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SIAE: ma che FAPAV dicono?

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 22 aprile 2010

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Nella coalizione FAPAV – SIAE, sembra essersi scatenata una meravigliosa competizione alla pubblicazione del comunicato stampa più creativo o, se preferite, a chi la dice più grossa…

Ieri, sembrava, che l’oscar spettasse a FAPAV con il FANTAcomunicato che ho commentato qui.

Oggi però, SIAE, ha rilanciato e, in tutta franchezza, mi ha messo in imbarazzo nell’assegnazione dell’Oscar che, tuttavia, assegnerei al Presidente Assumma come da foto qui sopra.

Scrive, infatti, SIAE nel suo comunicato che

“La sentenza sul caso Telecom è innovativa e importante per Internet e il diritto d’autore. Stabilisce infatti che, in caso di conoscenza di attività illecite a danno degli autori, il prestatore dei servizi Internet (ISP) ha l’obbligo di informare senza indugio l’Autorità Giudiziaria o Amministrativa di Vigilanza, affinché possano essere attivati gli ulteriori obblighi di protezione ad essi spettanti.“.

Letta questa affermazione, ho creduto di essermi dimenticato il testo della disciplina sul commercio elettronico in materia di responsabilità degli intermediari e sono corso a rileggermelo.

Ecco quello che dice l’art. 17 del D.lgs. 70/2003:

omissis

2. Fatte salve le disposizioni di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore è comunque tenuto:
a) ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione;

omissis

Mi sembra si tratti esattamente dello stesso rivoluzionario ed “innovativo” principio contenuto nella Sentenza e salutato dalla SIAE come Cristoforo Colombo salutò l’America!

Ma si può definire “importante ed innovativa” una Sentenza che dopo aver respinto tutte le domande – quelle si importanti ed innovative – proposte da FAPAV e supportate da SIAE si è limitata a ribadire pedissequamente un principio sancito a chiare lettere in una disciplina vigente in europa da oltre dieci anni?

L’unica cosa innovativa della Sentenza è rappresentata dal fatto che il Giudice – forse per un lapsus – ha ritenuto che l’autorità di vigilanza competente fosse l’ormai estinto ministero per le comunicazioni anziché l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni.

Domani chi rilancerà dicendo che il Giudice ha addirittura disposto che la Rete vada chiusa a tutela della proprietà intellettuale?

Fonte:

http://www.guidoscorza.it/?p=1737


Licenza CC:

http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

La condanna di Google e le figuracce dell’Italia

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 2 marzo 2010
In breve:
Rileggere qualche quotidiano estero e qualche osservatore acuto dopo la sentenza contro Google fa cadere davvero le braccia. A partire dal rappresentante legale di Google, ripreso dalla BBC, emozionato e sinceramente risentito

Roma – Molto è stato scritto sulla vicenda, ma mai abbastanza per illustrare come il sistema legislativo italiano si dimostri ancora una volta fatto non di normative chiare e inequivocabili ma di grimaldelli, di chiavi universali che, a seconda dell’abilità di avvocati e magistrati, possono essere impiegate per piegare un verdetto riguardante qualunque fatto, contro chiunque, in qualsiasi direzione.

E se illustri quotidiani hanno già sentito il dovere di spazzolare i pareri sul piano internazionale, c’è da sottolineare qualche altra cosina che preme dalle fonti estere, in particolare quelle statunitensi che sono le più “colpite” in quanto connazionali del “grande accusato”: Google, condannato per la diffusione in rete del video di maltrattamenti a un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, rimosso dopo due ore dalla segnalazione ricevuta dalle Autorità.

Si diceva già in altra occasione che la decisione presa dal Tribunale di Milano è destinata a fare danni oltre la vicenda in sé. Certamente occorre cautela, perché ancora manca la motivazione ufficiale. Ciò non toglie che, agli occhi degli internauti di tutto il mondo – ma in particolare di quelli italiani e statunitensi – i giudici milanesi hanno quanto meno fatto fare all’Italia una figura barbina all’estero.

La “gloriosa” BBC, ad esempio, evidenzia come da Google si siano levate voci sinceramente risentite. Lo si può notare anche dall’espressione in volto del portavoce di Google (un fotogramma è riprodotto in figura qui di lato, ma è molto più efficace il video presente sul sito della testata): un’espressione decisamente risentita che si percepisce anche senza capire quel che dice, sotto cui sgorga una voce leggermente tremolante, da cui traspare l’intensa emozionalità.

Per chi non comprende l’inglese, dice nel filmato David Drummond, rappresentante legale di BigG: “… abbiamo deciso di appellarci a questa decisione, perché riteniamo ponga un interrogativo fondamentale per la libertà su cui Internet è fondata. Nessuno di questi tre impiegati ha nulla a che fare con quel video: non lo hanno caricato, non lo hanno ripreso, non lo hanno revisionato. Eppure sono stati ritenuti colpevoli. Se questa decisione sarà resa definitiva, costituirà una grave minaccia per la libertà (di espressione, ndB) di cui si usufruisce in Internet, significherà che (chi gestisce, ndB) siti come Blogger e YouTube sarà considerato responsabile per ogni video caricato: quella finestra di libertà offerta dal Web cesserebbe di esistere. Questo è uno dei più importanti punti di principio per cui noi abbiamo intenzione di appellarci e difendere i nostri impiegati su tutta la linea”.

Peter Fleischer, consigliere privacy di Google, si chiede quante piattaforme Internet possano continuare a esistere se la decisione sarà confermata. “Mi rendo conto di essere solo una pedina in una gigantesca battaglia di forze, ma resto fiducioso che il verdetto di oggi si ribalti di fronte all’appello”, ha detto. E Richard Thomas, ex commissario per l’informazione britannico nonché consulente dello studio legale Hunton & Williams, specializzato in privacy, ha semplicemente definito il caso ridicolo.

La posizione di Google, peraltro espressa con fermezza nel blog ufficiale, è chiarissima: “Grave minaccia al Web in Italia”, titola il blog. Che dopo aver illustrato la situazione, chiude con una via di mezzo tra una promessa e una minaccia: “Questi sono importanti punti di principio, la base della motivazione per cui noi e i nostri impiegati ci appelleremo vigorosamente contro questa decisione”.

Non da meno il New York Times, che evidenzia il rischio complessivo per il business che Google vede avanti a sé ma non risparmia di dipingere un quadro politico della vicenda, al centro del quale il quotidiano addita uno scenario rattristante: a fronte di tante promesse per la Banda Larga che i lettori ben conoscono, l’articolo cita parole dell’On.le Gentiloni, che dichiara “il potere politico è nelle mani di chi fa televisione, non Internet” e aggiunge “più è lenta la banda larga, meglio è per un governo orientato al dominio della TV”. Vale a dire, ogni strumento è valido per favorire il monopolio dell’informazione cercando di tenere a bada uno strumento come Internet, sul quale è difficile avere il controllo, in favore di strumenti tipicamente monodirezionali, qual’è la televisione.

Scenario a cui si aggiungono non solo il disappunto dell’ambasciatore USA in Italia, David Thorne, ma anche di Juan Carlos de Martin, fondatore del Nexa Center del Politecnico di Torino, che studia proprio l’uso di Internet in Italia. “Si tratta di uno sforzo intenzionale di controllare ulteriormente i mezzi di comunicazione”, ha detto de Martin.

Il quotidiano ricorda che esiste una direttiva europea sul commercio elettronico, a cui Google tra l’altro si appella. Ma Internet, ricorda de Martin, per il potere sta diventando una minaccia: “basta burocratizzarla appena un po’, e si eliminano migliaia di persone che subito riterranno non valga la pena di profondervi sforzi”, ha precisato.

Prescindendo dai rischi meramente economici, ma cosa vorrebbero i magistrati milanesi? Che Google controllasse uno per uno tutti i video caricati sul proprio portale? Impossibile: come si può controllare un sistema dove ogni minuto vengono caricate 20 ore di video? Allora bene fa Wired a vedere in quest’azione le basi per la solidificazione di un atteggiamento sempre più censorio. “Le accuse criminali sui funzionari di Google formulate dalla corte italiana sul video inviato da un utente di Google sono insensate in ogni loro bit, così come le descrivono i commentatori in tutto il mondo”, apre Forbes, che sottotitola esternando una piccola speranza: “non tutte le legiferazioni sul Web saranno così sciocche”.

E cosa dire della frustata di Business Week? “Il crimine italiano di Google spiega perché l’Italia è in ritardo”, apre il sito. E cita le parole di Eric Goldman, docente di legge all’Università di Santa Clara in California: “Se quella fosse stata la legge negli USA, avrebbe probabilmente ucciso eBay, YouTube, Facebook e il resto dei siti simili prima ancora di nascere”. Un legiferare, continua Business Week, che visto da prospettiva americana risulta del tutto folle, dove solo le differenze culturali tra i due paesi possono spiegare punti di vista così diversi.

Se non fosse chiaro, con questo giro di parole Business Week ha dato all’Italia dell’ignorante, del paese culturalmente arretrato. Bella figura, per la patria di Dante e del Diritto Romano.

Si può chiudere con un editoriale del Los Angeles Times, che dopo aver riassunto i fatti fa notare che “nell’accusare i dirigenti Google di violazione della privacy con un video che essi non hanno né prodotto né caricato online, il giudice Magi ha indebolito il messaggio che i querelanti avevano indirizzato ai giovani realmente responsabili dell’atto. La lezione giusta avrebbe dovuto essere che Internet dà alla gente un grande potere e chi ne abusa se ne deve assumere la responsabilità. Tutta la responsabilità”.

