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SIAE: ma che FAPAV dicono?

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 22 aprile 2010

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Nella coalizione FAPAV – SIAE, sembra essersi scatenata una meravigliosa competizione alla pubblicazione del comunicato stampa più creativo o, se preferite, a chi la dice più grossa…

Ieri, sembrava, che l’oscar spettasse a FAPAV con il FANTAcomunicato che ho commentato qui.

Oggi però, SIAE, ha rilanciato e, in tutta franchezza, mi ha messo in imbarazzo nell’assegnazione dell’Oscar che, tuttavia, assegnerei al Presidente Assumma come da foto qui sopra.

Scrive, infatti, SIAE nel suo comunicato che

“La sentenza sul caso Telecom è innovativa e importante per Internet e il diritto d’autore. Stabilisce infatti che, in caso di conoscenza di attività illecite a danno degli autori, il prestatore dei servizi Internet (ISP) ha l’obbligo di informare senza indugio l’Autorità Giudiziaria o Amministrativa di Vigilanza, affinché possano essere attivati gli ulteriori obblighi di protezione ad essi spettanti.“.

Letta questa affermazione, ho creduto di essermi dimenticato il testo della disciplina sul commercio elettronico in materia di responsabilità degli intermediari e sono corso a rileggermelo.

Ecco quello che dice l’art. 17 del D.lgs. 70/2003:

omissis

2. Fatte salve le disposizioni di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore è comunque tenuto:
a) ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione;

omissis

Mi sembra si tratti esattamente dello stesso rivoluzionario ed “innovativo” principio contenuto nella Sentenza e salutato dalla SIAE come Cristoforo Colombo salutò l’America!

Ma si può definire “importante ed innovativa” una Sentenza che dopo aver respinto tutte le domande – quelle si importanti ed innovative – proposte da FAPAV e supportate da SIAE si è limitata a ribadire pedissequamente un principio sancito a chiare lettere in una disciplina vigente in europa da oltre dieci anni?

L’unica cosa innovativa della Sentenza è rappresentata dal fatto che il Giudice – forse per un lapsus – ha ritenuto che l’autorità di vigilanza competente fosse l’ormai estinto ministero per le comunicazioni anziché l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni.

Domani chi rilancerà dicendo che il Giudice ha addirittura disposto che la Rete vada chiusa a tutela della proprietà intellettuale?

Fonte:

http://www.guidoscorza.it/?p=1737


Licenza CC:

http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

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La legge è uguale ANCHE per FAPAV e SIAE.

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 17 aprile 2010


Sfortunatamente non sono ancora riuscito a leggere il testo della decisione con la quale – stando a quanto riferito in un bel pezzo di Alessandro di ieri – il Tribunale di Roma, come ampiamente previstoma non per questo scontato – ha ricordato a FAPAV ed a SIAE – prontamente intervenuta a supporto della temeraria iniziativa della prima – che, in Italia, l’Ordinamento non ammette forme di giustizia private (o parzialmente private) e che l’antipirateria non fa eccezione a questa regola fondamentale di ogni Stato di diritto.

Immagino che i Giudici abbiano, inoltre, richiamato l’attenzione dei ricorrenti sulla circostanza che tale elementare principio è tanto più vero quando in gioco c’è la privacy di milioni di cittadini italiani.

Nelle prossime ore spero di recuperare il testo della decisione e di poterne condividere motivazioni e conclusioni.

Una buona notizia, dunque, ma il rischio ora è rappresentato dal fatto che i poteri forti dell’industria audiovisiva e di quella dell’intermediazione anziché limitarsi a far tesoro della lezione (la seconda dopo il caso Peppermint), alzino la voce e bussino al Governo – non mi sembra che in questa stagione le leggi si chiedano più al Parlamento! – per ottenere una nuova regolamentazione che, di fatto, legittimi i processi investigativi privati che, sin qui, hanno gestito in modo illegale.

Le parole del Vice ministro Romani che chiudono il servizio del TG 5 qui sopra non lasciano presagire nulla di buono: se si guarda alla Francia come ad un esempio virtuoso da imitare…allora il peggio deve ancora arrivare.

Fonte: http://www.guidoscorza.it/?p=1726
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

Cacciatori di Pirati

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 18 febbraio 2010

Mi è stato chiesto di fornire un’analisi delle tecniche utilizzate da FAPAV e dalla agenzia che ha agito per suo conto, CoPeerRight Agency (CPRA nel seguito), per dare la caccia ai “pirati” italiani. Per capire di cosa sto parlando, fatevi un giro a queste tre URL:

http://punto-informatico.it/2786807/PI/Commenti/sia-fapav-sua-volonta.aspx

http://www.fapav.it/news_details2.php?id=92

http://www.co-peer-right-agency.com/index_it.html

Qui di seguito trovate una spiegazione dei servizi offerti da CoPeerRight Agency, almeno per quello che sono riuscito a capirne. In un prossimo articolo, cercherò di analizzare il documento di FAPAV per cercare di capire cosa è stato veramente fatto in questo specifico caso.

Dal “marketese” all’italiano

In questa analisi la difficoltà maggiore consiste nel tradurre il testo che trovate sul sito di CPRA dal vanaglorioso “marketese” alla normale lingua italiana. Il loro testo può sembrare criptico e minaccioso ma… leggete il seguito.

La questione degli IP

Prima di analizzare il lavoro di CPRA è meglio chiarire un punto: un utente di Internet solitamente può essere identificato solo grazie all’indirizzo IP che il suo fornitore di accesso assegna al suo PC (più esattamente al suo modem/router). Per questa ragione, la prima contromisura da prendere contro ogni tipo di “analisi” consiste nel non presentarsi su Internet con il proprio indirizzo IP. Per questo esistono servizi di proxy come i seguenti:

http://www.pagewash.com/

https://www.relakks.com/

https://www.ipredator.se/

http://anonymizer.com/

http://anonymouse.org/

http://www.torproject.org/

Cosa sia un proxy lo potete scoprire da Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Proxy

CoPeerRight Agency

CPRA è un’agenzia francese che ha diramazioni in molti altri paesi d’europa. Sostiene di lavorare in modo assolutamente aderente alle leggi esistenti e personalmente sono convinto che siano del tutto onesti su questo punto.

