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#DigiTsipras retribuzione del reddito oltre il #Copyright

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 maggio 2014

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#DigiTsipras Diritti Digitali nell’Altra Europa con Tsipras

Iniziative del 16 Maggio 2014 – Piacenza e Roma
#NoAgcom #NoCopyright #NoSorveglianza
Per informazioni confero@autistici.org

Blog DigiTsipras http://digitsipras.wordpress.com/

L’autorità garante del Monopolio

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 19 luglio 2013
PIRATERIA
“L’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù” sono i tre slogan della Neolingua descritta nel romanzo 1984 di George Orwell.
Quella distopia non si sta rivelando attuale solo nel controllo da grande fratello che scopriamo la NSA fa in modo massivo in tutto il mondo, Italia inclusa, con caratteristiche più invasive di quelle descritte da Orwell, ma anche nella distorsione della lingua comune.
In Italia esiste ad esempio l’Agcom, che dovrebbe essere l’Autorità Garante della Concorrenza.
Purtroppo scopriamo ogni giorno di più che questa è l’autorità garante dei Monopoli.
I requisiti della concorrenza nel mercato sono la libertà di ingresso e l’assenza di barriere, la numerosità degli operatori, informazione e trasparenza del mercato.
Questi requisiti sono fondamentali affinché il mercato possa adeguarsi alle mutate esigenze dei consumatori, e dalle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, per evitare che gli operatori dominanti possano creare delle barriere e consolidare il proprio monopolio.

Chissà se Angelo Cardani, classe 1949, presidente dell’Agcom nominato da Monti da ormai un anno, che parlato ieri di diritto d’autore online nell’audizione presso la IX Commissione della Camera, consideri questi requisiti dei fastidiosi impacci per la realizzazione del regolamento che l’Agcom si accinge a emettere e considerato da alcuni anticostituzionale.
Cardani ammette di non aver molta dimestichezza con i computer: non è un nativo digitale, e ancora meno è un nativo on line, ma neanche quando si è laureato o quando ha iniziato ad insegnare esisteva il web, e questo è un grosso problema.
Perché quando si parla di condivisione della cultura, dell’arte e dell’informazione, non si può continuare a pensare ad un mondo nel quale i monopolisti del copyright si garantivano i loro lauti guadagni controllando i contenitori allora indispensabili per far circolare l’informazione.

Nel cercare di rassicurarci, Cardani ci dice “Non abbiamo in mente il caso della signora che mette in rete il filmato del compleanno della figlia con le musiche di Elton John per le quali non ha pagato i diritti d’autore” per farci capire subito dove sono le sue vere preoccupazioni “Certo anche lei infrange la legge”.
Non si tratta di “prendere di mira”: se questa legge prende di mira la mamma che condivide con amici e conoscenti le emozioni del compleanno della figlia, è la mamma il problema o è la legge?

“Ci muoveremo esclusivamente su denuncia o segnalazione”. Una procedura che consentirà all’Autorità di “eliminare tutta una serie di infrazioni minori a cui siamo meno interessati a perseguire”.
E poi sempre proseguendo su quelle che sembrano rassicurazioni ma che si concludono in tragedia: “Non abbiamo in mente niente che possa assomigliare all’Hadopi che ha funzionato molto male come strumento repressivo, ma se vogliamo, paradossalmente, ha funzionato bene come strumento educativo”.

C’è poco da stare allegri.
Qui l’autorità non mostra di voler garantire la concorrenza, ad esempio proponendo di smantellare la SIAE, che avendo la presunzione di rappresentare insieme autori ed editori, di fatto schiaccia gli artisti tutto a vantaggio dei monopolisti del copyright.

Qui si ripropone il modello stantio e ormai inutile del “i cattivi sono i cittadini, perché condividendo cultura, conoscenza, arte ed emozioni” tolgono agli editori quei lauti guadagni, che subito Deborah Bergamini del Pdl ci dice quantificati in 600 milioni di euro.
Che suona come “dobbiamo garantire che chi finora ha guadagnato 600 milioni di euro da un modello di business ormai obsoleto, continui a guadagnarli e non sia minacciato dalle innovazioni tecnologiche”, alla faccia dell’assenza di barriere, della numerosità degli operatori, alla faccia della concorrenza insomma.

Purtroppo in Italia continuiamo a perdere tempo.
Non si può fermare l’innovazione, non si può costringere i cittadini a fare i porci comodi dei vecchi monopolisti, cercando di bloccarli con leggi ingiuste e immorali che nessuno è disposto a sopportare.
La rete continua ad imprimere repentini cambiamenti, che vengono dalla volontà stessa dei cittadini e ai quali governi e autorità devono rispondere.

Pubblicato da 

Regolamento Agcom sul Diritto D’autore: Un pericolo per la libertà d’espressione in internet

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 maggio 2013

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Prof Angelo Cardani, Presidente Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

Via Isonzo 21/b – 00198 Roma

E p.c. Sen. Dott. Pietro Grasso, Presidente Senato della Repubblica

Roma

E p.c. On. Dot.ssa Laura Boldrini, Presidente Camera dei Deputati,

Roma

 

Roma, 7 Maggio 2013

Lettera Aperta al Presidente dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ed ai presidenti di Senato e Camera dei deputati

Il regolamento sul diritto d’autore dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Un pericolo per la libertà d’espressione in internet.

L’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni si appresta ad adottare un regolamento con cui sanzionare le violazioni del diritto d’autore on line, nonostante sia emersa con chiarezza, nei mesi scorsi, l’incompatibilità dell’intervento di una autorità amministrativa con il rango penale dei reati che si vorrebbe perseguire ed il potenziale vulnus costituzionale di alcuni

degli interventi proposti.

Era stato proprio il precedente presidente dell’Autorità, Corrado Calabrò, ad archiviare siffatto Regolamento sulla base, tra le altre, delle molteplici perplessità espresse dalla Commissione europea sul testo proposto e della mancata adozione da parte del Legislatore di una revisione del quadro normativo, a partire dalla stessa legge che tutela il Diritto di Autore.

Qualora i sommari resoconti emersi a valle di un Suo incontro con, tra l’altro, un rappresentante di Confindustria Sistema Cultura,trovassero conferma, dovremmo presumere che, evidentemente, in qualità di nuovo Presidente, Ella non ritiene che il Parlamento debba occuparsi della vicenda e pretende che l’Autorità si sostituisca ad esso.

Le scriventi Associazioni sono da sempre strenue sostenitrici della stretta legalità e si impegnano quotidianamente per far si che questo avvenga anche nel mercato dei contenuti digitali.

L’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, sebbene più volte sollecitata in tal senso anche da Associazioni sottoscrittrici della

presente lettera, non ha tuttavia ancora effettuato alcuno Studio indipendente sui cd danni da pirateria digitale nel nostro Paese, come invece effettuato di recente dalla Commissione Europea attraverso il Joint Research Centre.

La Commissione ha esaminato nel dettaglio il settore che la stessa Autorità intende regolare con risultati a dir poco in controtendenza rispetto alle tesi promosse dai detentori dei diritti d’autore.

La stessa Autorità non sembra inoltre aver adeguatamente valutato nel merito il costo per i conti pubblici derivante dall’ istituzione di un procedimento di risoluzione delle controversie interno alla stessa Autorità che dovrebbe probabilmente trattare migliaia di casi, in un momento cosi deficitario per le stesse risorse pubbliche,

Oltre alla carenza di legittimazione in capo all’Autorità e ai rischi da più parti ampiamente documentati circa gli effetti deleteri sulla libertà d’espressione in Rete e sugli utenti, l’emanando Regolamento appare pertanto inficiato dalla assoluta carenza di una preventiva analisi di impatto in termini di costi e benefici, cosa che una Autorità indipendente come l’AGCOM non può e non deve permettersi.

Tutto ciò premesso e considerato, le scriventi Associazioni ed i singoli firmatari chiedono al Presidente ed al Consiglio dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni:

a) se sia vero che il Presidente Cardani abbia recentemente incontrato sul tema i rappresentanti delle Associazioni dei titolari dei

diritti d’autore e, in caso di risposta affermativa, chiedono che venga reso pubblico, in forma integrale, il verbale redatto.

b) di rispettare il ruolo del Parlamento e di non procedere in assenza della determinazione del solo organo deputato ad assumere decisioni in una materia così delicata, il cui impatto sulla libera circolazione delle informazioni e dei contenuti è di tutta evidenza.

c) di voler sentire in una Audizione pubblica, le sottoscritte Associazioni, nel termine di 15 giorni dal ricevimento della presente, al

fine di raccogliere elementi utili alla valutazione dell’opportunità di procedere all’adozione del suddetto regolamento.

Con Osservanza.

La petizione è disponibile al seguente indirizzo http://sitononraggiungibile.info/petizione

Adesione alla Lettera aperta ed alla Petizione democraticamente approvata dall’Assemblea Permanente del Partito Pirata Italiano

La TV non è il web

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 7 novembre 2011

Fonte: http://www.ilpost.it/carloblengino/2011/11/04/la-tv-non-e-il-web/

 

Il web non è la TV: con questo slogan era stato accolto sulla rete il decreto Romani che attuava, con qualche eccesso tutto italiano, la direttiva comunitaria sui servizi media audiovisivi. Il decreto mirava (e mira) in effetti ad estendere al web parte della stringente normativa che regola da tempo il mondo della televisione. Figlio più o meno legittimo del decreto Romani è il tanto vituperato regolamento sul diritto d’autore in rete attualmente in gestazione presso l’AGCom.

Regolamentare e dunque controllare i contenuti che internet diffonde così come si controllano le televisioni è il fine anche di coloro che fanno televisione. I vari players del settore soffrono infatti da alcuni anni una concorrenza che sino alla diffusione del web era ignota in un non-mercato ove pochi soggetti in posizione dominante governano verticalmente la diffusione dei beni informazionali, principalmente prodotti da loro o per loro. La moltiplicazione dei canali con l’avvio del digitale terrestre è stata assorbita nel non-mercato dell’etere senza particolari traumi all’ecosistema. L’offerta è solo apparentemente aumentata: gli attori e le tipologie di contenuti son sempre gli stessi.