Ma ormai è tardi. La figuraccia l’Italia l’ha fatta, per l’ennesima volta, dimostrando al mondo come il suo sistema legislativo sia nient’altro che una leva al servizio e vantaggio di pochi, strumentale, strumentalizzata e strumentalizzabile come non mai, addomesticabile alle esigenze di chi ha il potere di decidere chi deve vincere e chi no. Sono i fatti a dimostrarlo e gli avvocati a deciderlo, prima ancora di un reale convincimento di una concreta colpevolezza ragionevolmente affiancabile all’orientamento generale della Giurisprudenza .

Ora bisogna solo vedere se Google, il gigante di Mountain View, manterrà la promessa di un appello vigoroso. E se lo farà – com’è più che lecito attendersi – lo farà con la potenza finanziaria di un gigante quale è, un colosso economico che, se vuole, può anteporre a sé tanti di quegli avvocati superpreparati che trascinare l’Italia davanti alla Corte Europea e farla prendere a frustate, per l’ennesima volta, sarà just a piece of cake (espressione figurata: sta per facilissimo).

Continuando di questo passo – figuracce a parte – cosa resterà in Italia di Internet? Nulla. Resterà un canale di mero trasporto dati, settorializzato, dove ciò che si paga a parte passa e ciò che non si paga a parte resta in fila,  su cui prolificheranno sempre più le Darknet, sempre più cifrate e sempre più circoscritte. Almeno fin quando non si impedirà per legge di far transitare in Rete informazioni cifrate.

Dopodiché, il gemellaggio con la Cina può considerarsi completato, forse anche superato.

Marco Valerio Principato

Fonte: http://nbtimes.it/prime/5098/la-condanna-di-google-e-le-figuracce-dellitalia.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it

Sentenza Google, un bel problema per i provider

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 26 febbraio 2010

di Elvira Berlingieri
Il tribunale di Milano condanna a sei mesi di reclusione tre dirigenti del motore di ricerca per violazione della privacy. Cadute invece le accuse di diffamazione. Torna in discussione la responsabilità dei gestori dei servizi di pubblicazione online

Non si conoscono ancora gli estremi della sentenza, ma la notizia sta facendo il giro del mondo. La stessa Google, sul proprio blog ufficiale, fa sapere che David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes  sono stati condannati per violazione della privacy. L’accusa per il concorso omissivo in diffamazione è caduta, probabilmente in applicazione della disciplina sul commercio elettronico, che sancisce l’irresponsabilità del provider per le attività effettuate dagli utenti sui propri servizi. È stata, invece, rilevata la violazione delle norme in materia di privacy.

Riservatezza e dati personali

Nell’attesa di avere il testo della sentenza, è da rilevare che la direttiva in materia di commercio elettronico non si applica, tra le altre cose, a due direttive che si occupano di privacy. L’articolo 1 del decreto legislativo 70/03, che ha recepito la direttiva, esclude dal campo di applicazione «le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675, e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171, e successive modificazioni». E le due discipline, in effetti, sono diverse e fra loro indipendenti e questa norma potrebbe avere rafforzato la non applicazione della regola della non responsabilità del provider per la violazione della privacy riscontrata nel caso di specie.

Nel video, di cui abbiamo parlato su Apogeonline all’epoca dei fatti, erano ripresi alcuni studenti dell’Istituto Steiner di Torino mentre vessavano e insultavano un loro compagno affetto da una forma di autismo. Il video era stato caricato su Google Video da una studentessa che, presente all’avvenimento, aveva filmato la vicenda. Le motivazioni della sentenza daranno spunti per ragionare sui limiti possibili all’efficacia della tutela del diritto al controllo dei propri dati nel web contemporaneo e l’articolarsi della responsabilità attraverso la catena di custodia degli stessi. Il problema di base è questo: se un video è un dato personale (ed è sicuramente sensibile, se rivela uno stato di salute), a chi spetta chiedere il consenso alla diffusione di dati di un soggetto terzo? Al fornitore di hosting rispetto all’utente che immette i suoi dati in un servizio o all’utente stesso?

I dati sensibili degli amici

La disciplina in materia di privacy riveste, in questo momento storico, un ruolo di capillare importanza per i diritti che si prefigge di tutelare, messi sotto scacco dagli stessi soggetti che ricadono sotto la sua tutela attraverso la condivisione online la propria vita su blog e social network. Il lifestreaming nasce come condivisione delle proprie relazioni con un pubblico indiscriminato: in questo senso, i problemi maggiori arrivano dalla necessità di rispettare la privacy delle persone che fanno parte della rete di contatti. Se un utente ha il diritto di condividere autonomamente con il resto del mondo le proprie foto, il proprio status (inteso sia in senso 2.0, come ad esempio il proprio umore, sia in quello giuridico, come ad esempio il fatto di essere sposati con una determinata persona) e ogni altra informazione che lo riguarda, non ha invece il diritto di condividere su web dati personali o sensibili che appartengono ad altri.

Nel definire il campo di applicazione della disciplina, infatti, il Codice in materia di protezione dei dati personali chiarisce che questa si applica certamente a persone giuridiche che trattano i dati di soggetti terzi, ma anche ai privati qualora comunichino e diffondano dati di altri anche se i fini sono personali. Secondo l’articolo 5 comma 3, «il trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali è soggetto all’applicazione del presente codice solo se i dati sono destinati ad una comunicazione sistematica o alla diffusione. Si applicano in ogni caso le disposizioni in tema di responsabilità e di sicurezza dei dati di cui agli articoli 15 e 31». Inoltre, secondo il comma 5 dell’articolo 26 i dati idonei allo stato di salute non possono essere diffusi a prescindere dal consenso.

L’informativa

Le regole dell’informativa preventiva e del consenso scritto qualora i dati condivisi siano anche sensibili dovrebbero essere la norma per tutti gli utenti italiani che condividono foto di amici, video, relazioni personali. L’informativa assolve i propri scopi se vi sono indicati i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati, oltre all’ambito di diffusione dei dati medesimi. Se la diffusione avviene attraverso il web, ogni aspettativa di controllo sulla circolazione dei dati stessi è fugata.

Il problema è noto da tempo, tanto che il Garante, nel pubblicare una guida per un uso consapevole dei social network, così si rivolge a studenti, insegnanti e genitori nel decalogo finale: «Astieniti dal pubblicare  informazioni personali  e foto relative ad altri senza il loro consenso. Potresti rischiare anche sanzioni penali». In effetti, l’articolo 5 è in linea con la previsione del decalogo e il consenso alla diffusione dei dati dovrebbe essere richiesto da colui che i dati li pubblica e li diffonde, cioè l’utente del servizio utilizzato. È un principio eticamente e giuridicamente corretto.

Oneri per il gestore

Non sappiamo, allo stato, a che titolo Google sia stata ritenuta responsabile, ma nell’articolo della BBC viene rilanciata l’ipotesi che il problema riguardi proprio la mancanza di consenso di tutti i soggetti coinvolti nel video prima che questo fosse messo online. Se questa è la motivazione alla base della sentenza, significa che è stato previsto in capo non all’utente ma al fornitore del servizio di hosting l’onere di chiedere il consenso alla pubblicazione del video. In poche parole Google avrebbe dovuto verificare il contenuto del video, rilevare la presenza di altri soggetti, rintracciarli o imporre all’utente che ha caricato il video di farlo, verificarne l’identità, farli iscrivere alla piattaforma e acquisire il consenso scritto del disabile e dare agli altri la relativa informativa. Oppure, in alternativa, imporre all’utente che ha caricato il video di acquisire egli stesso i necessari consensi e formalmente incaricare Google come responsabile esterno del trattamento dei dati dei soggetti filmati. O, ancora, più semplicemente, bloccarne l’upload.

A queste condizioni, le piattaforme che permettono la pubblicazione di user generated content – non solo Google Video, ma anche Facebook, Ning, Vimeo eccetera – ai fini della privacy avranno l’onere di verificare i contenuti e di ottenere i consensi anche degli utenti non iscritti, con ovvi problemi in merito all’identificazione di ognuno. È chiaro, quindi, che in futuro la giurisprudenza dovrà trovare un equo bilanciamento tra la tutela dei dati di soggetti collegati ai propri utenti e la possibilità concreta dei provider di contenuti di potere erogare i propri servizi.

Prospettive per il futuro

Che cosa avrebbe potuto fare, quindi, Google e quali possono essere le prospettive se una ipotesi di responsabilità per chi fornisce hosting per user generated content dovesse stabilirsi a partire da questo caso? Ci sono due soluzioni possibili al momento. La prima, sicuramente più corretta, è che tali provider chiedano al Garante un interpello per presentare i problemi connessi alle attività specifiche che i comportamenti dei loro utenti pongono in materia di tutela dei dati personali e adeguarsi alla soluzione proposta dall’Autorità. La seconda è stabilire nelle condizioni di servizio un obbligo contrattuale che addossi all’utente l’obbligo di premunirsi dei necessari consensi relativi ai dati personali di eventuali terze persone raffigurate nei loro contenuti e garantire il provider, sotto loro responsabilità, che tutti gli obblighi di legge sono stati adempiuti.

Fonte: http://www.apogeonline.com/webzine/2010/02/25/sentenza-google-un-bel-problema-per-i-provider
Elvira Berlingieri si occupa di diritto d’autore e proprietà intellettuale, tutela del software e diritto delle nuove tecnologie, conciliazione e mediazione. È consulente legale presso privati e pubbliche amministrazioni. Docente e relatore in diversi master e corsi di perfezionamento, tiene cicli di lezioni al master in e-Medicine dell’Università di Firenze. Ha pubblicato il manuale Legge 2.0, il web tra legislazione e giurisprudenza (Apogeo, 2008).
In Rete: elvlog.wordpress.com

ACTA: domande e risposte

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 24 febbraio 2010
Grazie all’ultimo documento trapelato, riguardante il capitolo dedicato a Internet, siamo in grado di proporvi una dettagliata FAQ (Frequently Asked Questions) su ACTA in collaborazione con numerose organizzazioni non governative, in particolare EDRi, EFF, FFII e ScambioEtico.
English readers click here.