Piuttosto, dal loro sito web mi sono fatto l’idea che forniscano solo pochissimi servizi di una certa qualità, cioè servizi che richiedono competenze specifiche e che producono risultati difficili od impossibili da ottenere in altro modo.

La stragrande maggioranza dei servizi da loro elencati sembra richiedere poche competenze tecniche e pochi strumenti informatici ma molto lavoro manuale (a volte automatizzabile con degli script). Si tratta quindi di servizi a basso o bassissimo valore aggiunto, destinati probabilmente ad un mercato caratterizzato da scarsissime cognizioni tecniche e da una diffusa “psicosi da pirateria”. In particolare, si tratta soprattutto di servizi di carattere legale e burocratico, come il monitoraggio dei siti e l’inoltro delle diffide.

Se devo essere sincero, CPRA non mi ha fatto una bella impressione. Sembrano più preoccupati di impressionare il loro pubblico di artisti e di commercianti con il loro bel sito, realizzato con Adobe Flash, che di fornire servizi realmente “sopra la media”. Vantano un reparto R&D formato da cinque persone ma non sembrano in grado di fornire nulla di più di quello che qualunque web agency di provincia possa fare. Evidentemente, il reale valore di CPRA viene dal dipartimento legale e da quello marketing, non da quello tecnico.

FAPAV

FAPAV è… FAPAV. È la federazione antipirateria audio/video italiana. Nonostante i toni (comprensibilmente) aggressivi agisce sempre nei limiti della legge. Non sono così fessi da farsi mettere sul banco degli imputati per degli errori che possono essere facilmente evitati.

Qui di seguito commento i servizi elencati da CPRA sul suo sito, seguendo l’ordine in cui appaiono sulla loro pagina “Soluzioni”.

Ricerca File Pirata

Questo è un servizio che qualunque ragazzino di 12 anni può facilmente fornire su richiesta. Si tratta semplicemente di lanciare uno o più client (eMule, BitTorrent, etc.), in grado di collegarsi ad uno o più circuiti, e cercare i file che interessano al committente. Per quanto ne riesco a capire, il servizio consiste semplicemente nel determinare se il file è disponibile su una o più reti ed in quale quantità. In altri termini, si tratta più che altro di un servizio conoscitivo e statistico.

Ovviamente, questa ricerca fornisce automaticamente anche gli indirizzi IP delle macchine che rendono disponbile il file per cui… rileggetevi la sezione relativa agli indirizzi IP ed ai proxy.

Diffusione di Files Decoy “intelligenti”

Cosa sia un file decoy lo potete capire leggendo la relativa voce più avanti in questo stesso testo. Cosa sia un file decoy “intelligente” è meno chiaro.

Potrebbe trattarsi di un file decoy che contiene un programma, ad esempio un worm od uno spyware, ma questo sarebbe illegale e mi sembra impossibile che CPRA metta a listino un servizio simile. Oppure potrebbe trattarsi di file decoy marcati con un watermark (vedi oltre).

Personalmente, credo che si tratti di questa seconda ipotesi.

Watermarking

Il watermarking consiste nella “marcatura” dei file (audio, video, foto, etc.) con appositi “markers” invisibili, in modo che sia sempre possibile tracciarne la provenienza. Esistono decine di programmi che svolgono egregiamente questo compito, anche gratuiti ed Open Source. Ad esempio, per le foto potete usare il vecchio, glorioso e diffusissimo “ImageMagick”:

http://www.imagemagick.org/script/index.php

Trovate un bel tutorial qui:

http://www.selonen.org/arto/netbsd/watermarks.html

Qualunque studente del secondo anno di un ITIS ad indirizzo informatico è in grado di fornire questo servizio per qualche decina di euro a file. Con pochissima fatica si può scrivere uno script in grado di marcare automaticamente migliaia di file senza richiedere l’intervento umano.

Disgraziatamente, è anche facilissimo rimuovere il watermark: dato che l’unica differenza tra due file può e deve essere solo il watermark, basta procurarsi due o più file diversi (provenienti da fonti diverse, acquistati da utenti diversi, etc.) e creare un nuovo file che contenga solo ciò che è comune alla maggioranza dei file originali. In questo modo si ricostruisce facilmente il file originale “puro” e privo del watermark che può essere reso disponbile su Internet senza rischi. Per questo compito ci vuole qualcuno che sappia programmare ma un buon perito od un ingegnere non dovrebbe avere problemi.

Resta solo da capire per quale motivo un “pirata” dovrebbe accollarsi questa rogna senza nessun ritorno economico. A quanto pare, però, c’è chi lo fa.

Report di Visibilità

Questo servizio sembra consistere nella redazione di un rapporto che descrive quanto siano “visibili” e “scaricabili” uno o più file. Qualunque ragazzino di 12 anni può svolgere questo compito manualmente ma è probabile che si usino a questo scopo delle versioni modificate dei principali client P2P. Le modifiche dei client servono a generare in modo automatico le statistiche necessarie ed a generare i report, in modo da evitare il lavoro manuale.

In un’azienda in cui ho lavorato in passato veniva accuratamente monitorata la diffusione delle copie illegali del programma che producevamo. Sotto una certa soglia il management cominciava a preoccupparsi: “se nessuno ti copia, vuol dire che il tuo programma fa schifo e nessuno lo vuole”. Porbabilmente il servizio di CPRA serve soprattutto a questo.

Identificazione dei primi diffusori

Questa è una attività tutt’altro che banale e probabilmente uno dei pochi veri servizi di valore che CPRA può fornire. Ci sono vari modi di svolgere questo compito, nessuno dei quali realmente semplice e privo di rischi. Si va dal watermarking seguito da una ricerca sulle reti P2P all’analisi del traffico di rete (che però spesso richiede un mandato del giudice).

Francamente, vorrei vedere di persona come viene svolta questa attività, sia per capire se viene fornito un servizio realmente pregiato, sia per capire se il lavoro viene svolto nei limiti della legalità.

In generale, chi diffonde su Internet (via eMule, BiTorrent o simili) un file “inedito”, lo fa usando una stazione di lavoro non rintracciabile, come quella di un Internet Cafè, una connessione Wi-Fi “piratata”, il PC di pool di un azienda o un PC conesso ad Internet attraverso un proxy come Relakks o attraverso TOR. Di conseguenza, è quasi sempre impossibile risalire ai primi diffusori.

