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Regolamento Agcom sul Diritto D’autore: Un pericolo per la libertà d’espressione in internet

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 Mag 2013

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Prof Angelo Cardani, Presidente Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

Via Isonzo 21/b – 00198 Roma

E p.c. Sen. Dott. Pietro Grasso, Presidente Senato della Repubblica

Roma

E p.c. On. Dot.ssa Laura Boldrini, Presidente Camera dei Deputati,

Roma

 

Roma, 7 Maggio 2013

Lettera Aperta al Presidente dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ed ai presidenti di Senato e Camera dei deputati

Il regolamento sul diritto d’autore dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Un pericolo per la libertà d’espressione in internet.

L’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni si appresta ad adottare un regolamento con cui sanzionare le violazioni del diritto d’autore on line, nonostante sia emersa con chiarezza, nei mesi scorsi, l’incompatibilità dell’intervento di una autorità amministrativa con il rango penale dei reati che si vorrebbe perseguire ed il potenziale vulnus costituzionale di alcuni

degli interventi proposti.

Era stato proprio il precedente presidente dell’Autorità, Corrado Calabrò, ad archiviare siffatto Regolamento sulla base, tra le altre, delle molteplici perplessità espresse dalla Commissione europea sul testo proposto e della mancata adozione da parte del Legislatore di una revisione del quadro normativo, a partire dalla stessa legge che tutela il Diritto di Autore.

Qualora i sommari resoconti emersi a valle di un Suo incontro con, tra l’altro, un rappresentante di Confindustria Sistema Cultura,trovassero conferma, dovremmo presumere che, evidentemente, in qualità di nuovo Presidente, Ella non ritiene che il Parlamento debba occuparsi della vicenda e pretende che l’Autorità si sostituisca ad esso.

Le scriventi Associazioni sono da sempre strenue sostenitrici della stretta legalità e si impegnano quotidianamente per far si che questo avvenga anche nel mercato dei contenuti digitali.

L’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, sebbene più volte sollecitata in tal senso anche da Associazioni sottoscrittrici della

presente lettera, non ha tuttavia ancora effettuato alcuno Studio indipendente sui cd danni da pirateria digitale nel nostro Paese, come invece effettuato di recente dalla Commissione Europea attraverso il Joint Research Centre.

La Commissione ha esaminato nel dettaglio il settore che la stessa Autorità intende regolare con risultati a dir poco in controtendenza rispetto alle tesi promosse dai detentori dei diritti d’autore.

La stessa Autorità non sembra inoltre aver adeguatamente valutato nel merito il costo per i conti pubblici derivante dall’ istituzione di un procedimento di risoluzione delle controversie interno alla stessa Autorità che dovrebbe probabilmente trattare migliaia di casi, in un momento cosi deficitario per le stesse risorse pubbliche,

Oltre alla carenza di legittimazione in capo all’Autorità e ai rischi da più parti ampiamente documentati circa gli effetti deleteri sulla libertà d’espressione in Rete e sugli utenti, l’emanando Regolamento appare pertanto inficiato dalla assoluta carenza di una preventiva analisi di impatto in termini di costi e benefici, cosa che una Autorità indipendente come l’AGCOM non può e non deve permettersi.

Tutto ciò premesso e considerato, le scriventi Associazioni ed i singoli firmatari chiedono al Presidente ed al Consiglio dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni:

a) se sia vero che il Presidente Cardani abbia recentemente incontrato sul tema i rappresentanti delle Associazioni dei titolari dei

diritti d’autore e, in caso di risposta affermativa, chiedono che venga reso pubblico, in forma integrale, il verbale redatto.

b) di rispettare il ruolo del Parlamento e di non procedere in assenza della determinazione del solo organo deputato ad assumere decisioni in una materia così delicata, il cui impatto sulla libera circolazione delle informazioni e dei contenuti è di tutta evidenza.

c) di voler sentire in una Audizione pubblica, le sottoscritte Associazioni, nel termine di 15 giorni dal ricevimento della presente, al

fine di raccogliere elementi utili alla valutazione dell’opportunità di procedere all’adozione del suddetto regolamento.

Con Osservanza.

La petizione è disponibile al seguente indirizzo http://sitononraggiungibile.info/petizione

Adesione alla Lettera aperta ed alla Petizione democraticamente approvata dall’Assemblea Permanente del Partito Pirata Italiano

Mantenere Internet aperto

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 settembre 2012

L’apertura di Internet è stata un catalizzatore per molti dei progressi sociali ed economici degli ultimi due decenni. Essa ha facilitato un livello di comunicazione umana e di interconnessione senza precedenti nella storia umana. L’incredibile popolarità globale dei siti di social networking come Facebook e YouTube sono testimonianza di questo. Ha inoltre stimolato un nuovo livello di innovazione che ha alimentato un significativo sviluppo economico. Il McKinsey Global Institute, una think-tank con sede in USA, stima che nei paesi sviluppati Internet ha generato ben il 10% della crescita del PIL negli ultimi 15 anni.

La crescita impressionante di Internet non ha incontrato poche sfide. Le strutture necessarie per sovrintendere una creatura dinamica come Internet devono adeguarsi continuamente ad una notevole mutevole serie di pressioni e priorità globali. Inoltre, i benefici economici resi possibli da Internet, ed il potere e l’influenza che che li accompagnano, non sono sempre stati incanalati verso le nazioni in via di sviluppo.

 
Gestione del Chaos – l’approccio multi-stakeholder
Rispondere alle domande su chi ha la responsabilità di affrontare l’equità e la crescita di Internet, e su chi deve essere incaricato di creare e governare una situazione paritaria è piuttosto complicata. Nessuna singola organizzazione o paese è responsabile per il governo della Internet. Al contrario, Internet è gestito da un mélange di organizzazioni, che rappresentano una varietà di interessi e responsabilità.

Nonostante l’importanza globale della loro funzione, le organizzazioni attualmente incaricate della gestione delle istituzioni sono in gran parte inaspettate e sconosciute. Solo una percentuale minuscola dei miliardi di persone che dipendono da Internet hanno mai sentito parlare dell’ Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), un’associazione senza scopo di lucro statunitense responsabile del coordinamento globale del sistema dei nomi di dominio; la raccolta dei registri Internet regionali da parte della Latin American and Caribbean Internet Addresses Registry (LACNIC) e dell’American Registry for Internet Numbers (ARIN), che coordinano gli indirizzi IP, la Internet Assigned Numbers Authority (IANA), il coordinatore centrale per lo sviluppo e la promozione degli standard dei Protocolli Internet; o l’Internet Engineering Task Force (IETF), che sviluppa standard tecnici globali in modo che i dispositivi e software siano in grado di interoperare. Molti dei loro incontri sono aperti al pubblico e offrono sia l’accesso online e che offline, così come l’opportunità di contribuire, a chiunque abbia voglia di partecipare. L’elenco del gruppo di acronimi di tre e quattro lettere diventa ancora più oscuro quando si aggiungono molte altre organizzazioni e gruppi interessati che coordinano le risorse relative a Internet, gli standard e le policy.

Non è una sorpresa che molti spettatori vedano questo approccio multi-stakeholder alla governance di Internet caotico ed inefficiente. Alcuni sostengono che Internet è semplicemente troppo importante a livello mondiale per essere lasciato a questo modello di governance disunito. Tuttavia, la storia, i fatti ed i frutti di un Internet aperto sostengono il contrario. L’apparentemente libero e decentrato modello multi-stakeholder di governance ha funzionato incredibilmente bene nel gestire la crescita esponenziale di Internet. I fautori di questo modello ritengono che ciò è dovuto al fatto che il sistema è così aperto e decentralizzato che potenzialmente chiunque, ovunque sul pianeta, può inventare nuove applicazioni, sviluppare i contenuti o la tecnologia per l’interconnessione con la rete globale.

 
L’Internet Governance è in pericolo

Eppure, non tutto va bene. La posta in gioco è alta nel crescente dibattito globale su chi dovrebbe essere responsabile di Internet. Per anni la Cina, l’India, la Russia e molti paesi in via di sviluppo hanno protestato che le istituzioni multi-stakeholder sono ingiustamente dominate da americani e dagli europei occidentali. Paesi in via di sviluppo, spesso sotto o non rappresentati negli incontri internazionali, danno voce a reali preoccupazioni sul fatto che i paesi più ricchi e sviluppati, manipolano i risultati per incrementare il loro vantaggio commerciale e geopolitico.