Nel nostro paese, dove controllati e controllori coincidono, il settore manifesta da tempo sintomi patologici che paiono immuni alle terapie regolamentari dettate dall’Unione Europea. Solo il web pare inquietare, e concretamente sottrarre telespettatori e introiti pubblicitari. La frenetica frequentazione dei tribunali da parte di R.T.I.-Mediaset nei confronti di diversi fornitori di servizi audiovisivi in rete, da YouTube a Yhaoo a IOL, è significativa, ma destinata a certo insuccesso, al di là della vittoria in alcune piccole battaglie sul copyright, se solo si pensa all’offerta degli oltre 100 canali editoriali in arrivo su YouTube e al rilancio della Google TV

A ottobre i protagonisti della televisione, ovvero i broadcaster, i produttori e i pubblicitari si sono riuniti a Roma, ad Eurovisioni – XXV Festival Internazionale di cinema e televisione. Il tema di quest’anno, assai impegnativo, era La televisione scatenata? Digitale, Cinema, Televisione e Democrazia. Nella giornata di lunedì 17 a Villa Medici la protagonista è stata la “televisione ibrida”.

Le connect-TV sono le televisioni connesse ad internet, e sono terminali capaci, almeno in teoria, di visualizzare i tradizionali segnali unidirezionali dell’etere e interagire con i variegati pacchetti trasportati dalla rete internet. Se il web non è la TV, forse che la TV si fa web? No.

Dopo aver assistito alla presentazione dell’ultima e più evoluta piattaforma europea per le connect-TV, la HBBTV, ho capito che la televisione ibrida vuole sì utilizzare internet come nuovo canale, ma rifiuta caparbiamente ogni confronto con il web e con i nuovi intermediati della comunicazione audiovisiva. La TV ibrida consente di ricevere programmi e servizi via internet, offrendo all’utente una qualche interattività, ma i contenuti sono rigorosamente chiusi, limitati alle scelte editoriali dell’emittente. La convergenza tra i diversi media audiovisivi rimane allo stato solo apparente. D’altra parte i due mondi, internet e la televisione, sono geneticamente differenti e forse antropologicamente incompatibili.

La televisione, originariamente caratterizzata da scarsità di risorse e alti costi di accesso con inevitabili fallimenti delle regole del mercato con la progressiva assenza di reale concorrenza, necessita di stringenti regole sui contenuti a difesa del pluralismo, della correttezza e della auspicata diversificazione delle fonti, a fronte di un utente passivo, indistinto e massificato. Per questo richiede chiare responsabilità editoriali. Il broadcaster ha necessariamente una visione verticale della comunicazione. Il terminale, la nostra televisione, è di sua proprietà: per scelta o per legge appare solo ciò che l’emittente, sotto la propria responsabilità, decide possa apparire.

Il mondo di internet è all’opposto. Net-neutrality e net-freedom sono principi cardine e sono il frutto di consapevoli scelte tecniche nell’architettura della rete: l’iniziale assenza di regolamentazione pubblica ha permesso ad ogni computer connesso di esser potenzialmente un’emittente. I fornitori di servizi sono per lo più intermediari della comunicazione e operano in un mercato in cui la concorrenza è just a clik away. Per tutelare pluralismo concorrenza e diversificazione delle fonti nel web è sufficiente (si fa per dire) tutelare la neutralità della rete in ogni sua declinazione. Il fruitore non è uno spettatore passivo, ma è il responsabile del suo terminale. Anche il linguaggio comune appalesa l’assunto. Io guardo la televisione ma non guardo il computer. Si entra in internet, non si entra nella televisione.

Se queste sono le premesse, la convergenza delle piattaforme non potrà mai giungere dal mondo della televisione. Per i tradizionali broadcasters, il televisore, per quanto connesso, rimane il banale terminale che conosciamo. E questo nell’incontro svolto a Roma è emerso con chiarezza.

Nel corso del dibattito vi è stata una surreale ma significativa discussione sulla Google Tv, il cui motore di ricerca ovviamente adotta un ranking simile al web search: l’ordine dei canali proposti dipende da algoritmi, ed in definitiva, da gradimento e popolarità. Per il mondo della televisione questo è inconcepibile. Il riordino e la numerazione dei canali è compito dell’autorità, non del mercato. È questione quasi antropologica.

Chi è costretto a rispettare disposizioni ferree a tutela dei minori e di un pubblico irresponsabile – le interruzioni e i tetti pubblicitari, i palinsesti, gli orari e gli avvisi promozionali – o deve sottostare a folli limitazioni come l’intollerabile “par condicio elettorale”, è indotto a vedere negli intemediari della comunicazione e nei variegati fornitori di servizi in rete solo pirati e avventurieri svincolati da ogni norma e da ogni regola. Ai loro occhi il web è un concorrente sleale.

In realtà le norme e le regole in internet ci sono, ma sono invertite. La responsabilità è di chi possiede il controllo del mezzo, e il controllo in rete è e deve rimanere anche in mano all’utente. L’intelligenza, ovvero l’innovazione e la creatività, al pari della conseguente responsabilità, in internet risiedono nelle terminazioni periferiche; al centro, o al vertice, non deve esserci altro che la neutrale trasmissione di tutti i dati in transito.

La responsabilità è nel terminale, ed è diffusa: i fornitori di contenuti siamo noi. È la conseguenza di una libertà che è divenuta diritto fondamentale nelle moderne democrazie. È questo il cambio di paradigma che non è ancora stato compreso appieno, neppure, o soprattutto, dalle autorità preposte alla vigilanza sulle reti di comunicazione elettronica. E questo inquieta.

La domanda provocatoriamente posta a Roma “perchè mai la televisione deve rispettare le stringenti regole dell’audiovisivo e internet fa quel che vuole sui medesimi contenuti” può legittimamente esser posta da un broadcaster che vede minati i propri proventi pubblicitari e la propria posizione nella diffusione dei contenuti audiovisivi, un tempo appannaggio del non-mercato dell’etere. Ma se la stessa domanda la pone retoricamente anche un commissario dell’Autorità Indipendente di vigilanza, l’AGCom, che si sta arrogando poteri regolatori sulla rete, allora la cosa diventa pericolosa ed intollerabile.

Lunedì 17 ottobre a Eurovisioni il commissario AGCom Antonio Martuscello ha pubblicamente affermato che:

– la civiltà occidentale è fondata sul diritto d’autore e la democrazia va tutelata dai nuovi “pirati dei caraibi” (mi son segnato la stranezza geografica, che forse voleva esser una citazione audiovisiva colta) che sono, ha detto testualmente, “hacker e blogger!”;
– mancano regole e la magistratura non è in grado di decidere. Il Commissario ha citato come sommo esempio i contrasti giurisprudenziali delle vertenze R.T.I.-Mediaset contro YouTube e i vari ISP. AGCom, ha assicurato, colmerà questo vuoto;
– Il web produce gusti ma anche disgusti, come i linciaggi mediatici del povero Vasco Rossi. Non si può più tollerare la mancanza di regole.
last but not least, il commissario Martuscello ha affermato che è inconcepibile che su internet non ci sia il diritto di rettifica e non si applichi la par condicio in periodo elettorale, ed ha fatto l’esempio di Milano, dove Pisapia ha condotto la sua campagna liberamente sulla rete. E ha aggiunto: ha pure vinto! L’uditorio, composto dai protagonisti della televisione, non si è scomposto, assentendo con vigore alle parole dell’ex collega, improvvidamente assunto al rango di regolatore del web.

Ma il web non è la televisione e la televisione non è il web: e questo al di là delle connectTv e dei cento canali di YouTube. Se i broadcasters vogliono lanciare le loro televisioni ibride per recuperare telespettatori ben venga. Non è il web, e sarà il mercato a decidere. Ma due sono le condizioni imprescindibili perché ciò possa avvenire senza danno per internet:

– che non si chieda alla rete e alle Telco di regolamentare il traffico per garantire l’ampiezza di banda che occorre alle loro trasmissioni broadband, chiunque sia l’emittente, perchè a Roma ho sentito richieste di traffic management inaccettabili;
– che non si cerchi di battere (o abbattere) la concorrenza vera del web invocando le regole dettate per il mondo verticale della televisione, ove concorrenza non c’è. Sarebbe come, per non zoppicare con una gamba ingessata, ingessare anche la gamba sana.

Carlo Blengino

Fonte: http://www.ilpost.it/carloblengino/2011/11/04/la-tv-non-e-il-web/

L’antipirateria delle parole.

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 14 ottobre 2011

14 ottobre 2011 di Guido Scorza

In Inghilterra il Governo ha, finalmente, ammesso di non disporre di alcuno studio attendibile idoneo ad offrire una misurazione degli effetti della pirateria digitale sull’industria audiovisiva.

Il c.d. danno da pirateria, in altre parole, secondo il Governo di Sua Maestà non è, sin qui, mai stato misurato o, almeno, non è mai stato misurato in maniera seria ed affidabile anche in considerazione del fatto che la più parte degli studi esistenti sono stati commissionati dalla stessa industria audiovisiva e sono, dunque, di parte.

Bello ed istruttivo apprendere che, dall’altra parte della manica, a semplice istanza di un’associazione, il freedom information act ha imposto al Governo di rispondere e quest’ultimo lo ha fatto, in meno di un mese senza nascondersi dietro scuse e reticenze.

Niente dati e niente numeri attendibili sul fenomeno della pirateria con la conseguenza che, da oggi, in Inghilterra è per tutti chiaro che ogni futura iniziativa legislativa o regolamentare in materia di anti-pirateria sarebbe basata pressoché esclusivamente sulla forza di pressione delle lobby dell’audiovisivo.

E da noi?

Da noi continuano a moltiplicarsi le iniziative mediatiche, politiche e regolamentari contro i veri e presunti pirati del cyberspazio, raccontando che si tratta di azioni necessarie – ed anzi improcrastinabili – in ragione dell’enorme danno da pirateria che ognuno stima e misura a modo proprio con l’unica costante preoccupazione che appaia non arginabile con le norme sin qui in vigore e tale da mettere letteralmente in ginocchio un comparto industriale e, soprattutto, polverizzare decine di migliaia di posti di lavoro.

496 milioni di euro sarebbe il danno da pirateria sofferto dall’industria italiana nel solo 2010 secondouno studio commissionato da Mediaset all’Istituto italiano per l’industria culturale e presentato nei giorni scorsi.

“Giusto per darvi alcuni riferimenti numerici, sulla nostra rete circa il 70 per cento del traffico è video, di cui il 50 per cento è peer-to-peer e viene fatto da due applicativi, eMule e BitTorrent, che servono esclusivamente per scaricare illegalmente film dalla rete; un’altra componente è rappresentata da YouTube; un’altra, che non vorrei citare, è quella dei video a luci rosse e poi ci sono altri tipi di file video che saturano una quantità rilevantissima della rete. I servizi importanti per il cittadino, quelli della pubblica amministrazione che normalmente utilizzano i cittadini comuni, occupano una quantità irrisoria delle risorse di rete. Pensate che, come dicevo prima, il 70 per cento del traffico è video e all’interno del restante 30 per cento i servizi che noi consideriamo essenziali, che devono essere sviluppati e sui quali garantire la qualità, occupano una frazione minima delle risorse di rete (2-3 per cento)”.

