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Di censura, leggi ed altre sciocchezze – via @lastknight

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 7 maggio 2013

di Matteo Flora in data 6/5/2013 – casa originale dell’articolo http://mgpf.it/2013/05/06/di-censura-leggi-ed-altre-sciocchezze.html

Sono giorni che vedo apparire da tutte le parti pagliacciate mediatiche come i titoli “Cicchitto annuncia una battaglia politica per zittire il popolo della rete”. Ho parlato di censura mediatica dal 2007 e, credo, prima di chiunque altro in Italia.

Spesso inascoltato, aggiungerei, visti i risultati.

Da quel momento sono stato per anni uno degli attori più esposti per le conseguenti manovre, anche legali, che hanno visto delinearsi i processi di tutela della reputazione online e della proprietà intellettuale, anche attraverso procedimenti cautelari che prevedono il “sequestro di traffico”. L’ho fatto da “ambedue le parti” in più occasioni, spesso in casi di cronaca che conoscete bene.
Credo di essere citato in una buona metà dei dibattimenti su cui si studia il Diritto D’Autore Online degli ultimi 5 anni e che hanno “fatto storia” (nei documenti della controparte spesso il mio nome è accompagnato da giudizi poco lusinghieri, a voi decidere… =]). Tutto questo per dire che forse qualche possibilità di parlare con cognizione di causa ce l’ho(forse, eh…).

Credo sia arrivato il momento di trarre qualche conclusione.

In primo luogo quello che mi chiedo, onestamente, è perché mai si debba demagogicamente parlare di “una battaglia politica per zittire il popolo della rete”.
Innanzitutto sposo l’idea (peraltro condivisa dal buon Quintarelli) che parlare di popolo della rete sia una immane fesseria. Abissale.
E’ una fesseria perché lo si ipotizza come una entità autonoma e non intersecata con “i cittadini”, discorso che ritengo sia molto stupido (poiché sono prima cittadini e poi cittadini anche digitali) e soprattutto pericoloso, perché rischia di introdurre una dicotomia fuorviante tra una sorta di entità aliena di essere-cibernetico-che-vive-nel-web e il cittadino normale, quello che vota, vive e paga le tasse ma che non si ritrova ancora digitalizzato.

Non parliamo del “popolo dei cellulari”, non parliamo del “popolo del GSM”, non vedo perché mai parlare di popolo “della rete” sottointendendo una sorta di elitarismo o di aristocrazia digitale.
Anche perché nel termine aristocrazia fatico, soprattutto nella visione di partecipazione rumorosa degli ultimi anni, a trovare al componente di ἀρετή, di “migliore”. Al massimo, ma ne ho parlato in altri contesti, vedo una sorta di oligarchia digitale, preminentemente e primariamente autoreferenziale. Detto questo ancora più complessa e frutto dell’errore dicotomico iniziale di “popolo della rete come popolo diverso dai cittadini” vedo questa calca di affermazioni sulla ipotetica volontà di censura da parte della politica o di una classe dirigente della RETE.

Lasciate che vi illumini: nel caso abbiate vissuto gli ultimi 10 anni in una cella criogenica in animazione sospesa, vi ricordo che in Italia la censura di Internet esiste già. Da oltre un lustro. Nel momento in cui state leggendo, in Italia sono censurati 5.657 siti web, di cui 4322 su direttive dei Monopoli di Stato, 1199 dal CNCPO e 136 con singoli provvedimenti dell’autorità giudiziaria o di organi amministrativi.
Se vi siete svegliati oggi per gridare “al lupo al lupo” arrivate tardi di almeno 7 anni e sebbene sia modaiolo e Hipster ora dire che “cioè, io sono pe’ la rete libbera” (da leggere con voce romanesca) dove eravate nel 2006/2007 quando buona parte dell’Hacktivismo italiano cercava di fare grande battage sulla censura introdotta dalla Prestigiacomo e dai provvedimenti calcio e sulla pericolosità della manovra nel suo contesto di riferimento? Dove erano tutti quando l’AAMS rivendicava con un una manovra AMMINISTRATIVA e nemmeno un decreto legge la possibilità arbitraria di filtrare la rete? Vi rispondo io: probabilmente siccome non toccava i servizi più utilizzati ed i più amati mezzi di comunicazione modaioli non ne importava, in quel momento, assolutamente nulla a chicchessia. E la cosa non varia molto oggi se non quando si parla di Facebook, visto che non ho visto molte voci di protesta alzarsi quando la censura è stata utilizzata da forze politiche italiane per il blocco della divulgazione di contenuti per fini politici. Primato per questa nuova applicazione è infatti recente, di meno di una settimana fa, ed il triste primato spetta, nemmeno a farlo apposta, al MoVimento 5 Stelle.