In questo contesto, una nuova battaglia nella guerra per il controllo di Internet è iniziata. Al centro si trova l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU), un’organizzazione delle Nazioni Unite che conta 193 paesi membri. L’ITU, il cui mandato è stato finora limitato ai sistemi telefonici mondiali, sta attualmente conducendo una revisione degli accordi internazionali in materia di telecomunicazioni. L’organismo si propone di estendere la propria autorità di regolamentazione ad Internet in un vertice chiamato la Conferenza mondiale sulle telecomunicazioni internazionali (WCIT) prevista per il dicembre 2012 in Dubai.

L’ITU è il modello esemplare di una burocrazia internazionale il cui pesante, approccio top-down al processo decisionale, non potrebbe essere più antitetico ad un approccio bottom-up Internet-dinamico alla governance. In qualità di organizzazione delle Nazioni Unite fondata su trattati, se le proposte dell’ITU a Dubai passassero, vincolerebbero i paesi membri ad un modello di governance di Internet che sarebbe essenzialmente dettato e controllato dai governi. Più sostanzialmente potrebbero bloccare il processo decisionale e limitare il ritmo di crescita e di sviluppo dell’Internet.

Una tale mossa rappresenterebbe uno spostamento tettonico nelle fondamenta filosofiche di Internet. Avrebbe probabilmente anche ramificazioni profonde e pericolose per il futuro di Internet e dei suoi utenti globali.

 
Difendere i valori, Proteggere l’Internet

Il ruolo che i governi hanno svolto nel permettere che Internet crescesse organicamente è stato un fattore importante per il suo successo. Ma l’approccio multi-stakeholder per lo sviluppo, il funzionamento e la governance è stato un complemento altrettanto importante. C’è spazio per migliorare l’attuale modello di governance di Internet, tuttavia, abbandonare i principi ed i valori che hanno portato al successo di Internet come piattaforma globale per l’innovazione e lo sviluppo, non è la risposta.

Paesi di tutto il mondo, ma in particolare quelli nelle regioni in via di sviluppo, hanno bisogno di esaminare criticamente i pro ed i contro della proposta di ITU e la posizione delle Organizzazioni globali di Governance di Internet. Troppo è in gioco per chiunque per rimanere ignoranti su questi temi, o peggio ancora in silenzio.
Bevil Wooding è un Internet Strategist with Packet Clearing House, una’organizzazione di ricerca statunitense senza scopo di lucro, e Chief Knowledge Officer del Congress WBN, organizzazione globale no-profit che si occupa della diffusione valori basati su principi di sviluppo delle nazioni. Seguitelo su Twitter: @ bevilwooding e Facebook: facebook.com / o all’e-mail bevilwooding technologymatters@brightpathfoundation.org

Fonte: http://www.guardian.co.tt/business-guardian/2012-08-30/keeping-internet-open

Traduzione a cura di yanfry per il Partito Pirata Italiano.

Facciamo sentire la nostra voce: la prossima settimana votazioni cruciali su ACTA nelle Commissioni Europee

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 27 Mag 2012

Parigi, 22 maggio 2012La prossima settimana, le Commissioni del Parlamento europeo voteranno l’ACTA. I cittadini desiderosi di vedere questo accordo respinto devono agire e contattare i membri della commissioni giuridica (JURI), industria (ITRE) e libertà civili (LIBE), che esprimranno il loro voto il 30 e 31 maggio.
La votazione finale sull’ACTA al Parlamento europeo, prevista per la sessione plenaria di luglio (3 luglio – 5), si avvicina rapidamente e sarà influenzata dalla relazione finale della commissione INTA. Nel frattempo, le varie commissioni che lavorano sull’ ACTA voteranno la prossima settimana sulle loro relazioni finali 1 prima di trasmetterle all’INTA. Gli ultimi scambi di opinione hanno dimostrato che i lobbisti degli ultimi sostenitori rimasti dell’ACTA, stanno ancora cercando di esercitare pressioni. Per esempio, la bozza di parere della commissione Industria ( ITRE, che finora è stata particolarmente positivo, potrebbe essere neutralizzata durante la votazione.
I cittadini hanno un’influenza decisiva sui dibattiti in seno al Parlamento Europeo. Dobbiamo far si che le nostre opinioni vengano riportate dai membri del Comitato, sia durante i voti di opinione che durante il voto della relazione finale, per garantire che il Parlamento non abbia altra scelta, durante la plenaria, che respingere in maniera massiccia ACTA. Un rifiuto massiccio e netto, sostenuto da un forte mobilitazione dei cittadini, spianerà la strada per una tanto necessaria e positiva riforma del copyright.

Commissione Giuridica (JURI) – Votazione del 30 o 31 maggio

Relatore Marielle Gallo la bozza di parere è favorevole alla completa adozione dell’ACTA e sarà sottoposto a votazione il 30 maggio (o il 31). Sarà messa ai voti senza emendamenti, come ultima manovra da parte del relatore, noto per le sue opinioni repressive sul copyright. L bozza di parere di Mrs Gallo deve essere respinto dalla Commissione JURI .

Industria (ITRE) – Votazione il 31 maggio

Un acceso dibattito 2 è seguito alla presentazione dell’eccellente relazione del relatore Amelia Andersdotter, il 24 aprile. Queste discussioni dimostrano i rinnovati sforzi dell’industria dell’intrattenimento di influenzare i membri del Parlamento Europeo e contrastare i cittadini che si oppongono all’ACTA.
Il voto sulla relazione con i suoi emendamenti è previsto per il 31 maggio. Alcuni di questi emendamenti propongono di modificare la raccomandazione, chiederne il rigetto, tentando di neutralizzarla. La mobilitazione dei cittadini è fondamentale per garantire che l’ITRE voti a favore della relazione originale e si richieda il rifiuto dell’ACTA.

Commissione per le libertà civili (LIBE) – Votazione il 31 maggio

Il relatore Droutsas Dimitrios presenterà la sua eccellente bozza di relazione per la votazione il 31 maggio. La conclusione della relazione è che l’ACTA è incompatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. I cittadini devono assicurarsi che la relazione della commissione LIBE venga votata come è e non venga reso inoffensiva da ulteriori modifiche.
Una volta che le opinioni delle Commissioni JURI, ITRE, LIBE e DEVE verranno adottate, saranno trasmesse alla Commissione principale INTA (commercio internazionale), che poi voterà la propria relazione ed emendamenti. Il completamento e la votazione della relazione INTA sarà il passo finale e decisivo che segnerà l’orientamento, a seconda della sua raccomandazione, sull’adozione o il rifiuto dell’ACTA da parte di tutto il Parlamento, e quindi l’Unione Europea. Se restiamo vigili e ci mobilitiamo, vinceremo.

I prossimi passi:

  • Mercoledì 30 maggio (o Giovedi, 31 maggio): votazione del parere JURI

  • Giovedi, Maggio 31: Votazione del parere LIBE e ITRE

  • Lunedi, Giugno 4: Votazione del parere DEVE

  • Mercoledì 21 giugno: Votazione del parere INTA

  • Martedì 3 luglio o Mercoledì, 4 luglio, o Giovedi, 5 luglio: voto finale in plenaria

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Fonte: https://www.laquadrature.net/en/action-required-on-crucial-acta-votes-next-week

Tradotto da yanfry per il Partito Pirata Italiano

Premiato sito iraniano per i diritti delle donne e la libertà di parola

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 25 marzo 2010

tradotto da Tindaro Cicero · vai all’articolo originale

Reporters Without Borders (RSF) e Google hanno assegnato [in] alle giornaliste online del sito per i diritti delle donne we-change [ar] il primo “Netizen Prize”, un nuovo riconoscimento annuale per quanti sono impegnati nella difesa della libertà d’espressione online. Il 12 marzo è stato anche diffuso il rapporto “Internet Enemies” [in].

Parvin Ardalan [in] di we-change ha ricevuto il premio nella sede di Google a Parigi. Il movimento delle donne iraniane è sempre stato un esempio di resistenza… E adesso porta la propria esperienza e i metodi di lavoro democratici nel cyberspazio.

