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Uno, nessuno, seimilacentoquindici – Musica e Internet

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 21 settembre 2010
di Luca Castelli

Parigi, le migliori menti della nostra generazione

Qualche giorno fa sono capitato su una statistica relativa ai passaggi radiofonici negli Stati Uniti nella settimana del 25 agosto. Eccola qua, come appare pubblicata su Digital Music News:

o Number of artists getting at least 1 spin: 6,115
o Number of artists getting at least 2 spins: 5,506
o Number of artists getting at least 10 spins: 3,417
o Number of artists getting at least 100 spins: 1,323
___________________

o Number of songs getting at least 1 spin: 21,486
o Number of songs getting at least 2 spins: 17,752
o Number of songs getting at least 10 spins: 8,945
o Number of songs getting at least 100 spins: 2,296
___________________

o Total number of spins: 1,585,185
o Total number of spins for 1,000 biggest songs: 1,107,044

o Percentage of spins enjoyed by top 1,000 songs: 69.8%
___________________

Ovviamente, tutti questi bei numeri hanno scatenato un po’ di riflessioni.

Prima riflessione: la lunga coda.
Dopo i fasti degli anni zero, la teoria enunciata da Chris Anderson viene oggi ripetutamente dileggiata. E l’ultima voce di questa statistica sembrerebbe un’ulteriore ragione di sbeffeggiamento. Appena 1000 canzoni su 21486 (il 4,65%) hanno ottenuto il 69,8% dei passaggi radiofonici. A dominare è sempre e comunque la corta testa, altro che la lunga coda. E non basta far notare che qui si tratta di una statistica radiofonica, ovvero relativa a un medium vecchio e precedente alla teoria di Anderson. Gli antilungacodisti ti risponderanno subito mostrando le statistiche di iTunes, di YouTube, persino di Last.fm, dove il mainstream continua imperterrito a farla da padrone.
Io credo che il problema stia nella formulazione originale di Anderson, che aveva la tracotante ambizione della nuova teoria economica. Anderson aveva predetto che, grazie alla natura di Internet e delle reti di comunicazione digitale, la lunga coda (cioè le nicchie) avrebbe preso il sopravvento economico, muovendo più soldi delle hits in testa alla curva. Cosa che non è avvenuta e probabilmente non avverrà mai. Perché il mondo è spinto irrimediabilmente verso le hits. Per varie ragioni.
C’è però un aspetto trionfale della teoria della lunga coda, che non viene quasi mai citato, perché si allontana dalla concezione di musica come mercato e riguarda invece quella di musica come arte e come, chiamiamola, soddisfazione culturale. Io sono quasi sicuro che tra le mie 1000 canzoni ascoltate nella settimana del 25 agosto non ve ne sia quasi nessuna delle 1000 dominatrici delle radio americane. E probabilmente, ben poche delle 1000 dominatrici delle radio italiane o di qualsiasi classifica di iTunes. Prima di Internet, ciò non sarebbe potuto accadere: io sarei stato costretto (dalla radio, dalla tv, da qualsiasi mezzo di distribuzione della musica) ad ascoltare i brani della corta testa. Le mie scelte sarebbero state inevitabilmente guidate e limitate. Con Internet, me ne posso fregare allegramente. E posso costruirmi i miei percorsi di ascolto in base a ciò che mi suggeriscono altri consigliori: gli amici su Facebook, i blog preferiti, il programma del Rock en Seine, gli umori del meteo o la zingara all’angolo della strada. E’ questo il trionfo culturale della lunga coda. Quello che molti si ostinano a non vedere dietro al rumoroso fallimento del discorso economico.

