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Il prezzo dell’ipocrisia

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 1 agosto 2013

24.07.2013

Anche le migliori leggi non porteranno ad una Internet più sicura.
Per scongiurare la catastrofe abbiamo bisogno di una più chiara immagine dell’apocalisse dell’informazione che ci attende in un mondo dove i dati personali vengono commerciati.
EVGENY MOROZOV

Il problema con la superpotenza malata, ossessiva che ci è stata rivelata da Edward Snowden è che non riesce portare se stessa a pronunciare quella singola frase che deve assolutamente proferire prima di poter andare avanti: “Il mio nome è America, e io ho una dipendenza dai dati”. Per le spie americane, le grande masse di dati, i Big Data, sono come il crack: poche dosi – e si può dimenticare di tornare indietro e liberarsi dal vizio. Sì, c’è una iniziale illusione di grandezza e di onnipotenza narcisistica – guardateci, potremmo evitare un altro 11 Settembre! – ma una mente più lucida, diretta noterebbe subito che le capacità di giudizio sono state gravemente compromesse. Prevenire un altro 11 Settembre? Quando due bambini con una forte presenza sui social media possono far saltare in aria una maratona di Boston? Davvero? Tutti questi dati, tutto questo sacrificio, e per cosa?

Cerchiamo quindi di non far passare in silenzio la dipendenza dalla sorveglianza dell’America. E’ vera, ha conseguenze, e il mondo si farebbe un favore se mandasse l’America in cura di disintossicazione da Big Data. Ma c’è di più da imparare dalla vicenda Snowden. Ha fatto saltare numerosi miti che solo marginalmente sono legati alla sorveglianza: i miti circa i benefici presunti di infrastrutture digitali decentrate e gestite commercialmente, sullo stato attuale della geopolitica tecnologicamente mediata, sull’esistenza di un regno indipendente conosciuto come “cyberspazio”. Dobbiamo fare il punto in cui siamo e riflettere su dove saremo presto, soprattutto se non riusciamo ad affrontare – legalmente, ma, cosa ancora più importante, intellettualmente – le molte tentazioni del consumismo delle informazioni.

Perché cedere il controllo delle comunicazioni elettroniche?
Prima di tutto, molti europei hanno finalmente afferrato, con loro grande disappunto, che la parola “cloud” in “cloud computing” è solo un eufemismo per “alcuni oscuri bunker nell’Idaho o nello Utah”. Borges, se fosse vissuto abbastanza a lungo, avrebbe sicuramente scelto un rack di  server – non una libreria – come sito principale per le sue storie surreali. Un database più grande del mondo intero di cosa fa parte: di un racconto di Borges o di una diapositiva PowerPoint dell’NSA? Nessuno può dirlo con certezza.

In secondo luogo, idee che una volta sembravano stupide improvvisamente sembrano sagge. Solo pochi mesi fa, era consuetudine prendere in giro gli iraniani, russi e cinesi che, con la loro diffidenza automatica di tutte le cose americane, parlavano il bizzarro linguaggio di “sovranità delle informazioni”. Cosa, gli iraniani vogliono costruire il loro sistema di e-mail a livello nazionale per ridurre la dipendenza Silicon Valley? Tale prospettiva sembrava sia inutile che sbagliata per molti europei: che stupido spreco di risorse! Come potrebbe mai competere con Gmail, con le sue chat video alla moda e il suo splendido design?  Non hanno gli europei tentato – e fallito – di lanciare il proprio motore di ricerca? Costruire aeroplani in grado di competere con Boeing è una cosa – ma un sistema di posta elettronica? Bene, questo è qualcosa che l’Europa – e tanto meno l’Iran! – non sarebbe mai stato capace di tirare fuori.

Guarda chi ride adesso: il sistema di posta elettronica nazionale iraniana è stato lanciato poche settimane fa. Certo che gli iraniani vogliono un proprio sistema di posta elettronica nazionale, in parte, in modo che possano spegnerlo durante le proteste e spiare la propria popolazione in altri momenti. Eppure, hanno capito la geopolitica perfettamente: con l’eccessivo affidamento sulle infrastrutture di comunicazione degli stranieri non c’è modo di aumentare la propria sovranità. Se non si vuole che un’altra nazione gestisca il proprio sistema postale, perché cedere il controllo delle comunicazioni elettroniche?