Resta invece molto facile identificare l’IP di chi rende disponibili le innumerevoli copie dello stesso file in seguito. Spesso, purtroppo per loro, si tratta di gente che si collega ad Internet da casa propria e senza prendere nessuna precauzione.

Comunicazione dati dei “pirati” ai titolari dei diritti

Quali dati? Se sono dati che permettono di identificare l’utente o di dimostrare che ha infranto la legge, quasi certamente sono stati raccolti in modo illegale.

Immagino quindi che si tratti semplicemente degli indirizzi IP raccolti dai client e che il lavoro necessario per associare l’IP all’utente venga lasciato alla Polizia. È questa seconda parte dell’operazione, infatti, a comportare una serie di rischi legali per il “cacciatore di pirati”.

Si tratta, probabilmente, più che altro di un servizio di carattere conoscitivo che permette di capire da quali provider e da quali stati arriva il traffico pirata. In questo caso, si tratta quasi certamente di dati aggregati ed usati a fini statistici (come sembra che sia avvenuto nel caso FAPAV/Telecom).

Comunque, nulla di più, e nulla di meglio, di ciò che può fare chiunque dal proprio client. È solo l’ennesima dimostrazione che NON è una buona idea usare eMule dall’ADSL di casa senza prendere precauzioni (TOR, Proxy, etc.).

Creazione di File Decoy

I file “decoy” sono semplicemente dei file che sembrano essere qualcosa di appetibile, ad esempio una copia del film “Avatar”, ed invece sono qualcos’altro, ad esempio un filmato di quattro ore dei discorsi di un predicatore americano. Per renderlo più credibile, è possibile che nel suo tratto iniziale il file contenga effettivamente una parte del film “Avatar”.

Come al solito, qualunque ragazzino di 14 anni è in grado di svolgere questo compito con successo per, diciamo, una cinquantina di euro a file.

Disgraziatamente per CPRA, è facilissimo evitare queste trappole. Molte reti P2P fanno uso di descrittori crittografici per identificare i file, invece dei nomi. Si tratta dei cosiddetti “hash” che, come è noto, sono piuttosto difficili da falsificare. Inoltre, molti client P2P permettono di vedere i file mentre li si sta scaricando e di decidere subito di interrompere il download nel caso che il file non sia quello cercato.

Invio di messaggi agli utenti P2P

Alcune reti P2P dispongono di sistemi di messaggistica interna che rendono banale questo compito. Vedi per esempio:

http://www.emule-project.net/home/perl/help.cgi?l=18&rm=show_topic&topic_id=652

Con un client P2P modificato l’invio può essere automatizzato e quindi non richiede l’intervento umano. Inviare messaggi minatori non è quindi una gran fatica. La stragrande maggioranza degli utenti si limita ad ignorarli.

Si tratta, ovviamente, di un servizio di dissuazione che è efficace solo nei confronti di un “bersaglio” tecnicamente poco preparato (e che però rappresenta la “massa” del problema).

Sovraccarico delle code d’attesa P2P

Tradotto dal marketese, questo vuol probabilmente dire che vengono inserite su alcune reti P2P grandi quantità di macchine che chiedono lo stesso file, provocando un allungamento delle code di attesa. In pratica, si tratta di una “botnet” usata per ingolfare la rete P2P in questione.

Può essere una tecnica interessante per rendere difficile il download di un film o di un album musicale in prossimità della sua uscita sul mercato, quando la richiesta è già molto alta e basta poco per bloccare il traffico. È invece molto difficile riuscire ad avere qualche effetto rilevabile quando le condizioni di traffico sono quelle normali.

Diffusione di parti di files danneggiati

Più o meno lo stesso servizio di creazione e diffusione di file decoy, con la differenza che si diffondono file parziali e/o danneggiati invece di file falsi. In alcuni casi, la presenza di file parziali o danneggiati può rallentare enormemente il download perchè il client dello “scaricante” è costretto ad aspettare un timeout prima di scollegarsi dal client del fornitore.

Per ottenere dei risultati decenti ci vuole un po’ di competenza, per cui questo servizio potrebbe non essere all’altezza del solito ragazzino dodicenne. Di sicuro, però, qualunque perito informatico da 36/60 è in grado di creare un file di questo tipo per una cinquantina di euro.

Contro questa tecnica di attacco non c’è una vera contromisura. Non serve osservare il file mentre viene scaricato perchè quasi certamente si tratta del file “giusto”, solo che è incompleto o rovinato (di solito solo alla fine). Diminuire i tempi di timeout serve solo a perdere alcuni server che invece sarebbero utili.

Redazione di report di visibilità

Ne abbiamo già parlato più sopra…

Ricerca e monitoraggio dei tracker

Questo vuol dire che cercano i “tracker” come “ThePirateBay” e che ne monitorano l’attività. Per trovare i tracker basta usare un qualunque motore di ricerca sul web, come Google, od il sistema interno di alcuni client. I tracker non possono essere tenuti nascosti perchè per poter avere una qualunque utilità devono essere visibili su Internet. Non ci vuole quindi una gran competenza per ottenere questo risultato.

Monitorare i tracker può essere facilissimo, se ci si limita ad interrogarli ad intervalli regolari per vedere cosa mettono a disposizione ed in quale quantità, oppure può essere difficilissimo, se si tenta di scoprire quanto traffico producono ed in quali direzioni vanno i “torrenti”. Credo che CPRA sia in grado di fornire solo delle statistiche di osservazione “dall’esterno”, cioè del primo tipo. Analizzare il traffico prodotto dai tracker “dietro le quinte” richiederebbe la violazione dei server e la violazione di un paio di interi codici civili e penali.

Ovviamente, dai tracker si possono anche scoprire gli IP dei “peer” che rendono disponibili i file per cui resta valido il discorso che abbiamo già fatto sui proxy.

Ricerca di file illegali su YouTube et al.

Basta usare il motore di ricerca interno di questi servizi e/o Google. Mio nipote, che ora ha tredici anni, fornisce questo servizio a pagamento ai suoi genitori da quando ne aveva otto. Costa 10 euro a file.

Una volta scoperto che il file di proprio interesse è presente su uno di questi siti, normalmente ne viene chiesta la rimozione. La richiesta viene abitualmente soddisfatta dal gestore nel giro di due o tre giorni e… dopo altre 24 ore il file torna sullo stesso sito ad opera di qualcun altro.