Seconda riflessione: sempre passeggiando tra le ortiche dell’economia, da quei numeri viene a galla una verità che molti addetti ai lavori rifiutano di accettare. In una settimana, 6115 artisti hanno avuto almeno un passaggio radiofonico in America di una loro canzone. E nello stesso arco di tempo, chissà quanti altri hanno goduto dello stesso piacere in Europa, in Africa, in Asia, su MySpace, su iTunes, su Spotify, sugli iPod, sugli stereo, sulle chiavette USB aggrappate ai cruscotti delle auto, sui computer, ovunque.
Quanti artisti esistono oggi? Quante band? Milioni? Quante canzoni? Miliardi? Appare evidente, anche se nessuno lo dice, che non è possibile immaginare un sistema che garantisca una retribuzione significativa per ciascuno di questi brani, per ciascuno di questi artisti (e per ciascuna delle etichette o degli intermediari che stanno dietro). Nessun sistema economico, nessuna legge, nessuna prodigiosa start up può raggiungere un risultato del genere. Per una semplice ragione: non ci sono i soldi per mantenere economicamente l’insieme globale (la lunga coda?) della musica. I musicisti stessi dovrebbero saperlo, e probabilmente lo sanno. E’ un po’ come ipotizzare che tutti i blogger guadagnino dalla loro scrittura o tutti i videomaker su YouTube vivano dei loro filmati. I soldi non potranno che arrivare solo a una percentuale di questi artisti. Una percentuale più o meno modesta. Il mio wishful thinking suggerisce che, sul lungo termine, complice anche l’indole corsara del Web, i destinatari saranno gli artisti che riusciranno a dare davvero qualcosa al pubblico. Un pubblico anche ristretto, magari. Ma un pubblico vero, un pubblico che monetizza un concreto passaggio di emozioni. E’ l’utopia meritocratica applicata al regno dell’impercettibile, quale è quello della musica. La realtà però è più complessa. Ci sono tante altre forze che entrano in gioco, c’è un meccanismo dello star system che sarà anche usurato ma è pur sempre dominatore, c’è l’influenza di un crescente numero di intermediari (prima, in fondo, erano quasi solo etichette, manager e band… oggi sembra che chiunque abbia un interesse o una speranza economica nella musica).
Il risultato finale non cambia: i soldi per far contenti tutti non ci sono e non ci saranno mai, nemmeno qualora si riuscisse a sradicare completamente la pirateria (altra utopia non solo commerciale, ma esistenziale). Di quei 6000 artisti baciati dalla radio o dei milioni con il loro http://www.myspace.com saranno sempre e solo alcuni, non la maggioranza, a trovare una completa soddisfazione economica. Da questo punto di vista, non ci sono alternative o soluzioni magiche. E non ce n’erano nemmeno prima di Internet: anche nella golden age degli Ottanta e dei Novanta non credo che la stragrande maggioranza dei musicisti avesse straordinarie rendite o garanzie economiche. D’altronde, avendo come termometro principale la soggettività delle emozioni (di chi la produce e di chi la riceve), l’arte è qualcosa che andrà sempre oltre a qualsiasi discorso di normalizzazione economica. Corteggerà sempre il mercato, ma non si lascerà mai ingabbiare del tutto.

Terza riflessione: è un casino.
Non so a voi, ma a me i grandi numeri tanto affascinano quanto spaventano. Mettiamo che anche solo l’uno per cento delle 21846 canzoni trasmesse dalle radio americane in una settimana ad agosto siano interessanti… vorrebbe dire 218 canzoni interessanti. Dove sono? Quali sono? Come trovarle? Come trovare quelle che vanno bene per te? E come esplorare la selva del Web? Dal lato di chi crea e produce, l’ossessione ha la forma del dollaro. Dal lato di chi riceve e ascolta, l’ossessione ha la forma della moltitudine. Di una scelta che si presenta sempre più complessa, paralizzante, a volte persino depressiva. Quella sensazione che ci siano tantissime cose che meritano, probabilmente ben più di 218 canzoni a settimana, ma che sia impossibile raggiungerle (e, fisicamente, impossibile assimilarle). A Google avevano già capito tutto più di dieci anni fa. E hanno fatto i miliardi architettando una specie di gigantesco lanternino per guidarci nel caos. Non solo della musica, ma del nuovo mondo. Un altro lanternino, più stuzzicante e umano, possiamo concretizzarlo noi stessi usando sapientemente l’arte del consiglio, del suggerimento, persino del “mi piace” di Facebook. Solo che servono gli strumenti perché anche questa strada non assuma le sembianze di un suk: ricco di sapori, colori e simpatia umana, ma dove non si riesce a trovare ciò che si cerca. Quanto è difficile gestire una moltitudine.

Source: Il Pozzo di Cabal: Uno, nessuno, seimilacentoquindici.

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