Il partenariato pubblico-privato delle infrastrutture Americane
In terzo luogo, il senso di vittoria incondizionata che la società civile sia in Europa che in America aveva provato per la sconfitta del programma Total Information Awareness – uno precedente sforzo di stabilire sorveglianza completa – era prematuro. Il problema con il Total Information Awareness era di essere troppo grande, troppo appariscente, troppo dipendente dalla burocrazia governativa. Quello che abbiamo ottenuto, invece, un decennio più tardi, è un sistema molto più agile, più snello, più decentrato, gestito dal settore privato e abilitato da un patto sociale tra Silicon Valley e Washington: mentre Silicon Valley gestisce, aggiorna e monetizza l’infrastruttura digitale, l’NSA può collegarsi su richiesta. Tutti si specializzano e tutti vincono.

Questa è l’America di oggi in tutto il suo splendore: ciò che non può essere realizzato attraverso controverse legislazioni sarà realizzato attraverso la privatizzazione, solo con molta meno supervisione e controllo pubblico. Dai fornitori di assistenza sanitaria gestiti privatamente a prigioni a gestione privata a milizie gestione privata spediti in zone di guerra, questo è il modello di partenariato pubblico-privato che opera gran parte delle infrastrutture americane in questi giorni. Le comunicazioni non fanno eccezione. La decentralizzazione è liberatoria solo se non c’è un potente attore che può strapparne i benefici dopo che la rete è stata messa in atto. Se un tale attore esiste – come l’NSA in questo caso – il decentramento è un mero scioglilingua. Chi è al potere ottiene di più di quello che vuole più velocemente – e paga di meno per il privilegio.

Una nobile missione e terribili capacità di pianificazione dei viaggi
In quarto luogo, l’idea che la digitalizzazione abbia inaugurato un nuovo mondo, in cui non si applicano più le buone vecchie regole della realpolitik, ha dimostrato di essere una balla. Non c’è un regno separato nel quale è nata una nuova specie di potere “digitale”, è un mondo, una potenza, con l’America al timone. Il CEO di Google Eric Schmidt e Jared Cohen, un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato, che è andato a lavorare per Google, hanno avuto la sfortuna di pubblicare un libro che ci ha assicurato che questo non era più il caso – “La nuova era digitale” – solo un pochi mesi prima delle rivelazioni di Snowden. E’ raro un libro che invecchia così in fretta. Non c’è bisogno di andare oltre il capitolo “richiedenti asilo Internet”. “Un dissidente che non può vivere liberamente in una Internet autocratica e gli sia rifiutato l’accesso alla Internet di altri stati sceglierà di chiedere asilo fisico in un altro paese per ottenere la sua libertà virtuale su Internet”, sostengono. “Ottenere l’asilo virtuale potrebbe essere un primo significativo passo verso l’asilo fisico, un segno di fiducia senza il pieno impegno”.

La pura ingenuità di dichiarazioni come questa – predicate sulla presunzione che in qualche modo uno possa “vivere” online nel modo in cui vive nel mondo fisico e che la politica virtuale funzioni con una differente logica della normale politica – è mostrata dal triste caso di Edward Snowden, un uomo con una missione nobile e terribili capacità di pianificazione dei viaggi. Se è l “asilo virtuale” che Snowden sta cercando, può ottenere la sua dose di “libertà virtuale” presso l’aeroporto di Sheremetyevo di Mosca. In qualche modo – che stupido? – la “libertà virtuale” non sembra essere sufficiente e non gli è venuto in mente – forse, non ha ancora letto il libro? – di cercare “asilo virtuale”. Il Boliviano Evo Morales, bloccato in Austria con il sospetto che nel suo aereo ci fosse Snowden, si sarebbe fatto una bella risata se avesse trovato “La nuova era digitale” in un negozio di libri dell’aeroporto di Vienna. Forse, se Moralez avesse twittato con maggior durezza, tutto questo non sarebbe successo.