Ecco perchè un servizio di monitoraggio/contestazione continuo come quello di CPRA può essere interessante per una casa di produzione cinematografica o musicale.

Ricerca nei newsgroups et al.

Questo è un po’ più complicato perchè bisogna sapere cosa sono i newsgroup, bisogna sapere come accedervi (in alcuni casi occorre un abbonamento separato da quello dell’accesso ad Internet) e bisogna sapere come usarli. Un discorso simile vale per altri servizi “esotici”.

In ogni caso, qualunque perito informatico da ultimo banco è in grado di fornire questo servizio per qualche decina di euro a file. Con relativamente poca fatica si possono creare degli script (Python, Perl, etc.) che svolgono questo lavoro in automatico e che generano anche le statistiche.

Come contromisura, quasi sempre gli utenti accedono a questi servizi usando postazioni di lavoro non rintracciabili (i soliti proxy) ed identità di comodo. In genere, non è affatto facile risalire alla vera identità di questi utenti.

Per il resto vale quello che si diceva riguardo a YouTube e simili. Il servizio di monitoraggio offerto da CPRA è sicuramente utile, anche se non rappresenta nulla di innovativo.

Segnalazione all’ISP

Vengono segnalate le violazioni all’ISP e L’ISP normalmente redirige questa posta su /dev/null .

Questo è il punto centrale della diatriba tra FAPAV e gli ISP come Telecom: si vuol costringere gli ISP a prendere sul serio queste contestazioni. Gli ISP, ovviamente, ribadiscono che non è loro compito sorvegliare gli utenti.

Segnalazione ad altri

Dipende da chi sono gli altri. In ogni caso, è veramente raro che questi “altri” reagiscano dando il via a qualche iniziativa investigativa o repressiva. Sanno benissimo che sarebbe quasi impossibile risalire alla vera identità dei pirati.

Invio di email ai titolari dei diritti

Si tratta sostanzialmente di “fare la spia” per posta elettronica agli indirizzi forniti dal committente .

A parte l’invio manuale di report e comunicazioni varie, basta poco per modificare un client Open Source in modo tale che invii dei messaggi a degli indirizzi email predefiniti quando trova un certo file. Interessante come servizio di “monitoraggio” ma… anche quando Lucio Dalla venisse informato che l’IP 69.69.69.69 mette a disposizione il file delle sue canzoni, che potrebbe fare? Potrebbe informare la polizia postale? E la polizia postale che potrebbe fare? Analizzare i dati di Telecom solo per scoprire che questo IP è l’IP di uscita di un nodo TOR in Malesia? E poi? L’Italia dichiara guerra alla Malesia per soddisfare le legittime richieste di Lucio Dalla?

Conclusioni

Dal sito di CPRA si capisce abbastanza bene in cosa consiste il loro servizio e verso chi è rivolto e, francamente, non mi sembra nulla di veramente innovativo od interessante. Più che altro si tratta di analisi conoscitive e statistiche, di pratiche burocratico/legali e di tecniche informatiche molto comuni “pacchettizzate” in modo tale che risultino appetibili per persone come Laura Pausini.

Non saranno certo né CoPeerRight né FAPAV a sconfiggere la pirateria digitale. Non in questi modi, almeno.

Alessandro Bottoni

Fonte: http://alessandrobottoni.wordpress.com/2010/02/12/cacciatori-di-pirati/
Licenza CC:

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Fapav: A volte sarebbe meglio tacere…

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 14 febbraio 2010

Premetto: non ho avuto tempo di leggere con attenzione, ma solo una scorsa. mi riservo di tornare sull’argomento.

Fapav risponde al Garante della Privacy:

Citazione
FAPAV non ha ottenuto e non può ottenere alcuna corrispondenza tra le URL delle pagine web citate e l’attività telematica degli internauti italiani, poiché soltanto l’ISP può fornire questo tipo di informazioni circa l’attività dei suoi abbonati.

Allora come si spiega quanto scritto nell’atto precedente ? era cosi’, tanto per dire ? “scusateci, non c’entrava, abbiamo denunciato cosi’, …”

Citazione
Nel secondo caso, a quanto consta, alcuni associati FAPAV hanno fatto ricorso ad una società specializzata nella protezione dei diritti d’autore, incaricata di fornire statistiche dei download a partire dai cosiddetti “fake” (o “files decoy”, file che contengono il trailer di un film ripetuto in serie) diffusi da territorio straniero nelle reti peer-to-peer per simulare i file di opere protette dal diritto d’autore.

“decoy” significa “esca”. talvolta chiedono all’utente di cliccare su un link con il pretesto di fargli scaricare un codec, ma in realta’ fanno contattare un server che raccoglie informazioni sull’utente.
saranno autorizzati questi stranieri  a mettere queste esche per adescare gli utenti ? o si ritiene che il fatto che operino dall’estero raccogliendo indirizzi IP, che poi asseriscono di anonimizzare, li esenti dalla responsabilita’ del trattamento di dati personali, (con Fapav, come soggetto italiano, sarebbe il committente di una attività che implica l’esportazione dei dati personali, forse potrebbe essere un’aggravante ?)

Citazione
Si allega un’immagine che raffigura le informazioni che vengono visualizzate grazie a questo strumento, semplicemente inserendo il link eDonkey che si desidera cercare, come avviene su un normalissimo eMule.
E’ importante segnalare che, come appare chiaro dalla schermata annessa, nessun indirizzo IP viene visualizzato o stoccato per ottenere l’informazione riguardante l’ISP utilizzato. L’IP degli utenti che scaricano, infatti, viene anonimizzato istantaneamente attraverso un procedimento rapido ed immediato.

E se lo dice Fapav, sarà certamente vero…

Citazione
FAPAV non è – né è mai stata intenzionata ad essere – in possesso degli indirizzi IP dei clienti di Telecom Italia, né degli abbonati di qualunque altro Internet Service Provider attivo sul territorio italiano.

pero’ a farli adescare, si…

Citazione
Il concorso nell’illecito di Telecom Italia dipende anche dalla sua co-interessenza agli utili generati dal traffico di ‘downloading’ illegale, dal quale Telecom Italia consegue un lucro.

Anche l’Enel, non sfuggirà al collegio giudicante. Ed anche Linksys, ecc. ecc.