ACTA: CAPITOLO SULL’ENFORCEMENT DIGITALE TRAPELATO

Frequently Asked Questions

1. ACTA riguarda solo la contraffazione?
2. Che cos’è questo documento?
3. Questo capitolo riguarda la contraffazione?
4. Questo capitolo include i 3-strikes per la disconnessione da Internet degli utenti?
5. La proposta tenta di imporre il “notice and takedown” sullo stile del DMCA globalmente?
6. Quali sono i pericoli di rendere terze parti responsabili delle violazioni della proprietà intellettuale?
7. Misure di protezione tecnica in stile DMCA e interoperabilità
8. Il capitolo Internet include misure penali?
9. La Commissione Europea non aveva promesso che non ci sarebbero stati 3-strikes?
10. La Commissione Europea sta rispettando gli obblighi, sotto il suo mandato di negoziazione, di non andare oltre il vigente quadro legislativo dell’Unione?
11. Se l’UE si conforma all’acquis, non stiamo semplicemente esportando un modello regolatorio di
successo?
12. Come si inquadrano queste proposte con il ruolo dell’UE nel promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo?

1. L’Accordo Commerciale Anticontraffazione (ACTA) riguarda solo la contraffazione?

No. La contraffazione coinvolge la produzione di beni falsi che fraudolentemente traggono profitto dai marchi commerciali e che danneggiano la fiducia dei consumatori. ACTA contiene disposizioni che rafforzano la repressione dei beni contraffatti, ma copre anche uno spettro molto più ampio di temi, incluse sanzioni obbligatorie per violazioni del copyright a scopo non commerciale, la regolamentazione mondiale di Internet e il commercio globale di farmaci generici.

2. Che cos’è questo documento?

Si tratta del Capitolo sulla repressione nell’ambiente digitale (Digital Enforcement Chapter), per la precisione la sezione 4 del capitolo 2, il capitolo dell’accordo che si focalizza nello stabilire norme globali per la legge di proprietà intellettuale. I negoziatori hanno dichiarato che ACTA avrà sei capitoli: (1) Disposizioni iniziali e definizioni; (2) quadro legale per l’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale comprendente imposizione civile, misure di frontiera, imposizione penale e imposizione dei diritti di proprietà intellettuale nell’ambiente digitale; (3) Cooperazione internazionale; (4) Pratiche di imposizione; (5) Accordi legali; (6) Disposizioni finali.

3. Questo capitolo riguarda la contraffazione?

No. Questo capitolo riguarda principalmente le violazioni del copyright. Sebbene non sia chiaro in questo documento se le violazioni non commerciali vi siano incluse, le disposizioni della precedente sezione sulle Misure di Frontiera hanno fatto capire che la definizione di contraffazione cambierà le attuali norme internazionali,espandendone portata oltre il perseguimento delle associazioni criminali che spacciano beni che sarebbero, secondo le dichiarazioni, obiettivo di questo accordo. Questo capitolo si indirizza agli utenti di Internet e copre le attività non commerciali sulle reti digitali, non i falsari.

4. Questo capitolo di ACTA include l’approccio “3-strikes” per la disconnessione da Internet dei presunti trasgressori del copyright?

Sì. La nota 6 mostra che i negoziatori americani richiedono che gli ISP adottino politiche di disconnessione “3-strikes” contro propri clienti al fine di poter godere dello status di mere conduit o delle limitazioni della responsabilità per le violazioni del copyright. Al fine di evitare o limitare la propria responsabilità, gli ISP vorranno prendere vantaggio dei “safe harbours” e quindi si sentiranno obbligati ad adottare politiche di disconnessione 3-strikes. Pertanto, sebbene ACTA non obblighi i paesi sottoscrittori ad approvare legislazioni 3-strikes, i 3-strikes diventerebbero la nuova regola globale tramite la creazione di potenti incentivi per gli ISP verso l’adozione di tali misure. Tutto ciò aggirerebbe le barriere democratiche che devono essere affrontate dai sistemi 3-strikes in uno stato di diritto.

5. La proposta tenta di imporre il “notice and takedown” sullo stile del DMCA globalmente?

Sì. Questo capitolo richiederebbe ai paesi ACTA di adottare un regime “notice and takedown” a livello globale basato sul Digital Millennium Copyright Act americano. Lo si evince chiaramente dalla sezione 3.b.2 del documento che descrive il processo di invio e ricezione delle richieste di rimozione. Lo sbilanciamento del potere fra i detentori del copyright e gli utenti Internet sotto il regime americano ha mostrato la propria vulnerabilità alla censura, da parte di attori privati, di commenti critici e discorsi politici, come documentato dal progetto Chilling Effect (http://www.chillingeffects.org/weather.cgi?archive=all ) e dalla Takedown Hall of Fame della EFF (http://www.eff.org/takedowns).

In mancanza di sostanziali protezioni dei consumatori e di salvaguardie ed incentivi per gli ISP per la protezione dei propri clienti, si abuserà degli schemi “notice and takedown” e il risultato sarà l’ingiusta rimozione del contenuto degli utenti da Internet. Per queste ragioni, alcuni paesi come il Canada, hanno in precedenza deciso di introdurre il sistema “notice-notice” (v. http://www.michaelgeist.ca/content/view/1705/125/). ACTA rovescerebbe quella decisione e restringerebbe il numero di opzioni disponibili per gli stati.

6. Quali sono i pericoli di rendere le terze parti responsabili delle violazioni della proprietà intellettuale?

Il capitolo trapelato di ACTA concernente l’imposizione nell’ambiente digitale richiede agli Stati di imporre la responsabilità di terze parti senza definire le circostanze che farebbero scattare tale responsabilità. Le spiegazioni fornite alla nota 1 rendono evidente che si chiederà agli Stati di armonizzarsi alla responsabilità secondaria dello standard americano. Lo standard di “incitamento” nella nota 1 viene dalla decisione del 2005 della Corte Suprema nel caso MGM et al v. Grokster et al. Il principio soggiacente il concetto di “violazione concomitante” varia sostanzialmente da paese a paese. Non c’è un accordo internazionale sullo standard che si dovrebbe applicare. Quindi, alcuni dei termini usati nella nota 1, per esempio “indurre”, non hanno un chiaro significato a livello internazionale o in gran parte dei Paesi Membri ed è pertanto dubbio anche se le disposizioni nazionali sul “favoreggiamento delle violazioni” possano soddisfare lo standard proposto.

L’Unione Europea recepisce le proposte attuali come base di un’armonizzazione minima concernente il tema di quello che si chiama in alcuni Paesi Membri “favoreggiamento alla violazione del copyright”. Questo concetto non esiste nel corpo delle leggi dell’Unione (il cosiddetto acquis communautaire) e nella legge di numerosi Paesi Membri. Come tale, l’utilizzo di questo termine dovrebbe essere evitato e la sua inclusione è una chiara violazione del mandato di negoziazione, che non permette alla Commissione di andare oltre l’acquis. Questa è la situazione, indipendentemente da qualsiasi testo che possa o non possa essere aggiunto all’acquis in futuro nei confronti di “incitamento, favoreggiamento e ausilio”. La situazione è resa più oscura dalla definizione di “fornitore di servizi online” o “provider”. La definizione proposta elenca numerose attività come fattori determinanti. La terminologia non è molto chiara. Per esempio, qual è l’estensione della “fornitura di connessione”: si intende coprire tutte le reti? Si copre solo il digitale online? Perché è necessario che l’utente specifichi i punti? I cambiamenti nella tecnologia possono rendere la definizione vuota. Inoltre, siccome la definizione non è in linea con l’approccio dell’UE, sarebbe necessario un cambiamento all’acquis dell’Unione. Tutta questa mancanza di chiarezza metterebbe gli intermediari online in una posizione difficile, per la quale controlli estesi e sorveglianza del network sarebbero l’opzione più sicura per proteggersi dalla responsabilità.

7. Misure di protezione tecnica in stile DMCA e interoperabilità

Il capitolo trapelato richiede alle Parti di fornire “misure civili, così come sanzioni penali, per l’aggiramento di misure tecnologiche effettive”. L’articolo 11 del Trattato sul Copyright WIPO (WCT) e l’articolo 18 del Trattato WIPO sulle esecuzioni e i fonogrammi (WPPT) stabilisce che “le parti contrattuali forniranno adeguata protezione legale ed effettivi rimedi legali” senza tuttavia specificare in cosa questa protezione debba consistere. Inoltre, l’Articolo 6 della Direttiva sul Copyright nella Società dell’Informazione (CISD) si riferisce puramente alla “adeguata protezione legale” contro l’aggiramento e tutti gli atti preparatori. Tale disposizione della CISD lascia considerevole discrezione agli Stati Membri in merito a come implementare quest’obbligo. Pertanto il paragrafo 4 proposto va chiaramente oltre l’attuale acquis dell’Unione. La proposta richiede che la protezione contro l’aggiramento delle misure tecnologiche si applichi anche alle misure tecnologiche che proteggono solamente l’”accesso” a un’opera.

Il WCT, il WPPT e l’articolo 6(3) della CISD non chiedono alle parti e agli Stati Membri di adottare protezioni per le misure tecniche che vanno oltre gli atti di riproduzione e di disponibilità al pubblico. Il paragrafo proposto e le note di accompagnamento possono richiedere che le Parti forniscano protezione anche per azioni o misure non rilevanti per il copyright. Un esempio di tali misure sono i cosiddetti “blocchi regionali”, cioè una misura che impedisce che un DVD comprato in un paese o in una regione (per es. USA) possa essere riprodotto nei lettori DVD in altri paesi o regioni.