E non ero solo io in quegli anni a parlarne, beninteso, ma ero accompagnato (se non guidato) da buona parte delle figure storiche dell’Internet Hacktivism italiano (tra cui non mi annovero) e del mondo della Sicurezza Informatica, persone di calibro e levatura che vanno da “Raistlin” Zanero a Quintarelli, da “Mayhem” Pennasilico a “Naif” Pietrosanti a “MD” D’Itri, da “Rebus” Gabrini a “NightGaunt” Giustozzi sino a “Cassandra” Calamari, da “Vecna” Agosti a “Koba” Falcomatà per passare anche ad avvocati come “Kikko” Micozzi e “Gibi” Gallus. Ciascuno di loro/noi ha portato avanti dai “Big Brother Awards” ad HackMeeting ed in tutte le mailing list e gli eventi DECINE di talk (personalmente 23 solo di “Eludere i controlli di Polizia”) sul tema della censura web e sulla pericolosità che stava introducendo nell’ordinamento giuridico il presupposto che fosse possibile e lecito bloccare a livello DNS e/o IP un determinato sito web, in quel momento per pedo-pornografia, ma evidentemente foriero di altre applicazioni, come già dicevo personalmente vestendo i panni di Cassandra del mio tempo (con buona pace di Marco Calamari e del suo nick).
Tutti noi/loro in un coro di voci che dichiaravano la nascita della vera Censura italiana di Internet nell’unico momento in cui sarebbe stato possibile bloccarla, ma in cui “non era di moda” farlo, quello di creazione del provvedimento, del decreto, della sua applicazione e della normativa a conforto. Ma all’epoca Riccardo Luna non parlava di Makers, Internet non era candidata al Nobel e, per usare un comodo eufemismo, della cosa fregava praticamente zero a nessuno tranne che a pochi Nerd come me.

Da quel momento in poi la censura è entrata nella normativa italiana e piangere adesso è non solamente stupido ma anche e soprattutto inutile: se è parte dell’ordinamento italiano è giusto e necessario che divenga strumento utilizzato per dirimere le controversie e per limitare la continuazione di un danno, segnatamente come strumento di sequestro “di traffico” anche preventivo (ammesso che possa essere definito “sequestro” una manovra, come dissi già tempo fa, che NON sottrae al detentore la disponibilità di un bene. Ma questo è un sofismo terminologico).

Arrivati sin qui (ed è un dato di fatto inconfutabile) e nella consapevolezza che “nihil sub sole novi”, ora bisogna svolgere un’analisi e riflessione differente, che espressamente faccia riferimento alla disparità di trattamento tra online ed offline – fortemente propugnato da alcuni – , disparità che non ha alcuna ragione d’essere, non essendo in alcun modo “la rete” un differente luogo o una differente giurisdizione – o ancora un differente popolo – ma semplicemente una meravigliosa, utilissima ad incredibile risorsa che crea un nuovo mezzo di comunicazione e di interazione: un nuovo medium sotto lo stesso sole e sotto le stesse leggi.
Forse non avevano tutti i torti i giuristi che si sono dimostrati scettici sull’esistenza di un “diritto della Rete”, tanto quanto non esiste un “diritto delle Lavatrici” o un “diritto delle chiavi inglesi”. Il Diritto è Diritto e gli istituti usati sono sempre quelli: con tutta la fantasia legislativa e giurisprudenziale che è più o meno recentemente “esplosa”, alla fine parliamo sempre delle stesse cose, degli stessi problemi, degli stessi illeciti. Come è stato necessario adeguare i trattamenti e le normative alla radio dopo la carta stampata, al telefono dopo la radio, alla televisione dopo il telefono, ora è semplicemente arrivato il momento di armonizzare leggi precise e puntuali che già esistono (sottolineo, già esistono) rispetto alla realtà della rete Internet, un “territorio” che non è “altro” rispetto al mondo pre-rivoluzione digitale, transnazionale nella vocazione ma non nella pratica (come le giurisdizioni di mezzo mondo hanno dimostrato); uno spazio giuridico ove perseguire un reato può e deve avere le stesse caratteristiche di certezza della pena che dovrebbe uniformare ogni ordinamento giuridico che voglia definirsi “civile” prima ancora che “evoluto”.

Mi fanno quindi specie i “paladini di Internet” del “giorno dopo” che narrano di un non-luogo popolato di non-persone che sarebbe completamente svincolato dalla realtà ed al di sopra della legge, poiché quel luogo non esiste: esistono invece i cittadini (anche digitali) ed i crimini (anche digitali) che devono essere perseguiti online come altrove, senza vie preferenziali ma anche senza indugi o benevolenze dovuti al solo fatto di essere meramente digitali. Sarò un inguaribile socratico, ma innalzare alti lai contro norme che sono diventate vigenti nel colpevole silenzio di chi se ne duole ex post lo trovo gretto ed ignorante: non è ORA che si discute dell’introduzione della censura sul web, come se fosse qualcosa di futuribile, un rischio.
Quella battaglia è stata già persa (o vinta, a seconda dei punti di vista) e la censura del web è legge e prassi dello stato italiano (peraltro in ottima compagnia). A noi ora solo due possibilità: accettare la legge come esiste e conformarsi alla sua esistenza da buoni cittadini o combatterla e cambiarla, ma nelle aule preposte e non con la caciara. Non certo inutilmente starsene in un angolo a piagnucolare quando qualcuno la applica. Questo non è né un comportamento utile né, tantomeno, un comportamento adulto, anzi: è un comportamento da ignoranti (se non conosco la legge) o da criminali (qualora la conosca ma non la rispetti) o da “furbetti del quartierino” (la conosco ma so che viene applicata scarsamente).