Il sito we-change ha sostenuto una campagna virtuale per la raccolta di milione di firme per chiedere cambiamenti nelle leggi discriminatorie [in]. La campagna mira ad abolire la discriminazione contro le donne nella legge iraniana. Rappresenta il seguito alla protesta pacifica che ha avuto luogo il 12 giugno 2006 a piazza Haft-e Tir a Tehran.

Ecco un filmato dove we-change presenta storia e obiettivi:

Parvin Ardalan aveva ricevuto il premio Olaf Palme [in] nel 2007, ma il governo iraniano non le aveva consentito di lasciare il Paese per andare a riceverlo di persona. In quell’occasione aveva registrato questo video su YouTube.

[http://www.youtube.com/watch?v=hH-MXyv2Y_I]

Nel frattempo molti blogger iranian tra cui Shiva Nazarahari [in], impegnata nell’attivismo per i diritti umani, sono stati arrestati dopo le elezioni presidenziali del 12 giugno.
articolo originale di Hamid Tehrani

Fonte: http://it.globalvoicesonline.org/2010/0 … di-parola/
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/

Sorvegliare o non sorvegliare, questo è il dilemma

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 16 febbraio 2010
di G. Scorza – Il Tribunale di Roma ha deciso: YouTube dovrà rimuovere i video del Grande Fratello e dovrà prevenire le future violazioni. L’intermediario si deve fare carico di vigilare sulla tutela del diritto d’autore?

Roma – Il Tribunale di Roma con un provvedimento dello scorso 12 febbraio ha confermato la decisione con la quale, poco prima di Natale, nell’ambito di un procedimento cautelare in corso di causa promosso da RTI, aveva ordinato a Google di rimuovere da YouTube tutti i video del Grande Fratello 10 pubblicati e, soprattutto, di non consentire la pubblicazione di ulteriori video.

Secondo RTI il Tribunale di Roma avrebbe fissato un principio che “diventa patrimonio di tutti gli editori e che potrà essere applicato nei confronti di ogni sito web che viola la proprietà dei diritti altrui”: “contrariamente a quanto avveniva finora, da oggi solo chi investe in contenuti ha il diritto di sfruttarli economicamente anche online attraverso la raccolta pubblicitaria o altre fonti di ricavo. Ne consegue – continua RTI nel suo comunicato – e l’ordinanza lo stabilisce espressamente, che gli oneri tecnologici per ottenere il rispetto di tale diritto non possono essere a carico di chi ne è titolare. “Da oggi – conclude RTI – si apre quindi una nuova era per tutti gli editori italiani che potranno stringere rapporti economici con gli operatori internet, ognuno nel rispettivo ruolo, sulla base di un nuovo contesto di regole chiare e definite”.

RTI, in effetti, nel proprio comunicato esalta e sopravvaluta il contenuto dell’Ordinanza resa dal Tribunale di Roma che, a ben vedere, per quanto autorevole, per un verso non preclude che altri giudici, nei prossimi mesi, interpretino in modo diverso la disciplina della materia e, per altro verso, non “stabilisce espressamente che gli oneri tecnologici” per inibire la pubblicazione di ulteriori contenuti debbano far carico al gestore della piattaforma ma si limita a demandare tale decisione ad altro procedimento.
È, tuttavia, innegabile che la duplice decisione del Tribunale di Roma nel caso Mediaset-YouTube rappresenti una pietra miliare nella giurisprudenza italiana in materia di responsabilità degli intermediari nella comunicazione e contribuisca a dare un’ulteriore “spallata” – dopo quelle dei casi Bakeka e The Pirate Bay – al principio dell’assenza dell’obbligo generale di sorveglianza degli intermediari della comunicazione.

Il Tribunale di Roma, infatti – specie nell’ultima ordinanza resa in sede di reclamo – riconosce che su YouTube viene svolta un’attività di web hosting e, dunque, di intermediario della comunicazione alla quale occorre applicare la disciplina sul commercio elettronico. Così come ammette che tale disciplina preclude di porre a carico degli intermediari della comunicazione un obbligo generale di sorveglianza ma, ad un tempo, ritiene che inibire all’intermediario di pubblicare, anche in futuro, contenuti analoghi a quelli oggetto del provvedimento di rimozione non violi tale principio.

Sotto tale profilo la decisione apre innegabilmente scenari inquietanti che trascendono il singolo caso e rischiano di condurre – se le orme segnate dal Tribunale di Roma dovessero essere seguite da altri Giudici – ad una sostanziale disapplicazione, o addirittura quasi-abrogazione, di uno dei capisaldi della disciplina europea sul commercio elettronico: l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza degli intermediari.

È infatti evidente che Google, gestore della piattaforma YouTube, da domani, per scongiurare il rischio che sulle proprie pagine vengano pubblicati ulteriori contenuti analoghi a quelli oggetto del procedimento cautelare appena conclusosi, non potrà che sorvegliare i contenuti immessi in Rete dai propri utenti in maniera, appunto, “generale”.
Si tratta di una conclusione che non convince e che appare “elusiva” rispetto al principio comunitario: non si ordina di sorvegliare ma si obbliga, per il futuro, a non pubblicare nella piena consapevolezza che ciò ha per presupposto una sorveglianza preventiva.

Nessuna norma dell’ordinamento italiano, tuttavia, sembra legittimare un’inibitoria di portata tanto ampia da abbracciare la pubblicazione di opere individuate solo nel genere sia nel presente che nel futuro.
Lo stesso art. 156 della legge sul diritto d’autore, posto da RTI a fondamento delle proprie richieste, d’altra parte nel riconoscere al titolare dei diritti la facoltà di agire anche contro l’intermediario – a prescindere peraltro dalla responsabilità di quest’ultimo – per ottenere l’inibitoria della prosecuzione di una determinata condotta, stabilisce che tale previsione debba essere contemperata con le disposizioni contenute nella direttiva sul commercio elettronico e, dunque, tra le altre, anche con quella che esclude qualsivoglia obbligo di sorveglianza dell’intermediario.

A ragionare diversamente, altro canto, le decisioni dei giudici in materia di proprietà intellettuale finirebbero – come peraltro accaduto in questo caso – con l’avere una portata generale ed astratta – analoga, nella sostanza a quella della legge – e con il reiterare il semplice contenuto di un precetto normativo: quello secondo il quale è vietata la pubblicazione di altrui contenuti in assenza dell’autorizzazione del titolare dei diritti.
Sarebbe un po’ come se – online o offline – un giudice potesse ordinare ad un determinato soggetto di non violare mai più i diritti d’autore di un certo titolare.

Si tratta, peraltro, di una questione della quale – proprio mentre i Giudici del Tribunale di Roma emettevano la propria decisione – veniva interessata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La Corte d’Appello di Bruxelles, infatti, con una Sentenza dello scorso 28 gennaio, ha chiesto ai Giudici di Strasburgo di pronunciarsi sulla compatibilità con la disciplina europea in materia di commercio elettronico di una norma nazionale che riconosca al giudice il potere di ordinare ad un intermediario della comunicazione di installare dei filtri preordinati a precludere lo scambio – da parte dei propri utenti – attraverso le piattaforme di P2P di materiale coperto dal diritto d’autore.

La sentenza belga è stata pronunciata nell’ambito dell’ormai famosa controversia sorta nel lontano 2004, che vede contrapposte la SABAM – la corrispondente belga della nostra SIAE – e la Scarlett, un Internet service provider. Sebbene con i distinguo del caso, le due controversie hanno forti momenti di contatto: in entrambi i titolari dei diritti d’autore hanno chiesto ed ottenuto – almeno in fase cautelare – che venisse ordinato agli intermediari della comunicazione di inibire la prosecuzione di una condotta posta in essere dai propri utenti nel presente come nel futuro.
Sarà pertanto interessante, a questo punto, stare a guardare come i Giudici della Corte di Giustizia risponderanno alle richieste della Corte d’Appello belga.

Se la Corte ritenesse che un ordine di inibitoria di portata tanto ampia, avendo per presupposto una sorveglianza preventiva, sia incompatibile con l’ordinamento comunitario e, in particolare, con la disciplina sul commercio elettronico, forse contribuirebbe a ripristinare la vigenza, anche nel nostro Paese, di un principio che altrimenti è ormai a rischio di estinzione: quello dell’assenza di un obbligo di sorveglianza dei provider.
Tornando in Italia, invece, a questo punto, non resta che stare a guardare quali saranno le determinazioni dello stesso Tribunale di Roma in relazione alle modalità con le quali Google dovrà ottemperare all’ordine di inibitoria. Come già accaduto in Belgio nella richiamata controversia Sabam c. Scarlet, infatti, tale decisione è, probabilmente, più importante di quella di merito.