Sicurezza e privacy sul livello della rete telefonica
In quinto luogo, il potente mito che esista uno spazio virtuale separato dove si può avere più privacy e indipendenza dalle istituzioni sociali e politiche è morto. Per capire perché, non c’è bisogno di leggere altro che il promemoria Microsoft rilasciato dopo che il Guardian aveva riferito che l’NSA stesse intercettando le chat e le videochiamate di Skype (Skype è ora di proprietà di Microsoft). C’è una frase particolare sepolta nelle non-negazioni di Microsoft. Giustificando la necessità di rendere i suoi prodotti digitali compatibili con le esigenze delle agenzie di sicurezza, il consigliere generale di Microsoft, ha scritto che “guardando in avanti, con l’incremento delle comunicazioni voce e video  basate su Internet, è chiaro che i governi avranno interesse ad utilizzare (o stabilire) poteri legali per garantirsi l’accesso a questo tipo di contenuti per indagare sui crimini e affrontare il terrorismo. Quindi abbiamo assunto che tutte le chiamate, sia su internet o da telefono fisso o cellulare, offriranno simili livelli di privacy e sicurezza”. Rileggetelo: qui c’è un alto dirigente Microsoft che argomenta che rendere le nuove forme di comunicazione meno sicure è inevitabile – e probabilmente è una buona cosa.

Per la maggior parte degli anni ’90, tutti pensavano che la digitalizzazione avrebbe introdotto la cosiddetta “convergenza”: senza dubbio, una buona cosa fintanto che riguarda la sicurezza. Così, proseguendo nel ragionamento, man mano che vanno verso una sola rete, le vecchie forme di comunicazione – il buon vecchio telefono e simili – sarebbe alla fine diventato sicuro quanto le mail criptate. Ma in realtà ci siamo mossi nella direzione opposta. Quello che abbiamo ora è una rete unica – e fino a qui abbiamo avuto ragione – ma per quanto riguarda sicurezza e privacy siamo tornati a livello della rete telefonica. E’ il telefono – non le email crittografate – ad essere il nostro comune denominatore, almeno quando si tratta di potenziali intercettazioni. La convergenza è arrivata – non siamo stati ingannati! – ma, miracolosamente, le tecnologie sono converse sulla opzione disponibile meno sicura e più adatta ad essere intercettata.

Gli utenti negli stati autoritari soffriranno di più
Questo ha implicazioni disastrose per tutti coloro che vivono nelle dittature. Una volta che Microsoft e i suoi simili iniziano a costruire software che è progettato per essere insicuro, mette il turbo ai progetti di spionaggio già pervasivi dei governi autoritari. Quello che né l’NSA né i funzionari eletti sembrano cogliere è che, in materia di infrastrutture digitali, la politica estera è anche la politica interna, è inutile affrontare questi problemi isolatamente. Quindi, vogliamo prendere tutti i terroristi prima che nascano? Bene, Big Data – e grandi bug nel nostro software e hardware – sono qui per aiutarvi. Ma, non dimentichiamolo, aiuterebbero anche i governi della Cina e dell’Iran a predire e catturare i futuri dissidenti. Non possiamo costruire  infrastrutture di comunicazione insicure e pretendere che solo i governi occidentali ne approfittino.

Questo ci porta alla conseguenza più problematica delle rivelazioni di Snowden. Per quanto sia brutta la situazione per gli europei, sono gli utenti in stati autoritari che soffriranno di più. E non dalla sorveglianza americana, ma dalla censura interna. In che modo? La già citata spinta verso la “sovranità delle informazioni” da parte della Russia, la Cina o l’Iran comporterebbe molto di più che proteggere i loro cittadini dalla sorveglianza americana. Innesca anche una spinta aggressiva per spostare la comunicazione pubblica tra questi cittadini – che, in larga misura, avviene ancora su Facebook e Twitter – su versioni equivalenti del mercato interno di questi servizi.