Sono questi i “numeri” snocciolati dal Presidente di Telecom Italia, Franco Bernabé dinanzi alla VIII Commissione del Senato della Repubblica nel corso di un’audizione del 7 aprile 2011.

“Per il 2011 si prevedono 19 miliardi di perdite per le industrie creative europee e a causa della pirateria andranno in fumo 250 mila posti di lavoro”, scriveva Repubblica.it il 26 gennaio scorso, dando conto di uno studio di Tera Consulting realizzato – circostanza naturalmente taciuta – su commessa di BASCAP [Business Action to Stop Counterfeiting and Piracy].

“Il 37 per cento dei 2.017 intervistati si è dichiarato pirata…Si stima che, nel corso dell’ultimo anno, sono stati commessi 384 milioni di atti di pirateria audiovisiva, con una crescita di quasi 30 milioni rispetto alla rilevazione precedente…con un impatto economico della pirateria, stimato intorno a 500 milioni di euro persi per i canali legali.”.

E’, invece, la sintesi della ricerca commissionata dalla FAPAV – Federazione Antipirateria audiovisiva – all’IPSOS e presentata il 20 gennaio, a Roma, da Fabrizio del Noce, Filippo Rovignoni, presidente della Fapav e Stefano Mannoni, membro dell’Autorità Garante per le comunicazioni.”.

Parole, parole, parole…e poi numeri, numeri e numeri…niente di più che numeri e parole scritti, raccontati, commentati e pubblicato all’unico fine di battere cassa davanti ad uno Stato ben disponibile ad ascoltare ed assecondare le istanze di un’industria ricca anche a costo di andare contro gli interessi dei più e quello di tutti alla circolazione della cultura, delle idee e dell’informazione.

Accade così che l’Autorità Garante per le comunicazioni sia, ormai, in procinto di varare un regolamento sul diritto d’autore in rete che cambierà radicalmente la dinamica della circolazione dei contenuti prodotti dagli utenti e in Parlamento minaccia di essere discusso ed approvata una coppia di disegni di legge gemelli che imputerà agli intermediari della comunicazione – in barba alla disciplina europea della materia che vorrebbe esattamente il contrario – la responsabilità per ogni pretesa violazione del diritto d’autore.

Nel lontano marzo del 2009, nel corso di un’audizione pubblica indetta dal  comitato contro la pirateria audiovisiva e multimediale istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, chiesi al Presidente, Prof. Mauro Masi, se il comitato avrebbe reso disponibili i risultati degli studi relativi all’entità del fenomeno della pirateria.

Mi rispose che lo avrebbe fatto al più presto.

Qui l’audio di quell’audizione a confermarlo.

Inutile dire che nonostante siano passati quasi tre anni, nessuno, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri si è sin qui preoccupato di pubblicare un solo studio che confermasse o smentisse i dati ed i numeri che continuano ad essere tirati quasi a sorte da istituzioni ed industria dei contenuti.

La politica antipirateria del nostro Paese continua, quindi, ad essere basata solo su parole e fantasie abilmente proiettate sul Palazzo dalla lobby dell’audiovisivo.

In realtà nessuno – inclusa AGCOM – è neppure in grado di dire se le misure antipirateria alle quali si sta lavorando costeranno al sistema Paese più di quanto, grazie a queste misure, l’industria italiana dei contenuti sarà in grado di recuperare.

Mancano i dati e le informazioni per assumere qualsivoglia genere di decisione politica.

Occorrerebbe fermarsi e rinunciare, per il momento, a dettare regole delle quali non si è in grado di misurare effetti e conseguenze.

Difficile, tuttavia, pensare che, in Italia, andrà così.

Peccato.

Frattanto, però, nei prossimi giorni con alcune associazioni chiederemo all’AGCOM, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed al Ministero dei beni e delle attività culturali di fornirci i dati e le informazioni in loro possesso sul fenomeno della pirateria e sull’impatto sull’industria di riferimento.

Stiamo a vedere cosa risponderanno.

Fonte: http://blog.wired.it/lawandtech/2011/10/14/l%E2%80%99antipirateria-delle-parole.html

Copyright, il tempismo dell’AGCOM

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 settembre 2011

di G. Scorza – L’Europa guarda lontano e senza frontiere per interrogarsi sul diritto d’autore, l’Italia pensa a contenere la pirateria con la proposta AGCOM. Confinandoci in un destino di attriti e isolamento

Roma – A luglio, mentre in Italia si svolgeva un acceso dibattito – peraltro senza grandi risultati – sulla nuova disciplina in materia di diritto d’autore in Rete che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni in pressoché totale assenza di potere si sta arrogando il diritto di varare, la Commissione Europea pubblicava, lontano dai riflettori, un Libro Verde sulla distribuzione online di opere audiovisive nell’Unione Europea, intitolato, in modo assai significativo: “Verso un mercato unico digitale: opportunità e sfide”.
Attraverso il Libro Verde, come di consueto, l’Unione Europea invita tutti i soggetti interessati a prendere posizioni su talune questioni sollevate ed illustrate nel documento medesimo. Il Libro Verde sulla distribuzione online di opere audiovisive, naturalmente, ha ad oggetto le medesime questioni sulle quali sono destinate ad incidere le nuove regole che AGCOM si avvia ad adottare.La lettura del documento ed i temi di alto profilo in esso affrontati in uno con gli scenari evolutivi tratteggiati dalla Commissione UE danno il senso di quanto sciocca – prima ancora che giusta o sbagliata e giuridicamente sostenibile o meno – sia l’iniziativa regolamentare che, con tanta ostinata pervicacia, la nostra Autorità Garante per le Comunicazioni continua a difendere.
Il quadro normativo europeo in materia di diritto d’autore è alla vigilia di un cambiamento epocale tanto che la stessa Unione Europea si interroga – ed interroga gli addetti ai lavori – sull’opportunità di iniziare a lavorare ad un Codice europeo sul diritto d’autore proprio allo scopo di promuovere, finalmente, il mercato unico dei contenuti audiovisivi e superare la frammentazione commerciale e burocratica-normativa che continua a caratterizzare l’attuale mercato dell’audiovisivo.
Che senso ha in un contesto tanto fluido e magmatico ostinarsi a varare piccole normucole nazionali di carattere amministrativo da parte di una piccolissima Autorità semi-indipendente di un minuscolo Paese come il nostro? Non avrebbe più senso attendere, almeno, di conoscere l’orientamento europeo e, comunque, far tesoro della consultazione pubblica avviata dalla Commissione Europea e destinata a concludersi il prossimo 18 novembre?L’iniziativa dell’Autorità Garante sembra porsi in aperto contrasto con la filosofia che ha ispirato il Libro Verde della Commissione.Scrive infatti la Commissione, nell’introduzione del documento, che “Internet e senza confini, ma i mercati online a livello UE sono ancora divisi da molteplici barriere, cosa che ostacola la realizzazione del mercato unico” e che “il Libro Verde intende contribuire allo sviluppo di un mercato unico del digitale aprendo un dibattito specifico sulle opportunità e sulle sfide della distribuzione online di opere audiovisive“.

E noi? Noi parteciperemo al dibattito a cose già fatte. Dopo che la nostra Autorità, quasi l’Italia fosse dotata di una speciale autonomia rispetto al resto d’Europa o pretendesse addirittura di essere d’esempio agli altri Paesi, avrà fatto le sue scelte sulla base di una consultazione estiva.

La nuova disciplina che AGCOM si avvia a varare minaccia di mettere in ginocchio la circolazione dei contenuti audiovisivi online, proprio mentre l’Europa, nel Libro Verde, ricorda che “Internet offre al settore audiovisivo molte opportunità per sviluppare ulteriormente il suo potenziale e per raggiungere un pubblico più ampio”.
Che dire? Difficile immaginare da parte dell’Autorità per le comunicazioni un’iniziativa più tempestiva.
Tra l’altro, mentre la nuova disciplina elaborata dall’AGCOM è interamente incentrata sull’enforcement dei diritti d’autore, quasi che i problemi del mercato dipendessero esclusivamente dal dilagare del fenomeno – vero o presunto – della pirateria, la Commissione UE, nel Libro Verde, sottolinea come lo sviluppo del mercato online europeo dei contenuti audiovisivi risulti frenato soprattutto da una serie di ragioni “tra cui le barriere tecnologiche, la complessità dei processi di concessione delle licenze relative ai diritti d’autore, le disposizioni di legge e contrattuali relative ai periodi di distribuzione, la scarsa certezza del diritto per i fornitori di servizi, i metodi di pagamento, la fiducia dei consumatori e la diffusione di profonde differenze culturali e linguistiche“.
Forse, anche ammesso – e non è naturalmente così – che non fosse possibile attendere neppure un istante di più per dettare nuove regole in materia di diritto d’autore in Rete, l’Autorità più che pensare a come “metter paura” – di più non accadrà – a presunti pirati in erba, avrebbe potuto e dovuto preoccuparsi di elaborare una disciplina volta ad affrontare e provare a risolvere questo genere di problemi.

Le finestre temporali che continuano a governare la distribuzione delle opere audiovisive ritardando la disponibilità delle stesse online, l’assenza di adeguati strumenti transfrontalieri di licenza dei diritti e la scarsa trasparenza dell’attività e della governance delle società di gestione dei diritti sono alcuni dei temi sui quali, lontano dal chiasso di Roma, la Commissione Europea con il Libro Verde chiama gli addetti ai lavori a dire la loro.

E mentre in Italia l’AGCOM va avanti per la sua strada, l’Unione Europea sembra destinata a far rotta su un “Codice europeo del diritto d’autore, globale e unitario” nel metter mano al quale, peraltro, ci si potrebbe far carico anche di “esaminare se le attuali eccezioni e restrizioni al diritto d’autore previste dalla direttiva sulla società dell’informazione debbano essere aggiornate”.
Difficile pensare che un eventuale codice europeo non conterrebbe anche una disciplina sull’enforcement dei diritti d’autore e, dunque, norme ben difficilmente – salvo che in AGCOM non siano dotati di poteri di preveggenza – coincidenti con quelle che, nelle prossime settimane, andranno a complicare ulteriormente il nostro Ordinamento.
A scorrere l’elenco delle domande poste dalla Commissione UE ci si avvede che sono pressoché le stesse – anche se formulate con maggior lungimiranza ed apertura mentale – che AGCOM ha già rivolto agli addetti ai lavori italiani in occasione della precedente consultazione pubblica.