Chi deve pagare la tecnologia e le risorse necessarie a inibire la futura pubblicazione da parte degli utenti? Quale percentuale di fallibilità della tecnologia da adottarsi sarà ritenuta “scusabile”? Quali saranno i contenuti di cui Google dovrà inibire la pubblicazione su YouTube? Anche la pubblicazione di un video in cui si utilizzano le immagini del Grande Fratello per pochi secondi per scopi di cronaca andrà preclusa?
Si tratta di una questione analoga a quella relativa agli strumenti di filtraggio che Scarlet avrebbe dovuto adottare per adempiere all’ordine del giudice e che in Belgio ha occupato decine di Giudici e consulenti tecnici dal 2004 ad oggi senza, peraltro, che si sia giunti ancora ad un punto di arrivo.

Francamente faccio un po’ fatica ad accettare l’idea che i costi dell’attività di prevenzione della pirateria audiovisiva sulla piattaforma o attraverso le infrastrutture di un intermediario possano essere poste a carico di quest’ultimo perché sarebbe come ritenere che le fabbriche di armi siano tenute ad installare a proprie spese metal detector un po’ ovunque per scongiurare il rischio che i loro prodotti siano utilizzati per scopi illeciti o, piuttosto, che la Società Autostrade sia tenuta a vigilare, a proprie spese, sull’eventuale utilizzo delle autostrade medesime per contrabbando o altre attività illecite.

L’attività di antipirateria audiovisiva compete ai titolari dei diritti, alle associazioni di categoria, alle società di gestione collettiva dei diritti e allo Stato ma non ai privati che abbiano la sola colpa di essere intermediari utilizzati dagli utenti per porre in essere attività in violazione degli altrui diritti d’autore. La tesi secondo la quale per gli intermediari della comunicazione – o per alcuni di essi – dovrebbe valere una regola diversa perché tali soggetti guadagnano dalla circolazione attraverso le proprie infrastrutture o dalla pubblicazione sulle proprie piattaforme dei contenuti pubblicati da terzi non convince perché anche i fabbricanti d’armi guadagnano dalla vendita di armi usate nelle rapine così come gli enti di gestione delle autostrade dal transito dei contrabbandieri.

Sbaglieremmo a bollare questa questione come un problema tra due colossi dell’industria dell’intrattenimento perché, che ci piaccia o no, dall’assetto definitivo che la disciplina della materia assumerà nei prossimi mesi anche – ed anzi soprattutto – attraverso decisioni come quelle rese dal tribunale di Roma dipenderà in buona percentuale la quantità di libertà di informazione del pensiero della quale ciascuno di noi disporrà in futuro.

Sorveglianza preventiva – ammesso anche che si tratti di un’attività tecnicamente e economicamente sostenibile – infatti, forse, fa rima con rispetto degli altrui diritti d’autore. Ma, certamente, non fa rima con libertà.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

http://www.guidoscorza.it

Fonte: http://punto-informatico.it/2811953/PI/Commenti/sorvegliare-non-sorvegliare-questo-dilemma.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Internet all’italiana: come “regolare” la Rete con un decret-ino

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 28 gennaio 2010

Oggi vorrei ri-parlarvi di un provvedimento di cui si è già parlato molto in rete (ma purtroppo molto poco sui media tradizionali) il cosiddetto Decreto Romani (che doveva passare alle commissioni competenti della Camera per il 27 gennaio ma che è slittato per la richiesta del Pd di procedere a una serie di audizioni iniziate il 21 gennaio, con i soggetti interessati alle nuova legge), la norma che “dovrebbe” recepire una direttiva europea (direttiva 2007/65CE) che mira ad evitare distorsioni nel mercato dei contenuti multimediali e che nella sua applicazione tutta italiana viene da più parti criticata perchè oltrepasserebbe quanto voluto e previsto dalla norma europea, creando di fatto la prima normativa al mondo su cosa si può e non si può fare in Rete.

Senza entrare troppo nelle questioni giuridiche per le quali vi rimando, tra gli altri, agli ottimi post di Guido Scorza sul suo Blog e di Elvira Berlingieri su Apogeonline, vediamo cosa prevede questo provvedimento:

Partiamo dalla direttiva europea che ha lo scopo di regolare i servizi radiotelevisivi tradizionali (anche attraverso la rete) e quelli on-demand (pay-tv) per dare maggiori garanzie al pubblico (tutela dei minori, prevenzione dell’odio razziale, etc) ed evitare distorsioni sul mercato da parte dei servizi on-demand a danno di quelli tradizionali.
La stessa Direttiva prevede espressamente che queste norme si applichino a “tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“.

La norma italiana invece aggiunge una frase («i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale») che permette di includere negli ambiti della normativa (quindi equiparabili a servizi Televisivi) tutti quei siti internet che fanno uso di contenuti audiovisivi in modo sistematico, dalle centinaia di videobog, alle micro-web tv, dai webartist, ai podcasting video, dai servizi UGC (quelli creati dagli utenti come webmultimediale, dailymotion, tuovideo.it, libero video, vimeo, myspace, youtube, etc, etc), dalle piattaforme di e-learning (che veicolano le lezioni con riprese video) al webcasting e al livestreming.

Questo comporta, nella sostanza, che tutti i siti internet di cui sopra avranno l’obbligo di chiedere l’autorizzazione (che quindi le può essere negata) alla loro pubblicazione all’Autorità Garante per le Telecomunicazioni, l’Agcom (che ricordo è autorità di nomina politica ed il suo presidente è nominato direttamente dal Presidente del Consiglio).
La norma italiana inoltre attribuisce a tutti i soggetti di cui si parlava sopra e ai fornitori di servizi la “responsabilità editoriale” propria delle emittenti televisive e delle testate giornalistiche, cosa che comporta la responsabilità su tutti i contenuti immessi in rete anche da soggetti terzi attraverso la propria piattaforma (per esempio i commenti dei blog) ed il diritto di rettifica (rettifica ai commenti ritenuti offensivi o lesivi entro 48 ore e in mancanza del quale il titolare della piattaforma, blog o sito, diviene responsabile per i commenti alla stessa stregua delle testate “professionali”), con conseguente responsabilità per omissione di controllo.

Vengono “ritoccate” le norme per la tutela del diritto d’autore inserendo un nuovo articolo nel Testo Unico per la Radiotelevisione che attribuisce all’Autorità garante per le telecomunicazioni (il nuovo “sceriffo” della Rete) il potere di emanare regolamenti per far rispettare le suddette norme e di disporre la sospensione (con un ordine al fornitore ISP) della ricezione in Italia di contenuti, anche se provengono da uno stato extracomunitario, che a suo parere e senza “passare” per un’autorità giudiziaria, violino le norme del diritto d’autore dandogli la possibilità di inibire nel territorio la circolazione di opere cinematografiche via web comminando sanzioni amministrative pecuniaria che possono arrivare fino a 150.000 euro per i trasgressori.

Tralasciando il resto della normativa (perchè non ci interessa in questa sede) che riguarda i tetti pubblicitari delle tv tradizionali e pay-tv (salta però agli occhi che si passa dal 18% al 12% per le pay-tv, mentre l’Europa fissava un limite del 20% e dava libertà ai paesi membri di scegliere dove attestare la soglia, cosa che penalizza pesantemente Sky mentre il decreto amplia il margine di raccolta per le tv free private (vedi Mediaset) che potranno trasmettere fino al 20% di spot sul monte ore della giornata tv, senza doversi più preoccuparsi dei limiti finora imposti in merito alla tipologia di promozione è potranno salire a un 22% di spot nelle ore di maggior ascolto) lascio a voi i commenti finali e giudizi su tale norma li lascio a voi e mi limito a riportare un breve elenco di quelli che in questi giorni sono più citati nel web:

Reporters Without Borders Media (http://www.rsf.org/Government-wants-to-clamp-down-on.html) riferisce che la disposizione imporrà ai siti Web di stampa di richiedere opportune licenza per operare in Italia, unico caso in tutto il panorama mondiale, dichiarando senza mezzi termini che le bozze di decreto allo stato attuale “rappresentano un’altra minaccia alla libertà d’espressione in Italia.
L’organizzazione della libertà di stampa condanna anche la decisione del governo di emanare un decreto piuttosto che presentare un disegno di legge al parlamento per il dibattito e il controllo democratico che è necessario in tutti gli Stati che rispettano i diritti umani e della libertà di espressione. Per motivi di tutela del copyright, compresi i diritti d’autore delle stazioni televisive di proprietà del Primo Ministro Silvio Berlusconi, il governo sta ponendo un controllo diretto sui siti di video online, la cui esistenza continua dipenderà da un’autorizzazione rilasciata da un ministro del governo e non da un giudice“.

