è necessaria una decisione giudiziaria, come avviene per la limitazione delle altre libertà personali.

In questo contesto diventa importante evidenziare come le tecnologie P2P permettano di diffondere contenuti in modo particolarmente efficiente, ampio, sicuro e veloce, dando vita a ben più di un “semplice” metodo di condivisione di dati:
i sistemi p2p moderni permettono di creare “supercomputer virtuali” con una capacità di storaggio e reperimento dati inimmaginabile a costo “zero” (la quantità di dati presenti nelle reti ed2k, torrent e gnutella ne sono un esempio), con capacità di calcolo paragonabili ai più potenti supercomputer fisici esistenti [SETI@home (4F) ne è un esempio con i suoi 5,2 milioni di utenti medi, ma esistono molte altre piattaforme di calcolo distribuito strutturate in modo simile], di mettere in contatto tutti gli utenti connessi alla rete a costi estremamente ridotti (Skype per fare un esempio), di distribuire attraverso le tecnologie di streaming spettacoli/avvenimenti/musica, dal vivo o registrati, in tutto il globo senza la necessità di enormi “strutture server” o elevate capacità di banda (nessun servizio commerciale di distribuzione “dati” al mondo può competere con la capacità di calcolo, storaggio e reperimento dati creata collettivamente dagli h.d. e dalle connessioni degli utenti, senza contare la qualità ed il livello di eccellenza raggiunto da diversi software p2p progettati nelle comunità del software libero ed open source).
Inoltre le comunità che si vengono a creare attorno e grazie ai sistemi P2P rappresentano un elemento di estremo valore (la “conoscenza” non è solo “quantità di informazioni” ma soprattutto comprensione e capacita di connessione e selezione delle informazioni acquisite) perché mettono in contatto persone con interessi comuni capaci di condividere tempo, esperienze, sapere e creatività in quei campi specifici, tanto da accrescere notevolmente le competenze comuni e dar vita a nuova informazione.

Link
(4A) Internet come diritto fondamentale
http://www.treccani.it/Portale/sito/diritto/approfondimenti/2_Pisa_internet.html
http://www.zeropaid.com/news/89310/should-internet-access-be-a-civil-right/
http://mediablog.corriere.it/2010/03/internet_e_un_diritto_fondamen.html
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201003articoli/53044girata.asp
(4B) Reno v. American Civil Liberties Union, 521 U.S. 844 (1997) http://en.wikipedia.org/wiki/Reno_v._ACLU
(4C) Conseil Constitutionnel, 2009, Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/les-decisions/2009/decisions-par-date/2009/2009-580-dc/decision-n-2009-580-dc-du-10-juin-2009.42666.html
(4D) Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo 1948 http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo
(4E) Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_dell%27uomo_e_del_cittadino
(4F) SETI@home su Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/SETI@home

5 modelli di business nell’era digitale

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Immagine di Salvatore Vuono http://www.freedigitalphotos.net/images/Other_Business_g200-Business_Mouse_p19401.h tml

Lo sviluppo dell’era digitale e della Rete hanno portato a cambiamenti fondamentali sul modo di produrre, scambiare e fruire dell’informazione, della cultura e della conoscenza:
non è più la sola economia industriale dell’informazione a “regolare” l’organizzazione e la produzione dell’informazione attraverso i tradizionali canali industriali (produzione di massa e distribuzione attraverso canali centralizzati che le sole grandi corporazioni erano grado di sostenerne economicamente), ma vi si affianca prepotentemente quella che Yochai Benkler (5A) chiama l’economia dell’informazione in rete in cui il capitale fisico (capacità di calcolo, di archiviazione, di comunicazione) e umano necessario per la produzione/distribuzione dei contenuti non è più accentrato nelle mani delle imprese ma è redistribuito nelle mani di praticamente ogni persona connessa.

Chiunque possiede “informazioni” può connettersi con chiunque altro voglia venirne in possesso e chiunque può inserirle in un certo contesto per riempirle di significato: gli elevati costi di capitale che erano un prerequisito per poter raccogliere, elaborare e comunicare informazione, cultura e conoscenza sono ora capillarmente ripartiti all’interno della società: quella barriera all’ingresso nel mercato sta venendo meno, e non protegge più le grandi organizzazioni che una volta dominavano l’ambiente dell’informazione, al contrario i modelli di produzione emergenti, radicalmente decentrati e basati su schemi di cooperazione e condivisione (ma anche di semplice coesistenza coordinata) hanno un ruolo sempre più importante nelle forme di produzione di significato – informazione, cultura e conoscenza – dell’economia dell’informazione in rete.

In questa situazione, in continuo e vertiginoso sviluppo, nascono e stanno nascendo intere comunità che non agiscono per motivazioni esclusivamente “pecuniarie” e che sono legate da condotte cooperative, coordinate per mezzo di meccanismi non commerciali distribuiti grazie a piattaforme in grado di strutturare gli sforzi cooperativi in modo da consentire alla gente di contribuire quando gli venga più comodo a qualcosa che consideri significativo, capaci di dar vita a nuovi modelli di business (si pensi al software open source e ad aziende come Red Hat, oggi l’unica public company con crescita di fatturato a due cifre, Canonical la società che produce Ubuntu, che ha una fiorente attività legata all’assistenza ed ai servizi correlati al software – installazione, configurazione, addestramento del personale, customizzazione del prodotto – o la stessa IBM che è stata tra le aziende che più si è sforzata di adattare il proprio business all’affermazione del free software e nonostante sia tra le maggiori produttrici di brevetti degli stati uniti è passata ad un fatturato sui servizi Linux doppio rispetto alle entrate derivanti dai brevetti) o a nuove attività che coinvolgono per passione ed interesse milioni di persone in tutto il mondo, da Wikipedia a SETI@Home, da Slashdoth a Facebook e agli MMOG (massive multiplayer online games), dai milioni di blog che stanno trasformando il mondo dei media, alle migliaia di comunità che si sono create nel mondo del File Sharing (che costituiscono l’ossatura del sistema di storaggio e reperimento dati più ampio, efficace e robusto del globo).

Proprio le caratteristiche tipiche del File Sharing – oltre ai vantaggi e potenzialità della distribuzione attraverso canali p2p si và dalle liste di amici agli upload degli utenti, dal filtraggio contenuti per utente/genere al marketing virale, all’enorme quantità di dati utilizzabili per “indirizzare/promuovere”il business – sono alla base di alcuni dei nuovi sistemi commerciali, da quelli che sfruttano le potenzialità delle licenze Creative Commons come Jamendo (musica), Magnatune (musica), Beatpick (musica), Dogmazic (musica), Lulu (opere letterarie), a quelli che restano legati ai “prodotti” tutelati da licenze proprietarie come Hulu (joint venture tra NBC, Fox e ABC che offre – solo negli usa – streaming gratuito in cambio di pubblicità di film e telefilm e di recente anche video musicali o a pagamento con abbonamenti convenienti senza pubblicità) Voddler (altro servizio di streming video simile a Hulu che opera in Svezia) Spotify (servizio e software di musica digitale in streaming disponibile in diversi paesi europei con possibilità di versione free/pubblicità e a pagamento con abbonamento a prezzi “forfettari”), ma anche gli stessi Amazon e Google che hanno dato agli utenti la capacità di stabilire l’attendibilità e la rilevanza delle informazioni che contengono (lista dei prodotti e recensioni di altri clienti per Amazon, pagerank che di fatto delega ai link presenti nelle pagine degli utenti il compito di “valorizzare” un sito rispetto ad un altro per google).

Link
(5A) Yochai Benkler “la ricchezza della Rete” http://www.mediasenzamediatori.org/weblog/?p=37

6 Legislazioni sul File Sharing

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Immagine di http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Copyright_%28Simple_English%29_Wikibook_h eader.png

La legislazione italiana sul File Sharing di opere protette:
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– Legge sul Diritto d’Autore L. 633/1941 (da adesso LDA) http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm
– Legge 128 del 21/05/2004 (detto Decreto Urbani) riformata dalla legge n.43 del 2005 http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04128l.htm

Prima di partire occorre fare alcune precisazioni:
– Per la duplicazione (ed upload) di software sussiste il reato previsto dall’art. 171 bis della LDA http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm#171-bis soltanto quando l’abusiva duplicazione avvenga a scopo di profitto (si è comunque passibili della sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave);
– Per la duplicazione (ed upload) di “fonogrammi o videogrammi”, vale a dire musica, film, serie e programmi tv, opere multimediali etc, sussiste il reato di cui all’art. 171 ter LDA (http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm#171-bis) soltanto quando l’abusiva duplicazione sia effettuata a fini di lucro e per uso non personale (si è comunque passibili della sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave).
Chi pertanto si limita a scaricare, per uso personale, opere protette dal diritto d’autore dalla Rete, ovvero fa una copia di un cd “passato” da altri, non commette reato (ma è passibile della sanzione amministrativa dall’art. 174 ter).

Per quanto riguarda il File Sharing è però difficile ipotizzare il “mero download”, dal momento che quasi tutti i client P2P pongono automaticamente in condivisione ciò che si scarica, con conseguente rischio che si venga accusati del delitto previsto dall’art. 171 LDA: infatti a partire dal c.d. “Decreto Urbani”, la messa a disposizione del pubblico, con immissione in un sistema di reti telematiche (con sistemi p2p e/o upload su server/sito web) a qualsiasi scopo o forma, di un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa, è un delitto, punito peraltro con la sola multa, da € 54 a € 2065, ai sensi dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis della LDA.
E’ comunque possibile pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima dell’emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.
La norma si applica però soltanto all’immissione in Rete, e quindi non può essere estesa alla distribuzione “a mano” che, se effettuata senza scopo di lucro, continua a non essere reato (integra al massimo la sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter).
Se la condotta viene posta in essere a scopo di lucro o di profitto e se si tratta di software, si rischia di incorrere nei delitti previsti dagli artt. 171 bis e ter LDA, con sanzioni che vanno dai 6 mesi ai 4 anni, oltre ad una multa. Queste sanzioni si applicano anche se l’opera è fuori commercio, fintanto che la stessa è protetta dal diritto d’autore.

In questa sede può essere utile ricordare due cose:
– l’inserimento di parte di una musica/testo/immagine su Internet o su CD/DVD (per espressa previsione dell’articolo 70 L.D.A) per motivi di istruzione/didattici e/o di ricerca scientifica è possibile e lecito se risulta funzionale al testo della ricerca per illustrarne meglio alcuni passaggi o per essere oggetto di critica o discussione. Laddove l’uso abbia finalità meramente decorativa, questo non può in nessun caso considerarsi consentito anche qualora non abbia alcuna finalità commerciale, nè avvenga a scopo di lucro.
– si tende a dimenticare la diversità tra informazione e pubblicazione, chi “pubblica” file sulle reti peer-to-peer, si assume la responsabilità di detta azione, così come chi scarica commettendo un’infrazione se ne assume le responsabilità, chi “informa” dell’esistenza di file protetti dal diritto d’autore sulla Rete, attualmente in Italia NON commette alcun reato sanzionato dalla legge italiana.
(per approfondimenti su tutte queste questioni vedi l’articolo pubblicato da Stop.zona-m.net http://stop.zona-m.net/it/2010/03/guida-per-scuole-e-famiglie-al-diritto-dautore/)

Oltre alle leggi vigenti sono state proposte nel nostro paese diverse normative che anche se a volte non espressamente “dedicate” al File Sharing di opere protette vanno ad impattare sullo stesso, in maniera positiva o negativa:

Leggi e proposte di legge italiane “sfavorevoli” al File Sharing di opere protette

Proposta di legge C.2195 http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/33239.htm presentata da Gabriella Carlucci – PDL – dal titolo “Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”(presentato come un disegno di legge contro la pedofilia in Rete?! e scritto da Davide Rossi presidente di Univideo, una delle più grandi e influenti lobby dell’editoria?!) prevede il divieto di immettere in rete contenuti di qualsiasi genere in forma anonima, la responsabilità degli intermediari per gli immissioni di contenuti di qualsiasi genere in forma anonima, l’estensione senza eccezioni alle ipotesi di diffamazione commesse attraverso la rete internet di tutte le norme che riguardano la legge sulla stampa e l’istituzione di un Comitato per la tutela della legalità della rete Internet.

Proposta di legge C.2188 http://www.camera.it/126?pdl=2188 presentata dall’onorevole Barbareschi – FLI – dal titolo “Disposizioni concernenti la diffusione telematica delle opere dell’ingegno e delega al Governo per la disciplina dell’istituzione di piattaforme telematiche nazionali” che mira ad arginare la pirateria digitale promuovendo la costituzione di “piattaforme telematiche nazionali” per l’immissione e la fruizione legittima e gratuita di opere dell’ingegno (una sorta di Service Provider sovvenzionati da soggetti pubblici attraverso i quali regolamentare la fruizione “legittima e gratuita” – per gli utenti finali – di opere dell’ingegno, questi ISP diventerebbero “controllori” di tutto ciò che passa sulla loro Rete in quanto responsabili di quanto vi transita), assegnando ai Provider l’obbligo di rendicontare degli utilizzi da parte degli utenti per un’adeguata attribuzione e remunerazione dei titolari del diritto d’autore (si vorrebbe creare un sistema di controllo di quanto circola in Rete con l’obiettivo di sostenere economicamente l’industria basata sullo sfruttamento delle opere protette “probabilmente” dando ulteriori e maggiori poteri alla SIAE)

– Istituzione dalla data di gennaio 2009, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Comitato tecnico per la lotta alla Pirateria audiovisiva e multimediale http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/antipirateria/ coordinato dal Prof. Mauro Masi, oggi Direttore Generale della RAI, per studiare le effettive dimensioni del fenomeno della pirateria nel nostro Paese, analizzare il fenomeno nella sua interezza coinvolgendo tutte “le parti in causa” ed elaborare soluzioni ampie e condivise entro un termine non superiore a 60/90 giorni: a 18 mesi dalla sua costituzione, dopo NON aver rilasciato alcuno studio, aver abbandonato a se stesso il Forum creato per interagire con gli utenti della Rete http://antipirateria.governo.it/, a luglio del 2010 il comitato si riunisce ed annuncia la creazione di “una task force interna al Comitato stesso per l’elaborazione di una proposta di un codice di autoregolamentazione tra i soggetti operanti in ambito digitale” per contrastare la pirateria e di voler analizzare gli sviluppi del negoziato ACTA (accordo commerciale internazionale “segreto” che doveva trattare l’anticontraffazione e che invece si è rivelato voler creare una nuova regolamentazione internazionale di Internet e della proprietà intellettuale, di cui parlerò più avanti).