Invece di dare la colpa Snowden, Washington deve ringraziarlo
I governi autoritari hanno buoni motivi per temere Twitter e Facebook, su cui esercitano molto meno controllo. Probabilmente non è una coincidenza che LiveJournal, piattaforma preferita della Russia, improvvisamente ha avuto problemi di manutenzione – e cioè che non è stata disponibile per un uso generale – nello stesso momento nel quale un tribunale russo ha annunciato il suo verdetto sul popolare blogger-attivista Alexei Navalny. Con tutte le preoccupazioni riguardo l’Americanizzazione e la sorveglianza, i servizi statunitensi come Facebook o Twitter offrono ancora una migliore protezione per la libertà di espressione rispetto ai loro omologhi russi, cinesi o iraniani. Quest’ultimo censore di più e, come mostra l’esempio LiveJournal – LiveJournal appartiene a un oligarca russo – possono andare offline in momenti politicamente convenienti. Se, come dissidente politico, dovevi scegliere tra organizzare la tua protesta su Facebook o Vkontakte, l’equivalente russo di Facebook, avresti fatto molto meglio a farlo su Facebook. I governi di regimi meno democratici sicuramente sfrutteranno il populismo anti-Usa generato dalle rivelazioni di Snowden per lasciare ai manifestanti una sola – nazionale – opzione.

Questa è la vera tragedia della “agenda della libertà di Internet” Americana: saranno i dissidenti in Cina e in Iran che pagheranno per l’ipocrisia che ha guidato sin dal principio. L’America è riuscita a promuovere i suoi interessi relativi alle comunicazioni sostenendo superiorità morale e utilizzando termini ambigui come “libertà di Internet” per nascondere molte profonde contraddizioni nelle proprie politiche. In materia di “libertà di Internet” – promozione della democrazia rimarchiata con un nome più sexy – l’America ha goduto di qualche legittimità in quanto ha sostenuto che non praticavano il tipo di sorveglianza che loro stessi hanno condannato in Cina o in Iran. Allo stesso modo, in materia di attacchi informatici, potevano andare addosso alla Cina per il cyber-spionaggio o all’Iran per gli attacchi informatici perché assicuravano il mondo di non essere impegnati in nessuno dei due.
Entrambe le affermazioni erano palesemente false, ma la mancanza di prove specifiche ha permesso all’America di ottenere un po’ di tempo e di influenza. Quei tempi sono finiti. Oggi, la retorica della «agenda libertà di Internet» si presenta degna di fiducia quanto l’«agenda della libertà» di George Bush dopo Abu Ghraib. Washington dovrà ricostruire le sue politiche da zero. Ma, invece di incolpare Snowden, Washington deve ringraziarlo. Ha esposto solo le fondamenta instabili delle politiche già non sostenibili. Queste politiche, costruite intorno termini vaporosi e ambigui come “libertà di Internet” e “guerra cibernetica” in ogni caso non sarebbero mai sopravvissute alle complessità della politica globale.

Tutti gli oggetti e gli apparecchi diventano “intelligenti” e si collegano
Che cosa si deve fare? Cominciamo con la sorveglianza. Finora, la maggior parte dei politici europei hanno raggiunto il frutto che pende più in basso – la legge – pensando che se solo possono meglio regolamentare le società americane – per esempio, costringendole a rivelare la quantità e quando condividono dati con l’NSA – questo problema andrà via. Questo è una prospettiva piuttosto miope, ingenua che riduce un gigantesco problema filosofico – il futuro della privacy – a direttive di conservazione dei dati che sembrano di dimensioni gestibili. Se solo le cose fossero così semplici! Le nostre attuali situazioni difficili iniziano a livello di ideologia, non a cattive politiche o scarsa attuazione. Non si tratta di opporsi con una maggiore regolamentazione delle aziende tecnologiche in Europa – l’Europa l’avrebbe dovuto fare una decina di anni fa, invece di farsi catturare nella retorica inebriante di “cloud computing” – ma solo per sottolineare che il compito che ci attende è molto più impegnativo intellettualmente.

Supponiamo, per un momento, che l’Europa avesse costretto le aziende tecnologiche statunitensi con tutte le leggi che vuole. E’ una ipotesi molto improbabile – non con il loro crescente potere di lobbying a Bruxelles, ma per un momento facciamo finta di dimenticarlo. Che cosa accadrà tra cinque anni, quando tutti gli oggetti e gli apparecchi diventano “intelligenti” – vale a dire che improvvisamente hanno un sensore a basso costo, ma sofisticato al loro interno – e che si collegano tra loro e ad Internet? Molti di questi oggetti sono già disponibili in commercio e molti altri lo saranno presto: forchette intelligenti che monitorano quanto spesso mangiamo; spazzolini intelligenti da denti che monitorano quanto spesso ci si lava i denti; scarpe intelligenti che ci dicono quando stanno per essere usurate; ombrelli intelligenti che si collegano online per controllare quando piove e ci avvisano di prenderli con noi quando usciamo di casa. E poi, naturalmente, c’è quello smartphone penzolante in tasca e – presto – gli occhiali Google Glasses che adornano il tuo volto.