Citazione
La “segnalazione” di Telecom Italia  non solo è priva di qualsiasi base giuridica e fattuale, ma costituisce la migliore evidenza di un concorso quantomeno materiale  in una attività penalmente illecita

Boom. overshooting…
Se Telecom ha corresponsabilita’ penale per cio’ che fanno gli utenti dei suoi servizi, l’unica strada sarebbe interrompere il servizio (e cio’ vale per qualunque operatore). (e di nuovo, perche’ non l’Enel ?)

Ma crede veramente FAPAV che la strada migliore per difendere i diritti dei suoi associati sia quello di sostenere una posizione che, se accolta, implicherebbe di spegnere la rete ? Pensa davvero che sia una posizione sostenibile che possa portare ad alcunche’ di positivo ?

Penso che a volte sia meglio tacere..

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2010/02/fapav-a-volte-sarebbe-meglio-tacere.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/

FAPAV, contro Telecom o contro la legge?

Posted in Internet&Copyright by yanfry on 14 febbraio 2010

Roma – Chi fa un uso poco pulito del Peer to Peer, avverte La Repubblica, stia attento: è il caso di guardarsi le spalle perché c’è la carica dei segugi sguinzagliata da FAPAV che sta cercando di saperne sempre di più.

In pratica sarebbe in atto un vero e proprio pedinamento elettronico che, partendo dagli 11 siti accusati dalla Federazione di regalare film e canzoni, pian piano ricondurrebbe ai rispettivi richiedenti.

FAPAV avrebbe infatti affidato alla francese CoPeerRight l’incarico di svolgere il ruolo di sorvegliante speciale e la questione, a quanto pare, è arrivata sulla scrivania del giudice Antonella Izzo del Tribunale di Roma.

Poiché sembra che la maggior parte dei cattivacci siano utenti di Telecom Italia, la FAPAV – pur non potendo provare nulla – sta facendo forti pressioni sull’operatore perché faccia nomi, prenda provvedimenti, blocchi e agisca.

Questa cosa non è andata giù al garante per la privacy, che sostiene innanzi tutto la tutela della privacy stessa. Ma il fatto che si sciorinino cifre come 2 milioni e 200mila casi di download illegale non significa che sia stato svolto alcun “pedinamento”. Basta semplicemente contare le connessioni verso il sito che “regala” e leggere qualche megabyte dei primi che passano per cogliere i “titoli”.

Se quegli 11 siti sono in Italia, comunque non si può né pedinare né intercettare senza essere Forze dell’Ordine o Servizi di Informazione e Sicurezza, e/o con tanto di autorizzazione. Se sono all’estero, la questione si complica.

Ciò non toglie che nella fattispecie si tratti in ogni caso di una vera e propria intercettazione (che non coincide con un pedinamento, ma questo poco cambia) e, su questo, oggettivamente è impossibile non restare perplessi. Come osservano alcuni, infatti, si tratta pur sempre di intercettazioni non autorizzate a opera di privati: dunque, viene il dubbio se non sia il caso di rispondere a una simile azione con una controdenuncia.

Come già si è avuto modo di dire proprio su queste pagine, la strada continua a non essere quella giusta. Da ieri, tra l’altro, alcuni provider hanno iniziato a impedire l’accesso a The Pirate Bay non solo attraverso una (illecita, dal punto di vista delle RFC) manipolazione dei DNS ma anche attraverso l’alterazione delle tabelle di routing o l’adozione di regole di drop sui pacchetti destinati a quella rete IP.

Se tali atti porteranno risultati è arduo dirlo sul punto. Di certo, per la Baia non è affatto impossibile cambiare indirizzo IP, come non è impossibile per gli internauti servirsi di strumenti come Ipredator. E se per caso dovessero impiegarlo anche quegli 11 siti che FAPAV tiene d’occhio, i risultati saranno due: business per Ipredator e un bel sacco di pive per FAPAV, che dovrà star bene attenta a non irritare troppo né Telecom né altri, trovandosi essa stessa sul filo del rasoio.

Come sempre, se è questo che si vuole, invece di chiedersi quali possano essere le vere ragioni di tanta pirateria… si può continuare così.

Marco Valerio Principato

Fonte: http://nbtimes.it/prime/4931/fapav-contro-telecom-o-contro-la-legge.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it

FAPAV vs Telecom, c’è anche il Garante

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 febbraio 2010
Sarà ascoltato nel corso dell’udienza al Tribunale di Roma fissata per il 10 febbraio prossimo. Intanto, continuano le polemiche sulle recenti mosse legali dell’antipirateria del Belpaese

Roma – È stata fissata per il prossimo 10 febbraio l’udienza presso il Tribunale di Roma che vedrà opposte la Federazione Italiana Antipirateria Audiovisiva (FAPAV) e l’operatore Telecom Italia. Al centro del contenzioso legale, come già noto, la richiesta da parte di FAPAV di inibire l’accesso agli utenti di Telecom ad un gruppo di siti web rei di aver spacciato film protetti dal copyright.

Stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, il Garante della Privacy avrebbe deciso di costituirsi in giudizio, in modo da difendere i diritti degli utenti del Belpaese, messi a rischio da un invasivo rastrellamento di indirizzi IP da parte della federazione antipirateria. Una decisione, quella del Garante, che ha fatto tornare alla mente il precedente caso Peppermint.

“In questo caso, in modo ancora più grave che nella vicenda Peppermint – ha sottolineato Marco Pierani, responsabile delle relazioni esterne istituzionali di Altroconsumo – perché FAPAV ha coinvolto molti più utenti e ha scavato più a fondo nelle loro attività”. Attività illecite, scoperte dalla federazione per mezzo di CoPeerRigt, società francese specializzata nel monitoraggio della Rete, in particolare del P2P.
FAPAV ha chiesto a Telecom Italia di procedere ad un adeguato filtraggio di quei siti che si sarebbero macchiati di condivisione selvaggia, pena un risarcimento di 10mila euro per ogni giorno di inadempienza. “In media per un film italiano che incassava 10 milioni di euro nel 2009 – ha spiegato Laura Mattiucci di CoPeerRight – abbiamo registrato un milione di download pirata nel primo mese di presenza nelle sale”. La società informatica ha tuttavia negato di aver fornito a FAPAV alcuna identità.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2799730/PI/News/fapav-vs-telecom-anche-garante.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Non è vero ma ci FAPAV…

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 gennaio 2010

Ho appena letto il comunicato stampa con il quale la Fapav sembra intenzionata far chiarezza sull’attività investigativa a monte del procedimento cautelare promosso dinanzi al Tribunale di Roma con particolare riferimento alle possibili gravi violazioni della privacy sul modello Peppermint.