Il Time pubblica l’articolo “Berlusconi vs. Google: Will Italy Censor YouTube?“:
Sulla scia di Google vs la censura in Cina, un nuovo fronte di scontro tra il potere dello Stato e la libertà di Internet è stato aperto dal governo italiano.
[…]
Il governo del Premier Silvio Berlusconi, attraverso nuove misure, vuole il controllo sui contenuti video online e vuole obbligare chiunque carichi regolarmente video su internet ad ottenere una licenza dal Ministero delle Comunicazioni.

L’Herald Tribune (qui la versione tradotta) scrive:
[…] Spingendosi oltre, rispetto agli altri governi europei, il governo del Presidente del Consiglio ha preparato la bozza di un decreto che renderebbe obbligatoria la verifica preliminare dei video caricati dagli utenti su siti quali Youtube, di proprietà di Google, e la francese Dailymotion, così come su blog e siti di informazione online.
[…] La bozza di decreto è stata redatta a metà dicembre, più o meno mentre l’impero mediatico fondato da Berlusconi annunciava una richiesta per danni di almeno 779 milioni di dollari [500 milioni di euro ndT] nei confronti di Youtube e Google per presunto uso improprio di video che aveva prodotto. La mossa è una risposta a una direttiva dell’Unione europea del 2007 volta a creare una normativa per i media, ma solo l’Italia l’ha interpretata col significato di mettere in difficoltà le società su Internet.

Le Nouvel Observateur francese titola L’Italia censura la diffusione di video in internet:   –
In Italia i video su internet hanno i minuti contati. Secondo un decreto adotatto dal Parlamento italiano e che entrerà in vigore il prossimo 27 gennaio (prorogata al prossimo giovedì), al fine di “diffondere e distribuire su internet immagini animate, accompagnate o meno dal sonoro”, è ormai obbligatoria un’autorizzazione rilasciata dal ministero italiano delle Comunicazioni.
[…] Per Nicola D’Angelo, commissario dell’autorità delle Comunicazioni, tale legislazione è contraria allo spirito della direttiva europea. L’Italia diviene “l’unico paese occidentale nel quale è necessaria un’autorizzazione preliminare del governo prima di utilizzare questo genere di servizi”, aggiunge. “Questo aspetto costituisce un rischio per la democrazia.”

Associated Press scrive:
Silvio Berlusconi si sta muovendo per estendere la sua presa sui media in Italia riguardo ai contenuti liberamente condivisi su Google e YouTube.
Andando al di là di altri paesi europei, il governo del premier ha elaborato un decreto che avrebbe mandato all’esame delle camere
che ponga limiti ai contenuti pornografici o violenti caricati dagli utenti su siti come YouTube, Google video, ei Dailymotion, con misure simili da quelle proposte per i blog e newsmedia online.

Bloomberg riporta quanto segue:
Google Inc. è “preoccupata”, che il piano per regolamentare le web Tv del primo ministro italiano Silvio Berlusconi sia volto a limitare l’accesso al suo sito YouTube e fare pressioni sui fornitori di servizi Internet per sorvegliare i contenuti in rete.
[…]
Il regolamento darebbe al regolatore italiano il potere di ordinare ai fornitori di servizi Internet, tra cui Tiscali SpA, Fastweb SpA, Telecom Italia SpA e la locale Vodafone Group Plc, di rimuovere i contenuti che i supervisori dicono violino il diritto d’autore o rischieranno una multa di più di 150.000 euro, secondo quanto indicato nella direttiva di 33 pagine.
[…]
Un’altra misura presente nei regolamenti ridurrebbe il numero di minuti di pubblicità all’ora ammessi su canali televisivi a pagamento (Sky, ndr) a 12 da 18 entro il 2012, mentre i canali liberi Mediaset potranno aumentarli a 12 minuti di pubblicità agli attuali 6 per ora.

Ilsole24ore riporta quando dichiarato da Asstel :
Assotelecomunicazioni-Asstel, (Di Asstel fanno parte, fra gli altri, Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, Tiscali, Tele2, Ericsson, Nokia Italia.) aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, nel documento consegnato venerdì in occasione dell’audizione davanti alle commissioni Cultura e Trasporti della Camera … sottolinea come la direttiva comunitaria affermi che «i servizi media audiovisivi devono essere destinati al grande pubblico, avere rilevanza economica, essere in concorrenza con la diffusione radiotelevisiva (…) non devono essere considerati tali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati…». Il decreto di recepimento del Governo, invece, estende «in modo indefinito e abnorme il concetto esplicitato in modo nitido e netto dalla direttiva comunitaria», ponendo sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media la fornitura di programmi…«veicolati tramite siti Internet, che comportano la fornitura e la messa a disposizione di immagini animate, sonore e non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale».

Secondo (http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/10/01/25/decreto-romani-reazioni.html) l’ex ministro alle telecomunicazioni Paolo Gentiloni il provvedimento “mette la trasmissione di immagini in Rete sullo stesso piano della tv”. In questo modo diventa obbligatoria l’autorizzazione ministeriale preventiva. In definitiva, per l’esponente Pd, “è un nuovo bavaglio ad Internet”. Gli Isp poi possono essere costretti dal Garante a rimuovere i contenuti che violano i diritti d’autore.

È come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili. Non ha senso”, secondo il segretario dell’Associazione italiana Internet Provider Dario Denni.
L’Associazione Internet provider chiede di “Correggere subito il testo” parlando di “erronea responsabilizzazione dei fornitori di accesso al web e delle piattaforme di hosting“. Se la semplice esclusione di alcuni contenuti immessi dagli utenti “dovesse generare la responsabilità sulla totalità dei contenuti immessi in rete per conto degli utenti stessi, finirebbe col cessare la fornitura del servizio. Per di più – conclude l’Associazione – questa norma impatta soprattutto sui fornitori italiani“. La Federazione dell’industria musicale è convinta “che qualsiasi utilizzo di contenuti protetti da copyright sia soggetto al rispetto dei diritti“.

La Federazione nazionale della stampa dichiaraLo schema di decreto legislativo del governo su tv e internet … aggrava ancora di piu’ la gia’ insostenibile anomalia italiana nella concentrazione televisiva e nella squilibrata ripartizione delle risorse pubblicitarie fra tv e carta stampata. I criteri di calcolo del numero dei canali, le nuove norme sul conteggio delle telepromozioni, l’introduzione del product placement sono tutti tasselli di una manovra che dice di richiamarsi all’Europa ma fortifica ulteriormente un italianissimo conflitto di interessi

Articolo 21 reputa il provvedimento “di una gravità inaudita”, in quanto “mette in discussione la libertà di informare ed essere informati”. Per l’Associazione questo “blocca qualsiasi possibilità di sviluppo moderno del Paese”. Da una parte, contiene la secca riduzione dell’obbligo per le emittenti nazionali di produrre film ed audiovisivi italiani ed europei; dall’altra, estende a dismisura gli spazi per la pubblicità, fino a determinare i contenuti stessi dei programmi e delle opere audiovisive. Infine, viene subdolamente aggredita la libertà di operare in Rete“. A tutto ciò si dovrebbe aggiungere l’altro decreto sull’Equo compenso preparato dal ministro Bondi che prevede il pagamento di una “tassa” sull’acquisto perfino di telefoni cellulari, pennette, pc con o senza masterizzatori, set box tv e così via.

Google parla di “normativa che distrugge il sistema internet”, () ma sono in tanti a bollare l’intervento governativo come ”vera e propria censura”.