Tutti questi oggetti sono in grado di generare una scia di dati. Colleziona informazioni da questi diversi oggetti, mettile insieme e – almeno a livello funzionale – puoi generare le stesse deduzioni e previsioni che l’NSA ottiene guardando le nostre comunicazioni e-mail o i tabulati telefonici. In altre parole, l’NSA riesce a capire dove ti trovi, monitorando il tuo cellulare – o ottenendo i dati dalle vostre scarpe intelligenti o dal tuo ombrellone intelligente. Allo stesso modo, non c’è bisogno di installare una telecamera di sicurezza in cucina per sapere che cosa hai mangiato: possono capirlo armeggiando con il vostro spazzolino da denti o il cestino intelligente nella vostra cucina. Se non consideriamo questi nuovi dispositivi in ascolto nei nostri calcoli sulle leggi, non ha senso costruire il sistema di posta elettronica più sicuro del mondo o una rete di telefonia mobile: l’NSA otterrà i dati che gli permettano di continuare il loro lavoro attraverso altri mezzi più creativi.

Potrebbero anche comprarli sul mercato. Alcuni liquidano queste preoccupazioni, obiettando che le nostre comunicazioni email sono troppo private per essere vendute come se fossero una mera merce. Vero. Tuttavia, ci sentiamo perfettamente a nostro agio nell’avere un algoritmo di Google che setaccia attraverso le nostre e-mail al fine di mostrarci un annuncio pubblicitario. E’ questo annuncio personalizzato – basato su analisi e classificazione automatizzata al volo – che permette di mantenere gratuito il sofisticato (e piuttosto costoso) sistema di posta elettronica di Google. Notare che è questo tacito accordo – che Google può utilizzare un algoritmo per analizzare per le nostre comunicazioni e-mail e venderci la pubblicità risultante – che mantiene la nostra comunicazione e-mail sia gratuita che accessibile all’NSA. Google avrebbe potuto  facilmente scegliere di crittografare le nostre comunicazioni in modo che i suoi algoritmi non sarebbero stati capaci di decifrare, privando se stesso e la NSA dei dati tanto ambiti. Ma allora Google non sarebbe stata capace di offrirci un servizio gratuito. E chi sarebbe felice di questo?

Le leggi non saranno di grande aiuto
Ma mano che i nostri gadget e oggetti precedentemente analogici diventano “intelligenti”, questo modello di Gmail si diffonderà ovunque. Una serie di modelli di business ci fornirà gadget e oggetti che saranno o gratuiti o al prezzo di una frazione del loro costo reale. In altre parole, avrete gratis il vostro spazzolino da denti intelligente  – ma, in cambio, consentirete di raccogliere dati su come usate lo spazzolino da denti. Sono questi dati che alla fine finanzieranno il costo dello spazzolino da denti. Oppure, per gli oggetti con schermi e altoparlanti, è possibile vedere o sentire un annuncio personalizzato in base all’uso del dispositivo – e sarà la pubblicità che sosterrà i costi. Questo, per esempio, è il modello che Amazon sta già portando avanti con i suoi eReader Kindle: se volete un modello più economico, dovete semplicemente accettare di vedere la pubblicità sullo schermo. Il patto finale alla faust di Amazon potrebbe essere quella di offrirci un ereader gratuito con l’ accesso istantaneo a tutti i libri del mondo ad una condizione: saremo d’accordo di farci analizzare tutto ciò che leggiamo e di mandarci di conseguenza annunci pubblicitari.