Leggi e proposte di legge italiane “favorevoli” al File Sharing di opere protette

Legge 128 del 21/05/2004 (il cosiddetto Decreto Urbani) riformata dalla legge n.43 del 2005 di cui ho parlato nella parte precedente e di cui potete trovare una breve “cronostoria” in questa pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_italiana_sul_peer-to-peer di Wikipedia;

– Proposta di legge C. 185 http://nuovo.camera.it/126?PDL=185&leg=16&tab=2&stralcio=&navette= presentata da Marco Beltrandi – Radicali – (ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) del 2008 dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941 n. 633, per l’apertura del mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore e dei diritti connessi” che propone l’eliminazione dell’esclusiva alla sola SIAE (e conseguente riforma dello stesso ente), nell’attività d’intermediazione dei diritti d’autore, con conseguente apertura del mercato dell’intermediazione e della tutela dei diritti d’autore e dei diritti connessi ad una pluralità di operatori che, come dimostrato da studi e confronti con altri paesi (qui http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9458 uno studio di luglio 2010 dell’Istituto Bruno Leoni che evidenzia l’inefficienza della Siae ed i vantaggi dell’abolizione del regime di Monopolio), porterebbe ad un miglioramento dell’efficienza e della trasparenza delle attività di intermediazione oltre ad una spinta alla crescita dell’innovazione e della creatività;

– Proposta di legge C. 187 http://nuovo.camera.it/126?PDL=187&leg=16&tab=1&stralcio=&navette= presentata da Marco Beltrandi – Radicali – ed altri (anche questa ancora ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) dell’aprile 2008 dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di comunicazione di opere al pubblico da parte di persone fisiche che scambiano archivi attraverso reti digitali per fini personali e senza scopo di lucro, nonché di riproduzione privata dei fonogrammi e videogrammi dalle medesime messi a disposizione del pubblico“ che propone l’introduzione di licenze collettive riferite ad utenti che intendano condividere i propri archivi digitali su reti telematiche per fini personali e senza scopo di lucro, prendendo esempio dalle licenze collettive nordeuropee, giungendo ad accordi specifici tra la SIAE e le associazioni dei consumatori per rendere legale e “proficua” economicamente e commercialmente l’attività di File Sharing senza scopo di lucro di fatto depenalizzandola.

Proposta di legge n. 2525 (http://nuovo.camera.it/126?pdl=2525)del giungo 2009 presentata da Cassinelli – PDL – (e purtroppo anch’essa ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di libere utilizzazioni di contenuti protetti da diritto d’autore” volta a modificare il sistema delle eccezioni e limitazioni al diritto d’autore, che contempla la rimozione dei DRM per la liceità della copia privata, la digitalizzazione e condivisione dei materiali contenuti nelle biblioteche, la liberalizzazione dell’utilizzo delle opere tutelate dal diritto d’autore per finalità di didattica, ricerca scientifica, critica e discussione, e la valorizzazione dei contenuti creati dagli utenti in rete per contemperare gli interessi degli autori e degli editori con quelli del pubblico sulla più larga diffusione della conoscenza.

Proposta di legge S-1461 http://www.senato.it/leg/15/BGT/Schede/Ddliter/28029.htm del senatore Bulgareli – Sinistra Ecologia Libertà – del 2007 dal titolo “Norme in materia di diritto d’ autore nell’ utilizzo di tecnologie internet” incentrato sulla valorizzazione del Fair use che prevede l’abrogazione del reato di “file sharing” senza dolo o profitto per i programmi, rafforzamento del diritto di copia privata anche in forma digitale e liberalizzazione per uso didattico delle immagini pubblicate in Rete.

– Non una legge o una proposta di legge, ma un’indagine conoscitiva http://www.agcom.it/Default.aspx?message=visualizzadocument&DocID=3790 prodotta a febbraio 2010 dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) intitolata “l diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica” che si prefigge lo scopo di capire come garantire, da una parte, un’efficace applicazione del diritto d’autore – diritto alla libertà di espressione e all’equa remunerazione – e dall’altra un’adeguata tutela dei diritti dei cittadini – accesso alla cultura e ad Internet, privacy, libertà di espressione – senza fissare un quadro definitivo di regolamentazione, ma lasciando aperti i possibili scenari futuri, e dando a cittadini ed imprese la possibilità di avanzare proposte e di aprire un reale dibattito su queste questioni:
nel documento l’AGCOM auspica un ammodernamento del diritto d’autore per garantire il bilanciamento di cui sopra e per conformarsi alle direttive del Pacchetto Telecom (di cui parlerò più avanti) anche in relazione ad “eventuali” misure preventive di accertamento di illeciti sulle rete (che le norme comunitarie escludono se non a determinate condizioni) e che sono contrarie alla Privacy ed al diritto di accesso alla rete dei cittadini oltre a violare il principio di neutralità della Rete;
l’Agenzia ribadisce la necessità di incoraggiare un dialogo tra i vari attori del mercato per promuovere la cultura dell’accesso legale ai contenuti digitali ed individua modelli in grado di garantire un’equa remunerazione per tutti gli attori della filiera, ed un accesso ai contenuti il più ampio possibile per gli utenti evidenziando come le attuali misure (divieti e sanzioni) per contrastare e/o prevenire azioni illegali si sono rivelate inutili e inadatte alla risoluzione del problema; l’AGCOM si fa promotrice di una riforma dell’impianto normativo attuale proponendo anche l’utilizzo della licenze collettive estese, sostenute e promosse da molte ONG (tra cui l’EFF e Scambioetico, relativamente alle quali esiste alla camera la proposta di legge C. 187 dell’onorevole Beltrandi sopracitata) recependo in pieno l’analisi del centro Nexa del Politecnico di Torino http://nexa.polito.it/licenzecollettive pubblicata nell’ottobre del 2009.
Infine nel capitolo sull’analisi economica viene evidenziato come il file sharing non sia solo di opere protette, sebbene questa sia una parte preponderante, e come anche in questa fase nonostante l’“illegalità” ed il forte contrasto normativo, vi siano ugualmente ricadute positive sia sulla concorrenza che sull’innovazione, citando studi indipendenti che mostrano come pro e contro del file sharing di opere protette senza scopo di lucro tendono ad equivalersi non potendo essere quindi la causa dei problemi e dei danni “lamentati” dall’industria dell’intrattenimento (vengono tra l’altro citati autorevoli studi che mostrano come le persone che praticano il file sharing spendono di più, in opere di intrattenimento e culturali, rispetto a coloro che non lo praticano, rendendo evidente come il sistema possa davvero essere un valido mezzo per trovare e fidelizzare i clienti).

– Nell’ottobre del 2009 viene pubblicato sul Forum del Comitato tecnico per la lotta alla Pirateria audiovisiva e multimediale http://antipirateria.governo.it/yaf_postst506 _Contributo-di-Luigi-Bobbio-Capo-di-Gabinetto-del-Ministro-della-Gioventand249.aspx un documento redatto dall’On. Luigi Bobbio – PDL – Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù, in cui vengono fatte considerazioni e puntualizzazioni davvero lucide e “illuminate” su ciò che offre e di cui ha bisogno la Rete e sulle problematiche e opportunità del file sharing (ne riporto alcuni stralci di seguito):

“INTERNET è la più grande frattura generazionale di tutti i tempi: creatività, conoscenza, innovazione sono sulla rete, un contributo straordinario che la gioventù italiana sta portando al rinnovamento del nostro paese, per troppi anni ingessato nella sua capacità di fruire dei tanti contenuti culturali di cui dispone. Internet è dei giovani e i giovani italiani devono poterne beneficiare pienamente, a costo di rimettere in discussione vecchi equilibri e rendite di posizione.
La “Pirateria Digitale Multimediale” è una semplificazione giornalistica riduttiva dei veri termini del problema: la rete succede a tutti i media del ventesimo secolo, TV compresa.
Fenomeni d’illegalità sulla rete sono marginali rispetto alla portata storica del processo e vanno comunque affrontati con gli strumenti giuridici esistenti per tutti gli ambiti della vita civile, aggiornando il diritto d’autore, non certo avventurandosi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali

La frattura generazionale nelle capacità e abitudini di consumo dei nuovi contenuti digitali e dell’uso di internet, particolarmente accentuata in Italia, ha reso fino ad oggi poco attraente qualsiasi investimento in nuovi modelli di offerta e distribuzione “online” che sono invece diffusi con ampia concorrenza e con grande riduzione nei costi distributivi in altri paesi dove la pirateria diminuisce.
L’industria nazionale dei contenuti deve uscire dalla logica dello status quo, investire sui talenti di internet e smettere di pensare agli aiuti statali quando i modelli di business vecchi non funzionano più.

Occorre, invece, puntare su una strategia dal lato dell’offerta, in positivo e fondata sulla concorrenza, aprendo il mercato piuttosto che restringerlo.
La parola chiave potrebbe quindi essere: “contenuti”.
In una visione di sistema non dovremmo però dimenticare, come Nazione, che la nostra condizione attuale di semplici “consumatori” di internet non può più durare. È durata anche troppo.
Lo stato deve porsi obiettivi infrastrutturali veramente strategici, costruiamo subito la “gigabit-internet” nazionale, una rete mille volte più capace delle realtà ADSL esistenti in Italia, rendiamola servizio-universale, gratuito almeno per i giovani.

Lasciando la pirateria come problema dominante, dimentichiamo il problema più ampio che lo contiene e che riguarda la maturità del mercato che dovrebbe essere portata ad un livello tale da rendere la pirateria un fenomeno marginale in uno scenario di offerte oramai internazionali. La barriera linguistica sulla rete è superata.

Oggi i binari paralleli al copyright, ampiamente diffusi con internet, sembrano andare nella stessa direzione riproponendo in chiave moderna l’antico obiettivo del diritto d’autore: è il caso ad esempio dei modelli legali del “free software”, del “copyleft”, del “share-alike”, del “creative commons” il cui successo mondiale sta costringendo a una profonda rivisitazione dei tradizionali schemi editoriali e distributivi ancorati al “copyright”.

La nostra P.A., sul modello di quella tedesca, dovrebbe investire principalmente nei software open-source disponibili, risparmiando e promuovendo i tantissimi giovani talenti che in Italia sono superficialmente trascurati. Paradossalmente si otterrebbe anche un esempio di come tagliare alla fonte il problema della pirateria del software, valorizzando quella straordinaria comunità scientifica della conoscenza “open” già pubblicamente disponibile.
Il rischio da evitare è quello di trovarsi in una sorta di autarchia mediatica inseguendo solo opzioni repressive nel condizionamento, spesso veicolato dalle lobby di settore, che è generato dal pur gravissimo problema della contraffazione delle opere dell’intelletto in generale e, come fattispecie, dei contenuti digitali.

Internet non è una merce che si blocca alla frontiera.
Internet ha bisogno di regole base, che in buona parte già ha, indispensabili al suo funzionamento e alla sua più ampia possibile fruibilità: d’altronde internet è anche la denominazione del protocollo tecnico che ne permette l’esistenza come infrastruttura, ovvero una serie di regole a tutela della più ampia accessibilità, progettate in ambito militare per condizioni limite come quelle di un conflitto mondiale.

Quindi non esiste un bisogno di leggi speciali, ma semplicemente l’esigenza di sapersi dotare di capacità organizzativa e tecnologica atta a contrastare adeguatamente fenomeni preesistenti che oggi utilizzano anche le nuove tecnologie. In Italia questa capacità di indirizzo è molto poco diffusa.

La raccomandazione “bipartisan” del Parlamento europeo destinata al Consiglio sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet (Lambrinidis) dimostra come questo tema sia di stretta attualità nell’agenda politica di molti paesi.
Il Rapporto Medina Ortega sul Diritto d’Autore che voleva raccomandare all’UE l’adozione esplicita della risposta graduata (”3-strikes-and-you’re-out”) mutuando de-facto la c.d. “dottrina Sarkozy” è stato bocciato.
Tale dottrina è stata ripresentata all’interno del “pacchetto telecom” e nuovamente bocciata dall’euro-parlamento: la risposta graduata è stata categoricamente bandita dall’Europa, benché tentativi di resuscitarla nella terza lettura del “telecoms package” siano ancora d’attualità.
Ma il Parlamento Europeo è andato oltre e ha introdotto un nuovo principio fondamentale nell’acquis comunitario: internet è diventato un diritto fondamentale per i cittadini europei.

I termini “pirateria digitale” e “pirateria multimediale” utilizzati nel Decreto istitutivo del “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale” (CPDM) possono apparire troppo semplici e riduttivi: quali sono i veri settori coinvolti? Quali i veri comportamenti a rischio? Quali le future conseguenze per le giovani generazioni? Come ricordato di recente sul Corriere della Sera: “storicamente il riferimento normativo a cui si sono appellati i produttori di tecnologie utilizzate per copie non autorizzate era il caso Betamax.
Quando la Sony nel 1975 lanciò il videoregistratore, le case cinematografiche, in particolare Universal e Disney chiesero di vietarne la vendita. Il caso arrivò nel 1984 alla Corte suprema la quale stabilì che una società non poteva essere ritenuta responsabile per aver creato una tecnologia. Nel sistema anglosassone basato sui precedenti questa decisione ha consentito a molte altre tecnologie, tra cui personal computer, masterizzatori e fotocopiatrici, di resistere agli attacchi dei proprietari dei contenuti”.

