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L’antipirateria delle parole.

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 14 ottobre 2011

14 ottobre 2011 di Guido Scorza

In Inghilterra il Governo ha, finalmente, ammesso di non disporre di alcuno studio attendibile idoneo ad offrire una misurazione degli effetti della pirateria digitale sull’industria audiovisiva.

Il c.d. danno da pirateria, in altre parole, secondo il Governo di Sua Maestà non è, sin qui, mai stato misurato o, almeno, non è mai stato misurato in maniera seria ed affidabile anche in considerazione del fatto che la più parte degli studi esistenti sono stati commissionati dalla stessa industria audiovisiva e sono, dunque, di parte.

Bello ed istruttivo apprendere che, dall’altra parte della manica, a semplice istanza di un’associazione, il freedom information act ha imposto al Governo di rispondere e quest’ultimo lo ha fatto, in meno di un mese senza nascondersi dietro scuse e reticenze.

Niente dati e niente numeri attendibili sul fenomeno della pirateria con la conseguenza che, da oggi, in Inghilterra è per tutti chiaro che ogni futura iniziativa legislativa o regolamentare in materia di anti-pirateria sarebbe basata pressoché esclusivamente sulla forza di pressione delle lobby dell’audiovisivo.

E da noi?

Da noi continuano a moltiplicarsi le iniziative mediatiche, politiche e regolamentari contro i veri e presunti pirati del cyberspazio, raccontando che si tratta di azioni necessarie – ed anzi improcrastinabili – in ragione dell’enorme danno da pirateria che ognuno stima e misura a modo proprio con l’unica costante preoccupazione che appaia non arginabile con le norme sin qui in vigore e tale da mettere letteralmente in ginocchio un comparto industriale e, soprattutto, polverizzare decine di migliaia di posti di lavoro.

496 milioni di euro sarebbe il danno da pirateria sofferto dall’industria italiana nel solo 2010 secondouno studio commissionato da Mediaset all’Istituto italiano per l’industria culturale e presentato nei giorni scorsi.

“Giusto per darvi alcuni riferimenti numerici, sulla nostra rete circa il 70 per cento del traffico è video, di cui il 50 per cento è peer-to-peer e viene fatto da due applicativi, eMule e BitTorrent, che servono esclusivamente per scaricare illegalmente film dalla rete; un’altra componente è rappresentata da YouTube; un’altra, che non vorrei citare, è quella dei video a luci rosse e poi ci sono altri tipi di file video che saturano una quantità rilevantissima della rete. I servizi importanti per il cittadino, quelli della pubblica amministrazione che normalmente utilizzano i cittadini comuni, occupano una quantità irrisoria delle risorse di rete. Pensate che, come dicevo prima, il 70 per cento del traffico è video e all’interno del restante 30 per cento i servizi che noi consideriamo essenziali, che devono essere sviluppati e sui quali garantire la qualità, occupano una frazione minima delle risorse di rete (2-3 per cento)”.

Sono questi i “numeri” snocciolati dal Presidente di Telecom Italia, Franco Bernabé dinanzi alla VIII Commissione del Senato della Repubblica nel corso di un’audizione del 7 aprile 2011.

“Per il 2011 si prevedono 19 miliardi di perdite per le industrie creative europee e a causa della pirateria andranno in fumo 250 mila posti di lavoro”, scriveva Repubblica.it il 26 gennaio scorso, dando conto di uno studio di Tera Consulting realizzato – circostanza naturalmente taciuta – su commessa di BASCAP [Business Action to Stop Counterfeiting and Piracy].

“Il 37 per cento dei 2.017 intervistati si è dichiarato pirata…Si stima che, nel corso dell’ultimo anno, sono stati commessi 384 milioni di atti di pirateria audiovisiva, con una crescita di quasi 30 milioni rispetto alla rilevazione precedente…con un impatto economico della pirateria, stimato intorno a 500 milioni di euro persi per i canali legali.”.

E’, invece, la sintesi della ricerca commissionata dalla FAPAV – Federazione Antipirateria audiovisiva – all’IPSOS e presentata il 20 gennaio, a Roma, da Fabrizio del Noce, Filippo Rovignoni, presidente della Fapav e Stefano Mannoni, membro dell’Autorità Garante per le comunicazioni.”.

Parole, parole, parole…e poi numeri, numeri e numeri…niente di più che numeri e parole scritti, raccontati, commentati e pubblicato all’unico fine di battere cassa davanti ad uno Stato ben disponibile ad ascoltare ed assecondare le istanze di un’industria ricca anche a costo di andare contro gli interessi dei più e quello di tutti alla circolazione della cultura, delle idee e dell’informazione.

Accade così che l’Autorità Garante per le comunicazioni sia, ormai, in procinto di varare un regolamento sul diritto d’autore in rete che cambierà radicalmente la dinamica della circolazione dei contenuti prodotti dagli utenti e in Parlamento minaccia di essere discusso ed approvata una coppia di disegni di legge gemelli che imputerà agli intermediari della comunicazione – in barba alla disciplina europea della materia che vorrebbe esattamente il contrario – la responsabilità per ogni pretesa violazione del diritto d’autore.