Se so che vendere merce contraffatta in un negozio è reato, se so che venderla sulle bancarelle è reato, so anche che è reato farlo online: l’illecito non cambia, cambia solo la certezza della pena (che diviene incertezza della pena quando non… certezza della non-pena, dell’impunità) visto che perseguirlo è più complesso.
E questa cosa è di per sé errata. Comoda, a volte ideologicizzata, e che mi fa sentire ancora in un Far West in cui posso arrogarmi delle libertà per mancanza di uno sceriffo, ma SO BENISSIMO che si tratta di reato.
Le leggi ci sono, sono leggi dello stato e a queste mi uniformo come buon cittadino, al pari del pagare le tasse, del pagare il bollo dell’auto e al pari dell’andare a votare. Una cosa brutta, scomoda, che faccio magari mal volentieri ma che faccio e devo fare, indipendentemente dall’essere “online” o in “Real Life”.

E, peraltro, ben vengano tutte le denunce e le condanne per diffamazione ed apologia di reato (se non minacce e stalking) su Facebook, luogo non avulso dalla realtà ma in cui la supposta e troppo spesso garantita impunità di questi anni ha generato mostri, mostri di cittadini che si comportano come animali, mostri di violenze verbali inaudite, mostri di mancanza di educazione e di senso civico, se non di civiltà tout court, che non dovrebbero aver “diritto di cittadinanza” e tantomeno impunità in alcuna cultura, digitale o analogica che sia.
Internet non è certo la CAUSA di tutto questo, ma forse ne è stata un mezzo preferenziale, la colpevole attenuante o il meccanismo di amplificazione che ha esasperato il fenomeno, complice proprio la baggianata costituita dalla supposta dicotomia tra “cittadino” che deve stare alle leggi e “cittadino digitale” che non ha leggi e non ha limiti.
E, sia chiaro, tutto questo non certo per volontà di censura, ma per volontà di un regime di LEGALITA’ che tuteli il cittadino, che lo tuteli online come lo tutela domesticamente, sul luogo di lavoro, sui media tradizionali, una tutela conquistata in secoli di storia e che non differisce in alcun modo tra Online ed Offline. Una tutela che uno stato di Diritto deve, nel rispetto del principio di contraddittorio, garantire ad ogni persona fisica o giuridica e che abbiamo tanto faticato per ottenere.

E ignorare tutto questo, tollerarlo o ancora peggio accettarlo come normale e persino esaltarlo facendosi scudo di una supposta immunità della rete (peraltro su quali basi?) non è altro che stupido ed ignorante. E pericoloso. Rimangono altre battaglie in corso che ancora i “grandi soloni digitali” non vedono, sperduti nell’orizzonte delle leggi di censura che si sono persi, come quella dell’anonimato online che ancora resiste e che sta per essere cancellato: piuttosto che piangere su una ipotetica “nuova censura” della rete è necessario ORA combattere per la libertà di anonimato.
O se non la si ritiene causa abbastanza meritoria, che si agisca in lobbying per rimuovere quanto esiste di censura della rete, con una azione coordinata e politica, non con i “like” su Facebook.
Ma, per l’amor di Dio comunque voi lo concepiate, non parliamo di “nuova censura”, quando esiste già, non parliamo di “cittadino della rete” come un essere al di là della legge e della morale e, soprattutto, muoviamoci perché la rete continui ad essere quella enorme risorsa di collaborazione e creatività e non affinché permanga la cloaca massima dei reati contro la persona ed il patrimonio che molti vogliono renderla, anche garantendo una inaudita, incredibile, assurda immunità.

Il tutto, ovviamente, IMVVHO, anche perché personalmente continuo ad essere dell’opinione che la battaglia vera, quella sovranazionale, si giocherà non già nelle leggi di uno stato, ma contro i “signori della nuvola”, quelle entità corporate a livello internazionale che, senza controllo alcuno degli stati sovrani, decideranno davvero i regimi di opacità, di information bubble, di censura e di profilazione che determineranno ben più delle piccole realtà di stato le regole di una censura infinitamente più preoccupante.

Perché il discorso è sempre il medesimo: “quis custodiet custodes ipsos”?

Estote parati.

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