È necessario in conclusione affrontare distintamente ma in modo coordinato:
1. la protezione del diritto d’autore e i connessi limiti alla diffusione della cultura digitale prodotta soprattutto dalle nuove generazioni di autori e della nuova conoscenza condivisa: occorre riformare il ruolo della SIAE

2. la governance di Internet nel rispetto dei principi fondamentali della rete, che ne delimitano la funzione stessa di servizio universale e diritto fondamentale, ormai sancito dal Parlamento Europeo, ma non ancora sufficientemente riconosciuta nell’ordinamento italiano

La priorità deve essere la capacità dello stato di far fronte a tutte le nuove sfide di cyber-sicurezza, di cui la pirateria digitale è solo una parte: esigenze o opzioni di sicurezza raccomandate non possono prevalere o avere una corsia preferenziale per mere finalità economiche di gruppi d’interesse, neanche su internet. Il tema delle cifre e delle statistiche economiche associate alle varie cyber-minacce, pirateria inclusa, deve poi essere affrontato da organismi indipendenti.

In conclusione, lo svolgimento di attività illegali a mezzo delle rete internet è un fenomeno direttamente proporzionale alla diffusione e capillarità della stessa, ma non è certo rapportabile con un nesso di causa-effetto.
La violazione del diritto d’autore su internet è una parte dell’illegalità digitale, assieme a tante altre fattispecie di illecito amministrativo o reato penale. Qualsiasi azione di tutela legittima degli interessi e diritti degli autori ed editori, rischia, tuttavia, di sconfinare oggigiorno ampiamente nelle problematiche della “governance” e dei giusti contrappesi con la tutela dei principi fondamentali della rete.

Leggi e normative sul File Sharing in Europa

– Hadopi2 – Francia
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HADOPI (acronimo di Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet) è un’istituzione francese che si occupa dell’applicazione dell’omonima legge (il cui vero nome è Création et Internet http://fr.wikipedia.org/wiki/Loi_Cr%C3%A9ation_et_Internet) introdotta nel 2009 ed in vigore dal 1° gennaio 2010, dedicata al diritto d’autore che prevede una “disconnessione forzata” per coloro che violano il copyright.
La legge prevede tre passaggi: un utente scoperto a scaricare file protetti da copyright sarà prima avvisato via e-mail, in caso di persistenza della violazione riceverà allora una raccomandata, e poi, come ultimo avviso, sarà invitato a comparire davanti ad un giudice, che deciderà un’eventuale multa o la disconnessione forzata. Chi riceverà questi avvisi non sarà comunque l’autore della violazione, bensì il titolare del contratto di abbonamento ad internet.
A vigilare su tutto il processo, sarà l’Alta Autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti su Internet (Hadopi) che farà da intermediaria tra gli aventi diritto (artisti, major) e i fornitori di connettività, chiamati a cooperare per denunciare gli utenti che scaricano file illegalmente. A differenza della prima versione della legge (giudicata incostituzionale nel giugno 2009 http://www.corriere.it/esteri/09_giugno_10/legge_franc ese_pirateria_internet_4d596a38-55e0-11de-8b38-00144f02aabc.shtml) non potrà disconnettere un abbonato senza il parere preventivo di un giudice.

Le critiche a questa legge sono davvero molte, tanto in Europa che in “patria”, dal giudizio d’incostituzionalità che ha affondato la prima versione della legge da parte del Consiglio Costituzionale Francese che dichiarando come la libertà di comunicazione ed espressione sia garantita dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo parificava «la libertà di accedere ai servizi di comunicazione al pubblico on-line» come un diritto fondamentale, alla dichiarazione dello stesso Ministro della Cultura Francese – organismo che più ha premuto a favore dell’istituzione di HADOPI – sul fatto che un indirizzo IP non possa essere considerato come prova valida per l’accusa di violazione del copyright e tantomeno come “elemento identificativo” del reale trasgressore, sulla pesante violazione della Privacy degli utenti che questa legge comporta così come i dubbi sull’equità dei processi (il giudice che adotta il provvedimento di disconnessione può pronunciarlo attraverso una procedura sommaria e senza contraddittorio nell’ambito della quale il diritto dell’imputato alla difesa viene travolto) per finire con la recente notizia che i maggior provider Francesi, che già avevano collaborato alla sperimentazione delle soluzioni necessarie per implementare la legge hanno dichiarato di non essere disposti a sostenere gli enormi costi (la cifra prevista oscilla tra i 50 e 70 milioni di euro l’anno) per procedere all’identificazione, disconnessioni e gestione delle lamentele degli utenti se il Governo non provvederà a versare loro un adeguato compenso.

– Digital economy Act 2010 – Gran Bretagna
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Il Digital Economy Act http://www.opsi.gov.uk/acts/acts2010/ukpga_20100024_en_1 (qui http://www.guardian.co.uk/media/pda/2010/apr/08/digital-economy-bill-quick-guide- 45-measures una miniguida pubblicata dal Guardian e qui http://www.pirateparty.org.uk/blog/2010/jul/22/guide-digital-economy-act-part-1/ quella del Partito Pirata UK), è una legge inglese la cui parte più controversa riguarda le sezioni sulla violazione del diritto d’autore online (sezioni 3-18) – che contengono i principi generali per disconnettere gli utenti Internet accusati di violare i diritti d’autore attraverso una modifica del Communications Act 2003 .
Il provvedimento mira a punire il download illegale tagliando la connessione a chi sarà sorpreso a scaricare materiale protetto da copyright:
dopo una violazione, i titolari dei diritti d’autore potranno inviare al provider, entro un mese dal presunto abuso, una segnalazione di infrazione della legge dimostrandone l’evidenza ed i provider dovranno avvisare con una lettera i “presunti” trasgressori” oltre che fornire ai titolari dei diritti, su semplice richiesta degli stessi una lista che elenchi ogni diritto d’autore leso dagli utenti che “dovrebbero” restare anonimi.
La connessione a Internet potrà essere temporaneamente sospesa se il diritto d’autore verrà infranto più volte a seguito degli avvertimenti del provider. Riguardo al diritto intellettuale la pena pecuniaria massima che potrà essere comminata è di 50mila sterline. L’Ofcom, autorità inglese che regola le comunicazioni britanniche, ha stabilito che i provider che non mettono in atto misure tecniche contro i propri abbonati potranno essere sanzionati con pena pecuniaria fino a 250mila sterline.
Le corti britanniche potranno ordinare un’ingiunzione nei confronti di quei particolari siti che si macchino di distribuzione di materiali illeciti, in violazione del copyright legato alle opere dell’ingegno.
Tutte le aziende che forniscono accesso alla rete (dalle biblioteche pubbliche alle caffetterie) dovranno approntare misure speciali per proteggere le proprie reti, in modo da evitare le conseguenze derivanti dall’avvenuta violazione del copyright raccogliendo indirizzi e-mail e postali degli utenti prima del loro accesso alla Rete (di fatto cancellando ogni connessione wifi libera nel paese).

Anche in questo caso le critiche non sono mancate, dalle stesse che sono state sollevate per l’Hadopi2 francese sulla violazione della Privacy e delle libertà fondamentali degli utenti, così come sull’uso legale di un indirizzo Ip (la connessioni wifi sono spesso aperte o poco protette e quindi “utilizzabili” da terzi oltre al fatto che un indirizzo ip non identifica una persona, ma chi ha pagato per quella connessione) la mancanza della presunzione di innocenza e l’assenza di un processo, l’inutilità della norma data la relativa facilità per i condivisori di mascherare la propria identità o attività evitando l’identificazione, i più grandi nomi della Rete, eBay, Facebook, Yahoo! e Google hanno scritto al Segretario di Stato britannico per esprimere le proprie preoccupazioni su misure che “limiterebbero l’uso legittimo della Rete, introducendo costi non necessari e soffocando nuovi modelli di business a supporto di nuovi contenuti creativimentre i due maggiori provider inglesi, British Telecom e Talk Talk (provider che è tra i più decisi oppositori alla legge tanto da affermare che non collaborerà all’applicazione di questa legge ed andrà in tribunale per difendere qualsiasi proprio utente) ricorreranno alla Corte suprema Britannica chiedendo un’analisi accurata di un testo di legge che essi ritengono poco attento ai potenziali rischi per le libertà basilari dei netizen (approvato alla Camera dei Comuni dopo un dibattimento a cui hanno partecipato 40 parlamentari su 646, in tutta fretta a causa delle imminenti elezioni inglesi ), lesivo della Direttiva Europea 2000/31/CE sul commercio che li qualifica come semplici intermediari (principio di Mere conduit) e non come “sceriffi della rete” obbligati a controllare i propri clienti e ingiustamente oneroso per gli ISP che dovrebbero sopportare 1 quarto degli enormi costi per l’implementazione della norma anziché addebitarli ai soli detentori dei diritti.

– Applicazione “Ipred” – Svezia
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Nell’aprile del 2009 è entrata in vigore in Svezia una legge basata sulla Direttiva dell’UE 2004/48/CE sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale Ipred Intellectual Property Rights Enforcement Directive http://it.wikipedia.org/wiki/Direttiva_sul_rispetto_dei_diritti_di_propriet%C3 %A0_intellettuale che si prefigge lo scopo di fornire strumenti “adeguati” ai titolari dei diritti per combattere la pirateria digitale.
La legge ha reso possibile, per i titolari di copyright, di fare “raccolta di indirizzi ip” di “presunti” trasgressori (condivisori di file protetti dal diritto d’autore), ottenere un ordine del tribunale per acquisire dagli ISP i nominativi delle utenze associate agli indirizzi IP, contattare le persone “sospettate” di condivisione illegale di file, chiedendo loro di interrompere tale attività e/o di pagare un risarcimento per evitare di rispondere civilmente dell’illecito e/o di citare in giudizio gli autori delle violazioni e chiedere il risarcimento.

Nemmeno qui le critiche alla legge sono mancate, oltre a quelle già citate per l’Hadopi Francese e per il Digital Economy Act inglese (violazione Privacy e libertà fondamentali degli utenti, uso legale degli indirizzi ip, semplicità di mascherare la propria reale identità online da parte dei condivisori) si è aggiunta la forte opposizione della maggioranza degli ISP Svedesi che si rifiutano di violare i diritti dei loro clienti e forti del fatto che nel loro paese non vi è l’obbligo di conservare i log del traffico (la Svezia si è rifiutato di implementare la normativa UE sulla conservazione del traffico “Data Retention 2006/24/CEhttp://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:105:0054:0063:IT:PDF ) semplicemente non conservano tali dati.
Ulteriore “schiaffo” alla legge Ipred Svedese è stata la nascita del servizio di VPN Ipredator http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&cod=9881 (e di molti altri servizi VPN simili) servizio completamente legale proposto da The Pirate Bay, che si offre di mascherare l’indirizzo Ip fornito dal proprio Provider con uno assegnato dal servizio stesso, il che unito alla mancata conservazione dei log delle connessioni e alla crittografazione dei dati che vi transitano, rende irrintracciabile qualsiasi utente e/o servizio utilizzato.
NB: Alla cipherconference http://bambuser.com/channel/telecomix/broadcast/832366 di Telecomix http://telecomix.org/ (la news agency di WeRebuild che informa su tutto ciò che riguarda il telecoms package, ACTA, la data retention, la net neutrality e la censura in Europa e nel mondo) dedicata alla sicurezza a metà giungo del 2010, sono state ribadite le vulnerabilità del PPTP utilizzato anche da Ipredator, ed illustrati i metodi con cui è possibile risalire al reale indirizzo IP di un utilizzatore di VPN basate su PPTP, vulnerabilità che colpiscono sia coloro che usano IPv6 sia coloro che usano IPv4.

– Pacchetto Telecom UE
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Il Pacchetto Telecom è un complesso di regole che mira a riformare l’intero settore delle TLC su scala europea, andando a regolare campi come la privacy e la trasparenza a favore degli utenti delle telco, la gestione delle frequenze, la competitività delle aziende, il coordinamento fra le autorità di regolamentazione europee.
Dopo un processo legislativo durato quasi tre anni, che ha visto “scontrarsi” gli Europarlamentari (spinti da una parte dalle lobby dell’industria dei contenuti e dall’altra da una migliaia di cittadini di tutta Europa, sia singolarmente che attraverso Associazioni a difesa dei Consumatori e dei Diritti Digitali) in particolar modo sul “Diritto ad un equo processo e alla protezione della libertà di espressione e di informazione” esplicitato dall’ex art. °138 – già adottato a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo ma disatteso dal Consiglio dell’Unione Europea – si è giunti alla formulazione che sebbene non fornisca le stesse tutele dell’ex art.138 garantisce forti ed efficaci protezioni per i cittadini europei contro leggi draconiane come la risposta graduale (3-strikes) e la capacità di mettere dei paletti al blocco di servizi e applicazioni.
Questo il testo dell’articolo in questione:

3a. Le Misure adottate dagli Stati membri per quanto riguarda l’accesso o l’utilizzo di servizi e applicazioni attraverso reti di comunicazione elettronica degli utenti finali devono rispettare i diritti fondamentali e le libertà delle persone fisiche, quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dai principi generali del diritto comunitario.
Ognuna di queste misure relative all’accesso degli utenti finali o all’utilizzo di servizi e di applicazioni tramite comunicazioni elettroniche che siano suscettibili di limitare questi diritti fondamentali o queste libertà possono essere imposte unicamente se sono appropriate, proporzionate e necessarie all’interno di una società democratica e la loro attuazione deve essere oggetto di adeguate garanzie procedurali in conformità con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e con i principi generali del diritto comunitario, compresa un’effettiva tutela giurisdizionale e giusto processo. Di conseguenza, tali misure possono essere prese solo con il dovuto rispetto del principio della presunzione di innocenza e il diritto alla privacy. Deve essere garantita una preventiva procedura equa e imparziale, compreso il diritto della persona o delle persone interessate di essere ascoltate, ferma restando la necessità di opportune condizioni e modalità procedurali in casi debitamente giustificati d’urgenza in conformità alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il diritto ad un’efficace e tempestiva revisione giudiziaria deve essere garantito.

Disposizioni agli Stati Membri

Nel primo paragrafo l’articolo specifica che le disposizioni contenute sono dirette soltanto agli Stati Membri, a causa della ferma pretesa del Consiglio di non avere disposizioni dirette alle autorità regolatorie nazionali. Il paragrafo è di massima rilevanza perché conferma il principio secondo il quale l’accesso a Internet è uno strumento essenziale per l’esercizio concreto di certe libertà fondamentali.