Nel lontano marzo del 2009, nel corso di un’audizione pubblica indetta dal  comitato contro la pirateria audiovisiva e multimediale istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, chiesi al Presidente, Prof. Mauro Masi, se il comitato avrebbe reso disponibili i risultati degli studi relativi all’entità del fenomeno della pirateria.

Mi rispose che lo avrebbe fatto al più presto.

Qui l’audio di quell’audizione a confermarlo.

Inutile dire che nonostante siano passati quasi tre anni, nessuno, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri si è sin qui preoccupato di pubblicare un solo studio che confermasse o smentisse i dati ed i numeri che continuano ad essere tirati quasi a sorte da istituzioni ed industria dei contenuti.

La politica antipirateria del nostro Paese continua, quindi, ad essere basata solo su parole e fantasie abilmente proiettate sul Palazzo dalla lobby dell’audiovisivo.

In realtà nessuno – inclusa AGCOM – è neppure in grado di dire se le misure antipirateria alle quali si sta lavorando costeranno al sistema Paese più di quanto, grazie a queste misure, l’industria italiana dei contenuti sarà in grado di recuperare.

Mancano i dati e le informazioni per assumere qualsivoglia genere di decisione politica.

Occorrerebbe fermarsi e rinunciare, per il momento, a dettare regole delle quali non si è in grado di misurare effetti e conseguenze.

Difficile, tuttavia, pensare che, in Italia, andrà così.

Peccato.

Frattanto, però, nei prossimi giorni con alcune associazioni chiederemo all’AGCOM, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed al Ministero dei beni e delle attività culturali di fornirci i dati e le informazioni in loro possesso sul fenomeno della pirateria e sull’impatto sull’industria di riferimento.

Stiamo a vedere cosa risponderanno.

Fonte: http://blog.wired.it/lawandtech/2011/10/14/l%E2%80%99antipirateria-delle-parole.html

La pirateria? Da sempre fonte di progresso

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 12 Mag 2010
Con queste parole il Ministro portoghese della Scienza, Mariano Gago, ha scatenato accese polemiche. Eppure si tratta di un’affermazione fortemente supportata da una grande quantità di fatti. Il comunicato stampa del Free Culture Forum, al quale appartiene anche ScambioEtico. Click here for English version.

Il Ministro portoghese della Scienza e della Tecnologia, Mariano Gago, ha affermato che la pirateria su vasta scala in Internet causa alcuni sviluppi positivi, come un enorme valore aggiunto per i produttori che vedono i propri contenuti distribuiti in tutto il mondo. Il Ministro Gago ha aggiunto che tutto ciò non è sorprendente, in quanto la pirateria è sempre stata fonte di progresso e globalizzazione.

Pressioni dalla lobby dell’industria dei contenuti hanno costretto il Ministro Gago a ritrattare pubblicamente la propria affermazione.

In effetti, fatti contemporanei e di importanza storica costituiscono un forte sostegno alle affermazioni del Ministro. Un importante resoconto viene dato nel libro “I segreti del commercio: pirateria intellettuale e le origini del potere industriale americano” del professor Doron Ben-Altar:

Durante i primi decenni dell’esistenza dell’America come nazione, cittadini privati, associazioni di volontari e ufficiali governativi incoraggiavano il contrabbando delle invenzioni e dell’artigianato europeo nel Nuovo Mondo. Queste azioni violavano apertamente i regimi di proprietà intellettuale delle nazioni europee. […] Il combustibile del boom americano del diciannovesimo secolo fu un sistema dualistico di dedizione di principio verso un regime di proprietà intellettuale, combinato con l’assenza di impegno per l’imposizione di queste leggi. Tale ambiguo ordine generò innovazione promettendo monopoli sui brevetti. Allo stesso tempo, rifiutandosi di colpire le tecnologie pirata, consentì una rapida disseminazione di innovazione che rese i prodotti americani migliori e più economici”.

Inoltre, grazie ai bassi prezzi dei libri per i quali il copyright non era stato pagato, gli Stati Uniti riuscirono a combattere l’analfabetismo della popolazione ad un ritmo più veloce che in Europa.

Durante lo scorso secolo, i filmografi americani si trasferirono in California per evitare di pagare costose tariffe per il brevetto di Edison, e fondarono Hollywoodland. Come conseguenza, l’industria del cinema americano diventò rapidamente, e tuttora è, la più sviluppata e potente del mondo.

Oggigiorno, la condivisione su vasta scala non commerciale in Internet è nuovamente benefica per il mercato. Essa ha consentito di creare e sostenere forme di business completamente nuove, come una corposa quantità di studi realmente indipendenti dimostra, e ha inoltre incrementato l’accesso alla conoscenza, in particolare fra i meno abbienti e fra coloro all’interno di economie in via di sviluppo.

Le organizzazioni firmatarie esprimono il proprio rammarico per le dichiarazione delle lobby dell’industria del copyright, che mirano a mettere a tacere qualsiasi voce di dissenso, inclusa quella di un Ministro, e qualsiasi tentativo di pensare e contestualizzare i temi di nuove forme di ritorno economico per la comunità creativa e la società tramite modalità diverse da quelle che sono imposte dall’industria dei contenuti.

Attaccare tutte le nuove opinioni e le menti aperte ai nuovi modelli di economia causerà soltanto alti costi per la società civile e per i nuovi imprenditori ma non fermerà l’inevitabile progresso dell’era digitale.

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