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ACTA, versione (quasi) finale

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 ottobre 2010

by Paolo Brini

Si è chiuso a Tokyo l’ultimo e definitivo round di negoziati su ACTA. Ne è emerso un testo che mostra che l’accordo ha perso molti pezzi per strada. Tuttavia il cambiamento radicale di molti articoli con l’inserimento di vaghezza e incertezza legale e l’inedita opzione di emendamenti da apportare dopo la ratifica rendono l’accordo estremamente pericoloso. Ancora piccoli contrasti fra le parti da risolvere. Entro 90 giorni l’approvazione e poi 2 anni di tempo per entrare a farne parte: diventerà operativo al raggiungimento della sesta adesione. Il Parlamento Europeo deve rigettare questa mostruosità antidemocratica.

Crollano gran parte delle richieste americane in questa versione quasi definitiva di ACTA: non c’è più nessuna traccia del notice-and-takedown sullo stile del Digital Millennium Copyright Act, non c’è più traccia di obbligo di attribuzione della responsabilità secondaria a carico dei fornitori di accesso Internet e conseguente abbandono del loro stato di mere conduit.

Molte altre condizioni, come la perquisizione dei bagali personali alla frontiera e il sequestro o la distruzione immediate di cellulari, laptop, lettori MP3 e altre apparecchiature elettroniche per le quali si possa sospettare che contengano file che violano il copyright, non sono più obbligatorie ma consigliate. Viene lasciata facoltà ai singoli paesi di adottare o meno quelle misure.

La trattazione dell’enforcement sui brevetti è stata fortemente ridimensionata, addirittura con l’esplicita esclusione di essi dalla Sezione 2, “Civil enforcement”. Questo potrebbe portare, finalmente, allo scioglimento del problema dell’accesso ai farmaci da parte dei paesi in via di sviluppo.

Queste richieste non erano tuttavia il perno centrale dei desideri delle major del copyright, che in Europa mirano più che altro ad instaurare un regime di 3-strikes con disconnessioni automatiche degli utenti sospettati (qui è cruciale la distinzione fra sospetto e prova: le major desiderano che sia sufficiente il sospetto ai fini della disconnessione) di violazione del copyright tramite accordi obbligatori fra detentori dei diritti ed Internet Service Provider. Questi desideri sono soddisfatti in pieno: considerando il dibattito avvenuto durante il Telecoms Package, nonché il linguaggio usato in Francia e nel Regno Unito rispettivamente per le leggi HADOPI e per il Digital Economy Bill, appare evidente che “un rapido rimedio per impedire le violazioni“, “capace di prevenire ulteriori violazioni” è la disconnessione da Internet dell’utente. Questa disconnessione dovrà avvenire tramite accordi privati dalle parti, che i paesi sottoscrittori saranno obbligati a promuovere, come stabilito dall’art. 2.18.3.

Viene inoltre violata la privacy, in quanto i paesi sottoscrittori dovranno istituire un sistema legale che consenta ai detentori dei diritti di ottenere, in assenza del mandato di un magistrato e speditamente, i dati personali degli utenti necessari per la loro identificazione dagli ISP: presumibilmente sia stato usato per violazioni”.

Si va anche oltre, giungendo a sanzionare “l’uso illegale dei mezzi di vasta distribuzione per scopi di violazione”, una dicitura sufficientemente ampia da potersi applicare ad una serie di strumenti tecnici, soprattutto i client p2p come BitTorrent e eMule. Secondo alcune analisi preliminari, che necessitano però di verifiche più approfondite, le formulazioni presenti in ACTA rappresentano la costruzione di una base legale per la messa al bando dei software citati.

Per quanto concerne ACTA e il quadro legale dell’Unione, i negoziatori sono riusciti ad inserire la vaghezza come tratto distintivo di questo accordo. Ambiguità nei termini, piccole distorsioni (si noti il cambiamento di un diritto fondamentale, l’equo processo, che in inglese è “due process”, in “fair process”; il cambiamento dei “diritti fondamentali” in “principi fondamentali”), articoli fuorvianti, tutto sembra elaborato per poter consentire alla Commissione di sostenere di fronte al Parlamento che ACTA non va oltre il quadro legale dell’Unione e renderne la dimostrazione molto complicata in termini legali.

Ci sono però alcune flagranti discrepanze, si consideri ad esempio il confronto fra l’art. 2.18.3 e l’art. 33.3 della Direttiva Servizio Universale come emendata durante la riforma avvenuta con il Pacchetto Telecom: mentre la direttiva stabilisce che le autorità regolatorie possono promuovere la collaborazione fra ISP e detentori del copyright, ACTA stabilisce che i paesi sottoscrittori devono fare tutto il possibile ai fini di tale cooperazione (oltre tutto, oltre al contrasto con la direttiva, viene inserita un’ulteriore ambiguità legata a quale significato legale attribuire a “dover fare tutto il possibile”).

Inoltre merita approfondimento la clausola obbligatoria con cui si impone che “il favoreggiamento o l’ausilio [aiding and abetting] delle violazioni del copyright” debba essere coperto, obbligatoriamente, dal codice penale dei paesi. Pur essendo sparita la forma “incitazione alla violazione” [inciting], “aiding and abetting” è una formula che nella legislazione europea non è definita nel campo delle violazioni del copyright, e rappresenta quindi un ulteriore passaggio che va oltre il quadro legale dell’Unione.

Oscurità, vaghezza, imprecisioni e distorsioni sono state inserite per tentare di far ratificare intanto l’accordo per poi modificarlo in seguito. Sì, perché ACTA è “automodificante”: esso può essere emendato in qualsiasi momento dietro richiesta di uno qualsiasi dei paesi sottoscrittori. Il comitato permanente mondiale ACTA analizzerà queste richieste e se lo riterrà opportuno, secondo metodi non specificati, le sottoporrà all’approvazione delle altre parti.

Considerando tutto quanto sopra e il modo in cui ACTA è stato confezionato, “in una cucina puzzolente a porte chiuse per elaborare ricette velenose” (On. Laurence Stassen, europarlamentare), cioè in spregio a qualsiasi processo democratico, il Parlamento Europeo, che ne ha il potere, deve rigettare l’accordo. Lo pretende anche la coerenza con la Risoluzione del 10 marzo 2010, adottata a larghissima maggioranza, e la Dichiarazione Scritta 12/2010, adottata a maggioranza assoluta. Dare l’assenso creerebbe un precedente pericoloso secondo il quale le leggi dei Paesi Membri dell’Unione Europea, tramite l’aggiramento provocato dalla mancanza di competenza dei parlamenti nazionali sugli accordi commerciali sancita dal TFEU, possono essere sottoposte a pressioni, dalle industrie americane o da altri attori privati, tali da forzarne la modifica; mostrerebbe inoltre che al Parlamento starebbero più a cuore i capricci delle industrie americane piuttosto che i Diritti Umani dei cittadini europei.

Source: ACTA, versione (quasi) finale : Movimento ScambioEtico
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it

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