Per superare la limitazione suddetta, il Parlamento ha utilizzato 3 eleganti sistemi che estendono agli attori privati dei precisi vincoli a protezione dei cittadini:
– modificare nel secondo paragrafo il testo da “Any of the above measures” (“ognuna delle suddette misure”) in “Any of these measures” (“ognuna di queste misure”) e ribadire, come ulteriore protezione per i cittadini, che anche la loro attuazione deve rispettare le condizioni specificate;
– imporre esplicitamente il rispetto del diritto alla privacy
– “connettersi” alle disposizioni degli artt. 21.3(b) e 20.1(b) della direttiva servizio universale e diritti degli utenti modificandone la portata

Net Neutrality: Articoli 21.3(b) e 20.1(b) direttiva 2002/22/CE (emendata – rapporto Harbour)

Gli articoli citati impegnano i fornitori di connettività ad informare gli utenti in merito alle “condizioni che limitano l’accesso a, e/o l’utilizzo di, servizi e applicazioni, dove tali condizioni sono permesse dalla legge nazionale in accordo alla legge comunitaria“. Estendendo alla giurisdizione della legge comunitaria, tramite l’art. 1.3a della direttiva quadro, le misure atte a limitare l’accesso o l’utilizzo di servizi e applicazioni in Internet, ed in particolare specificando che tali misure devono rispettare la Convenzione nonché i principi generali del diritto comunitario, il Parlamento ottiene l’effetto di porre dei limiti alla violazione della Net Neutrality. In questo modo i pericolosi “emendamenti AT&T” sono attenuati.

In tutti quei casi in cui una limitazione all’utilizzo o all’accesso di servizi e applicazioni lede uno qualsiasi dei diritti degli utenti finali, sanciti dalla legge comunitaria e/o dalla Convenzione, tale limitazione è illegittima, indipendentemente dalle considerazioni sulle pratiche anticompetitive.

Nell’ambito della Net Neutrality appare di grande rilevanza il fatto che essa è garante della libertà di espressione e di informazione. Ora, il blocco completo di taluni servizi e applicazioni può danneggiare gravemente tali libertà, garantite dalla Convenzione, e pertanto i fornitori di connettività non potranno metterlo in atto. Fra i citati servizi e applicazioni appaiono di capitale importanza l’accesso al World Wide Web con rispetto della end-to-end connectivity e l’accesso a network p2p.

Diritto alla privacy

Citando esplicitamente l’obbligo di rispetto del diritto alla privacy nei parametri che devono essere soddisfatti, viene raggiunto un duplice scopo.

In primo luogo, si proibisce esplicitamente la pratica di raccolta di indirizzi IP da parte di società private che sorvegliano i network p2p alla ricerca di possibili violazioni del copyright. Tali società, incaricate dalle federazioni antipirateria, sono solite cercare di correlare, tramite la collaborazione volontaria o forzata degli ISP, tale indirizzo al nome dell’intestatario della linea ADSL, che diventa quindi sospettato di violazione di copyright. Successivamente si minaccia la persona di una citazione in giudizio e si offre un accomodamento extragiudiziale con un pagamento in denaro.

La sentenza (http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=3168) della Corte Suprema austriaca sul caso Tele2 contro LSG è di capitale importanza in quanto è stata emessa in base all’opinione della Corte Europea di Giustizia. LSG aveva raccolto degli indirizzi IP e richiedeva a Tele2 di svelare a quali utenti corrispondessero. Tele2 aveva sostenuto di non poter legalmente fornire questi dati ad una società privata in quanto dati di traffico protetti dalla direttiva e-privacy. Secondo la Corte Europea di Giustizia e la Corte Suprema austriaca, in effetti l’assegnazione dell’indirizzo IP è un dato indispensabile per lo svolgimento del servizio di connettività e come tale è protetto ai sensi dell’art. 6 della direttiva e-privacy 2002/58/CE (deve essere cancellato o reso anonimo quando non più necessario ai fini dello svolgimento di una comunicazione). Si noti che questa direttiva è una delle 5 che compongono il Telecoms Package e che l’art. 6 non è stato modificato.

Per lo stesso motivo l’art. 33(3) della direttiva servizio universale (2002/22/CE, rapporto Harbour) che incoraggia, fra l’altro, la cooperazione fra ISP e detentori dei diritti per intercettare utenti sospettati di violazioni del copyright, deve sottostare al diritto alla privacy, perdendo quindi il suo aspetto negativo.

In secondo luogo, si intralcia lo svolgimento tecnico della cosiddetta legge HADOPI 2 in Francia. Infatti, l’attuazione tecnica della legge verrà tentata tramite l’ingaggio di società private che devono inserirsi negli sciami p2p con client modificati al fine di raccogliere quanti più indirizzi IP disponibili. Anche se tali società saranno delegate a tale lavoro da un’autorità a sua volta autorizzata dal governo, l’attuazione tecnica della HADOPI 2 non appare compatibile né con la presente direttiva quadro né con la direttiva sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche prima citata.

Preventiva procedura equa e imparziale e ricorso

Con questo punto si stabilisce che un processo deve essere preceduto da un’istruttoria nella quale si deve formare la prova della colpevolezza e dove sia possibile esercitare il diritto alla difesa. I principi della legge comunitaria stabiliscono che il “diritto ad essere ascoltati” include, fra le altre cose, il diritto alla rappresentanza legale che deve essere pienamente esercitata. Per inciso, tale diritto non appare essere rispettato dalla legge francese c.d. HADOPI 2, laddove essa prevede un “processo espresso” della durata di 5 minuti in cui il sospettato può fare una dichiarazione.

Non potendo utilizzare le parole “decisione precedente dell’autorità giudiziaria” dell’emendamento 138 originale, a causa della granitica opposizione del Consiglio e del rapporto dei servizi legali del Parlamento, i delegati parlamentari hanno tentato di dare una definizione meno oscura possibile di “procedura”.

Si deve trattare di un procedimento precedente alla sanzione, equo ed imparziale, che deve essere “garantito” e non “rispettato” (“rispettato” avrebbe portato dei potenziali aggiramenti legali ed in effetti il Consiglio premeva molto per la parola “rispettato” contro la parola “garantito”) che:

* rispetti i principi legali della Comunità;
* rispetti in particolare il diritto ad essere ascoltati e la presunzione di innocenza;
* rispetti quindi anche i punti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e le sue garanzie procedurali;
* in cui la fase istruttoria non può basarsi su indizi ottenuti violando il diritto alla privacy;
* in cui l’eventuale condanna deve rispettare i principi di appropriatezza, necessarietà e proporzionalità;
* in cui sia garantito il diritto di ricorso in appello avverso una sentenza.
Pertanto il Parlamento è andato a definire gli standard minimi di un tribunale ordinario.

Eccezioni di urgenza

Agganciando eventuali eccezioni alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che esplicitamente prevedono la sospensione dei diritti solo in caso di guerra, calamità naturali o comunque quando sia in pericolo la sopravvivenza della nazione stessa, si escludono tutte le altre ipotesi.

HADOPI 2

Fermo restando che l’analisi più profonda fra le correlazioni con HADOPI 2 deve essere fatta dai nostri amici francesi, appaiono già dalla nostra analisi dei gravi problemi di incompatibilità fra HADOPI 2 e Telecoms Package. Tuttavia i Paesi Membri, dal momento di adozione definitiva del Pacchetto, che avverrà probabilmente il 25 novembre 2009, avranno 18 mesi (più il tempo per la pubblicazione ufficiale) per trasporre le sue direttive in leggi nazionali. In questo periodo, il governo francese potrebbe semplicemente ignorare l’incompatibilità e procedere con HADOPI 2. Si tratta quindi di una questione piuttosto teorica, in quanto è molto probabile che ben prima del diciottesimo mese HADOPI 2 avrà già collassato su se stessa mostrando tutta la sua impotenza nella repressione del fenomeno della pirateria online priva di scopo di lucro.

Principi generali del diritto comunitario e Trattato di Lisbona

Con l’entrata in vigore, in dicembre 2009, del Trattato di Lisbona, i tre pilastri dell’Unione, di cui fa parte la Comunità, saranno fusi, e nei principi generali citati nell’art. 1.3a entrerà a far parte a pieno diritto la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che per certi aspetti rafforza la Convenzione.

Conclusioni
Si leggono in questo articolo molte delle aspettative che erano insite nell’emendamento 138, per questo comprendiamo l’esultanza di Christian Engstrom e Lena Ek per l’accettazione all’unanimità da parte del Consiglio di questo articolo che, in altra forma, ne riprende la sostanza e la amplia al rispetto della privacy.
Per quanto concerne la Net Neutrality, l’articolo attenua le condizioni di blocco sotto certe circostanze, tramite un sistema molto elegante che ritorce in parte contro le Telcos gli articoli da loro stesse proposti. Esistono però limitazioni più sottili (prioritizzazioni, cap e quant’altro) che non possono essere impedite dal presente testo. La strada per la protezione della Net Neutrality in Europa è quindi ancora tutta da percorrere.
L’articolo 1.3a, invece, appare essere un’effettiva proibizione alla risposta graduale (3-strikes) come oggi intesa da alcuni governi europei.

NB: Credo sia doveroso ringraziare i cittadini europei e gli attivisti che negli anni di battaglia sul Telecoms Package hanno contribuito con attivo impegno personale a far capire agli europarlamentari la posta in gioco, aiutandoli a decidere per il meglio, così come tutti quei parlamentari e i loro assistenti aperti al dialogo con le organizzazioni non governative che hanno francamente discusso e spesso tenuto in alta considerazione tutte le opinioni senza dimenticare i tanti avvocati di tutta Europa che si sono prodigati a fornire opinioni, suggerimenti e consigli di inestimabile valore durante tutto il processo legislativo del Telecoms Package.

Link di riferimento Pacchetto Telecom
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– A.C.T.A.
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L’ACTA (Anti Counterfeiting Trade Agreement) è un accordo multilaterale che mira a cambiare le leggi tramite il “policy laundering” (una tecnica che consiste nel tentare di imporre tramite accordi internazionali delle leggi particolarmente inique che se sottoposte a regolare scrutinio parlamentare provocherebbero profondi malcontenti) per instaurare un regime draconiano concernente l’enforcement delle proprietà intellettuali. I contenuti dei negoziati sono secretati (per motivi di “sicurezza nazionale” ha tuonato l’America) e i dati a cui ci riferiamo emergono solo dalla parte di documenti ufficiali trapelati. Tutti i documenti trapelati sono ora disponibili, fra gli altri, su Wikileaks.

Dati essenziali di ACTA concernenti Internet e correlati all’ambiente digitale emersi dai documenti trapelati (update di ottobre 2010 dopo la’ultimo incontro di Tokyo):
* pene detentive molto elevate per violazioni del copyright anche senza scopo di lucro;
* regime di 3 strikes imposto agli ISP senza supervisione della magistratura e disconnessioni automatiche degli utenti con presunzione di colpevolezza (nell’ultimo incontro la formula è cambiata, viene indicato come la disconnessione dalla rete per chi sarà solo “sospettato” di violazione di copyright dovrà avvenire tramite accordi privati dalle parti, che i paesi sottoscrittori saranno comunque obbligati a promuovere, come stabilito dall’art. 2.18.3);
* obbligo di ispezione profonda del traffico agli ISP con conseguente violazione sistematica della privacy (nel testo dell’ultimo incontro quste misure non sono più obbligatorie ma consigliate, lasciando facoltà ai singoli paesi di adottarle o meno);
* obbligo di sorveglianza generale pro-attiva sui contenuti per le piattaforme che ospitano contenuti generati dagli utenti – YouTube, MySpace, blog, forum, social network… – (anche questo obbligo sembra sparito dall’ultimo testo disponibile);
* responsabilità agli intermediari ovvero soppressione del principio di mere-conduit (nell’ultimo testo non c’è più traccia di tale obbligo);
* perquisizione alle frontiere di laptop, cellulari, lettori MP3, memorie di massa ecc. e sequestro e/o distruzione dell’apparecchio in caso di rinvenimento di file protetti da copyright di cui il detentore non possa dimostrare subito il regolare acquisto (anche questa misura non compare più nei documenti “trapelati” degli ultimi incontri);
* “notice and takedown”: obbligo di rimozione di contenuti su semplice segnalazione del presunto detentore dei diritti, senza possibilità di contraddittorio (sparito anche questo dall’ultimo testo disponibile);
* reato di link probabilmente concernente anche l’hyperlinking ad articoli di giornali online (data l’ambiguità del linguaggio usato nell’accordo potrebbe rientrare nell’articolo 2.14.4 – ausilio e favoreggiamento delle violazioni – che viene configurato come reato penale);
* presunzione di violazione di copyright in caso di frequente criptazione del traffico da parte di un utente finale (sembrerebbe sparito ma anche qui l’art. 2.18.2 ha una formulazione tale che potrebbe comprendere anche i mezzi tecnici che consentono la criptazione del traffico).
* Definizione “enormemente” vasta delle responsabilità penali per le violazioni (articolo 2.14.1 nota 9) facendo rientrare di fatto le violazioni su scala commerciale anche quando queste non portano vantaggi economici diretti – si arriva dunque al carcere per fatti come un “semplice” remix di brani musicali e/o condivisione di opere protette senza scopo di lucro – (da notare che la definizione di scala commerciale viene riportata in una noticina piccola a fondo pagina);
* iper-protezione delle opere cinematografiche (articolo 2.14.3) che rende reato penale la copia e/o la diffusione di qualsiasi tipo, anche parziale, priva di autorizzazione, di una qualunque opera cinematografica, creando tra l’altro enormi problemi nei paesi in cui il fair-use non è chiaramente definito (gran parte dei Paesi Membri dell’Unione) per educatori, professori, giornalisti, documentaristi, gestori di siti web dedicati al cinema (nell’ultima formulazione questa “imposizione” è stata modificata lasciando la libertà alle parti/Paesi di stabilire o meno sanzioni penali per questo tipo di violazioni.).
* violazione della privacy, in quanto i paesi sottoscrittori dovranno istituire un sistema legale che consenta ai detentori dei diritti di ottenere, in assenza del mandato di un magistrato e speditamente, i dati personali degli utenti necessari per la loro identificazione dagli ISP: “[…]ordinare ad un ISP di rivelare speditamente a un detentore dei diritti informazioni sufficienti per identificare un cliente […] il cui account presumibilmente sia stato usato per violazioni“.
* sanzioni per “l’uso illegale dei mezzi di vasta distribuzione per scopi di violazione”, dicitura sufficientemente ampia da potersi applicare ad una serie di strumenti tecnici, soprattutto i client p2p come BitTorrent e eMule, formulazione che potrebbe permettere la costruzione di una base legale per la messa al bando di tali software.
* difficoltà di accesso ai farmaci a basso costo come segnalato da decine di associazioni mediche e di difesa dei consumatori) sebbene negli ultimi incontri Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Canada hanno proposto delle formulazioni che tendono a ristabilire un equilibrio fra accesso ai farmaci e diritti dei detentori dei brevetti, anche se queste proposte troveranno contrari Stati Uniti sia Unione Europea sia Giappone (La trattazione dell’enforcement sui brevetti è stata fortemente ridimensionata, addirittura con l’esplicita esclusione di essi dalla Sezione 2, “Civil enforcement” e questo potrebbe portare, finalmente, allo scioglimento del problema dell’accesso ai farmaci da parte dei paesi in via di sviluppo.).