Sotto un modello leggermente modificato – che è già disponibile attraverso varie start-up conosciute come “armadietti dei dati personali” – si può effettivamente fare soldi vendendosi da soli i propri dati – e non solo dallo spazzolino da denti, ma da tutti gli oggetti intelligenti con i quali interagisci: la vostra auto, la vostra scrivania, il vostro cestino. Una start-up – Miinome – permette anche di fare soldi mettendo il vostro codice genetico on-line; Ogni volta che una società di terze parti vi accede – forse, per personalizzare pubblicità o per utilizzarlo in qualche esperimento con i Big Data – si ottiene un piccolo pagamento . In sostanza, la possibilità di inserire un sensore e la connessione a Internet in tutto, compreso il nostro corpo, rende possible mercificare tutto e fissare un prezzo per le informazioni generate nell’ambito del suo utilizzo. Sensori e connettività ubiqua contribuiscono a creare nuovi mercati liquidi nella ricerca di informazioni, permettendo ai cittadini di monetizzare l’auto-sorveglianza.

Se questo è, di fatto, il futuro verso il quale ci stiamo dirigendo, è ovvio che le leggi non saranno di grande aiuto, in quanto i cittadini  optarebbero volontariamente per queste transazioni – allo stesso modo con cui abbiamo già optato per libera (ma monitorabile) e-mail e per l’ eReader più economico (ma finanziato dalla pubblicità). Le spie della NSA avranno due opzioni: o potranno andare a chiedere i dati a tutte queste società hanno costruito oggetti intelligenti – dalle scarpe intelligenti agli spazzolini da denti intelligenti – o potranno acquistarli sul mercato aperto – perché alla fine questi dati verranno venduti da noi, i cittadini. In breve, ciò che è ora raccolto attraverso citazioni in giudizio e ordini del tribunale potrebbe essere raccolto interamente attraverso le sole transazioni commerciali.

La logica di mercato ha sostituito la moralità
I politici che pensavano che leggi potessero fermare questa mercificazione di informazioni si stanno illudendo. Questa mercificazione non sta avvenendo contro la volontà dei cittadini, ma perché è questo ciò che il comune cittadino-consumatore vuole. Basta guardare l’email di Google e Amazon Kindle per vedere che nessuno li ha obbligati ad usarli: le persone lo fanno volentieri. Dimenticate le leggi: è solo attraverso l’attivismo politico e una robusta critica intellettuale della stessa ideologia del “consumismo delle informazioni” che sta alla base di tali aspirazioni che si potrebbe scongiurare il disastro inevitabile.

Dove potrebbe iniziare la ricerca critica? Considerate ciò che potrebbe, inizialmente, sembrare un parallelo bizzarro: il cambiamento climatico. Per gran parte del 20° secolo, abbiamo presunto che il nostro uso di energia dovesse avere un prezzo corretto e esistesse esclusivamente il paradigma del consumatore “posso usare tutta l’energia che posso pagare”. Secondo questo paradigma, non c’era etica collegata con il nostro uso di energia: la logica del mercato ha sostituito la moralità – chè esattamente ciò che ha permesso tassi di crescita economica e la proliferazione di dispositivi consumer che hanno reso la nostra casa paradisi elettronici liberi dal faticoso lavoro domestico. Ma, come abbiamo scoperto nell’ultima decade, questo pensiero si basava su una potente illusione che il nostro uso di energia avesse un prezzo corretto – che in realtà abbiamo equamente pagato la nostra quota. (Il sistema di scambio dei crediti di carbonio era pensato per ovviare a tale problema – prima di crollare).

Non potete immaginare il disastro delle informazioni così facilmente
Ma naturalmente non avevamo mai valutato il nostro uso dell’energia correttamente perché non ci siamo mai trovati nella possibilità che la vita sulla Terra potresse finire anche se tutti i nostri bilanci finanziari fossero stati equilibrati. Così ora la vostra decisione su quale macchina di guidare o quanta luce potete avere nel salotto non è più una decisione influenzata esclusivamente dalla vostra capacità di pagare l’energia elettrica, è anche una decisione etica che ognuno di noi fa per noi stessi (a quanto pare, non molto effetticacemente). Il punto è che, in parte a causa del successo delle campagne da parte del movimento ambientalista, un insieme di decisioni puramente razionali, basate sul mercato hanno improvvisamente acquisito latenza politica, il che ci ha portato ad automobili progettate diversamente, luci che si spengono se non c’è nessuno nella stanza e così via. Ha anche prodotto cittadini che – almeno in teoria – sono incoraggiati a pensare ad implicazioni che si estendnono ben oltre la capacità di pagare la bolletta dell’elettricità.