Si dovrebbe render chiaro che si dovrebbe solamente proteggere il TPM che limita gli atti connessi alla portata dei diritti esclusivi (autorizzati dal detentore). La nota 8 appare essere mirata a regolamentare i problemi di “interoperabilità”, cioè la possibilità dei consumatori di riprodurre, per esempio, la musica che hanno scaricato legalmente su lettori diversi come un iPhone o il Microsoft Media Player. La nota 8 è basata sulla sezione 1201(c)(3) dello statuto sul copyright degli Stati Uniti. Questa disposizione – chiamata disposizione di “non obbligo” – stabilisce che nulla nella legge americana sul TPM richieda che il design e/o la selezione di parti e componenti per prodotti di elettronica di consumo, telecomunicazioni o computer, debba rispondere ad un particolare TPM, fintanto che la parte o la componente o il prodotto non sia altrimenti proibito a causa del divieto di aggiramento delle protezioni per le periferiche.

La disposizione era finalizzata a proteggere gli innovatori della tecnologia dai tentativi dei detentori del copyright di imporre il controllo su una tecnologia che interagisce con le opere protette da copyright. Senza tale disposizione, il divieto del DMCA sulle periferiche di aggiramento potrebbe essere usato dai detentori del copyright per proibire tecnologia che non sia stata progettata per rispondere a particolari TPM successivamente aggiunti alle opere, o di richiedere alle case produttrici di progettare tecnologie per interagire con le opere di un particolare detentore dei diritti, danneggiando l’innovazione tecnologica. Sebbene possa essere inteso per proteggere l’innovazione, il testo non richiede alle Parti di assicurarsi che l’interoperabilità debba essere raggiunta.

Come risultato, esso può essere non consistente con la legge europea, e darebbe ai consumatori europei meno protezione di quanto essi abbiano ora. Il considerando 48 della CISD è diretto all’interoperabilità. Tuttavia utilizza le parole “implica nessuna obbligazione”, cosa che può essere interpretata più ampiamente della nota 8. Inoltre, la nota 8 sembra contraddire il considerando 53 della CISD, che può essere letto come imposizione affermativa di un obbligo. Esso stabilisce che “La compatibilità e l’interoperabilità di sistemi diversi dovrebbero essere incoraggiate”.

8. Il capitolo Internet include misure penali?

Si, la proposta richiederebbe agli stati di adottare misure penali, che sono fuori dal corpo legislativo armonizzato dell’Unione. La lettura congiunta alle disposizioni sulle misure penali rese pubbliche in precedenza nei negoziati ACTA fa emergere molte preoccupazioni sull’incremento della criminalizzazione delle attività online. Senza robusti principi di proporzionalità e con insufficiente considerazione delle libertà civili e delle protezioni dei diritti umani, ACTA è una minaccia al normale comportamento in Internet. L’inefficace strategia di deterrenza senza equilibrio mina la legittimità della legge.

ACTA e l’Unione Europea

9. La Commissione Europea non aveva promesso che non ci sarebbero stati 3-strikes?

In risposta all’interrogazione parlamentare E-6094/2009 dell’europarlamentare Christian Engström, la Commissione Europea ha risposto che “ACTA non dovrebbe contenere misure che limitino l’accesso degli utenti finali a Internet che non siano appropriate, proporzionate e necessarie all’interno di una società democratica e senza una procedura preventiva, equa ed imparziale”. Anche senza l’ammissione della nota 6 che mostra che in ACTA viene proposto l’esatto contrario, è chiaro che imporre responsabilità sui fornitori di accesso a Internet probabilmente porterà a tali restrizioni. Qualsiasi significativo livello di responsabilità per gli ISP incluso nella bozza finale sarà in ovvia contraddizione con lo spirito, se non con la lettera, del Pacchetto Telecom recentemente adottato dall’Unione.

In risposta alla stessa interrogazione, la Commissione ha inoltre dichiarato che “è opinione della Commissione che ACTA riguardi la contrapposizione ad attività illegali su vasta scala”. Non c’è tentativo (né è chiaro quale tentativo sia possibile) che la responsabilità degli ISP sia ristretta a tali attività. A meno che sia intenzione della Commissione rigettare qualsiasi testo significativo sulla responsabilità degli ISP, la risposta della Commissione è fuorviante.

10. La Commissione Europea sta rispettando gli obblighi, in accordo al suo mandato di negoziazione, di non andare oltre il vigente corpo legislativo dell’Unione?

a: La proposta rispetta la Direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE)?
No. Se adottato, questo capitolo ribalterebbe completamente la Direttiva sul commercio elettronico. In accordo alla Direttiva, gli intermediari non possono essere considerati responsabili delle violazioni di legge che accadono sulle loro reti se possono mostrare di aver intrapreso un certo livello di diligenza. Il capitolo ACTA proposto rovescia la questione, richiedendo che la responsabilità di terze parti sia imposta per le violazioni che si presume siano avvenute a meno che non siano rispettate circostanze diverse da quelle descritte dalla Direttiva. Il capitolo impatta anche la portata della Direttiva sul commercio elettronico. Siccome la Direttiva implica che l’UE abbia una misura orizzontale (che copre tutte le forme di contenuti illegali), l’attuale testo ACTA sfiderebbe l’UE con un insieme di criteri per gestire la responsabilità degli intermediari nel contesto dell’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale, lasciando i criteri dell’esistente Direttiva indirizzati verso violazioni non correlate alla proprietà intellettuale. Questa confusione viene rinforzata da ACTA con una definizione di intermediario diversa da quella usata nella Direttiva sul commercio elettronico. L’UE si basa sul temine “fornitore di servizi online” come definito nella direttiva 98/34/CE emendata dalla Direttiva 98/48/CE.

Non è chiaro cosa possa significare un “nota legalmente sufficiente di presunta violazione”, sebbene appaia riferirsi a un sistema di “notice-and-takedown” come codificato nel DMCA. Il sistema notice-and-takedown non è una condizione per mantenere lo stato di mere conduit per gli ISP e/o per gli host secondo la 2000/31/EC. Gli unici mezzi per “impedire una (presunta) violazione” come proposti dal testo corrente concernente le attività di mere conduit sarebbero un obbligo di monitoraggio di tutto il traffico al fine di impedire che certi (o certi tipi) di contenuti possano passare. Non è chiaro se questo sia un obbligo generale di sorveglianza (perché tutto il traffico sarebbe monitorato) o meno (perché si monitorerebbe traffico specifico).

b: La proposta rispetta la Direttiva sull’imposizione della proprietà intellettuale (IPRED, 2004/48/CE)?
No. Il paragrafo sugli “Obblighi generali” stabilisce che le procedure di enforcement siano “efficaci” e che i rimedi siano “celeri” e debbano “costituire un deterrente per future violazioni”. Questa formulazione appare essere basata sull’articolo 41 degli accordi TRIPs (Trade-Related Aspects of IPR), l’articolo 14 del Trattato sul Copyright WIPO (WCT) (parte finale della disposizione) e l’articolo 3 della Direttiva 2004/48/CE. Tuttavia, al contrario di queste ultime disposizioni, la proposta ACTA non stabilisce che le procedure debbano essere eque, giuste e/o proporzionate in relazione a, per esempio, un presunto trasgressore. Contro questo quadro, è discutibile che il paragrafo proposto sia coerente con TRIP e IPRED.

Il ruolo dell’Europa nel mondo

11. Se l’UE si conforma all’acquis, non stiamo semplicemente esportando un modello regolatorio di successo?

La legislazione europea è già stirata al limite con i detentori dei diritti che saccheggiano i servizi peer to peer per la raccolta e il processamento non autorizzato di dati personali degli utenti privati e ISP che in alcuni paesi processano ulteriormente (anche senza autorizzazione) quei dati per inviare lettere ai consumatori accusandoli (spesso erroneamente) di violazioni della proprietà intellettuale. La legalità di tali attività non è mai stata valutata definitivamente. Per quanto brutta questa situazione possa essere nell’UE, i diritti dei consumatori al di fuori dell’Unione che non hanno le protezioni offerte dalle Direttive sulla protezione dei dati dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani sarebbero seriamente danneggiati importando obblighi dall’acquis dell’UE senza le corrispondenti protezioni. La formulazione della Direttiva sul commercio elettronico sul “disabilitare l’accesso” a materiale illegale (che appare anche nel DMCA) crea inoltre seri rischi per i diritti fondamentali. Con paesi come  l’Italia (fra gli altri) che ignorano la reale intenzione del testo, espandendone l’utilizzo nei servizi “mere conduit” e richiedendo il blocco di un numero sempre crescente di siti web, questo modello potrebbe essere usato con effetti anche più devastanti in paesi con sistemi legali diversi e differenti livelli di sviluppo. Il testo ACTA, in maniera simile, va oltre la Direttiva sul commercio elettronico riferendosi alla “disabilitazione dell’accesso” in relazione ad attività di mere conduit. La professoressa Annette Kur, del Max Planck Institute di Monaco, ha sottolineato in una presentazione nel dicembre 2009 che “Esportare lo stile di enforcement della legislazione dell’UE a partner commerciali stranieri è un scopo (non) ufficiale della politica dell’Unione“, e ha aggiunto “Se e quando la legislazione è (parzialmente) difettosa, l’esportazione non è una opzione consigliabile”. Se esportiamo legislazione difettosa, l’accordo sarà vincolante, e i paesi ACTA saranno impossibilitati a intraprendere riforme legali interne.

12. Come si inquadrano queste proposte con il ruolo dell’UE nel promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo?

Il sito web delle relazioni esterne dell’UE proclama gli scopi e le basi legali del lavoro dell’UE nel promuovere i diritti umani, le libertà fondamentali e lo stato di diritto nel mondo
(http://ec.europa.eu/external_relations/human_rights/index_en.htm)

L’attuale testo ACTA:
a. Mira (come provato dalla nota 6) a soluzioni extra-giudiziali imposte dall’industria (cioè fuori dallo stato di diritto)
b. Promuove un sistema di stile americano “notice and takedown” che è stato duramente criticato in relazione alla libertà di espressione, minacciando pertanto le libertà fondamentali.
c. Cerca di esportare misure dall’UE e dagli USA, dove è presente la legislazione che mitiga il loro impatto sui diritti fondamentali, ad altri paesi e regioni dove questo non è sempre vero. Questo è direttamente e ovviamente contrario agli obblighi dell’UE di promuovere i diritti umani all’estero.

Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5435
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Sorvegliare o non sorvegliare, questo è il dilemma

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 16 febbraio 2010
di G. Scorza – Il Tribunale di Roma ha deciso: YouTube dovrà rimuovere i video del Grande Fratello e dovrà prevenire le future violazioni. L’intermediario si deve fare carico di vigilare sulla tutela del diritto d’autore?

Roma – Il Tribunale di Roma con un provvedimento dello scorso 12 febbraio ha confermato la decisione con la quale, poco prima di Natale, nell’ambito di un procedimento cautelare in corso di causa promosso da RTI, aveva ordinato a Google di rimuovere da YouTube tutti i video del Grande Fratello 10 pubblicati e, soprattutto, di non consentire la pubblicazione di ulteriori video.

Secondo RTI il Tribunale di Roma avrebbe fissato un principio che “diventa patrimonio di tutti gli editori e che potrà essere applicato nei confronti di ogni sito web che viola la proprietà dei diritti altrui”: “contrariamente a quanto avveniva finora, da oggi solo chi investe in contenuti ha il diritto di sfruttarli economicamente anche online attraverso la raccolta pubblicitaria o altre fonti di ricavo. Ne consegue – continua RTI nel suo comunicato – e l’ordinanza lo stabilisce espressamente, che gli oneri tecnologici per ottenere il rispetto di tale diritto non possono essere a carico di chi ne è titolare. “Da oggi – conclude RTI – si apre quindi una nuova era per tutti gli editori italiani che potranno stringere rapporti economici con gli operatori internet, ognuno nel rispettivo ruolo, sulla base di un nuovo contesto di regole chiare e definite”.

RTI, in effetti, nel proprio comunicato esalta e sopravvaluta il contenuto dell’Ordinanza resa dal Tribunale di Roma che, a ben vedere, per quanto autorevole, per un verso non preclude che altri giudici, nei prossimi mesi, interpretino in modo diverso la disciplina della materia e, per altro verso, non “stabilisce espressamente che gli oneri tecnologici” per inibire la pubblicazione di ulteriori contenuti debbano far carico al gestore della piattaforma ma si limita a demandare tale decisione ad altro procedimento.
È, tuttavia, innegabile che la duplice decisione del Tribunale di Roma nel caso Mediaset-YouTube rappresenti una pietra miliare nella giurisprudenza italiana in materia di responsabilità degli intermediari nella comunicazione e contribuisca a dare un’ulteriore “spallata” – dopo quelle dei casi Bakeka e The Pirate Bay – al principio dell’assenza dell’obbligo generale di sorveglianza degli intermediari della comunicazione.

Il Tribunale di Roma, infatti – specie nell’ultima ordinanza resa in sede di reclamo – riconosce che su YouTube viene svolta un’attività di web hosting e, dunque, di intermediario della comunicazione alla quale occorre applicare la disciplina sul commercio elettronico. Così come ammette che tale disciplina preclude di porre a carico degli intermediari della comunicazione un obbligo generale di sorveglianza ma, ad un tempo, ritiene che inibire all’intermediario di pubblicare, anche in futuro, contenuti analoghi a quelli oggetto del provvedimento di rimozione non violi tale principio.

Sotto tale profilo la decisione apre innegabilmente scenari inquietanti che trascendono il singolo caso e rischiano di condurre – se le orme segnate dal Tribunale di Roma dovessero essere seguite da altri Giudici – ad una sostanziale disapplicazione, o addirittura quasi-abrogazione, di uno dei capisaldi della disciplina europea sul commercio elettronico: l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza degli intermediari.

È infatti evidente che Google, gestore della piattaforma YouTube, da domani, per scongiurare il rischio che sulle proprie pagine vengano pubblicati ulteriori contenuti analoghi a quelli oggetto del procedimento cautelare appena conclusosi, non potrà che sorvegliare i contenuti immessi in Rete dai propri utenti in maniera, appunto, “generale”.
Si tratta di una conclusione che non convince e che appare “elusiva” rispetto al principio comunitario: non si ordina di sorvegliare ma si obbliga, per il futuro, a non pubblicare nella piena consapevolezza che ciò ha per presupposto una sorveglianza preventiva.

Nessuna norma dell’ordinamento italiano, tuttavia, sembra legittimare un’inibitoria di portata tanto ampia da abbracciare la pubblicazione di opere individuate solo nel genere sia nel presente che nel futuro.
Lo stesso art. 156 della legge sul diritto d’autore, posto da RTI a fondamento delle proprie richieste, d’altra parte nel riconoscere al titolare dei diritti la facoltà di agire anche contro l’intermediario – a prescindere peraltro dalla responsabilità di quest’ultimo – per ottenere l’inibitoria della prosecuzione di una determinata condotta, stabilisce che tale previsione debba essere contemperata con le disposizioni contenute nella direttiva sul commercio elettronico e, dunque, tra le altre, anche con quella che esclude qualsivoglia obbligo di sorveglianza dell’intermediario.

A ragionare diversamente, altro canto, le decisioni dei giudici in materia di proprietà intellettuale finirebbero – come peraltro accaduto in questo caso – con l’avere una portata generale ed astratta – analoga, nella sostanza a quella della legge – e con il reiterare il semplice contenuto di un precetto normativo: quello secondo il quale è vietata la pubblicazione di altrui contenuti in assenza dell’autorizzazione del titolare dei diritti.
Sarebbe un po’ come se – online o offline – un giudice potesse ordinare ad un determinato soggetto di non violare mai più i diritti d’autore di un certo titolare.

Si tratta, peraltro, di una questione della quale – proprio mentre i Giudici del Tribunale di Roma emettevano la propria decisione – veniva interessata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La Corte d’Appello di Bruxelles, infatti, con una Sentenza dello scorso 28 gennaio, ha chiesto ai Giudici di Strasburgo di pronunciarsi sulla compatibilità con la disciplina europea in materia di commercio elettronico di una norma nazionale che riconosca al giudice il potere di ordinare ad un intermediario della comunicazione di installare dei filtri preordinati a precludere lo scambio – da parte dei propri utenti – attraverso le piattaforme di P2P di materiale coperto dal diritto d’autore.

La sentenza belga è stata pronunciata nell’ambito dell’ormai famosa controversia sorta nel lontano 2004, che vede contrapposte la SABAM – la corrispondente belga della nostra SIAE – e la Scarlett, un Internet service provider. Sebbene con i distinguo del caso, le due controversie hanno forti momenti di contatto: in entrambi i titolari dei diritti d’autore hanno chiesto ed ottenuto – almeno in fase cautelare – che venisse ordinato agli intermediari della comunicazione di inibire la prosecuzione di una condotta posta in essere dai propri utenti nel presente come nel futuro.
Sarà pertanto interessante, a questo punto, stare a guardare come i Giudici della Corte di Giustizia risponderanno alle richieste della Corte d’Appello belga.

Se la Corte ritenesse che un ordine di inibitoria di portata tanto ampia, avendo per presupposto una sorveglianza preventiva, sia incompatibile con l’ordinamento comunitario e, in particolare, con la disciplina sul commercio elettronico, forse contribuirebbe a ripristinare la vigenza, anche nel nostro Paese, di un principio che altrimenti è ormai a rischio di estinzione: quello dell’assenza di un obbligo di sorveglianza dei provider.
Tornando in Italia, invece, a questo punto, non resta che stare a guardare quali saranno le determinazioni dello stesso Tribunale di Roma in relazione alle modalità con le quali Google dovrà ottemperare all’ordine di inibitoria. Come già accaduto in Belgio nella richiamata controversia Sabam c. Scarlet, infatti, tale decisione è, probabilmente, più importante di quella di merito.

Chi deve pagare la tecnologia e le risorse necessarie a inibire la futura pubblicazione da parte degli utenti? Quale percentuale di fallibilità della tecnologia da adottarsi sarà ritenuta “scusabile”? Quali saranno i contenuti di cui Google dovrà inibire la pubblicazione su YouTube? Anche la pubblicazione di un video in cui si utilizzano le immagini del Grande Fratello per pochi secondi per scopi di cronaca andrà preclusa?
Si tratta di una questione analoga a quella relativa agli strumenti di filtraggio che Scarlet avrebbe dovuto adottare per adempiere all’ordine del giudice e che in Belgio ha occupato decine di Giudici e consulenti tecnici dal 2004 ad oggi senza, peraltro, che si sia giunti ancora ad un punto di arrivo.

Francamente faccio un po’ fatica ad accettare l’idea che i costi dell’attività di prevenzione della pirateria audiovisiva sulla piattaforma o attraverso le infrastrutture di un intermediario possano essere poste a carico di quest’ultimo perché sarebbe come ritenere che le fabbriche di armi siano tenute ad installare a proprie spese metal detector un po’ ovunque per scongiurare il rischio che i loro prodotti siano utilizzati per scopi illeciti o, piuttosto, che la Società Autostrade sia tenuta a vigilare, a proprie spese, sull’eventuale utilizzo delle autostrade medesime per contrabbando o altre attività illecite.

L’attività di antipirateria audiovisiva compete ai titolari dei diritti, alle associazioni di categoria, alle società di gestione collettiva dei diritti e allo Stato ma non ai privati che abbiano la sola colpa di essere intermediari utilizzati dagli utenti per porre in essere attività in violazione degli altrui diritti d’autore. La tesi secondo la quale per gli intermediari della comunicazione – o per alcuni di essi – dovrebbe valere una regola diversa perché tali soggetti guadagnano dalla circolazione attraverso le proprie infrastrutture o dalla pubblicazione sulle proprie piattaforme dei contenuti pubblicati da terzi non convince perché anche i fabbricanti d’armi guadagnano dalla vendita di armi usate nelle rapine così come gli enti di gestione delle autostrade dal transito dei contrabbandieri.