Come non chiedersi quale sia il senso di spendere tanto tempo, soldi e risorse – naturalmente nostre – per fare un lavoro che, nella migliore delle ipotesi, è destinato ad essere vanificato dall’attività europea e nella peggiore – sfortunatamente la più probabile – finirà con l’isolare ancora di più il nostro Paese dal resto d’Europa?Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it
F
onte: http://punto-informatico.it/3262746/PI/Commenti/copyright-tempismo-dell-agcom.aspx

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Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 luglio 2011

Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE a questo indirizzo:

http://www.siae.it/edicola.asp?click_le … 200&view=1

Q: Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

A: Non posso parlare per altri ma, di sicuro, nè il Partito Pirata come associazione né io personalmente abbiamo mai sostenuto una simile idiozia. Francamente, mi risulta che ormai sia piuttosto poca la gente che sostiene questa tesi radicale anche fuori dal nostro circuito. Certo Richard Falkvinge, il fondatore del PP Svedese, a suo tempo ha sostenuto la necessità di abolire il concetto di “copyright” per cui una posizione del genere sicuramente è esistita in passato, esiste tuttora ed è sostenuta da qualcuno, forse persino da molte persone.

Vale la pena notare che queste persone solitamente sostengono che sia necessario abolire il “copyright” (cioè il “diritto di copia”) e NON il “diritto d’autore”. C’è una enorme differenza tra questi due concetti. Il copyright riguarda il diritto di creare copie da parte del distributore del prodotto ed è l’elemento di diritto fondamentale nel mondo anglosassone. Il diritto d’autore riguarda i diritti (morali e materiali) dell’autore sulla sua opera ed è l’elemento fondamentale del diritto nei paesi di tradizione latina come il nostro. Lottare contro l’uno non significa necessariamente lottare anche contro l’altro.

Inoltre, queste persone sostengono che sia necessario abolire il copyright sia dentro che fuori dalla rete per cui non li si può accusare di fare ingiustamente delle differenze.

Q: Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale?

A: Come prima, non posso parlare per altri ma sicuramente né io né il PPI ci siamo astenuti dal condannare il cosiddetto “furto di proprietà intellettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Tuttavia, abbiamo dovuto constatare che questo termine viene spesso invocato a sproposito. Ne parlerò ancora nel seguito.

Q: Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

A: Perché questa tecnica viene usata, già adesso, fin troppo spesso come strumento proprio per zittire “voci” (“siti”) scomode e perché verrà usata sempre più spesso in questo modo se non verrà stabilito un limite preciso tra violazioni del diritto d’autore e diritto alla libertà di espressione.

In particolare, si tratta di stabilire dei criteri chiari per il cosiddetto “fair use”, cioè dei limiti entro i quali sia legalmente possibile riutilizzare e ripubblicare (gratuitamente e senza autorizzazioni preventive) il materiale prodotto da altri per creare nuovi prodotti e/o per fare informazione.

Io, personalmente, credo che si dovrebbero stabilire i seguenti tre criteri.

Se il materiale proviene da un evento che è stato deliberatamente progettato per essere PUBBLICO, dovrebbe SEMPRE essere possibile riutilizzare (anche integralmente) questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

Se il materiale, per sua natura, ha una forte connotazione “iconografica” (rappresenta o documenta un passaggio cruciale della nostra evoluzione storica, economica, tecnologica o sociale) dovrebbe essere possibile riutilizzare, anche integralmente, questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

In tutti gli altri casi, dovrebbe sempre essere possibile riutilizzare una parte significativa del prodotto a scopi giornalistici o di creazione artistica (ad esempio il 15 od il 20% del totale).

Vi prego di notare che queste sono a tutti gli effetti eccezioni alla regola e rappresentano (e raprresenterebbero comunque) una frazione minima del totale per cui il “danno” subito dai “titolari” (si fa per dire…) di questi diritti sarebbe comunque irrisorio. Inoltre ci sono e ci saranno sempre giudici e tribunali a vegliare sugli eventuali abusi.

A dimostrazione di come sia scivoloso questo terreno, vi prego di notare anche che parlare di “proprietà intellettuale acquisita illegalmente” è quasi sempre sbagliato: chi mette a disposizione di altri su Internet brani musicali o film lo fa molto spesso usando come base di partenza CD musicali e DVD cinematografici regolarmente acquistati e pagati. Questa gente NON ruba niente e nessuno. Semmai si pone illegalmente in concorrenza con il distributore ufficiale.

Smettiamola di chiamare “furto” ciò che furto NON è.

Q: Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

A: Colpire chi sfrutta illegalmente il lavoro altrui è sacrosanto. Il problema si annida nei due concetti di “illegalmente” e di “lavoro altrui”.

Per definizione, è illegale qualcosa che la legge stabilisce essere tale. Noi (i cosiddetti “pirati”, non solo i membri del PPI) chiediamo proprio una NUOVA legge sul diritto d’autore che ridefinisca cosa deve essere “illegale” in questo settore e quindi non si può utilizzare questo criterio come base del nostro ragionamento. Di ciò che è illegale ora, francamente, non ce ne frega nulla in questo contesto. Piuttosto, vogliamo cercare di capire cosa dovrebbe essere considerato illegale in un paese civile nel XXI secolo.

Cosa sia “lavoro altrui” è tutto da stabilire.

Ad esempio, la registrazione audio/video che un giornalista (freelance, per ipotesi) effettua durante una conferenza stampa di un politico (che, per definzione, è progettata per essere pubblica al massimo grado possibile) può essere considerata “proprietà intellettuale” del giornalista? O non è piuttosto “proprietà intellettuale” del politico e del suo staff che, con ogni evidenza, hanno deciso di donare questo materiale al cosiddetto “pubblico dominio”?

Il giornalista viene remunerato (e DEVE essere remunerato) su ALTRE basi. Un giornale può decidere di acquistare la sua registrazione per poterla avere in anteprima. Il giornalista può essere stipendiato dal giornale. Certamente, il giornalista NON può pensare di poter avvallare su quel materiale gli stessi “diritti d’autore” che Gabriele D’Annunzio poteva vantare su “Il Piacere”.

Un altro esempio: davvero Andy Wharol dovrebbe pagare i “diritti d’autore” al grafico che ha disegnato le lattine delle zuppe Campbell’s che vengono ritratte tanto spesso nelle sue opere? O non è più logico pensare che quel grafico sia già stato remunerato per il suo lavoro dalla Campbell’s e che la Campbell’s stessa stia ottenendo l’effetto voluto quando qualcuno (soprattutto Wharol) ritrae le sue lattine e le pubblicizza?

Potrei proseguire ma credo che il concetto sia chiaro. Se vogliamo difendere il “lavoro altrui”, allora bisogna che questo lavoro sia davvero “lavoro altrui”, sia davvero di chi sostiene di avere ditìritti su di esso, sia davvero originale, sia davvero concepito per essere “lavoro da difendere” e molte altre cose. Diversamente stiamo difendendo i prvilegi di una casta di opportunisti, non i diritti dei “lavoratori” del settore culturale.

La legislazione sui brevetti (“patent”), ad esempio, prevede dei criteri molto precisi per stabilire cosa sia effettivamente “innovazione” e cosa sia una invece un “patacca”. Questo dovrebbe far riflettere.

Q: Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti?

A: Come in altri casi, né io, né il PPI, né molti altri “sovversivi” come noi abbiamo mai sostenuto una simile idiozia.

I contenuti vanno pagati (e vengono effettivamente pagati, anche quando non sembra). Tuttavia, vanno pagati il loro reale valore di mercato, che NON è certo quello che deriva dalla protezione “militare” di posizioni di privilegio da parte dell’industria. Un brano musicale, al giorno d’oggi, può costare molto meno di quello che l’industria pretende di spremere dal consumatore finale. I progressi fatti nella produzione e nella distribuzione dei materiali consentono una drastica riduzione dei prezzi senza che ci sia un corrispondente danno per l’autore, il produttore od il distributore. Di conseguenza, queste nuove possibilità DEVONO essere sfruttate a vantaggio del mercato e dei consumatori. Diversamente si difende il privilegio di chi gestisce una posizione dominante, non si difendono i diritti dei “lavoratori” del settore.

Inoltre non è affatto detto che il consumatore finale debba anche essere l’acquirente di riferimento (cioè “chi paga il conto” alla fine della serata). Già ora gran parte degli introiti legati alla cosiddetta “produzione culturale” (soprattutto musica e concerti ma anche cinema, teatro e altre cose) deriva dalla pubblicità e viene pagata dalle televisioni, dalle radio e da altri operatori del settore “comunicazione e marketing”, non dai consumatori (non direttamente, almeno). Questa è la via maestra da seguire per entrare nel XXI secolo.

Una volta che autore, produttore e distributore hanno ottenuto il loro compenso dal loro acquirente professionale (TV e Radio), francamente non possono più sostenere di poter vantare ancora altri diritti economici sull’utente finale. Tutto ciò che possono legittimamente pretendere è che il loro cliente (TV o Radio) ed il consumatore finale non si mettano a fargli concorrenza sul loro stesso segmento di mercato (TV e Radio in un caso, mercato CD e DVD nell’altro). L’uso personale (in auto, seconda casa, iPod, etc.) di materiale registrato da radio e TV dovrebbe quindi essere riconosciuto del tutto legale (ora NON è così, anche se molti non lo sanno).

I contenuti vanno pagati. Ma vanno pagati il giusto e non è nemmeno detto che debba essere per forza il consumatore finale a pagare il conto (Berlusconi docet…).

Q: E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

A: Chiediamoci piuttosto cosa sarebbe la rete senza le persone e le organizzazioni che pretendono di difendere i contenuti ed il “diritto d’autore” od il “copyright” in modo così militaresco ed aggressivo. Probabilmente sarebbe la Rete che è sempre stata finora e che noi tutti cominciamo già a rimpiangere. Sarebbe un posto libero, fertile, dove la cultura nasce e si diffonde producendo altra cultura. Cultura che gli operatori più accorti sanno trasformare in denaro senza prenderesela con chi rende possibile questo piccolo miracolo: gli utenti della rete.

Q: Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa?

A: Perché è una tassa. Anzi: è molto peggio di una tassa. Si tratta infatti di una somma di denaro (piuttosto rilevante) che l’utente DEVE pagare, senza alcuna possibilità di scelta, ma che NON dà origine a nessun diritto.