Secondo FAPAV il proprio sistema investigativo non violerebbe la privacy degli utenti perché identificherebbe ”solo i primi tre gruppi di cifre dell’indirizzo IP (quelle che corrispondono alla rete di accesso) ed” ignorerebbe “del tutto gli altri numeri che, in ipotesi, potrebbero condurre ad un utente persona fisica”.

Francamente non sono i grado di valutare se una soluzione del genere sia tecnicamente configurabile ma la mia impressione è che, qualsivoglia sistema, almeno in un certo momento, debba trattare l’indirizzo IP completo e che solo in un secondo momento talune cifre possano essere mascherate o cancellate.

La sensazione da avvocato – e dunque, probabilmente, errata – è che un indirizzo IP “monco” non esista in natura e che, pertanto, non possa che essere il frutto di un “taglio” successivo alla sua raccolta integrale.

Se fosse così, evidentemente, la “giustificazione” di FAPAV non reggerebbe ed il trattamento dei dati personali ci sarebbe e sarebbe illecito.

Devo dire, peraltro, che questa impressione trae origine anche dalla circostanza che è stato, a suo tempo, proprio il Presidente di FAPAV a riferire di aver raccolto ed identificato un gran numero di pirati come si vince dal video qui sopra.

Sono, tuttavia, pronto ad essere smentito dai tanti che tecnicamente (e non solo!) ne sanno molto più di me.

Andiamo avanti però e proviamo a vedere a quali conclusioni occorrerebbe arrivare se quanto riferito da FAPAV corrispondesse al vero e FAPAV non avesse effettivamente mai trattato i dati personali di qualche centinaia di migliaia di utenti.

Se FAPAV non ha quei dati ne deriva che non ha nessun elemento per ritenere che l’utente Bianchi di Telecom sia un pirata e l’utente Rossi no con la conseguenza che non è chiaro cosa la Federazione antipirateria possa contestare a Telecom.

Di non aver scritto a tutti i suoi utenti per segnalare che ALCUNI avevano abusato delle risorse di connettività per scaricare opere audiovisive?

Di non aver denunziato all’autorità giudiziaria la circostanza che alcuni propri utenti non meglio identificati, forse, secondo FAPAV erano pirati?

Se così fosse l’azione di FAPAV nei confronti di Telecom sarebbe a dir poco temeraria e la domanda andrebbe certamente respinta.

La coperta usata dalla Federazione, a mio avviso, è, francamente, troppo corta: se la si tira da una parte si deve concludere che FAPAV ha violato la privacy mentre se la si tira dall’altra che la Federazione non ha proprio nulla in mano per contestare a Telecom di aver tradito i propri obblighi da intermediario.

Forse, la prossima volta, prima di correre a scrivere un comunicato stampa…varrebbe la pena di riflettere su ciò che si scrive…

Frattanto io continuo a pensare quello che ho già scritto qui.

UPDATE

Paolo Brini, coordinatore, tra le tante sue attività a difesa dei diritti della Rete, del movimento Scambio Etico mi ha inviato una mail di chiarimenti in relazione ai miei dubbi della quale mi sembra utile pubblicare uno stralcio a beneficio di tutti.

Ciao Guido,

ho appena letto il tuo articolo concernente il “singolare” comunicato stampa FAPAV.

In effetti è come dici te: nella testata (header) di un pacchetto IPv4 ci sono sempre 32 bit (4 byte) dedicati all’indirizzo IP di provenienza, e 32 bit a quello di destinazione. Qualunque sia il metodo utilizzato dalla FAPAV per rastrellare indirizzi IP, “tagliare” l’ultimo byte è un’operazione successiva: quando il pacchetto arriva in un computer della FAPAV, ci arriva perché ha un header corretto e completo. Se mancasse un byte, come fantasiosamente sostenuto dalla FAPAV, il pacchetto sarebbe corrotto e il routing non avverrebbe.

Altre considerazioni: se la FAPAV ha raccolto “centinaia di migliaia di indirizzi IP” nella rete p2p BitTorrent, è probabile che lo abbia fatto tramite metodi altamente inaffidabili, come evidenziato dalla ricerca dell’Università di Washington:
http://dmca.cs.washington.edu/uwcse_dmca_tr.pdf

Se invece la FAPAV ha addirittura monitorato le connessioni ai siti che vorrebbe oscurati, allora deve avere intercettato le comunicazioni degli utenti con strumenti illegali. (…).

Questa storia mi piace sempre di meno perché in ogni caso manca completamente di trasparenza ed è fuor di dubbio che ci si trovi dinanzi ad una forma di privatizzazione della giustizia alla quale non si può dar accesso nell’ordinamento neppure in nome dell’esigenza di difendere diritti tanto preziosi quali quelli di proprietà intellettuale.

Fonte: http://www.guidoscorza.it/?p=1466
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

Sia FAPAV la sua volontà?

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 gennaio 2010
di G. Scorza – La Federazione contro la pirateria audiovisiva ha rastrellato indirizzi IP. Chiede a Telecom di oscurare siti e accusa l’operatore di complicità nella violazione del diritto d’autore. Il caso Peppermint è passato remoto?

Roma – La FAPAV – Federazione contro la pirateria audiovisiva – ha trascinato in via d’urgenza Telecom Italia dinanzi al Tribunale di Roma chiedendo al Giudice di ordinarle di inibire l’accesso, a tutti i propri utenti, ad una decina di siti attraverso i quali verrebbero rese disponibili opere cinematografiche protette da diritto d’autore. Secondo quanto si apprende dai primi lanci di agenzia e dalle dichiarazioni rese dal Presidente della SIAE – prontamente intervenuta a sostegno della FAPAV nel giudizio – presupposto dell’azione cautelare promossa dalla Federazione antipirateria nei confronti di Telecom sarebbe la circostanza che centinaia di migliaia di utenti italiani negli ultimi mesi avrebbero utilizzato le risorse di connettività messe loro a disposizione da Telecom per scaricare film ed altre opere audiovisive dai “siti famosi del peer to peer” e non solo.