Sbaglieremmo a bollare questa questione come un problema tra due colossi dell’industria dell’intrattenimento perché, che ci piaccia o no, dall’assetto definitivo che la disciplina della materia assumerà nei prossimi mesi anche – ed anzi soprattutto – attraverso decisioni come quelle rese dal tribunale di Roma dipenderà in buona percentuale la quantità di libertà di informazione del pensiero della quale ciascuno di noi disporrà in futuro.

Sorveglianza preventiva – ammesso anche che si tratti di un’attività tecnicamente e economicamente sostenibile – infatti, forse, fa rima con rispetto degli altrui diritti d’autore. Ma, certamente, non fa rima con libertà.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

http://www.guidoscorza.it

Fonte: http://punto-informatico.it/2811953/PI/Commenti/sorvegliare-non-sorvegliare-questo-dilemma.aspx
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Australia, il provider non è responsabile

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 5 febbraio 2010
iiNet non avrebbe fatto altro che fornire connettività ai suoi utenti. Una corte federale ha dunque obbligato l’industria del cinema a risarcire l’ISP. Perché non può farsi carico delle violazioni dei netizen

Roma – Il martello della giustizia ha fatto risuonare i suoi ultimi colpi, lasciando ora spazio soltanto alla possibilità di un ricorso in appello: “iiNet non è responsabile – ha stabilito la corte – Non se i suoi utenti sfruttano la fornitura di connettività come mezzo per violare il diritto d’autore. La legge non riconosce alcun obbligo di tutela del copyright da parte di un soggetto terzo”.

È quanto recentemente deciso da un tribunale federale australiano, che ha dunque sottolineato come iiNet – terzo tra i provider più grandi del paese – non abbia fatto altro che rifornire i propri utenti di connettività. Nelle parole del giudice Dennis Cowdroy, l’ISP aussie non sarebbe affatto responsabile delle attività di file sharing illecito da parte dei suoi utenti.

Un provider dovrebbe quindi essere esentato dall’obbligo di monitorare le abitudini dei netizen, in questo caso sviluppatesi a mezzo BitTorrent. Di diverso avviso era stata l’Australian Federation Against Copyright Theft (AFACT), rappresentante sul territorio di case cinematografiche come Village Roadshow, Universal Pictures, Warner Bros Entertainment, Sony Pictures e Disney.

AFACT aveva trascinato in tribunale iiNet con almeno due capi d’accusa. Il primo: il fornitore di connettività avrebbe dovuto consegnare i dati dei propri utenti, colti a violare il copyright in spregio a quanto sottoscritto nel contratto con l’ISP. Ma queste accuse erano state ritirate verso la fine del 2009, lasciando in piedi il secondo capo, la responsabilità indiretta per le violazioni degli utenti.

Il giudice Cowdroy è ora giunto al verdetto, scagionando i responsabili di iiNet e obbligando AFACT a risarcirli con una cifra che si aggira attorno ai 4 milioni di dollari australiani (2,5 milioni di euro circa). Sentenza che ha soddisfatto pienamente il CEO Michael Malone, che ha successivamente sottolineato come sia stato sprecato tanto tempo dietro ad accuse per nulla costruttive.

Decisamente meno elettrizzati i vertici di AFACT, che hanno contestato alla corte federale australiana un’interpretazione personale di come avvengano a livello tecnico sia il downloading selvaggio degli utenti che la capacità di un provider di controllare le attività illecite che vengono condotte a mezzo della connettività che vende. Intanto, iiNet si gode la vittoria dopo il fischio finale della legge.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2804541/PI/News/australia-provider-non-responsabile.aspx
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Si scrive AGCOM, si pronuncia sceriffo della Rete?

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 febbraio 2010
di Guido Scorza – Il decreto Romani, nella sua attuale formulazione, consegna all’Autorità poteri sproporzionati. All’AGCOM si affidano anche armi in materia di diritto d’autore, disconnessioni comprese

Roma – Sullo schema di decreto legislativo con il quale il Governo si accinge a dare attuazione nel nostro Paese alla direttiva europea sui servizi media audiovisivi si è già detto e scritto molto. È fuor di dubbio che si tratti di un’iniziativa legislativa delicata ed i cui effetti possono trascendere quelli sin qui tratteggiati perché, in buona sostanza, attraverso essa si stanno scrivendo le regole destinate a disciplinare il sistema media italiano dei prossimi anni.
C’è, tuttavia, un aspetto dello schema di decreto che merita, forse, di essere approfondito più di quanto non sia sin qui stato fatto. Si tratta dell’enorme potere sui contenuti che circoleranno in Rete che il decreto legislativo – poco importa se in modo consapevole o inconsapevole – attribuisce all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
Ma andiamo con ordine e proviamo a vedere quali sono i principali tra questi poteri e quali le perplessità che tali attribuzioni sollevano.

L’art. 3, in materia di trasmissioni transfrontaliere, innanzitutto, riconosce all’AGCOM il potere di sospendere a titolo provvisorio o definitivo la ricezione o ritrasmissione di “servizi media audiovisivi” e, quindi – complice l’ambiguità ed ampiezza di tale definizione declinata all’art. 4 – di un’ampia gamma di contenuti che vanno da quelli irradiati via IPTV sino al videoblog o al canale su YouTube o ad un’intera piattaforma di aggregazione di contenuti audiovisivi realizzati e pubblicati da terzi (UGC).
L’AGCOM, in forza di quanto disposto dal comma 8 dell’art. 3, per ottenere il rispetto di tali provvedimenti potrà persino ordinare “al fornitore di servizi interattivi associati o di servizi di accesso condizionato o all’operatore di rete o di servizi sulla cui piattaforma o infrastruttura sono veicolati programmi, di adottare ogni misura necessaria ad inibire la diffusione di tali programmi o cataloghi al pubblico italiano” dietro “minaccia” in caso di mancato adempimento di tale ordine, di sanzioni, a carico dei provider, che potranno spingersi sino a 150 mila euro.

Tali provvedimenti potranno, tra gli altri casi, essere adottati anche per violazione della disciplina in materia di obbligo di rettifica destinata ad essere applicata anche ai contenuti informativi online nonché – ed è forse uno degli aspetti più inquietanti – alle violazioni della disciplina in materia di diritto d’autore.
In altre parole, dunque, il Decreto Romani attribuisce all’AGCOM, poteri dei quali, sin qui, si è dubitato disponga persino l’autorità giudiziaria.

La vicenda The Pirate Bay, il più recente caso FAPAV-Telecom o, piuttosto, il confronto acceso tra Governo e Rete a margine dell’episodio di aggressione del Premier a Milano, sono tutte questioni che, se il c.d. Decreto Romani fosse già stato in vigore, avrebbero potuto essere risolte senza scomodare l’autorità giudiziaria e sulla base di un semplice intervento dell’AGCOM – magari richiesto dall’Esecutivo o dai titolari dei diritti – con buona pace di ogni diritto alla difesa e, soprattutto, ad un procedimento giurisdizionale.
Si tratta di un aspetto che non può lasciare indifferenti in quanto l’AGCOM è, evidentemente, un soggetto privo di natura giurisdizionale autorizzato ad adottare i citati provvedimenti senza neppure l’obbligo di sentire gli interessati.

Se a questo si aggiunge – e si tratta solo di una constatazione senza alcuna finalità polemica – che i membri dell’Autorità sono nominati dal Parlamento mentre il suo presidente è designato dal Capo del Governo, è difficile condividere la scelta compiuta con il Decreto Romani e non essere preoccupati per il futuro della libertà di informazione in Rete.

Si tratta, peraltro, di un approccio difficilmente compatibile con i principi, di recente, sanciti dal Parlamento Europeo, in sede di varo del c.d. Pacchetto Telecom: in quella sede, infatti, è stato previsto che qualunque provvedimento che restringa l’accesso a Internet può essere imposto solo se ritenuto “appropriato, proporzionato e necessario nel contesto di una società democratica” e a condizione che, “nel rispetto del principio della presunzione d’innocenza e del diritto alla privacy”, sia garantita “una procedura preliminare equa ed imparziale, compresi il diritto della persona o delle persone interessate di essere ascoltate” ed “il diritto ad un controllo giurisdizionale efficace e tempestivo”.

Ci sarebbe già abbastanza di cui preoccuparsi. Il Governo, tuttavia, pare intenzionato ad andare oltre e, quindi, attraverso la previsione di cui al terzo comma dell’art. 6, dopo aver ribadito che la disciplina sul diritto d’autore trova, naturalmente, applicazione anche in relazione ai contenuti media audiovisivi, attribuisce, ancora una volta all’AGCOM, il potere di emanare “le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”. Tenuto conto, tuttavia, che all’art. 6, in sostanza, si richiama l’intera disciplina sul diritto d’autore almeno nella parte rilevante per la fornitura di servizi media audiovisivi, il Governo di fatto si avvia ad attribuire all’AGCOM una sorta di delega in bianco in materia di enforcement dei diritti d’autore in relazione all’enorme e sconfinato campo rappresentato da tutti i nuovi servizi audiovisivi.

Attraverso una circolare o, piuttosto, un regolamento, AGCOM domani potrebbe importare in Italia la soluzione HADOPI e, in ipotesi, andare anche oltre, stabilendo che essa stessa può ordinare ai provider – così come peraltro già previsto in tema di trasmissioni transfrontaliere – di rendere inaccessibili talune piattaforme di comunicazione o, perché no, di non fornire risorse di connettività a taluni utenti. Certo, sarebbe un approccio contrario a quello delineato nel Pacchetto Telecom in sede europea ma la conformità al framework comunitario non sembra essere stata la prima preoccupazione di chi ha scritto il decreto.