In Europa i Parlamenti degli Stati Membri, ai sensi del Trattato di Lisbona, non hanno potere reale per opporsi ad ACTA se l’accordo venisse presentato già sottoscritto come “fait accompli”.
Al contrario, il Parlamento Europeo (al quale finora è stata scandalosamente negata la consultazione dei documenti concernenti i negoziati) può opporsi, soprattutto se ACTA violasse il quadro legale esistente nell’Unione.
Infatti relativamente al quadro legale dell’Unione, i negoziatori ACTA sono riusciti ad inserire la vaghezza come tratto distintivo di questo accordo. Ambiguità nei termini, piccole distorsioni (si noti il cambiamento di un diritto fondamentale, l’equo processo, che in inglese è “due process”, in “fair process”; il cambiamento dei “diritti fondamentali” in “principi fondamentali”), articoli fuorvianti, tutto sembra elaborato per poter consentire alla Commissione di sostenere di fronte al Parlamento che ACTA non va oltre il quadro legale dell’Unione e renderne la dimostrazione molto complicata in termini legali.

Ci sono però alcune flagranti discrepanze, si consideri ad esempio il confronto fra l’art. 2.18.3 e l’art. 33.3 della Direttiva Servizio Universale come emendata durante la riforma avvenuta con il Pacchetto Telecom: mentre la direttiva stabilisce che le autorità regolatorie possono promuovere la collaborazione fra ISP e detentori del copyright, ACTA stabilisce che i paesi sottoscrittori devono fare tutto il possibile ai fini di tale cooperazione (oltre tutto, oltre al contrasto con la direttiva, viene inserita un’ulteriore ambiguità legata a quale significato legale attribuire a “dover fare tutto il possibile”).
Inoltre merita approfondimento la clausola obbligatoria con cui si impone che “il favoreggiamento o l’ausilio [aiding and abetting] delle violazioni del copyright”[&b] debba essere coperto, obbligatoriamente, dal codice penale dei paesi. Pur essendo sparita la forma “incitazione alla violazione” [inciting], “aiding and abetting” è una formula che nella legislazione europea non è definita nel campo delle violazioni del copyright, e rappresenta quindi un ulteriore passaggio che va oltre il quadro legale dell’Unione.

Oscurità, vaghezza, imprecisioni e distorsioni sono state inserite per tentare di far ratificare intanto l’accordo per poi modificarlo in seguito. Sì, perché ACTA è “automodificante”: esso può essere emendato in qualsiasi momento dietro richiesta di uno qualsiasi dei paesi sottoscrittori. Il comitato permanente mondiale ACTA analizzerà queste richieste e se lo riterrà opportuno, secondo metodi non specificati, le sottoporrà all’approvazione delle altre parti.

Considerando tutto quanto sopra e il modo in cui ACTA è stato confezionato, “in una cucina puzzolente a porte chiuse per elaborare ricette velenose” (On. Laurence Stassen, europarlamentare), cioè in spregio a qualsiasi processo democratico, il Parlamento Europeo, che ne ha il potere, deve rigettare l’accordo. Lo pretende anche la coerenza con la Risoluzione del 10 marzo 2010, adottata a larghissima maggioranza, e la Dichiarazione Scritta 12/2010, adottata a maggioranza assoluta. Dare l’assenso creerebbe un precedente pericoloso secondo il quale le leggi dei Paesi Membri dell’Unione Europea, tramite l’aggiramento provocato dalla mancanza di competenza dei parlamenti nazionali sugli accordi commerciali sancita dal TFEU, possono essere sottoposte a pressioni, dalle industrie americane o da altri attori privati, tali da forzarne la modifica; mostrerebbe inoltre che al Parlamento starebbero più a cuore i capricci delle industrie americane piuttosto che i Diritti Umani dei cittadini europei.

Link di riferimento ACTA
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7 Privacy

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Legislazioni nazionali ed europee sulla Privacy

Normativa sulla Privacy italiana http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_sulla_privacy
Costituzione Italiana (articoli 14, 15 e 21) http://www.governo.it/Governo/Costituzione/1_titolo1.html
Codice penale (Capo III – Sezione IV) http://www.studiocataldi.it/codicepenale/
Codice in materia di protezione dei dati personali Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1311248
Convenzione europea dei diritti dell’uomo art. 8, http://www.studiperlapace.it/documentazione/europconv.html
Carta dei Diritti fondamentali dell’unione Europea art. 8 http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=cartaeuropea

La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata che si traduce spesso nella capacità di una persona (o di un gruppo di persone), di impedire che le informazioni che la riguardano diventino note ad altri, inclusi organizzazioni ed enti, qualora il soggetto non abbia volontariamente scelto di fornirle.
I fondamenti costituzionali sono ravvisabili negli artt. 14, 15 e 21 Costituzione Italiana, rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero. Soprattutto, però, si fa riferimento all’art. 2 Cost., incorporando la riservatezza nei diritti inviolabili dell’uomo.
Il termine privacy è un concetto di origine anglosassone, inizialmente riferito alla sfera della vita privata. Negli ultimi decenni la nozione si è evoluta, arrivando a indicare il diritto al controllo sui propri dati personali.

Il problema dell’equilibrio tra le la tutela del diritto d’autore ed il diritto alla Privacy nell’era digitale ed in particolare nelle strategie di contrasto allo scambio non autorizzato di file protetti dal copyright nate negli Stati Uniti e ormai propagatesi su scala mondiale (in particolare le azioni giudiziarie ed extragiudiziarie contro gli utenti del P2P basate su informazioni acquisite con software di monitoraggio e l’utilizzo di tecnologie di DRM) innescano inevitabilmente conflitti tra copyright e privacy.
Sono stati diversi i casi giudiziari in cui questo scontro si è reso evidente, specialmente negli ultimi anni, e la “bilancia” è finora rimasta ben inclinata verso il diritto alla Privacy, non solo perché esso, in questi casi, “coinvolge” altri diritti costituzionali come quello della segretezza delle comunicazioni elettroniche, e dell’inviolabilità del domicilio che non possono essere disattesi per garantire un diritto di rango inferiore come la tutela della proprietà intellettuale (che ha comunque tutto il diritto ad essere garantita), ma anche e soprattutto perché il “monitoraggio” dei comportamenti privati ed il trattamento dei dati personali sulla Rete ha un livello di “invasività” non assolutamente paragonabile ad un attività di “monitoraggio” svolta al di fuori della Rete, nel mondo fisico, ed è proprio il divieto e/o l’illegalità nel monitoraggio, ciò che ha impedito la rilevazione delle generalità degli intestatari delle linee telefoniche e la prosecuzione delle cause.
Vado quindi ad esporvi quattro dei casi giudiziari più recenti ed “eclatanti” in cui questo scontro (Privacy vs Copyright) si è reso evidente:

– Nel caso ‘Peppermint’, (7A) del 2006, la società discografica tedesca Peppermint Jam Records GmbH attraverso l’agenzia Svizzera Logistep [la cui attività nel settembre del 2010 è stata messa fuorilegge dal Tribunale Federale Svizzero (7B)] controllava il traffico internet degli utenti del P2P alla ricerca di file illegalmente condivisi e con la complicità dei Provider riusciva ad ottenere i dati personali degli stessi all’oscuro dei clienti, intimandogli di risarcirla per il danno subito dalla violazione del copyright:
il caso si è concluso con una sentenza del Tribunale Civile di Roma del luglio 2007 (7C) che ha dichiarato “spionaggio telematico” l’azione della Logistep ritenendo illecita l’attività svolta dalla società di monitoraggio, e ribadendo come la Costituzione Italiana e la Direttiva Europea sulle Comunicazioni Elettroniche vieti a privati di portare a termine “trattamento di dati massivi, capillari e prolungati” (e dunque la loro acquisizione, comunicazione e utilizzo) nei riguardi di un numero elevato di soggetti e che nel caso sono stati violati anche i principi di finalità (della legge) di trasparenza e correttezza.
Nei primi mesi del 2008, il Garante della privacy (7D) stabilì che Peppermint e Logistep avevano abusato del software sviluppato da quest’ultima per istituire una vera e propria attività di monitoraggio, pratica vietata dalle Direttive Europee sulle comunicazioni elettroniche (7E) ed avevano trattato illecitamente i dati degli utenti agendo alle loro spalle, violando quel diritto alla riservatezza nelle comunicazioni elettroniche già ribadito dal giudice e stabilì la cancellazione dei suddetti dati dagli archivi delle società in oggetto entro il 31 marzo 2008.
Il Garante per la protezione dei dati personali stabilì, definitivamente, che le attività messe in atto da queste società ledevano anche il diritto di trasparenza e correttezza: la legge sulla privacy prevede infatti che l’utente debba essere informato che i suoi dati vengono raccolti ed elaborati e deve sottoscrivere una liberatoria/accettazione al trattamento dei dati personali.
In definitiva questo caso ha stabilito che:
– quei dati non dovevano essere raccolti;
– quei dati sono stati raccolti in modo non consono, utilizzando strumenti non consentiti (il software “file sharing monitor”, fsm, utilizzato dalla società Logistep);
– l’uso dei dati (ovvero il chiedere un risarcimento dei danni direttamente agli utenti) non è stato corretto.(da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Peppermint)

– Nel 2007 l’associazione Spagnola “Productores de Música de España” (Promusicae) si era rivolta ai tribunali spagnoli per ottenere dall’operatore Telefonica l’identità e l’indirizzo fisico di alcuni utenti internet che avrebbero usato il programma P2P KaZaA per scambiarsi file protetti dl diritto d’autore illecitamente, tutto ciò per poter esercitare (da parte di Promusicae) azioni civili contro i presunti trasgressori.
Telefónica aveva rifiutato affermando che in base alle leggi spagnole, la comunicazione di queste informazioni veniva consentita SOLO nell’ambito di un’indagine penale o per la tutela della pubblica sicurezza e della difesa nazionale.
Il giudice spagnolo aveva quindi demandato il caso alla Corte di giustizia delle Comunità europee, per chiarire se il diritto comunitario preveda l’obbligo di comunicare informazioni personali nell’ambito di un procedimento civile.
La Corte di giustizia nella sentenza della causa in oggetto, C-275/06 (7F), ha chiarito che, sebbene vi siano diverse norme “dirette a far sì che gli Stati membri garantiscano, soprattutto nell’ambito della società dell’informazione, l’effettiva tutela della proprietà intellettuale e, in particolare, del diritto d’autore comunitarie”, questa tutela “non può pregiudicare gli obblighi relativi alla tutela dei dati personali. Peraltro, le direttive sulla tutela dei dati personali offrono agli Stati membri la possibilità di istituire deroghe all’obbligo di garantire la riservatezza dei dati sul traffico”.
Quindi i singoli paesi, rispettando sempre la normativa comunitaria possono “…istituire l’obbligo di divulgare dati personali nell’ambito di un procedimento civile” ma viene precisato che nemmeno le regole in materia di proprietà intellettuale “richiedono che gli Stati membri, per garantire l’effettiva tutela del diritto d’autore, istituiscano l’obbligo di comunicare dati personali nel contesto di un procedimento civile”.
La Corte ha infine evidenziato come in casi come questi, in cui deve essere trovato un equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata ed i diritti alla tutela della proprietà spetta agli stati membri trovare questo equilibrio all’interno del proprio diritto nazionale ma devono “ma anche provvedere a non fondarsi su un’interpretazione di esse che entri in conflitto con i summenzionati diritti fondamentali o con gli altri principi generali del diritto comunitario, come il principio di proporzionalità”.

– Nel processo Fapav contro Telecom Italia, concluso ad aprile del 2010 dalla sentenza del Tribunale di Roma che ha respinto pressoché integralmente le istanze di Fapav (7G), il Garante per la protezione dei dati personali ha preso posizione contro il monitoraggio sistematico degli utenti (7H) che scaricano film e musica dalla rete. Per cercare di salvaguardare il diritto d’ autore – questa la sostanza dei rilievi – si rischia di mettere in pericolo il diritto alla Privacy.