Con un “grande paradossocommenta Roberto Santuccione di Blobeeda una parte una tv aperta a tutti, a tutte le ore, senza filtri, dove lo sconcio è di casa che resta così com’è ed un web,sottoposto a limitazioni di ogni tipo“.

L’attacco a Internet è ormai spudorato – si legge sul blog di Beppe Grillo) – Il Governo, con il premier proprietario di Mediaset, ha deciso che il diritto di informazione in Rete deve essere sanzionato. Che il copyright sia usato per chiudere siti e eliminare video da YouTube. Che la ripresa in diretta con una web cam fatta da un cittadino in streaming sia valutata al pari di una diretta televisiva. Che i siti che fanno informazione su Internet debbano provvedere a rettifiche equiparabili ai telegiornali nazionali. Tutto questo va restituito al mittente”.

Guido Scorza con una “battuta” parla di “Una legge per trasformare la Rete in una grande TV” dandone spiegazione nel suo articolo:
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione? Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS suggeriscono di no ma, il testo del Decreto con il quale si intende attuare la Direttiva, dicono il contrario: anche le piattaforme UGC audiovisive – Youtube in testa – altro non sono che grandi TV. L’approccio PANTELEVISIVO dilaga.
[…]
Il nostro Paese continua – dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri Tribunali ed a Palazzo Chigi – a rigettare con forza tale principio (responsabilità editoriale, ndr) che, pure, affonda, ormai, le sue radici nell’humus comunitario e trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente ricordata dall’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa C236/08: “creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità”.
E’ grave anche perché, più avanti, all’art. 6 dello schema di decreto legislativo, sotto la rubrica “protezione del diritto d’autore” il Governo impone a – e dunque rende direttamente responsabili – tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi “dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca”.
Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell’art. 6 stabilisce che “l’Autorità (n.d.r. quella per le garanzie nelle comunicazioni) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”.
Ora, importare Hadopi in Italia, sarà più facile perché sarà sufficiente un regolamento firmato AGCOM, che disponga l’oscuramento delle TV, pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto “pirata”.

Anche Claudio Messora dal suo Byoblu, uno dei blog più seguiti d’italia, parla apertamente di Attacco alla Rete:
[…]
Sparisce il riferimento ai siti internet privati, sparisce il riferimento agli utenti privati  così come spariscono i riferimenti alle paroline magiche: condivisione, scambio, comunità di interesse. In cambio, con una tortuosità degna del miglior azzeccagarbugli, si dice che se pubblichi video per uno scopo non precipuamente economico, non rientri nella definizione (qui fingono di recepire le indicazioni), fermo restando che ci rientri (e qui si fanno i cazzi loro) perchè metti a disposizione immagini animate (ma che è… un manga?), sonore e non (infatti la rete è piena di clip muti) nelle quali il contenuto audiovisivo non ha ovviamente carattere incidentale.
Carattere incidentale? In quale video, sul tubo, il contenuto video potrebbe mai avere carattere incidentale? Sarebbe come aprire una concessionaria all’interno della quale la presenza di automobili avesse carattere incidentale, o come farsi una scopata nella quale l’attività sessuale abbia carattere puramente incidentale.
Io credo che l’unica cosa davvero a carattere incidentale è il cervello del legislatore italiano, o più precisamente la sua onestà.

Ottimo e preciso poi il post (da cui ho preso a piene mani per scrivere questo articolo) di Elvira Berlingieri su apogeonline.com dove viene spiegato in maniera chiara ed esaustiva con tutti i riferimenti normativi del caso quale impatto “potenzialmente” avrebbe l’attuazione del decreto nell’uso “italiano” della rete.

Byez.

Codice di autoregolamentazione per internet in Italia

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 23 dicembre 2009

Post in Pensatoio & Precarietà & Omicidi sociali & Anticlero/Antifa at 22:56 :: 點閱次數 (44)

Premesso che internet in italia ha già le sue censure perchè non puoi connetterti da un internet point senza un documento, esattamente come avviene in cina, non puoi raggiungere tutti i siti disponibili in rete, esattamente come in cina, o in iran, grazie alle leggi antiterrorismo sei intercettato a priori e i tuoi contenuti vengono conservati per due anni presso i provider, e forse in questo caso abbiamo superato la cina e l’iran. Grazie alla politica medioevale che identifica nella stessa internet un pericolo tutti sono potenziali scaricatori (non di porto) di materiale pedopornografico.

Scaricare materiale dalla rete non significa soltanto cercarlo, condividerlo, mandarlo o riceverlo via mail. Basta che tu navighi in rete e senza volerlo capiti in un sito xy che ti apre una finestra popup con una bella foto e sei fottuto. Scaricare non significa compiere l’azione di salvarla. Ogni volta che voi aprite una immagine sul vostro pc avete “scaricato” e salvato tra i file temporanei tutto quello che avete visto in cronologia. Ricordatevi perciò di ripulire la memoria e non stupitevi se leggete che il signor tal dei tali arrestato per possesso di immagini pedopornografiche poi viene assolto perchè si dimostra che aveva “scaricato” quelle immagini inavvertitamente. Centinaia di computer saranno nelle stesse condizioni. Un tecnico sa se hai condiviso contenuti pedopornografici o li hai scaricati inavvertitamente. Non si capisce dunque perchè una persona debba essere arrestata (con tanto di pubblicità da mostro sbattuto in prima pagina) se nel suo pc si trovano immagini tra i file temporanei…

Oltretutto badate bene che il termine pedopornografia si riferisce ad un sacco di cose. A discrezione degli indagatori dell’incubo può comprendere dalle immagini vomitevoli in cui bambini sono ritratti ad uso e consumo della fantasia erotica di quei gran pezzi di merda che sono i pedofili ma potrebbe anche comprendere le “anime”, i manga erotici, che spesso ritraggono in fumetto figure dall’età non distinguibile. Il percorso è abbastanza tortuoso e ne abbiamo parlato spesso soprattutto nella “trilogia” Maledetta Pedofilia [parte prima] [parte seconda] [parte terza].

Sulla storia della apologia e della istigazione in rete c’era stata qualche proposta fino ad ora tenuta buonina perchè la questione non conviene alla rete e neppure ai provider che grazie alla rete fanno affari. Il concetto di net-neutrality è perseguito ad ampio raggio perchè le grandi aziende non hanno modo di controllare tutti i contenuti che circolano nei propri siti e perchè in rete si combatte davvero una battaglia per la libera espressione in cui i repressori hanno segnato più di un punto.

Senza andare a scomodare reminiscenze su sequestri di server (autistici, indymedia) che stavano sulle palle/ovaie ad un po’ di gente di destra, possiamo comunque provare a immaginare quali possono essere questi principi di un codice di autoregolamentazione che notoriamente esiste anche per le emittenti televisive.

Tenendo conto del fatto che le televisioni trasgrediscono ampiamente possiamo immaginare che non è vincolante e che comunque riguarda siti, socialnetwork, testate di ampia portata.

Già si può immaginare facebook che in tutto il mondo vive con la sua policy, ovvero con le regole che ciascuno applica sui propri spazi in rete, e in italia dovrà mettere le briglie alla policy e affidarci ad un codice di autoregolamentazione.

Il trucco sta nello scaricare le responsabilità sui singoli utenti per non essere coivolti in mega cause di risarcimento in quanto azienda. Basta un disclaimer, che non è fatto di punti di una policy decisa in maniera partecipativa così come si usa in rete ma stabilita dall’alto e vincolante per gli utenti. Basta un disclaimer che riguarda gli spazi in rete e che non sarà comunque discusso in rete.

Nessuno di noi avrà voce in capitolo. Non ci sarà una discussione. Si segna invece in maniera definitiva una regola che già fa cagare nel mondo reale. A decidere di noi saranno l’equivalente di confindustria e un governo che non è certo il governo della rete. Business e partiti. Business e poteri. E questo è quanto. Se non è Cina e Iran questo di che stiamo parlando?

Proviamo a immaginare il codice di autoregolamentazione.

Al punto 1 ci saranno le parolacce che potremo dire?

Punto 2 – l’elenco dei politici che potremo citare e quelli che invece assolutamente no.

Punto 3 – l’elenco delle parole “consigliate” da usare in accostamento agli uni e agli altri (berlusconi – strafico – ferrero – brutto brutto brutto).