L’utente deve pagare il cosiddetto “Levi’s right” sulle chiavette USB anche se NON le utilizza per conservare su di esse (e/o scambiare) nessun materiale coperto dal diritto d’autore (come è il mio personalissimo caso, per esempio). Questa si chiama ESTORSIONE.

In cambio dei suoi soldi, l’utente NON può godere dei diritti che sembrerebbero ovvi: NON può caricare su questa chiave USB dei file coperti da diritto d’autore perché questo resta comunque un reato. Questa si chiama ESTORSIONE.

Nemmeno le tasse, quelle vere, hanno delle caratteristiche di così evidente incostituzionalità e immoralità.

Q: Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

A: Perchè in cambio di un compenso queste persone forniscono un servizio od un prodotto tangibile. Il “Levi’s Right” che l’utente paga (senza poter scegliere) NON dà diritto a nessun prodotto o servizio.

Noi chiamiamo TASSA il cosiddetto “equo compenso” perché è una tassa (ingiusta ed illegale).

Invece, NON chiamiamo tassa i compensi degli artisti e degli operatori del settore. Vogliamo solo poterli pagare per il loro REALE valore di MERCATO (NON per quello che pretendono di stabilire, in modo insindacabile, gli operatori dalla loro posizione dominante sul mercato).

Q: Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

A: Per gli autori (come sono anch’io), Internet ha sempre rappresentato e continua a rappresentare una fantastica opportunità, sia a livello pubblicitario che economico.

Semmai, è per VOI editori e distributori che rappresenta un problema.

Lo rappresenta soprattutto per due ragioni. La prima è che non volete capire che il mondo cambia e che il vostro ruolo DEVE cambiare. Deve cambiare radicalmente. NON potete più basare i vostri introiti sulla vendita di un prodotto culturale (o, più esattamente, multimediale) pacchettizzato all’utente finale. In altri termini, non potete più campare vendendo CD musicali e DVD cinematografici ai cosiddetti “consumatori”. O, quantomeno, NON potete fare più gli stessi soldi di prima in questo modo.

Questo modello di business è MORTO. Fatevene una ragione e cambiate mestiere.

Il vostro modello di business POSSIBILE, al giorno d’oggi, consiste nel vendere prodotti culturali agli operatori pubblicitari (TV e Radio), NON agli utenti finali. Gli utenti finali ormai pagano questi prodotti solo in modo molto, molto indiretto e continueranno a fare così in futuro.

Il mercato “consumer” (CD e DVD acquistati da privati cittadini) è già adesso ridotto al lumicino e sarà così anche in futuro.

Soprattutto, sarà cosi anche se il fenomeno della cosiddetta “pirateria” dovesse scomparire in un istante, per magia. Il motivo è ovvio: il mercato è già adesso supersaturo delle vostre produzioni e di quelle degli “hobbysti”. Non c’è più spazio per queste cose.

L’altra ragione è che proprio non riuscite a capire come fanno i soldi gli altri, spesso a vostre spese. Continuate ad accanirvi contro Google, YouTube, Yahoo ed altri operatori senza prendervi la cura di studiare il loro modello di business e di inventarne uno, tutto vostro, equivalente.

Perché iTunes è stato inventato e viene gestito dalla Apple di Steve Jobs? Cosa ha impedito a SIAE, od a qualunque altra associazione di autori ed editori, di avere la stessa idea e di implementarla?

Un problema tecnologico?

Vi faccio una proposta: per 30.000 € vi creo il sistema software necessario e ve lo installo. È il mio mestiere. Non c’è problema.

Ma non è un problema tecnologico. Lo sapete bene. Lo sapete perché siete la stessa gente che ha prima dato vita allo sfortunato portale editoriale “Zivago” (costato circa un milione di euro!) e poi lo ha affondato per impedirgli di rosicchiare quote di mercato alle librerie.

Ora pagate il prezzo di quella scelta scellerata dovendovi confrontare con Amazon e la sua forza contrattuale. E vorreste che fossimo noi, i consumatori finali, a pagare il conto delle VOSTRE scelte.

Non è Internet il vostro problema. Siete voi stessi.

Q: Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

A: Infatti, non esiste nessuna contrapposizione tra utenti da un lato ed autori dall’altro. Esiste invece una pesante contrapposizione tra utenti da un lato e produttori (o editori) e distributori dall’altro. In realtà, esiste una contrapposizione ancora più pesante tra autori da un lato e produttori/editori e distributori dall’altro. In questa “guerra”, autori ed utenti si trovano sempre più spesso a combattere sullo stesso lato della barricata, semplicemente perché molti utenti sono anche autori e viceversa.

Il “corpo estraneo” sono gli editori ed i distributori, ormai privi del loro ruolo di mercato tradizionale ed incapaci di adattarsi alla nuova realtà. Ma di questo abbiamo già parlato…

Comunque, gli interessi che si intende difendere con questa contrapposizione sono quelli degli utenti e quegli degli autori. Li si vuole difendere dalla pressione (sempre meno giustificabile e sempre più fastidiosa) che viene esercitata da editori sempre più inutili e spaesati e da distributori sempre più militarizzati ed aggressivi.

Q: Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

A: Perchè siete contro la libertà dei consumatori. Nel momento in cui promuovete od appoggiate delle leggi liberticide e delle pratiche censorie, fuori e dentro Internet, come spesso avviene, vi opponete nei fatti alla libertà di tutti noi di comunicare. Diventate una minaccia per i cittadini e per la democrazia.

ThePirateBay prima e, più recentemente, BTJunkie, sono solo due dei molti casi in cui la cosiddetta “industria dei contenuti” ha aggredito delle realtà importanti della Rete in nome della difesa del “diritto d’autore”. SIAE ha spesso difeso queste azioni legali, che pure erano spesso al limite dell’azione militare. Cosa dovremmo pensare? Che lo fate per il nostro bene?

Volete dimostrare il vostro rispetto per i vostri clienti? Condannate queste azioni censorie ed opponetevi a queste leggi liberticide come noi ci opponiamo da sempre al “furto di proprietà intelettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Giustificare una “porcata” non ne risolve un’altra.

Volete lottare davvero contro un nemico che merita tutte le vostre pallottole? Fatelo insieme a noi e chiedete una riforma in senso modernista e liberista della attuale legge sul diritto d’autore. Lottate insieme a noi contro il medioevo che ritorna. Aiutateci a dare a questo paese una legge all’altezza del XXI secolo e ricavate i vostri spazi all’interno del NUOVO mercato (più ricco, più fertile, meno rischioso) che il XXI secolo ci offre.

Q: Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina?

A: Perché l’industria della cultura NON siete VOI. Non è la SIAE e non sono le aziende di produzione e distribuzione. Voi siete una parte di un meccanismo molto più grande che è composto soprattutto dagli autori, dai veri lavoratori del settore (macchinisti, attrezzisti, correttori di bozze, traduttori) e dagli utenti. Gente che voi NON rappresentate. Voi siete solo degli intermediari sempre più sgraditi (soprattutto dagli autori, che ormai non perdono occasione per farvelo sapere).

L’industria della cultura è un meccanismo complesso, simile all’oceano: qualcuno (gli autori, le balene) mette in circolo qualcosa (le opere, gli “scarti alimentari”) e qualcun’altro (gli utenti, il plancton) riutilizza questo qualcosa per produrre qualcos’altro (nuove opere, nuovi autori, nuovo plancton).

Questo meccanismo ha bisogno di acqua e di correnti per funzionare e produrre nuovo plancton, nuovi pesci, piccoli e grandi, e nuove balene. Il nostro universo sociale ha bisogno di libertà e di comunicazione per funzionare e per produrre nuovi autori, nuove opere e nuovi consumatori (cioè le cose di cui VOI avete bisogno per il vostro business).

Disgraziatamente, quando cerchiamo di difendere questo ecosistema, ci troviamo spesso costretti a doverlo fare CONTRO la gente che VOI rappresentate, in particolare editori e produttori sempre più miopi e sclerotizzati e distributori sempre più aggressivi.

Voi NON rappresentate questo mondo. Forse non lo rappresentiamo nemmeno noi ma di certo voi non potete farvi scudo di questa gente per giustificare le vostre azioni.

Q: E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

A: Posso solo parlare a nostro nome ma né il PPI né io personalmente abbiamo mai sostenuto che sia necessario “togliere l’ossigeno” agli autori ed agli operatori del settore (almeno quelli che fanno onestamente un lavoro utile).

Tuttavia io, personalmente, sono convinto che sia ormai tempo (e che lo sia da almeno vent’anni) di togliere l’ossigeno a SIAE e lasciarla morire. La ragione è semplice: sono gli autori stessi ad avere tolto ogni credito (già da molti anni) a questa istituzione. Sono gli autori stessi a sostenere (da tempi immemorabili) che SIAE NON rappresenta i loro interessi ma piuttosto quelli di editori, produttori , distributori ed altri intermediari. Sono proprio gli operatori più fondamentali del settore che sostengono che SIAE rappresenti il problema, non la soluzione.

SIAE nasce (nel XIX secolo ed in pieno clima corporativista!) con lo scopo di rappresentare all’interno dello stesso organismo due figure professionali che per definizione si trovano su lati opposti di una barricata: autori ed editori. Questa follia è sopravvissuta anche troppo a lungo. Il XXI secolo, quello di Internet, ha bisogno d’altro.

A parte questo, l’industria dei contenuti (che voi effettivamente rappresentate) ha avuto molto tempo e molte opportunità per riutilizzare una parte dei propri (un tempo lauti) guadagni per aggiornare il proprio modello di business ed affrontare nel modo corretto il XXI secolo.

Non lo ha fatto. Ora non può pretendere che siano gli utenti finali (i cittadini di una intera nazione) a pagare il conto (politico ed economico) dei suoi errori e dei suoi ritardi.

Siete operatori economici. Imparate a stare sul mercato o cambiate mestiere.

Q: Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?

A: Gli autori hanno il sacrosanto diritto di difendere il proprio lavoro perchè questo ha delle pesanti conseguenze per la loro immagine personale. Spero che non ci sia bisogno di spiegare per quale motivo uno scrittore od un musicista deve poter impedire a qualcun altro di modificare e pubblicare una sua opera senza autorizzazione.

Persino in questo caso limite, però, si deve agire in una maniera che rispetti anche i diritti delle altre persone. Di conseguenza, pretendere che si possa imporre la CENSURA per difendere dei diritti d’autore è già una posizione che risulta molto, molto difficile da sostenere.