Ora, questo potrebbe sembrare uno strano parallelo da usare per la condivisione delle informazioni, ma in realtà non è così stravagante. In questo momento, la vostra decisione di acquistare uno spazzolino da denti intelligente con un sensore in esso – e poi vendere i dati che ha generato – ci viene presentata come una scelta puramente commerciale che non colpisce nessuno a parte noi. Ma questo è così solo perché non riusciamo ad immaginare un disastro informativo con la stessa facilità con cui si può immaginare di disastro ambientale. Siamo diventati dei pessimi distopici – e i nostri intellettuali tecnofili, innamorati di Silicon Valley e di parole d’ordine come “innovativo”, ne sono in parte responsabili. Ma il fatto che il disastro sia lento e non si presti ad effetti grafici vividi non lo rende di meno un disastro!

Conseguenze politiche e morali del consumismo delle informazioni
Quello che ci serve è una immagine più nitida, forte dell’apocalisse delle informazioni che ci aspetta in un mondo in cui i dati personali siano commercializzati come il caffè o qualsiasi altra merce. Prendete l’argomento spesso ripetuto circa i benefici del vendersi i dati in cambio di qualche beneficio commerciale tangibile. Diciamo, per esempio, l’installazione di un sensore in auto per dimostrare alla vostra compagnia di assicurazione che il vostro stile di guida è molto più sicuro di quello del guidatore medio usato nel loro modello per stabilire i prezzi delle polizze assicurative. Ottimo: se siete migliori della media, dovrete pagare di meno. Ma il problema con le medie è che la metà della popolazione è sempre peggiore delle misurazioni. Inevitabilmente, a prescindere dal fatto che vogliano o meno essere monitorati – l’altra metà verrà costretta a pagare di più, perché più riusciranno a convincerci a farci tracciare, maggiori saranno le istituzioni sociali che (logicamente) assumeranno che chi si rifiuta di farsi tracciare ha qualcosa da nascondere. Secondo questo modello, le implicazioni della mia decisione di scambiare i miei dati personali non sono più solamente nell’ambito dei mercati e dell’economia – sono infatti nella sfera dell’etica. Se la mia decisione di condividere i miei dati personali per un pò di soldi rende peggiore qualcun altro e li priva di opportunità, allora ho un ulteriore fattore etico da considerare – non basta solo quello economico.

Tutto questo è per dire che ci sono profonde conseguenze politiche e morali nel consumismo delle informazioni-e sono paragonabili al consumo di energia per portata e importanza. Rendere queste conseguenze più evidenti e vivide è dove gli intellettuali e i partiti politici dovrebbero concentrare i loro sforzi. Dobbiamo fare del nostro meglio per sospendere la apparente normalità economica nella condivisione delle informazioni. Un atteggiamento tipo “si tratta solo di affari” non basta più. La condivisione delle informazioni potrebbe avere un mercato dinamico intorno ma non ha alcun quadro di riferimento etico che lo sostenga. Più di tre decenni fa, Michel Foucault era preveggente nel vedere che il neoliberismo avrebbe trasformato tutti noi in “imprenditori di sé stessi”, ma cerchiamo di non dimenticare che l’imprenditorialità non è priva di aspetti negativi: come la maggior parte delle attività economiche, può generare esternalità negative, dall’inquinamento al rumore. L’imprenditoria incentrata sulla condivisione di informazioni non fa eccezione.

Abbiamo bisogno di diffondere le tematiche “digitali”
I politici europei possono provare a imporre qualunque legge vogliano ma finché lo spirito consumistico corre supremo e la gente non ha una spiegazione etica chiara sul perché non dovrebbero beneficiare del mercificare i propri dati, i guai persisteranno. La sorveglianza dell’NSA, il Grande Fratello, Prisma: tutto questo è roba importante. Ma è altrettanto importante mettere a fuoco una prospettiva più ampia – e in questa ampia prospettiva ciò che deve essere sottoposto a controllo è lo stesso consumismo delle informazioni – e non solo la parte del complesso militare-industriale responsabile della sorveglianza. Finché non abbiamo buona spiegazione sul motivo per cui una parte dei dati non dovrebbe essere sul mercato, dobbiamo dimenticare di proteggerci dalla NSA, anche con una regolamentazione più severa, perché le agenzie di intelligence potrebbero semplicemente acquistare – sul libero mercato – quello che oggi hanno segretamente ottenuto da programmi come Prism.