Telecom, a questo punto – secondo la tesi della FAPAV, sostenuta dalla SIAE – sarebbe tenuta ad impedire l’accesso a tutti i propri utenti ai siti in questione e dovrebbe ritenersi corresponsabile delle condotte di pirateria audiovisiva, giacché, pur essendo stata tempestivamente informata dei pretesi illeciti in atto avrebbe omesso di informare l’autorità giudiziaria e diffidare i propri utenti dal proseguire.
La storia dunque si ripete e, quel che è peggio, l’antipirateria all’italiana sembra incapace di imparare dal passato.

Non si conoscono ancora i dettagli della vicenda e, in particolare, le modalità investigative utilizzate dalla FAPAV per acquisire i dati che le consentirebbero di affermare con certezza che centinaia di migliaia di utenti hanno scaricato determinate opere cinematografiche da altrettanto ben individuati siti internet, ma appare evidente che, quali che siano state dette modalità, ci si trova dinanzi ad un nuovo caso Peppermint.

Ancora una volta, infatti, l’industria ha ritenuto di poter arbitrariamente esercitare poteri investigativi sostituendosi all’autorità giudiziaria ed alle forze di polizia e di poter così – in un intervallo più o meno lungo di tempo – pedinare in Rete milioni di ignari cittadini lungo le autostrade dell’informazione, acquisendo, registrando, archiviando ed incrociando i dati personali di questi ultimi. Sembra, infatti, difficile dubitare che la FAPAV per poter, oggi, agire nei confronti di Telecom, debba almeno essere in possesso degli indirizzi IP – evidentemente assegnati da Telecom – dei presunti pirati, o meglio dei titolari delle risorse di connettività utilizzate dai presunti pirati, e degli indirizzi IP di destinazione dei percorsi di navigazione di tali utenti che contraddistinguono i siti internet dei quali è stato chiesto l’oscuramento.

Si tratta, in altre parole, di una condotta probabilmente ancor più grave di quella posta in essere da Logistep nell’ormai celebre caso Peppermint: FAPAV ha, probabilmente, trattato addirittura dati relativi al percorso di navigazione degli utenti verso determinate risorse telematiche ovvero dati che gli stessi fornitori di servizi di connettività non possono trattare proprio in ragione del loro carattere “personale”.
Sono, d’altro canto, mesi che si ha il sospetto che qualcosa fosse nell’aria e che FAPAV stesse preparandosi al colpo grosso.

Ad aprile dello scorso anno, infatti, Filippo Roviglioni, Presidente di FAPAV raccontava in un’intervista a Gabriele Niola pubblicata proprio su queste pagine, questo aneddoto del quale la vicenda processuale di queste ore costituisce, evidentemente l’epilogo: “Un mese fa con un software trovammo un certo numero di persone che scaricavano film e musica. Andammo dal magistrato molto contenti, con nome e cognome, il magistrato ci chiese come li avevamo ottenuti e visto che ovviamente i pirati in questione non erano consenzienti ci disse che rischiavamo di essere inquisiti per violazione della privacy. Siamo andati allora a parlare con il numero due in materia di privacy che ci ha detto solamente come condivida il nostro senso di impotenza e frustrazione”.
Si tratta, d’altro canto, di dichiarazioni che lo stesso numero uno di FAPAV ribadisce in questo video del quale davo, con sorpresa, notizia in questo post del 26 maggio 2009, profeticamente intitolato “La Confessione”.

Se, come appare ragionevole ritenere, i dati posti a fondamento dell’azione oggi promossa dinanzi al Tribunale di Roma sono i medesimi raccolti da FAPAV nel corso del 2009, dunque, la Federazione antipirateria era, ed è, perfettamente a conoscenza del carattere illecito dell’acquisizione dei dati utilizzati tanto da aver già incassato un diniego all’azione penale da parte della Procura della Repubblica, che anzi le avrebbe paventato il rischio di vedersi costretta ad inquisirla per trattamento illecito di dati personali, ed un parere negativo – sebbene accompagnato da una manifestazione di solidarietà – da parte dell’Ufficio del Garante della Privacy.

In tale contesto sembra agevole concludere che FAPAV ha appena promosso un’azione cautelare dinanzi al Tribunale di Roma ponendo a suo fondamento elementi di prova illegittimamente raccolti.

Se a ciò si aggiunge che, come è ormai noto, nella vicenda Logistep-Peppermint tanto il Preposto Federale per il trattamento dei dati personali svizzero che il nostro Garante per la privacy ritennero illegittima l’attività di monitoraggio di massa posta in essere dagli investigatori dell’etichetta discografica tedesca, pochi dubbi possono residuare sull’illegittimità della condotta della Federazione antipirateria audiovisiva. È vero che il tempo rimargina le ferite ma, salvo prescrizioni, sanatorie e norme “accorcia-processi”, difficilmente rende lecito ciò che è nato illecito.

Sotto tale profilo sta dunque al Tribunale di Roma – auspicabilmente previo intervento dell’Autorità Garante per il trattamento dei dati personali – decidere se, in nome di un’antipirateria sostanziale ed indiziaria, porre a fondamento di una decisione un’attività di investigazione di massa posta in essere in aperta violazione della disciplina sulla riservatezza. Forse un pugno di autori e l’industria audiovisiva ringrazierebbe ma, così facendo, si sacrificherebbe il diritto alla privacy di milioni di cittadini e, soprattutto, si affermerebbe il principio per il quale chiunque di noi, dinanzi al sospetto di un illecito che riguarda il proprio portafoglio, può sostituirsi all’autorità di polizia ed a quella giudiziaria e dar corso a pedinamenti, perquisizioni ed intercettazioni.

La privacy, tuttavia, è solo uno dei profili dell’iniziativa della FAPAV che non convincono.
Quali sono le prove sulla cui base FAPAV sarebbe in grado di dimostrare che un certo numero di utenti Telecom avrebbero violato la disciplina sul diritto d’autore? Basta davvero un enorme foglio di calcolo con una colonna di indirizzi IP di partenza ed un’altrettanto lunga colonna di indirizzi IP di destinazione per sostenere che un cittadino o, meglio ancora, che proprio l’utente contrattualmente legato a Telecom – e non, piuttosto, un suo familiare o amico – è un pirata? La mia sensazione, francamente, è che non sia così e non possa esserlo almeno sino a quando l’accertamento della condotta non sia compiuto da un pubblico ufficiale nel rispetto delle regole del diritto e, in ogni caso, fino a quando in Italia non sia stata varata una disciplina stile HADOPI attraverso la quale sia posto a carico di ogni titolare di risorse di connettività un obbligo di custodia relativo a tali risorse.