Editori, produttori e distributori non possono vantare dei diritti personali di questo genere. Non rischiano che qualcuno pubblichi a loro nome una parte del Main Kampf per screditarli. Possono vantare solo dei diritti economici. Diritti importanti, certo, ma pur sempre economici. Una pura questione di soldi. Nulla che non si possa risolvere, rimediare ed aggiustare con tutta calma nelle sedi dovute.

Non si può giustificare in nessun modo il ricorso alla CENSURA per difendere diritti di questo genere.

Purtroppo, di censura imposta con il pretesto della difesa del “diritto d’autore” se n’è già vista troppa in questo paese, spesso a dispetto degli stessi autori. È tempo che si comincino a chiamare le cose con il loro nome.

In realtà, ciò che l’industria dei contenuti chiede a gran voce da molto tempo è il diritto di imporre una CENSURA sommaria, senza che sia necessaria l’autorizzazione di un magistrato e su basi legali che attengono tipicamente al codice civile (violazioni contrattuali tra privati). Nessun paese civile accetterebbe mai una cosa del genere.

Perché dovrebbe accettarlo l’Italia?

Alessandro Bottoni
Fonte http://partito-pirata.it/content/rispos … -pubblicat
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

AGCom e il dolce veleno tra luci ed ombre

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 11 luglio 2011

Grazie alle esasperazioni prodotte da due Commissari e dal Presidente di AGCom di coalizza l’insorgenza nella Rete. Nonostante le migliorie  rispetto a a quanto si prospettava, restano immutate le pesanti critiche sui vizi di legittimità per i poteri che l’Autorità si attribuisce. Rischiamo di pagare attraverso il prelievo fiscale le pubblicità che additano a ladri i Filesharers e magari anche gli avvocati delle major nei conteziosi? La satira è fair use? I siti-comunità di filesharers ove sono presenti link e/o torrent saranno oggetto dell’attenzionabilità ad AGCom? Notice and takedown all’amatriciana, no grazie. Comunque non siamo disponibili al veleno addolcito come aperitivo di ACTA.

Innanzitutto voglio ringraziare i Commissari M&M che attraverso l’infelice articolo su Milano Finanza hanno risvegliato anche le coscienze più assopite e caricato al massimo gli animi, speriamo che su questo tema scrivano più spesso. Un secondo ringraziamento va al Presidente Calabrò per aver ricevuto i rappresentanti di sito non raggiungibile, confermando la decisione di proseguire sulla strada errata, con toni di sufficienza che ha dato gli input necessari a far scattare la scintilla della rivolta. In secondo luogo ringrazio senza ironia i Commissari D’Angelo e Lauria che con il voto contrario e l’astensione mettono a fuoco come le modifiche apportate, pur essendo un notevole passo avanti rispetto alle prospettive palesate, non sono sostanziali, per cui tutti i pesanti problemi di fondo continuano ad essere presenti. Lo fanno notare gli autorevoli articoli scritti dagli avvocati Fulvio Sarzana e Guido Scorza. Oltre a ciò ci sono altri elementi preoccupanti e di non secondaria importanza, uno lo solleva Alessandro Longo, che in tempi di crisi e di tagli in tutti i settori la questione del chi paga ha sicuramente il suo spessore

Ma l’arma qui è spuntata dalle scarse risorse dell’Autorità, che a fatica potrà stare dietro alle segnalazioni. Non a caso, a quanto risulta, Agcom intende chiedere allo Stato nuove risorse per assumere personale, allo scopo.

Anche Bruno Saetta pone, tra le altre cose piuttosto acute, questo tema

Sperando, però, che il tutto poi non si risolva, come pure ha proposto qualcuno, nella realizzazione di campagne pubblicitarie che evidenzino i rischi della pirateria, condotte a spese delle finanze pubbliche.

In conclusione l’effetto principale della regolamentazione è stato proprio quello di invertire l’onere ed il costo di avvio della procedura giudiziaria. Prima era il produttore, la grande azienda, che per ottenere una rimozione di un contenuto, doveva spendere soldi e tempo dinanzi ad un magistrato, chiamando in causa il gestore del sito e/o il privato, domani sarà invece il privato a dover avviare la procedura per difendersi. Insomma, prima ti rimuoviamo il contenuto, poi se hai tempo, voglia e denaro, vai da un magistrato e ci provi che invece era del tutto legittimo!

Resta, perciò, l’inversione del “costo” della richiesta di eliminazione dei contenuti, prima era l’industria a dover avviare la procedura giudiziaria, domani sarà il privato che probabilmente dovrà farlo se vorrà far valere i propri diritti. Ricordiamoci che una delle argomentazioni principali che l’industria dell’intrattenimento ha sempre svolto in materia di pirateria è stata sempre caratterizzata da un palese fastidio di doversi rivolgere alla magistratura per ottenere la tutela dei loro diritti, perché è una procedura lunga, perché è costosa in termini anche di tempo, e perché ha anche la pessima caratteristica di potersi concludere in senso negativo.

Come dicevo la questione dei soldi è importante, perché tutto questo manicomio (almeno in apparenza) sta accadendo per i soldi, quelli che le major millantano di perdere a causa del filesharing, quindi se vogliono fare delle campagne per additare i filesharers a ladri, se le facciano con i loro soldi, non chiedano ai contribuenti di pagare i loro insulti alle persone che, come dice Richard Stallman, non sono pirati ma persone che compiono dei gesti ammirevoli, anche perché se qualcuno decide di fargli causa perché additato a ladro, il contenzioso lo apre con le major e non con lo Stato. Si è mai vista una pubblicità per disincentivare i veri furti come il taccheggio nei supermercati? Eppure i gestori di quelle attività non godono neppure dell’equo compenso per quelli che vanno nei loro locali solo per stare un po al caldo o al fresco a secondo della stagione. E poi perché, sempre pescare dalla tasche dei contribuenti per aumentare il personale e/o gli straordinari di chi deve seguire queste pratiche per conto delle industrie del copyright? Per fare risparmiare i soldi degli avvocati a quei miliardari? Altra cosa che ancora resta in dubbio è quando, a seguito dell’avvio dell’istruttoria con AGCom, un privato decide di passare alla magistratura; con chi entra in contenzioso? Con il presunto titolare del diritto o con AGCom oppure con il presunto titolare dei diritti ma con l’avvocato pagato da AGCom? Sarebbe bene fare luce anche su queste cose.

Altra cosa che avrebbe bisogno di maggiore chiarezza sarebbe stabilire se la satira applicata su video tutelati da copyright, per esempio uno spezzone di film o su un pezzo di  intervista/programmaTV, sia compresa nel diritto di critica o comunque assorbita dagli articoli 65 e 70 della legge 633 del 1941.

Anche la questione dei siti-comunità di filesharerers non è chiara, nel regolamento c’è scritto:

Sono esclusi dall’ambito di applicazione del presente regolamento le applicazioni
con le quali gli utenti possono scambiare contenuti direttamente con altri utenti
attraverso reti di comunicazione elettronica.

Ma poiché nella relazione si citano sentenze di inibizione a ThePirateBay e a BtJunkie (che però non sono di Corte di Cassazione come definitive di tutti i gradi giudizio, oltre al fatto che Enzo Mazza nel replicare ad un intervista all’avv. Fulvio Sarzana su Libertiamo esplicita che questo regolamento dovrebbe servire proprio per siti di questo genere), l’incertezza è concreta, specie quando in un articolo su Il Manifesto Benedetto Vecchi pone il quesito

Ci sono però degli elementi che le agenzie di stampa e la Rete non hanno specificato ieri. In primo luogo se lo scambio di materiale protetto da copyright mediato da un sito può essere equiparato alla sua diffusione.

Al quale il dott. Mario Calderoni (Responsabile ufficio stampa Agcom) risponde in questo modo:

Gentile direttore, l’articolo «Una Rete messa sotto tutela» pubblicato ieri a pagina 11 del manifesto, dando conto dello schema di regolamento in materia di diritto d’autore approvato del Consiglio dell’Agcom, si chiede se «lo scambio di materiale protetto da copyright mediato da un sito può essere equiparato alla sua diffusione». Poco più avanti sottolinea che «in tempi recenti è sempre stato affermato che “l’uso personale e non a fini di lucro” non può essere considerato una violazione del copyright», ma che si trattava di «prese di posizioni personali». Su questo punto vorrei rassicurare il manifesto e i suoi lettori. Il regolamento approvato dall’Autorità e ora posto a consultazione pubblica tra le parti interessate, introduce nel nostro ordinamento un’innovazione molto importate mutuando dall’esperienza Usa il principio del cosiddetto “fair use”. In linea con questo principio, la procedura a tutela del diritto d’autore proposta dall’Agcom non riguarda: i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro; l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione; l’uso didattico e scientifico; la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di quest’ultima. Spero con questo di aver fugato alcuni dubbi e alcune preoccupazioni contenute nell’articolo in questione.

Altra cosa che va contestata e la procedura di notice and takedown mutuata sommariamente dalla legislazione statunitense, però quella procedura negli USA non prevede l’intromissione di organi dello Stato nella fase di contraddittorio tra le parti, inoltre contempla sanzioni per coloro che la praticano senza averne titolo. Anche le richieste di rimozioni ritengo che dovrebbero essere effettuate solo dai detentori dei diritti primari, o loro rappresentati con specifico mandato negli illeciti in Rete, e non come prevede AGCom da chiunque ne detenga un diritto di sfruttamento economico esclusivo

Insomma tra luce ed ombre a me sembra che ci sia il veleno nello zucchero, in particolare per quanto scrive l’avvocato Guido Scorza in questo articolo

Una storia di soldi, di lobby – ma nel senso deteriore del termine – di straordinaria miopia politica e di grande, enorme arroganza istituzionale da parte di una piccola Autorità amministrativa semi-indipendente che, all’improvviso, pretende di esercitare, in assoluta autonomia, i tre poteri dello Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.