AGCOM, nell’indagine conoscitiva pubblicata ad inizio 2010 (7I) ha ricordato che esistono seri obblighi tecnici e giuridici nelle pratiche di accertamento di illeciti sulla Rete, limiti come quelli imposti dalle direttive comunitarie, che escludono l’ipotesi di affidare poteri di monitoraggio ai provider e limiti come quelli sottolineati dai principi a tutela della Neutralità della Rete e appunto della Privacy dei cittadini.
In contrasto con privacy e neutralità, oltre che spesso inutili, sarebbero anche quelle che attualmente sono le misure nella lotta alla pirateria:
le misure di port blocking (blocco delle porte IP più comunemente usate dai programmi P2P) sono facilmente aggirabili da parte degli utenti, quelle di content filtering, (blocco dell’accesso ad un contenuto, sulla base dell’analisi del contenuto stesso, della fonte o di altri criteri) che è uno dei metodi più utilizzati per filtrare l’accesso ai contenuti web, è in contrasto evidente con i principi succitati, il traffic shaping (l’insieme di quelle operazioni di controllo sul traffico di una rete che servono a ridurre o controllare i tempi di latenza e sfruttare al meglio la banda disponibile tramite l’accodamento e il ritardo dei pacchetti che soddisfanno determinati criteri) oltre ad essere in contrasto col principio di Neutralità della Rete risulta inutile in quanto può essere aggirato tramite tecniche di protocol obfuscation, così come le tecnologie di Deep Packet Inspection, (filtraggio dei pacchetti dati in transito su una rete che esamina i contenuti dei pacchetti stessi alla ricerca di contenuti che non siano conformi a determinati criteri prestabiliti dall’operatore/ISP) sempre a detta di AGCOM, violano, se attuate su larga scala, gli stessi principi di libertà democratica, per finire con il DRM (i sistemi mediante i quali si possono rendere “protette”, identificabili e tracciabili le opere digitali) che oltre ad essere fino ad oggi risultati inutili ed aggirabili risultano contrari alla tutela della privacy e alla trasparenza (hanno la potenzialità di individuare, trasmettere e conservare ampie quantità di dati riguardanti l’utilizzo personale del contenuto), alla mancanza di interoperabilità, al rispetto di adeguati livelli tecnici di sicurezza e alla rispondenza al principio di neutralità tecnologica (il rapporto dell’Osservatorio europeo dell’AudiovisivoDigital Rights Management Systems: Recent Developments in Europe(7L), F.J. Cabrera Blázquez, 2007 ha evidenziato diverse criticità derivanti dall’utilizzo dei DRM, tra cui:
1) Le possibili contraddizioni tra l’uso dei sistemi DRM e l’eccezione per la copia privata;
2) L’apparente sovrapposizione tra l’applicazione dei sistemi DRM e altre tassazioni per i diritti d’autore;
3) La mancanza di interoperabilità dei DRM;
4) il possibile ostacolo allo sviluppo del mercato dei contenuti digitali causato dal proliferare dei sistemi DRM proprietari e non interoperabili;
5) la possibile discriminazione sui prezzi a seconda del Paese in cui il servizio viene erogato da parte dei fornitori di contenuti on demand.)
Link
(7A) http://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Peppermint
(7B) http://punto-informatico.it/2987767/PI/News/logistep-fine-dei-giochi-svizzera.aspx
(7C) http://www.costozero.org/zar/tribunale-roma-16072007.pdf
(7D) http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1495246
(7E) http://www.interlex.it/testi/02_58ce.htm#6
(7F) http://www.privacy.it/Cortegiust.causaC-275-06.html
(7G) http://punto-informatico.it/2860617/PI/Commenti/ci-sono-ci-fapav.aspx

(7H) http://punto-informatico.it/2799730/PI/News/fapav-vs-telecom-anche-garante.aspx
(7I) http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&DocID=3790
(7L) http://www.nyls.edu/user_files/1/3/4/30/84/88/Vol%2017,%20No%201%20Blazquez%20Articl e.pdf

8 impossibilità tecnica di bloccare il p2p e d il file sharing

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Immagine di Fotograf77 http://www.dreamstime.com/usb-a-key-and-the-lock-free-stock-image-imagefree333290

Anche questo argomento non è facile da affrontare con poche parole, proviamo però a fare un’escursus veloce sulle misure tecniche approntate per limitare il file sharing, senza tener conto dell’evidente “invasività”, “sproporzione” e/o “violazione di diritti” degli utenti, cercando di evidenziare quanto esse siano “inutili” e/o “controproducenti”.
La “caduta” di Napster avvenne quando le maggiori Case Discografiche intentarono una causa contro la casa produttrice, che deteneva anche i server usati dal software come “lista” degli utenti e dei file che questi ultimi avevano in condivisione il tribunale ordinò la chiusura di detti server ed il sistema collassò.

Da quel momento furono creati “miriadi” di altri software e protocolli di P2P/File-sharing completamente indipendenti da server centrali (gli attuali network P2P sono per la quasi totalità distribuiti e decentralizzati) ed i sistemi per contrastare il p2p dovettero cambiare ed “evolversi” trovando però una conseguente evoluzione dei sistemi P2P per eludere o bypassare tali misure, in una “rincorsa” dai risvolti negativi ben esemplificata dalle parole di Cory Doctorow (8A), in occasione della sentenza di condanna a The Pirate Bay (8B):

Ad ogni ulteriore attacco, l’industria dell’intrattenimento forza questi servizi verso architetture che sono più difficili da sorvegliare e da chiudere. E con ogni attacco,l’industria crea dei martiri che ispirano gli utenti verso un’opposizione ideologica contro l’industria dell’intrattenimento, trasformandoli in persone che attivamente disprezzano queste società e desiderano la loro rovina. […]
Si tratta di una corsa per trasformare un simbionte relativamente benigno in un pericoloso batterio resistente agli antibiotici che si dedica alla loro distruzione
.”

I sistemi tecnici implementati per tentare di bloccare e/o ridurre il File sharing di opere protette (spesso colpendo gli usi legittimi del File Sharing anziché quelli illegali) sono sostanzialmente i seguenti:
port blocking, ovvero il blocco delle porte IP più comunemente usate dai programmi P2P:
misura facilmente eludibile, vista la possibilità in tutti i moderni software p2p di cambiare le porte utilizzate dal programma per comunicare con gli altri nodi;
content filtering, ovvero blocco dell’accesso ad un contenuto, sulla base dell’analisi del contenuto stesso, della fonte o di altri criteri, che può includere la navigazione con browser, e-mail, instant messaging ed FTP:
queste tecniche permetterebbero di bloccare l’accesso a siti/server che ospitano materiale “ritenuto illegalmente distribuito”, ma che sono facilmente aggirabili con l’utilizzo di Proxy Server con connessioni https, CGIProxy/Psiphon (software installati ed installabili da semplici utenti che si offrono di dare un servizio in località o con provider che non effettuano il filetring), Tunneling Software (che permettono di incapsulare un determinato tipo di traffico “all’interno” di un altro tipo di traffico criptato), web tunnelling, http tunnell e VPN (che offrono servizi di tunneling e criptazione sicura dei dati che di conseguenza rimangono “inosservabili” da chiunque, provider compresi;
traffic shaping ovvero l’insieme di quelle operazioni di controllo sul traffico di una rete che servono a ridurre o controllare i tempi di latenza e sfruttare al meglio la banda disponibile tramite
l’accodamento e il ritardo dei pacchetti che soddisfanno determinati criteri:
anche qui il sistema è bypassabile con procedure di tunneling e VPN, oltre che con client P2P che effettuano “offuscamento di protocollo” e cambio automatico random delle porte usate dagli stessi;
DRM: sistemi mediante i quali si possono rendere “protette” identificabili e tracciabili le opere digitali:
non c’è sistema di protezione DRM che non sia stato violato in tempi ridicolmente brevi che cercassero di proteggere dalla copia Software o Giochi, Musica o Ebook (8C), una semplice ricerca su di un motore di ricerca vale più di mille parole
Deep Packet Inspection, filtraggio dei pacchetti dati in transito su una rete che esamina i contenuti dei pacchetti stessi alla ricerca di contenuti che non siano conformi a determinati criteri prestabiliti dall’operatore/ISP:
le VPN e molti software P2P che creano reti “anonime chiuse” crittografate (come Anonet o I2P per fare solo alcuni esempi) rendono sempre più difficoltose questi tecniche di “spionaggio”.

Ottimi spunti e fonti di informazione sono questi due articoli http://en.flossmanuals.net/CircumventionTools/FilteringTechniques (eng)
http://www.masternewmedia.org/it/2009/0 … ensura.htm (Ita) mentre Wikipedia ci è amica sui sistemi Friend to Friend
http://it.wikipedia.org/wiki/Friend_to_Friend e le reti P2P anonime http://it.wikipedia.org/wiki/P2P_Anonimo

Link
(8A) http://it.wikipedia.org/wiki/Cory_Doctorow
(8B) http://boingboing.net/2009/04/17/pirate-bay-defendant.html
(8C) http://alessandrobottoni.wordpress.com/2010/10/08/i-sistemi-anticopia-drm- dei-libri-digitali-ebook/

9 Differenza tra Pirateria e File Sharing senza scopo di lucro e tra “furto” e “copia” di un prodotto (digitale)

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Immagine di http://rationalargumentator.com/art_wendy/piracynottheft.html

Facciamo una premessa che piacerà certamente ai detrattori del File Sharing:
sia la Pirateria (duplicazione e distribuzione a fine di lucro) che il file sharing senza scopo di lucro [duplicazione abusiva e distribuzione senza un “guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell’autore del fatto, che non può identificarsi con un qualsiasi vantaggio di altro genere” come recita la sentenza 149 del 9/1/2007 (9A)] di opere protette dal diritto d’autore, senza il permesso dei titolari, sono reati puniti dalla legge (sebbene con notevoli differenze e “peso”), ma occorre tenere ben presenti le distinzioni fra questi due “reati” perché sono molto importanti sia dal punto di vista normativo sia dal punto di vista dei “danni” provocati ai titolari dei diritti sia dal punto di vista del corretto esame del “problema” e delle possibili soluzioni:
mentre il file sharing di opere protette senza scopo di lucro non è altro che lo scambio e condivisione di contenuti col fine ultimo di arricchire la propria cultura, il proprio bagaglio emotivo, le proprie conoscenze e quelle degli altri (sebbene, lo ripeto, configuri un illecito in base alla normativa italiana sul diritto d’autore), la pirateria con fine di “guadagno economico” si pone sullo stesso piano delle aziende discografiche, cinematografiche e/o produttrici e distributrici di contenuti e software senza averne i diritti legali, vendendo i prodotti illegalmente e di fatto sottraendone i potenziali introiti sia ai titolari dei diritti (autori, produttori, distributori) sia allo Stato attraverso l’evasione fiscale, creando un vero e proprio mercato parallelo illegale di opere dell’ingegno spesso “gestito” da organizzazioni criminali.

La differenza tra Pirateria e File Sharing senza scopo di lucro è evidente anche da come la nostra legislazione punisce questi reati, come abbiamo visto al punto 6 Legislazioni sul File Sharing il file sharing di opere protette senza scopo di lucro è punito con una sanzione amministrativa [in caso di solo “download” prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave e in caso di “upload” anche con la multa da € 54 a € 2065, ai sensi dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis della Legge sul Diritto d’Autore (9B)] mentre la pirateria a scopo di lucro è punita con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 2.582 a euro 15.493 ed alla luce di queste differenze appare sempre più assurda la sproporzione tra “l’impegno” e le risorse spese per combattere il file sharing senza scopo di lucro e quelle messe in campo per combattere la Pirateria.

La distinzione fra “furto” e “copia” è ugualmente importante e marcata sia dal punto di vista legale (il Codice Penale all’art. 624 chiarifica che è colpevole del reato di FURTOchiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri“, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 euro a 516 euro) che dal punto di vista delle conseguenze, in quanto la sottrazione di un bene (furto) priva la vittima della possibilità di fruirne e/o di averne un vantaggio di qualsiasi altro genere, mentre la copia digitale non priva il titolare del bene ne della possibilità di continuare a sfruttarlo sia a livello creativo che economico.

I detentori dei diritti invocano il “mancato guadagno” che deriverebbe loro dalla “mancata vendita” del prodotto facendo un semplice (e comodo ai loro fini) conto del “salumiere” (con tutto il rispetto per i salumieri) “copie scaricate = copie non vendute” arrivando quindi a valutare i danni subiti in cifre “astronomiche”, ma non realistiche:
banale dire che mentre è evidente l’intenzione di acquistare il bene, sebbene spesso a prezzo inferiore, nel mercato illegale della pirateria, i contenuti scaricati dalla rete in maniera gratuita attraverso il file sharing (senza scopo di lucro) spesso non rappresentano l’intenzione di acquistare quel contenuto, ma al massimo un interesse/curiosità legata al “costo zero” dello stesso e rappresentano un danno molto più elevato per la Pirateria che per i Titolari dei diritti, perché “colpiscono con forza” l’unico caso in cui si può veramente parlare di danno per “mancato acquisto” perché l’opera viene venduta illecitamente.

Link
(9A) http://www.diritto-in-rete.com/sentenza.asp?id=331
(9B) http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm

10 Collaborazione, cooperazione, comunità

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Immagine di jscreationzs http://www.freedigitalphotos.net/images/Communications_and_N_g263-Business_ Concept_p18411.html

La rete di comunicazione Internet nasce come strumento di scambio e cooperazione fra ricercatori. Grazie alle sue caratteristiche progettuali di rete aperta e finalizzata alla cooperazione e alla condivisione di conoscenze, si è diffusa rapidamente fra i cittadini e nel mondo della produzione.
Nell’attuale società dell’informazione in Rete assistiamo a molte realtà (commerciali o meno) che vivono e prosperano nella collaborazione e cooperazione di individui che, grazie a strumenti come wiki, blog, forum, social network, mailing list, gruppi di discussione, si aggregano al di là delle barriere nazionali o sociali, al di là dello spazio e delle divisioni politiche, con connessioni volontarie o casuali o oggettive, interagendo socialmente “come esseri umani e come esseri sociali più che come attori del mercato” come pari tra altri pari (10A).