A prescindere, tuttavia, dai contenuti e dai poteri attribuiti ad un’autorità amministrativa ancorché indipendente o semi-indipendente – come, una volta, Giuliano Amato ebbe a definire le Autorità indipendenti i cui membri sono, tuttavia, espressione del potere politico e/o del Governo – ciò che appare inaccettabile è il modo in cui il Governo – ancora una volta sottraendosi al dibattito parlamentare – stia per varare un insieme di norme attraverso le quali risolverà talune delle più complesse questioni aperte del diritto dell’Internet. Mentre, infatti, per il tramite del Ministro Maroni, gli operatori vengono invitati a sedere ad un tavolo allo scopo di valutare la possibilità di pervenire a soluzioni condivise e auspicabilmente autodisciplinari a proposito di eventuali contenuti illeciti resi disponibili online; mentre i giudici sono chiamati a pronunciarsi sulla sussistenza o meno di una responsabilità giuridica di chi si limita a pubblicare contenuti audiovisivi prodotti da terzi per i contenuti medesimi come sta accadendo nel caso Mediaset c. YouTube e mentre, infine, gli stessi giudici sono reiteratamente richiesti di decidere se possa o meno avere cittadinanza nell’Ordinamento italiano un provvedimento attraverso il quale si ordina ad un provider di inibire l’accesso ad un determinato contenuto, il Governo entra a gamba tesa su tutte queste questioni, svuotando, di fatto, di contenuto i dibattiti e le valutazioni in corso.

L’AGCOM potrebbe essere destinata a divenire l’arbitro dei contenuti – almeno se audiovisivi – che potranno circolare in Rete, tutti i soggetti rientranti nell’ampia definizione di “fornitori di servizi media audiovisivi” saranno chiamati a rispondere, anche giuridicamente, dei contenuti comunque pubblicati. Infine potrebbe essere la stessa AGCOM a ordinare ai provider proprio di rendere inaccessibile un determinato contenuto o, magari, un’intera piattaforma di condivisione di contenuti audiovisivi.

È una Rete diversa quella che ci aspetta, ed è una Rete nella quale ad un’Autorità amministrativa che sin qui – almeno nelle vicende in cui era in gioco la libertà dell’informazione – ha fatto molto ma non abbastanza, si affida il compito di fare da camera di compensazione di interessi contrapposti e, sin qui, spesso risultati difficilmente componibili se non a seguito di decisioni giurisdizionali.

Si scrive AGCOM ma si legge sceriffo della Rete. Ed è uno sceriffo che, se il decreto Romani entrerà in vigore nella sua attuale formulazione, avrà bisogno di un forte in bocca al lupo da parte di tutti: nel ruolo che l’attende – considerata la sua complessità – è più facile sbagliare che far bene.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

www.guidoscorza.it

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Internet all’italiana: come “regolare” la Rete con un decret-ino

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 28 gennaio 2010

Oggi vorrei ri-parlarvi di un provvedimento di cui si è già parlato molto in rete (ma purtroppo molto poco sui media tradizionali) il cosiddetto Decreto Romani (che doveva passare alle commissioni competenti della Camera per il 27 gennaio ma che è slittato per la richiesta del Pd di procedere a una serie di audizioni iniziate il 21 gennaio, con i soggetti interessati alle nuova legge), la norma che “dovrebbe” recepire una direttiva europea (direttiva 2007/65CE) che mira ad evitare distorsioni nel mercato dei contenuti multimediali e che nella sua applicazione tutta italiana viene da più parti criticata perchè oltrepasserebbe quanto voluto e previsto dalla norma europea, creando di fatto la prima normativa al mondo su cosa si può e non si può fare in Rete.

Senza entrare troppo nelle questioni giuridiche per le quali vi rimando, tra gli altri, agli ottimi post di Guido Scorza sul suo Blog e di Elvira Berlingieri su Apogeonline, vediamo cosa prevede questo provvedimento:

Partiamo dalla direttiva europea che ha lo scopo di regolare i servizi radiotelevisivi tradizionali (anche attraverso la rete) e quelli on-demand (pay-tv) per dare maggiori garanzie al pubblico (tutela dei minori, prevenzione dell’odio razziale, etc) ed evitare distorsioni sul mercato da parte dei servizi on-demand a danno di quelli tradizionali.
La stessa Direttiva prevede espressamente che queste norme si applichino a “tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“.

La norma italiana invece aggiunge una frase («i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale») che permette di includere negli ambiti della normativa (quindi equiparabili a servizi Televisivi) tutti quei siti internet che fanno uso di contenuti audiovisivi in modo sistematico, dalle centinaia di videobog, alle micro-web tv, dai webartist, ai podcasting video, dai servizi UGC (quelli creati dagli utenti come webmultimediale, dailymotion, tuovideo.it, libero video, vimeo, myspace, youtube, etc, etc), dalle piattaforme di e-learning (che veicolano le lezioni con riprese video) al webcasting e al livestreming.

Questo comporta, nella sostanza, che tutti i siti internet di cui sopra avranno l’obbligo di chiedere l’autorizzazione (che quindi le può essere negata) alla loro pubblicazione all’Autorità Garante per le Telecomunicazioni, l’Agcom (che ricordo è autorità di nomina politica ed il suo presidente è nominato direttamente dal Presidente del Consiglio).
La norma italiana inoltre attribuisce a tutti i soggetti di cui si parlava sopra e ai fornitori di servizi la “responsabilità editoriale” propria delle emittenti televisive e delle testate giornalistiche, cosa che comporta la responsabilità su tutti i contenuti immessi in rete anche da soggetti terzi attraverso la propria piattaforma (per esempio i commenti dei blog) ed il diritto di rettifica (rettifica ai commenti ritenuti offensivi o lesivi entro 48 ore e in mancanza del quale il titolare della piattaforma, blog o sito, diviene responsabile per i commenti alla stessa stregua delle testate “professionali”), con conseguente responsabilità per omissione di controllo.

Vengono “ritoccate” le norme per la tutela del diritto d’autore inserendo un nuovo articolo nel Testo Unico per la Radiotelevisione che attribuisce all’Autorità garante per le telecomunicazioni (il nuovo “sceriffo” della Rete) il potere di emanare regolamenti per far rispettare le suddette norme e di disporre la sospensione (con un ordine al fornitore ISP) della ricezione in Italia di contenuti, anche se provengono da uno stato extracomunitario, che a suo parere e senza “passare” per un’autorità giudiziaria, violino le norme del diritto d’autore dandogli la possibilità di inibire nel territorio la circolazione di opere cinematografiche via web comminando sanzioni amministrative pecuniaria che possono arrivare fino a 150.000 euro per i trasgressori.

Tralasciando il resto della normativa (perchè non ci interessa in questa sede) che riguarda i tetti pubblicitari delle tv tradizionali e pay-tv (salta però agli occhi che si passa dal 18% al 12% per le pay-tv, mentre l’Europa fissava un limite del 20% e dava libertà ai paesi membri di scegliere dove attestare la soglia, cosa che penalizza pesantemente Sky mentre il decreto amplia il margine di raccolta per le tv free private (vedi Mediaset) che potranno trasmettere fino al 20% di spot sul monte ore della giornata tv, senza doversi più preoccuparsi dei limiti finora imposti in merito alla tipologia di promozione è potranno salire a un 22% di spot nelle ore di maggior ascolto) lascio a voi i commenti finali e giudizi su tale norma li lascio a voi e mi limito a riportare un breve elenco di quelli che in questi giorni sono più citati nel web:

Reporters Without Borders Media (http://www.rsf.org/Government-wants-to-clamp-down-on.html) riferisce che la disposizione imporrà ai siti Web di stampa di richiedere opportune licenza per operare in Italia, unico caso in tutto il panorama mondiale, dichiarando senza mezzi termini che le bozze di decreto allo stato attuale “rappresentano un’altra minaccia alla libertà d’espressione in Italia.
L’organizzazione della libertà di stampa condanna anche la decisione del governo di emanare un decreto piuttosto che presentare un disegno di legge al parlamento per il dibattito e il controllo democratico che è necessario in tutti gli Stati che rispettano i diritti umani e della libertà di espressione. Per motivi di tutela del copyright, compresi i diritti d’autore delle stazioni televisive di proprietà del Primo Ministro Silvio Berlusconi, il governo sta ponendo un controllo diretto sui siti di video online, la cui esistenza continua dipenderà da un’autorizzazione rilasciata da un ministro del governo e non da un giudice“.

Il Time pubblica l’articolo “Berlusconi vs. Google: Will Italy Censor YouTube?“:
Sulla scia di Google vs la censura in Cina, un nuovo fronte di scontro tra il potere dello Stato e la libertà di Internet è stato aperto dal governo italiano.
[…]
Il governo del Premier Silvio Berlusconi, attraverso nuove misure, vuole il controllo sui contenuti video online e vuole obbligare chiunque carichi regolarmente video su internet ad ottenere una licenza dal Ministero delle Comunicazioni.

L’Herald Tribune (qui la versione tradotta) scrive:
[…] Spingendosi oltre, rispetto agli altri governi europei, il governo del Presidente del Consiglio ha preparato la bozza di un decreto che renderebbe obbligatoria la verifica preliminare dei video caricati dagli utenti su siti quali Youtube, di proprietà di Google, e la francese Dailymotion, così come su blog e siti di informazione online.
[…] La bozza di decreto è stata redatta a metà dicembre, più o meno mentre l’impero mediatico fondato da Berlusconi annunciava una richiesta per danni di almeno 779 milioni di dollari [500 milioni di euro ndT] nei confronti di Youtube e Google per presunto uso improprio di video che aveva prodotto. La mossa è una risposta a una direttiva dell’Unione europea del 2007 volta a creare una normativa per i media, ma solo l’Italia l’ha interpretata col significato di mettere in difficoltà le società su Internet.