E’ proprio qua, a mio avviso, il pericolo principale: Questo è l’obbiettivo principale che sta dentro ACTA, quello che ha cercato di introdurre la legge HADOPI in Francia, il Digital Economy Bill in UK, i 6 strikes negli USA etc.
Tutti questi provvedimenti hanno, secondo me, lo scopo di cominciare predisporre mentalmente ad ACTA (vedete avevamo ragione tutto il mondo chiede queste cose ed ancora più pressanti) distogliendo l’attenzione dal trattato che ormai si avvia alla fase conclusiva senza che ancora si sia presa coscienza collettiva della pericolosità insita in quel documento, non solo per la Rete ma anche per i farmaci.  Su questo blog di ACTA Paolo Brini ne scritto moltissimo, a volte forse anche in modo un po tecnico e non facilmente assimilabile a tutti nell’immediato, per questo motivo ho fatto una sintesi di cosa è ACTA con le parole più semplici possibili, nell’auspicio di far capire a tutti che siamo di fronte ad un problema grossissimo che sta, nella purtroppo solita indifferenza che l’informazione ha nei confronti di quello che succede nel Parlamento Europeo, per arrivarci tra capo e collo tra poco tempo, mentre, ove sono riusciti a fare una decente informazione, in Messico ACTA l’hanno buttato a mare.. Nella mia visione questa delibera di AGCom è l’aperitivo da far bere prima dell’antipasto ACTA. Si ACTA sarà solo l’antipasto di tutto quello che verrà dopo e non oso immaginare le altre portate prima di arrivare all’ammazza caffè. Insomma, non è certo che mi fidi poi cosi tanto di una cosa che dovesse passare per via parlamentare (ma intanto sarebbe molto più facilmente contestabile e comunque sarebbero i partiti ed i singoli parlamentari ad assumersi l’onere di quelle decisioni che sarebbero punite in cabina elettorale), ma io sono convinto che si debba tenere la barra dritta e ferma a quella che era la richiesta della mobilitazione: AGCom dica al governo che il mandato ricevuto dal Romani va oltre l’applicazione della direttiva europea e rinuncia a regolamentare nel web ciò che sta al di fuori di quanto previsto nella direttiva, vale a dire le TV commerciali.

Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=8213

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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Ammazza-Internet: facciamo il punto, con calma

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 9 luglio 2011

Venerdì scorso, come anticipato e successivamente confermato dall’avvocato Fulvio Sarzana di S. Ippolito, è arrivata la posizione ufficiale di Agcom sul tanto discusso diritto d’autore in relazione a quanto emerge dal decreto Romani, sotto forma di delibera n. 398/11/CONS (PDF). Vale la pena di fare un po’ il punto della situazione per vedere se, dopo le vacanze, potremo riprendere ad aggiornare i nostri siti e blog senza troppi timori o se si avvererà il fosco scenario con tuoni e fulmini al quale mi ero preparato.

Una parte ben consistente del problema, ossia il rischio di veder agire un semplice provvedimento amministrativo in luogo di una decisione dell’autorità giudiziaria – senza che lo decida un giudice, in breve – è in buona parte scongiurata. Agcom segnalerà le presunte violazioni all’autorità giudiziaria e sarà quest’ultima, se ritenuto del caso, a intervenire fattivamente. Lascia perplessi, però, la dinamica con cui l’Autorità gestirebbe le fasi di questo procedimento.

Quel che resta sostenuto da ben poche basi giuridiche solide è l’adozione del metodo Notice and Take Down, bellamente preso in prestito dalle regole al di là dell’Oceano pensando -forse – di poterlo fare per semplice traslazione concettuale. Peccato che quest’ultimo, alle spalle, dispone di tutto il substrato giuridico che lo supporta.

La legge italiana, invece, dispone del decreto Romani che, come avevo già rilevato da tempo, è alquanto vago e non attribuisce affatto ad Agcom un potere ampio ma ben delimitato, bensì “apre” conferendogli una limitata competenza ristretta a chi fornisce specificamente servizi mediatici. Apre, però, male, con termini poco precisi e a grave rischio di risultare laschi nei loro limiti attributivi, da cui derivava, fin da quando se ne è parlato le prime volte, il rischio di veder applicato il decreto ad ampio spettro anche sulla Rete, facendo assurgere a sceriffi proprio coloro ai quali per ultimi sarebbe stato opportuno far svolgere simili attività.

Dunque, sul piano sostanziale mi sento in buona parte in sintonia con Marco Scialdone, anch’egli avvocato oltre che blogger, che ha espresso il quadro in maniera più accademica di quanto possa fare io, da informatico: c’è sicuramente ancora da fare qualcosa, ma il bicchiere, esattamente come per lui, per fortuna anche a me sembra mezzo pieno e mi fa pensare che nonostante tutto il rumore a qualcosa sia servito.

Ciò non toglie che restano, nelle righe, delle asperità neppure poco gravi e delle contraddizioni sotto il profilo temporale e procedurale, che non esiterei a individuare come il risultato di una “legiferazione” compiuta su un testo – quello del decreto Romani – già poco preciso di suo, dal quale non poteva che derivare qualcosa di ancor meno preciso e ancor più vago, in modo particolare per quanto concerne i limiti. Anche un ragazzo sa che, se nel corso del calcolo di un’espressione si compie un errore, questo si ripercuote sull’intero procedimento di calcolo e lo influenzerà tutto, risultato compreso.

Non voglio, almeno per ora, “pensar male” – anche se illustri uomini politici del passato insegnavano che “pensar male è brutto ma ci si indovina quasi sempre”. Se lo facessi, dovrei concludere che l’intera vicenda sia l’epilogo di una manipolazione delle istituzioni senza precedenti e l’effetto di un asservimento ai poteri industriali al di sopra di ogni limite tollerabile.

Tuttavia, cifre come le 48 ore entro le quali agire per rimuovere un contenuto contestato dall’Agcom, pena sanzioni alquanto onerose (si parla di 250mila euro) e l’avvio del ricorso all’Autorità Giudiziaria in quel frangente così breve, con ulteriori oneri e la prospettiva di un processo ordinario di durata magari decennale – vista la velocità del sistema italiano – non sono certo incentivi né elementi di rassicurazione.

Neppure può tacersi la richiesta del ricorso alla disponibilità di posta certificata per inviare una “memoria difensiva” all’Autorità: e se l’utente (evento comunque raro per un blogger, meno raro per blog più organizzati o grandi siti) non ne disponesse? Ovvero, pur disponendone, magari l’ha sottoscritta su Aruba.it e quest’ultima si imbatte in uno dei suoi “venerdì neri”, come accaduto ad aprile scorso e parzialmente reiterato lo scorso venerdì (poi ufficializzato dall’azienda con un comunicato, sia pure con ritardo), al rischio di superare già solo per questo i limiti temporali? Si comincerebbe male, con un rimpallo di responsabilità e un contenzioso volto a complicarsi in maniera esponenziale, con oneri, accuse, difese che già solo per l’invio delle memorie dovrebbe essere affidato a un legale per evitare sorprese.

Questa specifica perplessità, anch’essa evidenziata con rigore accademico da Guido Scorza, avvocato e blogger, molto meglio di quanto sia in grado di fare io, non è certo da sottovalutare pur riconoscendo all’Agcom il merito indiscutibile di aver per lo meno tentato di mettersi in discussione.

Direi che siano anche di grande valore alcuni punti evidenziati da Giacomo Dotta su Webnews, che nell’inquadrare la situazione, precisa:

Inoltre l’AGCOM acclude al testo una serie di limitazioni sulla procedura, ricordando che non riguarda:

  • i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro;
  • l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione;
  • l’uso didattico e scientifico;
  • la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto
  • (il riconosciuto, ndB) rispetto all’opera integrale, (tale che, ndB) che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa.

Per evitare polemiche ulteriori, l’AGCOM specifica inoltre con somma enfasi nella propria comunicazione ufficiale il fatto che «la procedura non prevede alcuna misura di inibizione dell’accesso a siti internet». Secondo quanto previsto, infatti, l’authority invia ai provider le proprie segnalazioni e si riserva di agire presso la magistratura soltanto in una fase successiva (nella quale però è presumibile un coinvolgimento dei provider non allineati). Prima ancora di inviare segnalazione di “notice and take down” ai provider, però, v’è un ulteriore passaggio concretizzato in un contatto diretto con il gestore del sito in violazione, al quale vengono concessi 4 giorni per la rimozione del contenuto evitando così che si proceda alle fasi successive (presso l’AGCOM prima e presso la magistratura poi).

Inoltre al tutto vengono annesse precise garanzie:

  • non si rivolge all’utente finale, né interviene sulle applicazioni peer-to-peer;
  • non limita la libertà di espressione e di informazione, ma assicura piena garanzia dei diritti di cronaca, commenti, e discussione o di diffusione a fini didattici e scientifici, nonché ogni uso non lesivo
    del normale sfruttamento dei contenuti;
  • non lede alcuna garanzia di contraddittorio tra le parti coinvolte, prevedendo in tal senso tempi adeguati nell’interesse di tutte le parti coinvolte;
  • inoltre, differentemente da quanto avviene nella maggior parte dei Paesi europei, in caso di upload, l’upoloader riceverà l’avviso di notifica e potrà avviare la procedura di contro notifica.

Attribuisco a queste precisazioni di Giacomo Dotta un grande valore perché sono pratiche: rendono, cioè, bene l’idea di cosa fare, cosa non fare, cosa temere, cosa non temere, quali tempi si prospettano per ogni fase e quali le consistenze di ogni fase. Alcuni di essi, però, alla lettura del testo pubblicato dall’Agcom, si scontrano con il dettato normativo che ne deriva e questo lascia (fortunatamente da un lato, sfortunatamente dall’altro) ancora molto spazio alle modificazioni che deriveranno dalla imminente fase di consultazione pubblica.

Nel complesso, insomma, l’unica incognita che resta è quel che può accadere durante la consultazione pubblica, che finirà – appunto – il prossimo settembre. Sarà là che si potrà definitivamente tirare una riga e fare le somme.

Del resto – chi ha presenziato o assistito all’evento della Notte della Rete lo ha sentito con le proprie orecchie – si è scomodato persino Richard M. Stallman per sottolineare ancora come si stesse mettendo male, quali minacciose nubi, prima di quanto abbiamo appreso nel fine settimana, si stessero addensando sull’orizzonte.

Evidentemente s’è fatto abbastanza vento, non sufficiente a disperderle del tutto ma, quanto meno, a far tornare un raggio di luce del sole, anche per ciò che i legislatori stentano ad accettare come parte integrante della realtà della Rete, e cioè i siti esteri.

E ora, prima di iniziare a pensare alle vacanze, è bene incrociare le dita – anche quelle dei piedi, chi ci riesce – e non dimenticare che troppo spesso, in Italia, i peggiori siluri sono arrivati proprio durante l’estate. Non è pessimismo: è esperienza. Meglio restare “in guardia” e non dormire sugli allori: al momento, la pietanza non è per nulla pronta, è solo stata infilata in forno. Soltanto a fine cottura si potrà comprendere se il manicaretto sarà in grado di placare la fame senza ulteriori conseguenze o se il processo chimico svoltosi con la cottura avrà generato nella pietanza una ben celata dose di sostanze mortali.