Le motivazioni ed i fini che spingono queste persone sono tra i più disparati e non necessariamente economici (ma anche quelli, c’è chi sulla cooperazione “donata” in rete dai milioni di utenti del web ci fa i miliardi), dall’autoproduzione alla reputazione, dal divertimento all’ideologia, dalla passione per hobby personali all’impegno politico fino al desiderio del “dono”, tipico delle società arcaiche e rurali che è stato anche la principale forza della nascita della stessa Rete (che non a caso si basa su protocolli liberi da brevetti, sviluppati perlopiù da ricercatori con fondi statali, così come sul procedimento di “scrittura” e certificazione delle regole avvenuto grazie al sistema delle RFC -Request For Comments- il cui sistema, nella logica della pura collaborazione, prevede che i protocolli informatici della rete vengono sottoposti pubblicamente alla richiesta di commento ed eventualmente migliorati grazie al supporto di tutti i ricercatori):
oggi questa economia del dono e della condivisione, fondamentale per la crescita e lo sviluppo della cultura informatica e della rete degli albori (10B) (centri di ricerca, università, college, cultura hackers), resta particolarmente evidente nel circuito del software libero e della ricerca scientifica, dove la novità, la scoperta, il miglioramento poggiano sul lavoro pregresso e continuo di tanti tanto che sarebbe impensabile ed economicamente insostenibile “reinventare” tutto da zero, e la libera condivisione del lavoro dei singoli ed il “dono” del codice e delle scoperte altrui che permettono di progredire e migliorare.

Ma non solo in questi campi si sviluppano e si concretizzano la collaborazione e cooperazione degli utenti, infatti assistiamo allo sviluppo di una miriade di “gruppi” (comunità) che hanno dato vita a realtà come Wikipedia o Slashdot, piuttosto che social network di rilevanza mondiale basati essenzialmente sui contributi degli utenti quali Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Linkedln, Myspace, Last.Fm, aNobii, oppure nuovi sistemi commerciali che delegano agli utenti l’attendibilità ed il successo di “prodotti/informazioni” come Amazon, Google ed Ebay, servizi di condivisione/promozione virale e commercializzazione di contenuti come Jamendo, Spotify, Beatpick, Magnatune, Deezer (10C), piuttosto che iniziative di crowdfunding, (progetti collaborativi di gruppi di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per supportare gli sforzi di persone ed organizzazioni) quali Dig-it (giornalismo), Opengenius (medicina/ricerca), Spotus (giornalismo comunicazione), Prestiamoci e Zopa (prestiti personali), Produzioni dal basso (progetti musicali) (10D), o sistemi di “gioco” interamente (o quasi) creati e gestiti dagli utenti come Second life ed i centinaia di MMORPG -Massively Multiplayer Online Role Playing Game- esistenti da WOW a Lord of the Rings Online da Mapple Story a Pirates of the Burning Sea fino ad arrivare alla condivisione dei propri “mezzi” informatici e personali come succede con il già citato SETI@Home (e progetti collegati), con le Banche del tempo (libere associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi vicendevolmente) e l’intero ecosistema dell’Open Source e quello del File Sharing.
Tutti questi esempi mostrano come sia già emerso un nuovo fenomeno sociale che entra addirittura in competizione con quello attuale, le reti peer to peer assaltano l’industria discografica, Il software libero ed open source toglie quote di mercato alla Microsoft, Skype minaccia le telecomunicazioni tradizionali, Wikipedia compete con le maggiori enciclopedie online, sistema che é anche una nuova fonte di opportunità per il Business.

Nello stesso “File Sharing”, (se chi legge, riuscisse ad immaginarlo per qualche minuto già depenalizzato e quindi non più una pratica illegale), si può vedere come le migliaia di community sparse in tutto il mondo sono composte da utenti appassionati – i clienti migliori, potenziali ed effettivi (10E) – che avvicinatisi per l’enorme quantità di contenuti scambiati, non si limitano a fruire di un semplice “database di file da scaricare”, ma collaborano e contribuiscono con le loro conoscenze e con il loro tempo a creare “spazi” che trattano, in maniera spesso altamente professionale, entusiastica e competente, delle tematiche più disparate, scambiandosi informazioni, recensioni, consigli su Software e Hardware, Musica e Video (film, telefilm, opere teatrali, etc.) Libri e Fumetti, Open Source e vita Sociale/Politica, andando a creare/moltiplicare contenuti e informazione oltre che ponendosi come i “fans più dediti e fedeli” dei vari contenuti/argomenti di interesse:
ecco che in un ambito divenuto “illegale” per la violazione del Diritto D’autore dovuta allo scambio di copie di opere digitali (immateriali e infinitamente riproducibili), si vengono a riunire coloro la cui passione, interesse, conoscenza di un sistema operativo, di un attore, di uno scrittore, di un cantante, di un artista li rende i sostenitori più interessati ed interessanti per gli autori e per l’industria (anche per l’enormità di informazioni su interessi, tendenze e desideri che vi si possono ricavare), sia come clienti informati e fedeli (non semplici consumatori) che come i miglior “promotori”, perché attori di un maketing virale come solo i fans sono in grado di essere.
Ma se guardiamo oltre alle potenzialità puramente economiche di queste realtà vediamo tutte le caratteristiche più importanti del p2p, dall’educazione alla cultura della collaborazione, alla condivisione di tempo, competenze e mezzi (il proprio computer, hd, la propria linea), dalla cooperazione tra persone sconosciute che lavorano a progetti comuni, alla possibilità di entrare liberamente in relazione con altri facendo coincidere idee e capacità con i compiti da svolgere, dal moltiplicarsi e dalla creazione di interessi e conoscenza – grazie al confronto con gli altri -, all’analisi tecnica e qualitativa dei contenuti e dei prodotti per una fruizione come utenti fortemente interessati, informati e consapevoli (e non semplici consumatori “teleguidati”).

Link
(10A) Yochai Benkler “la ricchezza della Rete” http://www.mediasenzamediatori.org/weblog/?p=37
(10B) Storia di Internet http://it.wikipedia.org/wiki/Internet#Storia_di_Internet
(10C) Una lista, non certo esaustiva di quelle musciali la potete trovare qui https://yanfry.wordpress.com/2009/12/11/il-suono-creativo-della-musica-nella-rete/
(10D) Una “breve” lista con relativa descrizione si può trovare qui http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=6124
(10E) http://www.laquadrature.net/wiki/Studies_on_files haring#I_.22pirati.22_sono_coloro_che_comperano_pi.C3.B9_prodotti_culturali

11 Potenzialità non ancora espresse del File Sharing

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Immagine di Pink Sherbet Photography http://www.flickr.com/photos/pinksherbet/3370498053/

L’illegalità che “colpisce” le reti P2P che fanno file sharing di opere protette e la loro conseguente demonizzazione hanno portato a rallentare e a volte frenare attività, commerciali e non, che possono godere enormemente dei vantaggi tecnologici e “umani” del File Sharing e delle comunità che ne sono motore e carburante:
tra gli esempi “commerciali” troviamo ad esempio la Sub Pop Records etichetta discografica di Seattle, che raggiunse la notorietà negli anni 90 per avere per prima scritturato band come Nirvana, Soundgarden, Mudhoney e molte altre della scena del grunge, che distribuisce video e musica (oltre 1000 album) usando BitTorrent, la Blizzard famosa casa produttrice di videogiochi americana, utilizza un sistema simile a BitTorrent per distribuire aggiornamenti e add-on di uno dei MMORPG più popolari al mondo, World of Warcraft (con più di 11 milioni di giocatori paganti in abbonamenti mensili, la distribuzione dei frequenti e pesanti aggiornamenti sarebbe un compito impossibile unicamente attraverso server centralizzati), Jamendo la nota piattaforma web che raccoglie musica libera e legale, pubblicata con licenze Creative Commons o con Licenza Arte Libera, distribuisce la sua musica direttamente dal proprio sito e/o tramite BitTorrent (a giugno 2008 aveva raggiunto la quota dei 10.000 album pubblicati), Spotify, software e servizio di musica digitale in streaming gratuito, intervallato da interruzioni pubblicitarie, oppure senza pubblicità nella sua versione a pagamento, creato in Svezia nel 2006 e lanciato in alcuni paesi europei nell’autunno del 2008 (attualmente disponibile solo in Svezia, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Francia, Spagna e Paesi Bassi) usa una tecnologia ibrida p2p, raggiungendo nel 2009 un numero di utenti stimato attorno ai 6 milioni, Livestation, è un software che permette agli utenti di guardare programmi televisivi in diretta sui loro computer basato su tecnologia peer-to-peer addirittura sviluppata da Microsoft, NRK emittente pubblica norvegese che ha avuto un ruolo da vero e proprio pioniere del settore lanciando la sua torrent-tv libera da DRM, ha istituito il suo tracker per BitTorrent dedicato al broadcasting di alcuni dei suoi programmi, P2P-Next è un progetto finanziato dell’Unione europea che mira a produrre una nuova piattaforma per peer-to-peer di distribuzione di media digitali in grado di supportare modelli di business diversi, basato su un software libero sotto licenza LGPL 2.1 (tra i partecipanti figurano la BBC, Delft University of Technology, l’European Broadcasting Union, Kendra Foundation, Lancaster University, Markenfilm, Pioneer Digital Design Centre, Sapienza Università di Roma, Jozef Stefan Institute, RTV Slovenija e VTT Technical Research Centre of Finland), etc. etc. (11A);
ma non mancano esempi “non commerciali” in cui le attività volontarie degli utenti hanno dato origine a gruppi che non si occupano solo di tradurre e sottotitolare video (ma anche testi e fumetti) da altre lingue alla nostra di opere “di larga diffusione”, ma anche di opere di nicchia e/o commercialmente poco appetibili, che non arriveranno mai nel nostro paese, altri gruppi come Libreremo che nascono come “strumento di riappropriazione dei contenuti, a disposizione di tutti quei soggetti sociali (studenti, lavoratori, precari, disoccupati… ) ai quali viene quotidianamente negato il diritto allo studio e quello più generale a farsi una cultura” scansionando e mettendo in condivisione migliaia di testi, universitari e non, sono state create intere sezioni dei forum del file sharing che si occupano del recupero, ordinamento e condivisione di opere rilasciate con licenze libere e di pubblico dominio, così come “peer” che si occupano di opere (video, audio, testi) mai digitalizzate (perché ritenute commercialmente marginali) attingendo alle proprie registrazioni analogiche radiofoniche/televisive, su nastro o cassetta o “super 8” per crearne una copia digitale sostanzialmente “unica” evitandone la sparizione, mentre alcuni “iniettano” nei canali del file sharing i SOLI lavori offerti da progetti come il Gutemberg e/o il Mutopia e/o il Manunzio e/o LiberMusica, o si occupano di “creare” e condividere amatorialmente audiolibri ad uso dei non vedenti e ipovedenti, etc, etc.

Tutte queste e molte altre “micro-realtà” di condivisione di contenuti (che molto spesso ignorano l’esistenza le une delle altre anche quando hanno stessi obbiettivi), svolte da persone che occupano gratuitamente il proprio tempo e risorse per fini particolarmente “onorevoli”, rappresentano oggi una percentuale minima nel panorama dei sistemi e delle comunità di File Sharing, ma nonostante ciò dimostrano già come la condivisione di file depenalizzata e liberata dagli “stretti e angusti” angoli in cui è stata relegata, potrebbe dare spazio a tutte quelle attività non profittevoli e non “interessanti” per il business e per il grosso pubblico che invece potrebbero trovare un numero di “peer” sufficiente per consolidarsi e crescere.

Link
(11A) https://docs.google.com/Doc?docid=0AV5y4tBZ4FWwZGR0N2JudDdfMmN4Y3o1d2d2&hl=it

Un sentito ringraziamento per i loro consigli, critiche, aiuto nell’elaborazione e correzione, @DarthRevan di TNTVillage e @PaoloBrini di Scambioetico

Critica ragionata al Commissario Savarese: AGCOM, Copyright e File Sharing

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 dicembre 2010

PS:  A cosa sta puntando in sostanza l’AGCOM con il testo che si andrà in consultazione il 17 dicembre?
– blocco della connessione Internet (non per l’utente finale) ma per quei siti che ritrasmettono contenuti audiovisivi mettendo a disposizione in streaming film oppure file protetti da copyright tramite peer to peer (è qui tenteranno di includere anche siti che forniscono link/hash/torrent);
– L’autorità “dice” di essere legittimata ad accertare le violazioni e irrogare le sanzioni (provenienti dal decreto Romani e disciplina UE sul controllo degli intermediari);
– i provider dovranno comunicare all’AGCOM tutte le informazioni relative al traffico internet necessarie a “verificare eventuali profili di anomalia” nell’utilizzo dell’accesso alla rete (nel rispetto del principio della privacy … dice il commissario a parole) ovvero tutti coloro che utilizzano TROPPO download e upload potrebbero essere “anomali” e “segnalati” all’AGCOM che userebbe questi dati per individuare DA DOVE e COSA questi utenti scaricano/uplodano (e come fare questo nel rispetto della “privacy” voglio proprio vedere come ce la racconteranno).

Critica ragionata al Commissario Savarese e qualche altro commento a voci che girano su provvedimenti proposti dall’Autorità…

Savarese: “Il nostro copyright sarà garantista” – Corriere delle Comunicazioni.

R. L’Italia soffre un forte ritardo dovuto a due ordini di problemi. Il primo è di natura tecnologica e riguarda la mancanza di banda – quella che c’è è per la maggior parte occupata dal download o streaming illegali

Non me ne voglia il Commissario Savarese, ma non e’ informato correttamente. Questa affermazione ovviamente non ha un riscontro fondato.
Il traffico peer-to-peer, tradizionalmente associato alla pirateria, è in calo, come rivelano i dati di traffico per protocollo (e, ovviamente, non si po’ assumere che sia tutto traffico illegale). ma non solo.
Nielsen (non pizzaefichi) dice che gli utenti sono in calo.

– il secondo è economico. Chi vuole investire nella banda larga ha bisogno di vedere garantiti i ritorni, ma se domina l’illegalità si crea un evidente aborto economico. Se, invece, la fruizione dei contenti via Web viene in qualche modo regolamentata, rispettando i diritti di tutti, si potrebbe dare un maggiore impulso agli investimenti in reti veloci e, conseguentemente, in contenuti.

questa affermazione mette insieme due mercati vicini ma scollegati. come dire che se si pagano le penne si pianteranno piu’ alberi per fare carta.