La verità è che, allo stato, FAPAV – come peraltro sembrerebbe esserle già stato fatto presente dalla procura della repubblica di Roma nell’aprile scorso – non è in condizione di provare assolutamente nulla. Niente prova, niente provvedimento, dunque.

Ma andiamo avanti perché la circostanza che FAPAV, allo stato, non sia in grado di provare alcunché in ordine all’imputabilità agli utenti Telecom di una condotta illecita, porta con sé un’ulteriore importante conseguenza. Telecom, ricevuta la diffida di FAPAV, non aveva alcun obbligo di fare alcunché perché non si può pretendere che sia sufficiente ipotizzare una violazione di un proprio diritto per pretendere che un intermediario si adoperi per segnalare un illecito che magari non esiste ad un’autorità giudiziaria o, piuttosto, per diffidare un utente che, magari, ha semplicemente subito un furto di risorse di connettività.

A prescindere poi da tutta una serie di altre considerazioni relative alla disciplina degli intermediari della comunicazione che – cavalcando l’onda lunga della decisione The Pirate Bay e Mediaset c. YouTube – la FAPAV pretenderebbe di travolgere, sembra opportuno formulare un’ultima considerazione sul contenuto del provvedimento richiesto al giudice: l’oscuramento di tutta una serie di siti internet dai quali sarebbero stati scaricati anche taluni film.
È, evidentemente, un provvedimento sproporzionato e privo di qualsivoglia fondamento giuridico.

Il titolare dei diritti, infatti – a prescindere da ogni altra considerazione – può, a tutto voler concedere, esigere che l’autorità giudiziaria ordini all’intermediario di adottare i provvedimenti necessari ad interrompere la prosecuzione della specifica violazione contestata – e dunque l’inibitoria all’accesso ad una singola URL che contraddistingua un determinato contenuto. Ma non può, in alcun caso – tanto più senza neppure convenire in giudizio i titolari dei siti in questione – esigere l’oscuramento di un’intera piattaforma di comunicazione elettronica, determinando così, di fatto, la cessazione dell’altrui attività di impresa ed una forte restrizione dell’altrui esercizio della libertà di manifestazione del pensiero. Un simile provvedimento non è contemplato in alcuna norma di legge, e se lo fosse la relativa norma sarebbe in evidente contrasto con gli articoli 21 e 41 della Costituzione per violazione della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di impresa.

Leggendo questo articolo, forse, qualcuno penserà che si dovrebbe smettere di difendere i pirati per evitare di veder morire la nostra industria dei contenuti ma, in tutta franchezza, credo esistano modi e forme per continuare a riconoscersi in un Ordinamento che non abdica ai principi fondamentali dello Stato di diritto in nome dell’antipirateria senza perciò dover rinunciare a cultura e creatività. Non si tratta di difendere i pirati che, se tali, si appropriano di quanto di più prezioso esiste nella società dell’informazione, ovvero le idee e la creatività nella dimensione immateriale. Si tratta più semplicemente di difendere le regole del diritto ed alcune libertà fondamentali che non possono e non devono cedere il passo ai diritti patrimoniali di un numero sempre più esiguo di soggetti.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
http://www.guidoscorza.it

Fonte: http://punto-informatico.it/2786807/PI/Commenti/sia-fapav-sua-volonta.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

PS: Tra i siti per cui si chiede l’oscuramento vi sono:
The Pirate Bay, Italianshare, ItalianSubs, Vedogratis, Youandus, Italianstreaming, 1337x, Dduniverse, Angelmule, Italiafilm, Ilcorsaronero.
Fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/01/14/news/peer_to_peer-1949434/

La FAPAV spia gli utenti e la SIAE applaude

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 14 gennaio 2010

Dejà vu.
Caso Peppermint.. Gli IP address sono dati personali
Quanto ci metterà il Garante della Privacy ad intervenire ?
La domanda sorge spontanea, il Presidente della SIAE starà commettendo qualche illecito facendo apologia di chi spia illegalmente ?

» Print PIRATERIA: CAUSA A TELECOM;ASSUMMA,SPERO SOLUZIONI CONDIVISE | Prima Comunicazione.
(ANSA) – ROMA, 13 GEN – Se il tribunale di Roma accoglierà le richieste della Fapav, fatte proprie dalla Siae, “si aprirà un agevole solco processuale che sarà seguito certamente da tutti gli enti tutori del diritto d’autore contro i grandi utilizzatori delle opere non accorti alla tutela dei diritti patrimoniali degli autori. Io mi auguro però che non si giunga ad una decisione giudiziale, ma che il buon senso induca gli attuali contendenti a sedersi intorno ad un tavolo comune per trovare una soluzione in grado di contemperare equamente i rispettivi interessi”. Lo nota il presidente della Siae Giorgio Assumma, che commenta la richiesta della Federazione Antipirateria (Fapav) la quale – con un procedimento su cui secondo quanto riporta oggi il Sole24 ore il Tribunale di Roma dovrà decidere venerdì – chiede a Telecom di fornire i nomi di chi scarica illegalmente, di oscurare l’accesso a siti famosi del peer to peer e anche di avvisare i pirati durante le loro scorrerie. Richieste che la Telecom, citando norme europee, respinge accusando a sua volta la Fapav di aver utilizzato programmi spia per monitorare i dowload illegali, violando la privacy degli utenti.

Poi, qualche semplice domanda…
non vorrebbero anche gli indirizzi di casa ?
chi fa l’elenco e decide quali sono i “siti famosi del peer to peer” ?
come si fa ad “oscurarli” ?
come fare ad avvisare “durante le scorrerie” ? mandando un messo ?

E’ legittimo difendere nelle sedi competenti, secondo le leggi vigenti, i propri interessi.

Questo comunicato liscera’ il pelo ai meno competenti di quei 3.000  (su 85.000 associati SIAE) che vivono del diritto d’autore (fonte: Corriere della Sera) ma ciò non toglie nulla al fatto che la pratica è illecita e le richieste assurde (il sole non puo’ sorgere ad ovest…).

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2010/01/la-fapav-spia-gli-utenti-e-la-siae-applaude.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/