Le Nouvel Observateur francese titola L’Italia censura la diffusione di video in internet:   –
In Italia i video su internet hanno i minuti contati. Secondo un decreto adotatto dal Parlamento italiano e che entrerà in vigore il prossimo 27 gennaio (prorogata al prossimo giovedì), al fine di “diffondere e distribuire su internet immagini animate, accompagnate o meno dal sonoro”, è ormai obbligatoria un’autorizzazione rilasciata dal ministero italiano delle Comunicazioni.
[…] Per Nicola D’Angelo, commissario dell’autorità delle Comunicazioni, tale legislazione è contraria allo spirito della direttiva europea. L’Italia diviene “l’unico paese occidentale nel quale è necessaria un’autorizzazione preliminare del governo prima di utilizzare questo genere di servizi”, aggiunge. “Questo aspetto costituisce un rischio per la democrazia.”

Associated Press scrive:
Silvio Berlusconi si sta muovendo per estendere la sua presa sui media in Italia riguardo ai contenuti liberamente condivisi su Google e YouTube.
Andando al di là di altri paesi europei, il governo del premier ha elaborato un decreto che avrebbe mandato all’esame delle camere
che ponga limiti ai contenuti pornografici o violenti caricati dagli utenti su siti come YouTube, Google video, ei Dailymotion, con misure simili da quelle proposte per i blog e newsmedia online.

Bloomberg riporta quanto segue:
Google Inc. è “preoccupata”, che il piano per regolamentare le web Tv del primo ministro italiano Silvio Berlusconi sia volto a limitare l’accesso al suo sito YouTube e fare pressioni sui fornitori di servizi Internet per sorvegliare i contenuti in rete.
[…]
Il regolamento darebbe al regolatore italiano il potere di ordinare ai fornitori di servizi Internet, tra cui Tiscali SpA, Fastweb SpA, Telecom Italia SpA e la locale Vodafone Group Plc, di rimuovere i contenuti che i supervisori dicono violino il diritto d’autore o rischieranno una multa di più di 150.000 euro, secondo quanto indicato nella direttiva di 33 pagine.
[…]
Un’altra misura presente nei regolamenti ridurrebbe il numero di minuti di pubblicità all’ora ammessi su canali televisivi a pagamento (Sky, ndr) a 12 da 18 entro il 2012, mentre i canali liberi Mediaset potranno aumentarli a 12 minuti di pubblicità agli attuali 6 per ora.

Ilsole24ore riporta quando dichiarato da Asstel :
Assotelecomunicazioni-Asstel, (Di Asstel fanno parte, fra gli altri, Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, Tiscali, Tele2, Ericsson, Nokia Italia.) aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, nel documento consegnato venerdì in occasione dell’audizione davanti alle commissioni Cultura e Trasporti della Camera … sottolinea come la direttiva comunitaria affermi che «i servizi media audiovisivi devono essere destinati al grande pubblico, avere rilevanza economica, essere in concorrenza con la diffusione radiotelevisiva (…) non devono essere considerati tali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati…». Il decreto di recepimento del Governo, invece, estende «in modo indefinito e abnorme il concetto esplicitato in modo nitido e netto dalla direttiva comunitaria», ponendo sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media la fornitura di programmi…«veicolati tramite siti Internet, che comportano la fornitura e la messa a disposizione di immagini animate, sonore e non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale».

Secondo (http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/10/01/25/decreto-romani-reazioni.html) l’ex ministro alle telecomunicazioni Paolo Gentiloni il provvedimento “mette la trasmissione di immagini in Rete sullo stesso piano della tv”. In questo modo diventa obbligatoria l’autorizzazione ministeriale preventiva. In definitiva, per l’esponente Pd, “è un nuovo bavaglio ad Internet”. Gli Isp poi possono essere costretti dal Garante a rimuovere i contenuti che violano i diritti d’autore.

È come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili. Non ha senso”, secondo il segretario dell’Associazione italiana Internet Provider Dario Denni.
L’Associazione Internet provider chiede di “Correggere subito il testo” parlando di “erronea responsabilizzazione dei fornitori di accesso al web e delle piattaforme di hosting“. Se la semplice esclusione di alcuni contenuti immessi dagli utenti “dovesse generare la responsabilità sulla totalità dei contenuti immessi in rete per conto degli utenti stessi, finirebbe col cessare la fornitura del servizio. Per di più – conclude l’Associazione – questa norma impatta soprattutto sui fornitori italiani“. La Federazione dell’industria musicale è convinta “che qualsiasi utilizzo di contenuti protetti da copyright sia soggetto al rispetto dei diritti“.

La Federazione nazionale della stampa dichiaraLo schema di decreto legislativo del governo su tv e internet … aggrava ancora di piu’ la gia’ insostenibile anomalia italiana nella concentrazione televisiva e nella squilibrata ripartizione delle risorse pubblicitarie fra tv e carta stampata. I criteri di calcolo del numero dei canali, le nuove norme sul conteggio delle telepromozioni, l’introduzione del product placement sono tutti tasselli di una manovra che dice di richiamarsi all’Europa ma fortifica ulteriormente un italianissimo conflitto di interessi

Articolo 21 reputa il provvedimento “di una gravità inaudita”, in quanto “mette in discussione la libertà di informare ed essere informati”. Per l’Associazione questo “blocca qualsiasi possibilità di sviluppo moderno del Paese”. Da una parte, contiene la secca riduzione dell’obbligo per le emittenti nazionali di produrre film ed audiovisivi italiani ed europei; dall’altra, estende a dismisura gli spazi per la pubblicità, fino a determinare i contenuti stessi dei programmi e delle opere audiovisive. Infine, viene subdolamente aggredita la libertà di operare in Rete“. A tutto ciò si dovrebbe aggiungere l’altro decreto sull’Equo compenso preparato dal ministro Bondi che prevede il pagamento di una “tassa” sull’acquisto perfino di telefoni cellulari, pennette, pc con o senza masterizzatori, set box tv e così via.

Google parla di “normativa che distrugge il sistema internet”, () ma sono in tanti a bollare l’intervento governativo come ”vera e propria censura”.

Con un “grande paradossocommenta Roberto Santuccione di Blobeeda una parte una tv aperta a tutti, a tutte le ore, senza filtri, dove lo sconcio è di casa che resta così com’è ed un web,sottoposto a limitazioni di ogni tipo“.

L’attacco a Internet è ormai spudorato – si legge sul blog di Beppe Grillo) – Il Governo, con il premier proprietario di Mediaset, ha deciso che il diritto di informazione in Rete deve essere sanzionato. Che il copyright sia usato per chiudere siti e eliminare video da YouTube. Che la ripresa in diretta con una web cam fatta da un cittadino in streaming sia valutata al pari di una diretta televisiva. Che i siti che fanno informazione su Internet debbano provvedere a rettifiche equiparabili ai telegiornali nazionali. Tutto questo va restituito al mittente”.

Guido Scorza con una “battuta” parla di “Una legge per trasformare la Rete in una grande TV” dandone spiegazione nel suo articolo:
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione? Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS suggeriscono di no ma, il testo del Decreto con il quale si intende attuare la Direttiva, dicono il contrario: anche le piattaforme UGC audiovisive – Youtube in testa – altro non sono che grandi TV. L’approccio PANTELEVISIVO dilaga.
[…]
Il nostro Paese continua – dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri Tribunali ed a Palazzo Chigi – a rigettare con forza tale principio (responsabilità editoriale, ndr) che, pure, affonda, ormai, le sue radici nell’humus comunitario e trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente ricordata dall’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa C236/08: “creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità”.
E’ grave anche perché, più avanti, all’art. 6 dello schema di decreto legislativo, sotto la rubrica “protezione del diritto d’autore” il Governo impone a – e dunque rende direttamente responsabili – tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi “dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca”.
Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell’art. 6 stabilisce che “l’Autorità (n.d.r. quella per le garanzie nelle comunicazioni) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”.
Ora, importare Hadopi in Italia, sarà più facile perché sarà sufficiente un regolamento firmato AGCOM, che disponga l’oscuramento delle TV, pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto “pirata”.

Anche Claudio Messora dal suo Byoblu, uno dei blog più seguiti d’italia, parla apertamente di Attacco alla Rete:
[…]
Sparisce il riferimento ai siti internet privati, sparisce il riferimento agli utenti privati  così come spariscono i riferimenti alle paroline magiche: condivisione, scambio, comunità di interesse. In cambio, con una tortuosità degna del miglior azzeccagarbugli, si dice che se pubblichi video per uno scopo non precipuamente economico, non rientri nella definizione (qui fingono di recepire le indicazioni), fermo restando che ci rientri (e qui si fanno i cazzi loro) perchè metti a disposizione immagini animate (ma che è… un manga?), sonore e non (infatti la rete è piena di clip muti) nelle quali il contenuto audiovisivo non ha ovviamente carattere incidentale.
Carattere incidentale? In quale video, sul tubo, il contenuto video potrebbe mai avere carattere incidentale? Sarebbe come aprire una concessionaria all’interno della quale la presenza di automobili avesse carattere incidentale, o come farsi una scopata nella quale l’attività sessuale abbia carattere puramente incidentale.
Io credo che l’unica cosa davvero a carattere incidentale è il cervello del legislatore italiano, o più precisamente la sua onestà.

Ottimo e preciso poi il post (da cui ho preso a piene mani per scrivere questo articolo) di Elvira Berlingieri su apogeonline.com dove viene spiegato in maniera chiara ed esaustiva con tutti i riferimenti normativi del caso quale impatto “potenzialmente” avrebbe l’attuazione del decreto nell’uso “italiano” della rete.

Byez.