D. In questo modo non si rischia di violare la libertà di uno strumento, come il Web, “ontologicamente” libero?
R. Credo che se si sostiene il principio di neutralità tecnologica non si può pensare di fare sul Web ciò che è vietato sulla carta stampata o in Tv. Lo hanno capito anche negli Usa dove, con il nuovo corso inaugurato dalla Fcc, si stanno rivedendo le norme sul copyright.

parafraso il Commissario: “non si puo’ pensare di fare con la penna ciò che è vietato alla carta stampata”

perche’ no ?
ma si puo’ fare sul web cio’ che si fa col telefono e con la carta e penna ? perche’ quelli che abitano il web, per lo piu’, non sono soggetti simili a multinazionali media bensì piu’ simili a bipedi.

il modello di riferimento è il mass media o la comnicazione individuale ?
Non si puo’ fare di tutta l’erba un fascio. Ovviamente coesistono, non si puo’ considerare che e’ simile SOLO ai mass media.
Non a caso la direttiva europea sui servizi media si regolamenta solamente i soggetti che, a fini economici, sono “in concorrenza con la radidiffusone televisiva”.

D. Lì però gli utenti hanno a disposizione delle immense library digitali: film, musica e ora anche libri. Le condizioni di partenza sono migliori.
R. Certamente, ma sono migliori anche le condizioni delle infrastrutture. Il territorio è cablato al 100% ed è stato più facile creare un’offerta digitale di

La CableTV arriva nel 96% delle abitazioni USA. Forse il Commissario si riferisce a questo.
Se si guarda la penetrazione a Giugno 2010 (abbonati a broadband fisso ogni 100 abitanti) in USA sono al 27,1% contro il 21,3% in Italia (Dati OCSE, tabella 3.a) Quindi forse la disponibilità della infrastruttura non e’ cosi’ poi determinante rispetto alla nascita di offerte commerciali.
Anche in Italia, 10M di consumatori non sono sufficienti per fare offerte legali ?

qualità. E nonostante ciò, anche lì l’industria dell’entertainment chiede un cambio di marcia nel senso di una maggiore tutela del copyright. E lo chiede ancora di più quella italiana che soffre dei ritardi di cui abbiamo detto sopra. Si tratta di un settore che impiega circa 300mila persone che vivono della vendita dei prodotti e dei diritti su quei prodotti. Se si continuasse a fruire illegalmente del loro lavoro sarebbe una catastrofe.

Pienamente d’accordo.

Chiedo aiuto… Aiutatemi a restare onesto..

la videoteca del mio paesino ha chiuso; per andare a prendere un film da Blockbuster (i 3 piu’ vicini a me hanno chiuso) devo fare 16Km16; online le offerte legali che posso fruire per vedere sul mio televisore sono…1 (oppure devo comprare n set-top-box)

D. Quale ruolo per l’Agcom nel quadro che si verrà a delineare?
R. Data per chiara la competenza dell’Autorità nell’accertamento delle violazioni,

Qui devo manifestare la mia ignoranza. Io pensavo che la competenza dell’Autorità riguardi la sospensione della ricezione o trasmissione di servizi media audiovisivi, non l’accertamento delle violazioni fatte da privati, dato che sui supporti ad uso domestico si paga gia la levy (legge Bondi) e non c’e’ tipicamente diffusione in pubblico……
Qualcuno mi potrebbe indicare la fonte normativa della titolarità del’accertamento in capo all’Autorità?

ciò che potrebbe delinearsi è l’imposizione in capo agli Isp dell’obbligo di comunicare dati sul traffico Internet nel rispetto della privacy e del principio di neutralità della rete.

Non capisco cosa c’entri la neutralità della rete con i dati di traffico di rete…

Tali informazioni consentiranno all’Agcom di delineare un quadro del fenomeno della pirateria e di mettere in campo le azioni utili a contrastarla.

… a meno che non venga richiesto di esaminare il contenuto di tutto il traffico in passaggio, cosa che avrebbe “qualche” risvolto di incostituzionalità, per quel poco che capisco.

perche’ i casi sono due: o ritengo che tutto il traffico video sia pirateria oppure devo controllare cosa c’e’ dentro analizzando il contenuto del traffico (e comunque non basta a stabilire se era parodia o citazione o se era il titolare dei diritti o se era copia privata o se era effettivamente pirateria).

Il regolamento in lavorazione, infatti, è solo una parte di una strategia più ampia di lotta all’illegalità sul Web.

aboliamo la commutazione di pacchetto, e non se ne parli piu’..

pero’ si potrebbe anche fare offerte legali, multipiattaforma, con obblighi di must carry e must offer sulle piattaforme, con un po’ di concorrenza che fissi i prezzi nell’equilibrio offerta-domanda. Forse se ne sta occupando il Comitato Antipirateria presso la Presidenza del Consiglio, il cui piu’ recente segno di vita, se non erro, risale al gennaio 2009 ?, giusto due annetti fa ?…

Strategia che passa anche per una forte campagna di informazione per gli utenti sui pericoli e sui rischi da essa generati. Il presupposto perché le misure siano efficaci è la collaborazione di tutti gli attori per comporre nel modo più appropriato tutti gli interessi in gioco.

basta che siano tutti… ma proprio tutti…

anche se un legittimo dubbio rimarrebbe, se un testo dell’Autorità per le GARANZIE nelle Comunicazioni recitasse “effettuate le verifiche eventualmente necessarie, comunicano l’avvio del procedimento al gestore del sito” o anche parlasse di “misure inibitorie che consentano la cessazione immediata della violazione, senza lungaggini, pur nel rispetto dei limiti di difesa, e assicurando la proporzionalita’ delle misure prescelte in funzione delle specificità di ciascuna situazione violativa rilevata” o anche l’obbligo agli ISP di bloccare le porte di rete usate frequentemente per il peer2peer o il blocco dello streaming non autorizzato o il blocco del routing di indirizzi IP o ancora il rallentamento fatto dagli operatori di rete dello scambio di file di grosse dimensioni e anche di farlo fare a Telecom Italia per tutti, come gira voce fosse contenuto nella bozza..

ve lo immaginate filtrare le porte degli IP address di chi fa P2P ? mi verrebbe da ridere…

Ma sono certamente malignità. AGCOM non emetterebbe mai un documento del genere; i consulenti che usa sono esperti che hanno conosciuto dal vivo l’operatività dei fornitori di accesso ad internet e la dimensione delle questioni e delle loro implicazioni…

poi, una domandina per chi sa di queste cose… l’attività di Gogole e di Bing puo’ essere considerata indicizzazione di file protetti da copyright intesa ad agevolarne la diffusione gratuita tra gli utenti di internet senza il consenso dei titolari dei diritti ? ovvero, come si sa se un contenuto che sta su internet è li’ con il consenso dei titolari, se non sono i titolari a denunciarne la violazione ?

se non vado errato, qualunque testo e’ protetto da copyright, no ?

perche’ c’e’ qualcuno che ogni tanto prende testi dal mio blog, introducendosi abusivamente nel mio domicilio informatico, viola il mio diritto d’autore ! non vedo l’ora di denunciare questi comportamenti abusivi ad AGCOM (ho il loro IP address) … 😉

Source: Critica ragionata al Commissar…un Blog di Stefano Quintarelli Immagine

Autoproduzioni, autodistribuzioni, licenze e mercato

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 4 novembre 2010
Pubblicato da Andrea Arcella

Su invito del mio amico Mario, ho letto con attenzione la serie di interventi pubblicati sulla bella webzine musicale Sands zine (per leggere gli interventi dovete cliccare sui tasselli di figure in fondo alla pagina). Tali interventi sono incentrati su un tema a me caro: autoproduzione, autodistribuzione, licenze libere, etc. Più o meno tutti gli interventi concordano su alcuni temi fondamentali che io condivido pienamente: il ruolo deleterio del diritto d’autore nelle sue attuali declinazioni industriali, la visione della SIAE come macchina burocratica che impedisce nei fatti forme musicali innovative o semplicemente artisti che vogliono rimanere fuori dai circuiti del mainstream pop, il ruolo della rete che ha introdotto nuovi meccanismi di distribuzione e fruizione.

L’intervento di Scarph (area antagonista autistici) verte soprattutto sull’aspetto etico-sociale della produzione musicale; ritengo le sue osservazioni sull’omologazione della cultura a merce e susseguente sfruttamento pienamente condivisibili. Il punto è che sfugge un argomento fondamentale al suo discorso: come dovrebbero campare i musicisti. In sostanza nei discorsi che vengono fuori da questa area politica vi è sempre una riflessione corretta su cosa non funziona nella nostra società ma scarseggiano proposte serie per un modello economico/sociale alternativo. Purtroppo mi sembra che dopo aver buttato a mare Marx, socialdemocrazie etc. non sia rimasto molto altro da proporre.

L’intervento a Marco Fagotti di Anomolo mi sembra che invece colga maggiormente a fuoco il problema della sostenibilità economica; La proposta di Fagotti che definirei (semplificando naturalmente) “socialista” prevede una forma di tassazione ( che potrebbe essere generale cioè sulle persone fisiche e giuridiche o sui consumi come tassa sui cd vergini) che consentirebbe agli artisti fuori dalle logiche mainstream di vivere. Sono in linea di massima d’accordo con questa proposta ma bisogna tener presente alcuni problemi:
1) affinchè funzioni bisogna avere un’intera società orientata in senso socialista, altrimenti accade ciò che è sotto i nostri occhi: la tassazione sui cd vergini viene usata per finanziare la SIAE e i deficit prodotti dai grandi speculatori; questo è un punto vero in generale: le tasse in Italia sono usate per ripianare i deficit della FIAT come quelli di Mondadori.
2) Nel momento in cui la sopravvivenza degli artisti è vincolata ad un finanziamento statale succede che il politico di turno diventa automaticamente il datore di lavoro degli artisti; anche questo succede già oggi: basti vedere gli artisti visivi che vivono di commesse pubbliche (amici di politici) o i teatri d’opera i cui consigli di amministrazione sono nominati dalla politica. L’intervento di Claudio Tarsia è una specie di piccola ontologia del disco; ci parla di noi tramite il rapporto con questo oggetto: interessante.

L’intervento di Kai Zen è molto dettagliato nella spiegazione del copyleft e lo trovo una lettura estremamente utile già per questo; sono interessanti anche gli altri temi trattati tra cui le conseguenze dell’overload informativo prodotto dalla rete (e dall’autoproduzione); a questo proposito viene sottolineata l’importanza ancora maggiore che acquisiscono fanzine, webzine ed in generale l’intervento di una stampa (in senso lato) che fornisca un orientamento e una critica alle produzioni. Il centro dell’intervento è una visione ottimistica: “…..la sostituzione del paradigma vivi-conuma-crepa con il paradigma assimila-riproduci-diffondi“. Ma sarà vero che questo paradigma si affermerà a livello di massa? Già oggi le multinazionali hanno assorbito il concetto di marketing virale che scimmiotta e asservisce l’assimila-riproduci-diffondi in chiave ultra capitalista.

Massimo Giannini di Sinistri si sofferma a raccontare la sua esperienza di musicista no copyright. E’ una lettura interessante perchè illustra cosa può accadere in un mondo-giungla. Voglio segnalare la sua disavventura con un gruppo celebre di electronica come i Matmos che in sostanza gli hanno campionato dei brani senza riconoscere alcun credito. Fortunatamente questo non può più succedere con le creative commons; inoltre questa cosa dovrebbe aprire un dibattito sulle etichette paraculo angloamericane che hanno dominato il mercato “sperimentale” negli anni ’90 e primi ‘2000. In breve queste etichette si sono affermate (e si sono arricchite) su un mercato in cui non ci sono costi di produzione perchè i musicisti si fanno i loro pezzi a casa col computer. A differenza delle major che hanno apparati di produzione molto costosi qui i guadagni sono possibili anche con mercati molto più piccoli. Mi chiedo a questo punto se sia giusto considerare tutto ciò che è “piccolo” anche “buono”.

Infine l’intervento di Stefano Giust di Setole di Maiale si concentra sullo spazio nullo concesso dai media e dalle istituzioni culturali alla musica d’arte generando un impoverimento culturale del paese; non si può che essere d’accordo!

Source: SEDICI TONNELLATE BLOG: Autopr…stribuzioni, licenze e mercato
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Siae, i costi di un monopolio. Uno studio dell’IBL

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 22 luglio 2010

Uno studio condotto da Diego Menegon per l’Istituto Bruno Leoni e presentato ieri a Milano pone a confronto i tassi di efficienza nella gestione collettiva dei diritti d’autore della Siae, cui la legge italiana riconosce un regime di esclusiva, e delle società di intermediazione attive nel Regno Unito. Un’analisi comparativa tra due modelli opposti: un monopolio pubblico legale da un lato, un modello aperto alla concorrenza dall’altro.

Per quanto le caratteristiche strutturali del mercato favoriscano comunque la costituzione di posizioni dominanti, dai risultati della ricerca dell’IBL si evince come il monopolio de facto detenuto dalle collecting society inglesi conosca comunque stimoli all’efficienza e alla specializzazione, dati dalla consapevolezza che una cattiva gestione delle proprie attività può rendere il mercato appetibile a nuovi sfidanti. Nel solo settore della musica, se la Siae operasse con gli stessi standard di efficienza rispettati oltremanica, titolari dei diritti d’autore e fruitore delle opere disporrebbero di maggiori risorse per 13,5 milioni di euro, che si tradurrebbero in maggiori remunerazioni per i primi o risparmi per i secondi.

Nel settore delle opere letterarie e delle arti figurative, il gap di efficienza è ancor più evidente: i costi operativi della Siae incidono sul totale delle somme riscosse nella misura del 26%, più del doppio dei costi sostenuti dalle collecting society del Regno Unito, dove il costo dell’intermediazione ammonta al 10,4% delle risorse raccolte.
Un secondo confronto con la SUISA, unica società di gestione collettiva dei diritti d’autore autorizzata ad operare in Svizzera, evidenzia le significative inefficienze della SIAE, le cui performance sono inferiori anche rispetto a quelle meno brillanti di un altro monopolista. Motivo in più, secondo Diego Menegon, per riformare un settore che le istituzioni comunitarie sembrano voler aprire sempre più al mercato.

Il paper è liberamente scaricabile al seguente link: http://brunoleonimedia.servingfreedom.n … 9_SIAE.pdf

Fonte: http://www.libertiamo.it/2010/07/21/sia … %80%99ibl/