Marco Valerio Principato

 

Fonte: http://nbtimes.it/opinioni/11749/ammazza-internet-facciamo-il-punto.html/comment-page-1

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Il mondo nuovo

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 luglio 2011

Non ci possono essere scorciatoie. La dematerializzazione ci obbliga a confrontarci con nuove, frammentate ed aumentate complessità.

Le licenze Creative Commons si basano sull’esistenza del diritto d’autore e introducono dei nuovi punti di equilibrio tra “tutti i diritti riservati” e “nessun diritto riservato”, introducendo delle declinazioni con “alcuni diritti riservati”.

La remunerazione dell’opera dell’ingegno è essenziale per lo sviluppo; io lo vedo come un fattore di fiducia nel futuro perché le risorse immateriali sono illimitate, a differenza di materie prime ed energia (che in particolare, in Italia, non abbiamo). Tutti noi cosiddetti “lavoratori della conoscenza” abbiamo risorse illimitate su cui costruire:  la nostra immaginazione e fantasia.

L’organizzazione sociale ed economica del mondo si è evoluta lentamente, da 10.000 anni fino alle forme attuali, da quando l’uomo è diventato stanziale  con l’invenzione dell’agricoltura. Ciascuno di noi  conosce perfettamente le dipendenze tra ogni entità del mondo fisico e potrebbe scrivere un saggio di migliaia di pagine su ogni argomento, ad esempio sulle catene di valore relative ai pomodori (coltivazione, raccolta, flussi migratori,  macchine agricole, carburanti, fertilizzanti, brevetti, prodotti derivati, trasporti, distribuzione, sistema finanziario, pubblicità, ecc.). Tutte queste dipendenze e relazioni economiche ci sono talmente note da non essere nemmeno più evidenti.

L’internet always on ha cambiato il mondo rapidamente, nel giro di 10 anni (le prime ADSL sono del 2001) abilitando in modo determinante fenomeni quali il boom delle linee aeree low cost, la concentrazione della manifattura in Cina, sviluppi scientifici acceleratissimi, diffusione di competenze tecnologiche, eventi  e fenomeni  di massa nati dal basso senza mass-media, Wikileaks, il boom del commercio planetario, la delocalizzazione del lavoro di concetto, ecc.

Prima di internet per avere un manuale che spiegasse le Media Control Interface di Microsoft occorreva che qualcuno andasse  negli USA, in una libreria specializzata e comprasse un volume per portarlo in Italia, dove sarebbe giunto quasi obsoleto. Con i gruppi di Usenet (pre-www) era possibile comunicare direttamente con le persone di Microsoft che stavano sviluppandole, interagendo nottetempo. La mia piccolissima società dell’epoca aveva un vantaggio competitivo enorme rispetto al grande gruppo internazionale che funzionava ancora con manuali fisici. Per questo, pensavo allora, tutti avrebbero voluto internet e per questo con i miei colleghi abbiamo fatto il primo internet provider business in Italia, poi quotato alla Borsa di Milano.

Le differenze tra l’economia materiale che conosciamo molto bene e quella totalmente immateriale in cui sguazziamo da soli 10 anni, sono profonde.

Nel mondo fisico produrre costa, riprodurre costa, trasferire costa, trasferire richiede tempo, immagazzinare costa, manipolare costa, i ritorni sono decrescenti (lo sappiamo da qualche secolo). Nel mondo immateriale produrre costa ma il resto delle attività hanno un costo marginale sostanzialmente nullo e solo dal 1994 Brian Arthur ha studiato i ritorni decrescenti e la “path dependence” nell’economia.

Non ci sono scorciatoie, non si può pensare che nulla sia cambiato quando le regole di base sono radicalmente diverse.

Abbiamo sempre regolamentato l’immateriale regolamentando gli aspetti fisici dei supporti che contenevano il bene immateriale. In produzione o in distribuzione, da qualche parte, c’era un bene fisico e lì c’era un valico, una strettoia dove operare il controllo.

Già nell’era pre-internet il trading dei diritti,anche se avveniva  tra pochi soggetti controllati e controllabili, è stato regolato con modesta efficacia se è vero, come sostiene Vito Tanzi (ex Direttore degli Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale) che il trading internazionale intra-company è una termite fiscale che erode la capacità impositiva fiscale degli Stati.

A maggior ragione questi sistemi, concepiti ed implementati in un modo predi gitale, non possono reggere in uno scenario in cui internet abilita ciascuno di noi al ruolo alternativo di produttore, intermediario o consumatore di beni digitali.

Non ci sono scorciatoie; occorre una riflessione profonda perché il mondo non è più lo stesso per regole economiche di base e quantità di soggetti coinvolti.

Che poi, a ben vedere, internet è un effetto e non la causa di tutto ciò. E’ un effetto dello sviluppo dell’elettronica che è inarrestabile e di cui si sanno già oggi le potenzialità dei prodotti e dei sistemi che i consumatori avranno a disposizione tra 10 anni. Pensare di resistervi è futile.

I temi che si intersecano sono numerosi e vanno dalla dignità della persona, alla privacy, alla libertà di espressione, alla remunerazione delle opere dell’ingegno, agli strumenti di pagamento, ai principi antitrust, alle regolamentazioni bancarie.

La fisica fornisce le sostanze di base e Internet è il solvente che distrugge le barriere che tenevano relativamente separati tutti questi aspetti.

I soggetti coinvolti (“stakeholder”) per trovare un punto di equilibrio “a prova di futuro”  sono tanti e certamente tanti sono, tra loro, quelli convinti che la sanzione sia il soma che ci consente di comportarci come nei bei tempi andati, che basti dare qualche punizione esemplare a qualche ragazzino e/o ispezionare tutte le comunicazioni digitali di chiunque. (cosa che rapidamente  causerebbe la cifratura delle comunicazioni degli utenti).

Come si declinano i diritti, che nel mondo fisico sono consolidati da decenni, in un nuovo mondo immateriale ? Siamo certi che sia tutto chiaro ed efficiente, o piuttosto che occorra fare una riflessione anche su questo ?

Qualche mese fa mia figlia di dieci anni mi chiedeva come doveva fare per prestare ad una sua compagna un ebook, dato che le aveva prestato il cartaceo del numero precedente della saga di Harry Potter. Come può una bambinetta, nella sua ingenuità, capire la sottile distinzione dei grandi per cui un gesto è commendevole, e l’altro invece la rende una ladra ? (non parliamo se lo avesse voluto regalare …)

Eppure mia figlia non ruberebbe un lecca-lecca, figuriamoci una borsetta! Però un suo tale comportamento andrebbe ad incrementare le statistiche dei “furti” all’industria dell’intrattenimento dai pirati digitali.

Guardate i vostri figli. Molto spesso i novelli “Pirati dei Caraibi” sono loro.

Non ci possono essere scorciatoie, bisogna pensare a nuovi modi e procedure, rispettose dei diritti di ciascuno. Quelli sacrosanti di chi vede terzi lucrare indebitamente del proprio lavoro; quelli di chi produce e distribuisce i propri elaborati e se li vede indebitamente rimossi; quelli  di chi i beni immateriali li fruiscono e ai quali, con la digitalizzazione, alcuni stanno sottraendo molti diritti (come il diritto a prestarsi  un libro).

Personalmente penso che sia un tema complesso, con risvolti profondi e che banalizzarlo pensando solo a provvedimenti sanzionatori per via amministrativa sia una scorciatoia. Certamente è necessaria una procedura sanzionatoria di illeciti che deve salvaguardare i diritti di tutti, come dicevo sopra. Persino nel DMCA vi è un meccanismo strutturale di garanzia per gli utenti, ovvero il giuramento che deve fare il titolare dei diritti che lo espone a conseguenze penali in caso di abusi.

A mio avviso la bozza prevista da AGCOM, trascurando il possibile difetto di potere cui mi pare persino il Presidente Calabrò abbia accennato nella relazione annuale al Parlamento, è decisamente migliorabile.

Ho seri dubbi che una simile procedura potrebbe essere adottata in altri paesi. Certamente non in USA.

Lo stimolo del mercato legale è un altro grande assente nella bozza di regolamento AGCOM.

Ma non si può solo criticare, occorre anche essere propositivi.

Una piccola ricetta da proporre la avrei. Una ricetta elaborata con un gruppo di esperti (appartenenti a tutte le categorie di stakeholder) nel corso di anni di lavoro pubblico, aperto, non retribuito. Un gruppo capitanato da Leonardo Chiariglione, il fondatore e presidente di quel comitato MPEG che, partendo dall’evoluzione dell’elettronica, ha messo d’accordo tutto il mondo creando mercati quali CD, DVD, TV Digitale, MP3, Mpeg4, ecc. (ma non siamo riusciti a mettere d’accordo stakeholder ed autorità italiane).

E’ una ricetta tutto sommato semplice che cerca di aiutare le persone oneste a restare oneste.

In estrema sintesi dice che i beni digitali devono essere interoperabili e così anche i sistemi di pagamento online.

Sembra complesso ma vuol dire che

  • i beni digitali devono essere ottenibili e  fruibili su ogni dispositivo : per evitare abusi e creazione di monopoli se chi fornisce il contenuto è lo stesso soggetto che gestisce la rete di distribuzione o che produce l’hardware
  • ogni bene digitale si deve portare dietro la propria licenza d’uso: così si può sapere se è un Creative Commons, o una copia privata di qualcuno o un oggetto venduto da qualcuno o un oggetto nel pubblico dominio, ecc..

Questo sistema consente anche di attribuire correttamente i ricavi a chi spettano, anche nel caso di licenze collettive. Infatti seppure le licenze collettive facilitano la vita al cliente per mettersi in regola pagando il dovuto, meno immediato per chi incassa redistribuire il ricavato a chi spetta.

Questa apertura, questa trasparenza piacerà a chi, a dispetto delle norme generali, detiene il monopolio della raccolta dei diritti ? o a chi cerca una lucrosa fidelizzazione forzata dell’utente grazie all’integrazione verticale tra contenuto e dispositivo o tra contenuto e canale di distribuzione ? o a chi nelle aree di incertezza può sguazzare per fini anche poco nobili ?

Giudicate voi. Io penso che sarebbe bene per i nostri figli.

Pubblicato anche su Agoravox, Peace reporter  (pls segnalatemi eventuali ripubblicazioni…)

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2011/07/il-mondo-nuovo.html