Punto 4 – Ricordatevi di non dire alla Carlucci che il suo naso diventa ogni giorno più appuntito (come quello di michael jackson buonanima).

Punto 5 – Si obbligherà facebook a comporre “Stati” prefatti con una decina di opzioni: buongiorno, bella giornata oggi, oggi freddino, domani al lavoro presto, dopodomani faccio una buona azione, tra qualche giorno vado in vacanza, in futuro andrò felicemente a votare per il pdl.

Punto 6 – Nel caso in cui di pietro si beccasse uno scivolone e si facesse un po’ male (e citiamo di pietro perchè sappiamo che non si incazza e non perchè gli vogliamo male) saremo tutti obbligati a dire che ci dispiace alquanto. Nessuno potrà tacere, fare cenni di indifferenza, commentare sarcasticamente, sogghignare come normalmente si fa quando si vede qualcuno scivolare per strada su una buccia di banana. Dispiaciuti a comando, come se i politici fossero nostri parenti stretti. Altrimenti è apologia di violenza (dannate strade scivolose).

Punto 7 – Le zone della rete saranno divise in zone dell’amore e zone dell’odio. Nel rispetto della libertà d’espressione maroni consentirà a quelli delle zone dell’odio di esistere purchè mettano un disclaimer che dica chiaramente “lasciate ogni speranza o voi che entrate…”. Stessa cosa sarebbe stata imposta a dante alighieri con tutta la distribuzione di bei luoghi da abitare nell’inferno che ha attribuito ai potenti del suo tempo.

Punto 8 –  le zone della rete si distingueranno per colori ed etnie. Dei tenerissimi triangoli di diverso colore segneranno la differenza tra siti a gestione “negra”, quelli a gestione “bianca”, etc etc. Sono finiti i tempi in cui entravi in rete e a prescindere dal fatto che eri intercettatissimo da mezzo mondo potevi per un attimo immaginare di essere una donna, un uomo, chiunque, abbattendo diversità, barriere sessuali, sociali, economiche, religiose, etniche. La gente aperta della destra vuole sapere con chi sta parlando perchè se uno di loro si trovasse per sculo a parlare con un “negro” o un “rumeno” come potrebbe disinfettare la tastiera se non è adeguatamente informato sulla provenienza del suo interlocutore?

Punto 9 – Fine di ogni utopia. La società di internet deve essere di merda come quella reale. Nessun regno della fantasia, della creatività, della genialità. Solo business e censura. Adeguatevi. Chiudete voi le saracinesche prima che venga a chiudervele qualcun altro.

Punto 10 – Visti i punti da 1 a 9 non resta che augurarvi buona fortuna e chiedersi: ma perchè non si torna alle bbs?

Fonte: https://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/12/23/codice-di-autoregolamentazione-per-internet-in-italia
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/

Libera Rete in libero Stato!

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 17 dicembre 2009

Si è da poco conclusa la riunione del Consiglio dei Ministri nel corso della quale stando alle dichiarazioni rese nei giorni scorsi da diversi Ministri ed esponenti della maggioranza il Governo avrebbe dovuto assumere provvedimenti straordinari ed urgenti in materia di Internet e libertà di manifestazione del pensiero.

Si apprende, invece, con soddisfazione che così non è stato e che nonostante l’unanimità di vedute – non è dato sapere su quali posizioni – l’Esecutivo ha deciso di soprassedere.

Si tratta di una notizia della quale rallegrarsi.

Pressoché contestualmente, tuttavia, il Presidente del Senato, Renato Schifani ha giudicato “Facebook piu’ pericoloso dei gruppi degli anni 70″.

Come spiega bene Stefano Rodotà in un bell’articolo di questa mattina su Repubblica non è costituzionalmente tollerabile che, ora che la Rete si è ritagliata – o si avvia a ritagliarsi – il ruolo che le compete quale strumento di democrazia partecipativa, sull’onda di alcuni episodi ancorché gravi e delle conseguenti emozioni suscitate, si corra ad imbavagliarla preoccupandosi più di scongiurarne le derive negative che di promuoverne e semplificarne l’uso da parte di fasce sempre più ampie della popolazione che meritano di essere incluse nei processi politici e democratici.

E muovendo da queste premesse ed all’unico scopo di sottolineare con fermezza e pacatezza l’esigenza di una Rete libera – il che non vuol dire anarchica – che con l’Istituto per le politiche dell’innovazione e con un gruppo già nutrito di amici e colleghi di Rete, abbiamo deciso di ritrovarci il

23 dicembre 2009 alle 17.30 a Piazza del Popolo

per dar vita ad un sit-in pacifico nel corso del quale lanciare un messaggio tanto semplice quanto fondamentale per il futuro di Internet in Italia e del nostro Paese:

LIBERA RETE IN LIBERO STATO.

Il manifesto che riassume le idee ed i principi ispiratori della manifestazione è questo:

Internet è una piazza libera. Una sterminata piazza in cui milioni di persone si parlano, si confrontano e crescono. Internet è la libertà: luogo aperto del futuro, della comunicazione orizzontale, della biodiversità culturale e dell’innovazione economica.

Noi non accettiamo che gli spazi di pluralismo e di libertà in Italia siano ristretti anziché allargati.

Non lo accettiamo perché crediamo che in una società libera l’apertura agli altri e alle opinioni di tutti sia un valore assoluto.

Non lo accettiamo perché siamo disposti a pagare per questo valore assoluto anche il prezzo delle opinioni più ripugnanti.

Non lo accettiamo perché un Paese governato da un tycoon della televisione ha più bisogno degli altri del contrappeso di una Rete libera e forte.

Non lo accettiamo perché Internet è un diritto umano.

Libera Rete in libero Stato.

«Sono sempre stato uno strenuo sostenitore di Internet e dell¹assoluta mancanza di censura». (Barack Obama, discorso agli universitari cinesi, Shanghai, 16 novembre 2009)

E’ un’iniziativa che vorremmo non fosse di nessuno ed appartenesse a tutti alla Rete ed alle persone che ogni giorno la utilizzano non per istigare alla violenza o al sovvertimento delle regole di civile convivenza ma per partecipare alla gestione della cosa pubblica, confrontarsi, informarsi ed informare.

L’auspicio, pertanto, è che sia una manifestazione che non divida ma che, piuttosto, unisca nel segno della volontà di dimostrare che battersi per un uso libero e responsabile della Rete significa solo aver a cuore le sorti del futuro de nostro Paese e della nostra libertà.

Qui il link al gruppo su facebook per rimanere in contatto.

Fonte: http://www.guidoscorza.it/?p=1404

Licenza  CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

Neutrality, gli ISP statunitensi dicono no

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 11 dicembre 2009
L’associazione USA che raccoglie gli operatori del cavo ha puntato il dito contro la FCC. I principi della neutralità della Rete violerebbero il Primo Emendamento e la libertà d’espressione dei provider

Roma – I più strenui difensori dei principi a tutela della neutralità della Rete dovrebbero metterselo bene in testa: i tentativi da parte del governo statunitense di evitare che i provider si comportino in maniera discriminante nei confronti di contenuti, servizi e applicazioni web sono un chiaro errore. Lo ha spiegato con enfasi Kyle McSlarrow, CEO della National Cable and Telecommunications Association (NCTA), che nel corso di un intervento al Media Institute di Washington D.C. ha aggiunto che i principi della neutrality costituirebbero una violazione del Primo Emendamento della Costituzione a stelle e strisce.

“Il nostro Primo Emendamento – ha esordito McSlarrow – rappresenta uno scudo a difesa dei diritti fondamentali dei cittadini, non un’arma a disposizione del governo”. I valori democratici promossi dalla Costituzione, a suo dire, fanno del loro meglio nel liberare l’espressione dei cittadini da eventuali bavagli da parte delle autorità, non nel premurarsi di regolamentarla come starebbe facendo la Federal Communications Commission (FCC). Appare strano che McSlarrow parli di cittadini, dal momento che il suo obiettivo primario è la tutela della libertà d’espressione dei grandi fornitori di connettività statunitensi.