Qualcuno potrebbe dire: Se solo potessimo avere un partito digitale sul modello del Partito Verde, ma per tutte le cose digitali. È difficile trovare un maggiore errore. È sbagliato pensare che tutta questa roba digitale possa essere solo incasellata e delegatata ai giovani brillanti che sanno come programmare. Questa “roba digitale” è di fondamentale importanza per il futuro della vita privata, dell’autonomia, della libertà e della democrazia stessa: queste sono questioni che dovrebbero essere importanti per ogni partito politico. Per un partito politico tradizionale oggi abbandonare la responsabilità sul “digitale” equivale ad abbandonare la responsabilità per il futuro della democrazia stessa.

Quello che ci serve è l’integrazione di argomenti “digitali” – non la loro ghettizzazione nelle mani e negli ordini del giorno dei Partiti Pirata o di chiunque verrà per succederli. Non possiamo più trattare “Internet” come un altro dominio – come, ad esempio, “l’economia” o l’ “ambiente” – e speriare di poter sviluppare un insieme di competenze intorno ad esso. Piuttosto, abbiamo bisogno di più domini di attualità – “privacy” o “soggettività” di assumere il dominio della rete. Dimenticate un obiettivo ambiguo come “libertà di Internet” – è una illusione e non vale la pena di perseguirlo. Ciò su cui dobbiamo concentrarci è la creazione di ambienti dove la vera libertà può ancora essere  alimentata e preservata.

Una minaccia molto più pericoloso per la democrazia che la NSA
Il tragico errore di calcolo dei Pirati è stato cercare di fare troppe cose: volevano cambiare sia il processo della politica che il suo contenuto. Quel progetto era così ambizioso che era destinato a fallire fin dall’inizio. Inoltre, l’utilità politica di cambiare il processo – sia che si trattasse di una spinta verso una maggiore partecipazione o di una maggiore trasparenza nelle riunioni legislative – dovrebbe essere messa in dubbio; qualunque riforma i Pirati stessero portando avanti non sembra derivare da lunghe riflessioni critiche delle insidie ​​del sistema politico attuale, ma, piuttosto, dal loro credo che il sistema politico, incompatibile con piattaforme digitali di maggior successo da Wikipedia a Facebook, debba essere rimodellato a loro immagine. Questo era – ed è – una sciocchezza. Un parlamento, infatti, è diverso da Wikipedia – ma il successo di quest’ultimo non ci dice assolutamente nulla circa la fattibilità del modello di Wikipedia come modello per rimodellare le nostre istituzioni politiche (e non dobbiamo girarci intorno: sono tutt’altro che perfetti, questi parlamenti, come la crisi finanziaria ci ha mostrato). Ma la cosa buona che è venuta fuori dai Pirati è stata la spinta per fare in modo che tutti gli altri pensassero a questioni digitali e il loro impatto sul futuro della democrazia. Questa è la parte del contenuto – piuttosto che del processo. Questo progetto deve continuare, ma, forse, essere riorientato dal perseguire il finto obiettivo di “libertà di Internet” per pensare invece a preservare le libertà reali.

Nella misura in cui la vicenda Snowden ci ha costretti a confrontarci con questi temi, è stata una buona cosa per la democrazia. Diciamolo chiaro: la maggior parte di noi non vorrebbe pensare alle implicazioni etiche degli spazzolini da denti intelligenti o l’ipocrisia presente nella retorica occidentale verso l’Iran o la genuflessione che sempre più leader europei hanno mostrato di fronte a Silicon Valley e il suo terribile linguaggio danneggia cervelli, il Siliconese. Il minimo che possiamo fare è riconoscere che la crisi è molto più profonda e che deriva da cause intellettuali tanto quanto da quelle legali. Il consumismo delle informazioni, come il suo più vecchio fratello del consumismo dell’energia, è una minaccia molto più pericoloso per la democrazia che l’NSA.

L’articolo originale “The Price of Hypocrisy” su
http://www.faz.net/aktuell/feuilleton/debatten/ueberwachung/information-consumerism-the-price-of-hypocrisy-12292374.html

Ttraduzione a cura di 

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