Il fuoco delle polemiche comunque era già divampato, quando la commissione guidata da Julius Genachowski aveva presentato un corposo documento di 107 pagine per il disegno di legge che dovrà aprire la strada ad una regolamentazione definitiva a difesa della neutralità della Rete. Sei principi di base, da trasformare in regole più severe a tutela di uno dei diritti fondamentali dei netizen: il diritto d’accesso. Lo scorso settembre erano state aggiunte due linee guida in più, indirizzate all’attenzione di tutti quegli operatori che gestiscono il traffico Internet.

La prima, volta a prevenire un uso discriminatorio da parte degli ISP, nei confronti di contenuti e applicazioni terze. La seconda, che mira ad assicurarsi che gli stessi provider rimangano assolutamente trasparenti nella gestione dei propri network. “Non saprei come spiegarlo più chiaramente di così – ha aggiunto McSlarrow, rifiutando la necessità da parte delle autorità di imporre regole severe – gli ISP non minacciano in alcun modo la libertà d’espressione. Anzi, il loro business consiste nel promuoverla, formando un vigoroso motore di promozione della democrazia nella storia di questo paese”.

Il CEO di NCTA ha spiegato che i fornitori di connettività statunitensi non avrebbero alcun motivo per bloccare l’accesso dei propri utenti a contenuti autorizzati, perché farlo sarebbe un vero e proprio suicidio commerciale. Le regole imposte dalla FCC andrebbero tuttavia a violare proprio il principio basilare del Primo Emendamento, dal momento in cui obbligherebbero gli ISP a non trasportare servizi premium agli utenti. Mentre Julius Genachowski sembra invece preoccupato di un evento particolare: come ad esempio Comcast che decida di offire velocità di banda più alte o migliore qualità di download agli show della NBC piuttosto che ai filmati di YouTube.

Si tratta insomma di rimettere in discussione l’intera visione della commissione statunitense, da tempo impegnata nel fare in modo che la Rete rimanga aperta e non controllata da operatori come i fornitori di connettività. Stando alle analisi pubblicate dalla società di ricerca Forrester, sono sei le aziende telefoniche a controllare il 65 per cento dei circa 80 milioni di utenti USA dotati di banda larga. A dominare le prime quattro – AT&T, Verizon, Comcast e Time Warner – con una quota pari circa al 46 per cento.

Percentuali che andrebbero osservate con accuratezza, nella visione della FCC: sempre secondo Forrester, nei prossimi cinque anni emergeranno altri 16 milioni di nuovi utenti, più della metà di questi nei prossimi 24 mesi. “Se avremo successo nella regolamentazione della neutralità della Rete – ha commentato Ben Scott del gruppo pro-consumatori Free Press – gli utenti di Internet non noteranno nulla di particolare. E si tratta di una cosa molto bella perché la Rete rimarrebbe così com’è, il mercato più dinamico e libero nella storia del nostro pianeta”.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2769121/PI/News/neutrality-isp-statunitensi-dicono-no.aspx
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Per Internet basta una carta dei diritti

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 1 dicembre 2009
Pubblicato il 30.11.2009 si “la Repubblica – Affari e Finanza”

Non stiamo parlando di un mezzo estraneo alla realtà, ma di un mass media per il quale valgono l’antitrust e tutte le leggi contro la pedofilia e il crimine

«Una governance per Internet? Meglio una carta dei diritti, come quella proposta da Stefano Rodotà, e accordi di cooperazione internazionali per perseguire chi commette reati attraverso la rete».
Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni, è stato uno dei primi imprenditori web italiani. Attualmente gestisce tre nuove startup, ma ha iniziato a lavorare in rete dal 1985. È abituato a veder cambiare Internet, e ha vissuto sul campo tutti i momenti di trasformazione radicale, dalla nascita del world wide web a quella del peer2peer. Ma sul fatto che l’introduzione di una governance possa giovare alla rete è scettico. «Soprattutto – spiega – non mi convince l’idea di affidare questioni tecniche a una governance burocratica».

Perché? Teme che l’istituzione di un controllo pubblico possa portare alla perdita di libertà della rete?
«No, penso solo che sugli aspetti tecnici sia bene che i burocrati non mettano il naso. Si rischia solo di rallentare l’evoluzione, come accadde quando si costituì un’autorità per la gestione della rete telefonica. Ogni paese tirava acqua al suo mulino, e ci sono voluti più di dieci anni per assegnare ad ogni nazione un prefisso telefonico. Sulla rete si potrebbe ripetere lo stesso errore. Esistono già degli organismi di governance tecnica, come l’ICANN, che gestiscono domini e protocolli. Mi sembra inutile crearne altri».

Ma l’introduzione di una governance non servirebbe solo a gestire le infrastrutture tecniche. Chi invoca maggiori regole, spesso pone l’accento sul proliferare di attività illegali in rete, dalla diffamazione al cyber crime, passando per le questioni di concorrenza, privacy e diritti d’autore.
«Innanzitutto c’è da fare una precisazione: su Internet le regole esistono già. Se si vuole discutere serenamente di governance, è da qui che bisogna partire. La Rete non è un’entità fuori dal mondo, ma un mezzo di comunicazione nel quale si applicano le norme e le leggi abituali. Lo dico perché mi sembra che, quando si parla di questo argomento, si tende a dipingere internet come il far west, una terra di nessuno dove tutti possono fare quello che vogliono. Se si continua a promuovere quest’immagine distorta di Internet come un ambiente anarchico, la gente finirà per crederci».

E non è così?
«No. Esistono già molte leggi normali che si applicano anche al mondo della rete. Come le disposizioni antitrust, ad esempio. La maggior parte dei reati che vengono commessi online, e che vengono portati come esempi del caos regnante in internet, esistevano anche prima».

Ciononostante, la diffusione di reati a mezzo Internet è preoccupante.
«Sì, ma è vero anche che abbiamo già le leggi per combatterli. Se diffondo pedopornografia via Internet dall’Italia, verrò tracciato e arrestato in base alle norme già esistenti. Il problema, piuttosto, è che non tutto ciò che è illegale nel nostro paese è tale anche nel resto del mondo. E Internet, per la sua natura globale, ha offerto terreno fertile ai crimini transnazionali».

E l’istituzione di una governance non potrebbe risolvere il problema?
«Prima di creare nuove regole, bisogna capire di cosa si ha bisogno. Da tempo esistono due diversi modus operandi proposti per la lotta ai contenuti illegali su Internet. Il primo stabilisce che il materiale illegale va intercettato sulla rete e cancellato mentre viene trasmesso. È l’opinione che mi sembra aver la maggiore diffusione nel mondo politico. Ma per essere efficace, questa soluzione addossa ai fornitori di servizi – che non hanno commesso alcun reato la responsabilità di monitorare continuamente il traffico web. È una specie di censura preventiva, che spinge verso il controllo del canale. E che viola la privacy dei cittadini. Introdurre una governance in questo senso vorrebbe dire solo limitare la libertà degli internauti».

E in che altro modo si potrebbe procedere?
«La rimozione del materiale alla fonte: in questo modo non si puniscono né i liberi naviganti né i fornitori di servizi, ma solo chi effettivamente commette il reato. Il problema, in questo caso, è che spesso, pur avendo individuato i server che violano la legge, ad esempio contenendo materiale pedopornografico, non si può far niente, perché sono situati in paesi che non permettono di intervenire, come la Russia. Quindi, se lo scopo è contrastare i reati a mezzo Internet, penso che più di una governance sarebbero più utili degli accordi di cooperazione internazionale. Soprattutto in maniera di takedown – il rintracciamento e la conseguente eliminazione del server che detiene contenuto illegale. Poi, certo, di governance si può discutere. Ma sempre tenendo presente che quello che serve non sono solo nuove regolamentazioni».

E di cosa ha bisogno internet, allora?
«Stabilito che le regole già ci sono, sarebbe opportuno pensare ai principi e ai diritti che devono accomunare utenti e società presenti sulla rete. Per questo ritengo più felice l’intuizione alla base dell’Internet Bill of Rights di Stefano Rodotà, che propone di individuare dal basso – attraverso la discussione ed il confronto i diritti fondamentali, delle vere e proprie “garanzie costituzionali” di internet. Che non limitano la libertà della rete, ma puntano a mantenere le condizioni perché questa possa continuare a prosperare».

Fonte: http://blog.quintarelli.it/quintanews/2009/11/20091130-la-repubblica-affari-e-finanza-per-internet-basta-una-carta-dei-diritti.html
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