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Il castello di carte dei giganti d’argilla

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 6 settembre 2010
di G. Scorza – La mossa di Paul Allen, che fa causa a mezza Silicon Valley, mette in luce la fragilità del mondo ICT. Un castello di carte, a volte bollate, pronto a crollare. Che necessita di un profondo riassetto, anche legislativo

Roma – Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft, il 37esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes con i suoi 13,5 miliardi di dollari, uno dei padri della Silicon Valley, ha citato in giudizio il gotha dell’industria High Tech mondiale (Google, Facebook, E-bay, Apple, YouTube, Yahoo, AOL, Netflix, Office Depot, Office Max, Staples) contestando la violazione di alcuni suoi brevetti su software e web technology.

15 pagine, tante ne sono bastate ai legali di Allen per scatenare un terremoto tra i titani dell’industria IT con pochi precedenti nella storia. Certo le battaglie giudiziarie su brevetti e copyright non sono una novità nella Silicon Valley e sono, anzi, ormai, all’ordine del giorno: ma, in questo caso, a rendere speciale la vicenda ed a giustificare qualche riflessione in più è, innanzitutto, la caratura dei protagonisti e, soprattutto, la circostanza che Allen – che certo non né uno sprovveduto, né un avventuriero che abbia bisogno di tentare la fortuna nelle Corti americane per sbarcare il lunario o attirare su di se i riflettori dei media – abbia deciso di dichiarare guerra ad un nugolo di amici, ex-amici e colleghi che, in un modo o nell’altro, costituiscono la micro-comunità dalla quale esso stesso proviene ed alla quale appartiene.

Difficile, muovendo da questi presupposti, pensare che quella di Allen sia una delle tante battaglie legali temerarie lanciate dai più piccoli contro i più grandi per racimolare qualche milione di dollari o, piuttosto, dai più grandi contro i più piccoli per tarpare le ali a possibili concorrenti fastidiosi. Impossibile – almeno allo stato – dire se le pretese di Allen riassunte nelle ermetiche 15 pagine della citazione siano o meno infondate ma, ad un tempo, difficile liquidarle come una boutade di fine estate o come una puntata alla roulette.

Il punto è che, allo stato, probabilmente, nessuna delle parti è in grado di fare previsioni attendibili circa l’esito della battaglia legale e circa – semmai si dovesse arrivare sino in fondo – la decisione dei giudici. Ed è proprio questa diffusa ed ineliminabile incertezza circa l’esito di un giudizio che minaccia – se si prova, solo per un istante, a pensare che le pretese di Allen possano risultare fondate – di far sgretolare un impero e di determinare un autentico terremoto di natura finanziaria e tecnologia a livello globale che impone una riflessione sulla gracilità dei giganti del web e, inesorabilmente, sul web stesso così come su un sistema normativo – quello della proprietà intellettuale applicata alle nuove tecnologie ed al software in particolare – che rappresenta, ad un tempo, la struttura portante di questo impero e la sua ragione di maggior fragilità.

La tesi è questa: l’impero è, oggi, di carta ed i giganti che lo governano hanno, sfortunatamente, le gambe di argilla.

La ragione non sta tanto nella giovane età e, quindi, nell’inesperienza – a dispetto della statura – dei giganti quanto, piuttosto, delle molecole e proteine giuridico-economiche della loro costituzione. Molecole e proteine che li fanno crescere in fretta ma che, altrettanto rapidamente, talvolta, li fanno accartocciare, ripiegarsi su stessi ricurvi come uomini ormai giunti al crepuscolo.

A sfogliare le descrizioni brevettuali in forza delle quali Mr. Allen ha dichiarato guerra all’impero vacilla ogni certezza e vien da chiedersi a chi appartengano, davvero, le mura che recintano i giardini pubblici e privati del web che, ormai quotidianamente, oltre un miliardo di utenti frequenta. La genericità di quelle descrizioni sulle quali, pure, sono stati, negli anni, concessi brevetti che valgono milioni e milioni di dollari è tale da indurre a guardare in ogni riga del software che si è scritto o della tecnologia che si è sviluppata ed ad interrogarsi se, domani, non possa toccare anche a noi di finire nell’elenco dei soggetti ai quali quello che oggi in Silicon Valley chiamano l’Orco cattivo, chiede conto dell’utilizzo.

Brevetti su software e web technology, brevetti su invenzioni derivate da software per non parlare di quelli su metodi di business attuati attraverso web technology e – anche se in misura inferiore – copyright sul software e sulle interfacce, costituiscono un framework giuridico articolato e complesso ma soprattutto nato con riferimento a trovati ed oggetti di tutela ben diversi da quelli con i quali, ormai da lustri, si trova a confrontarsi ed ad offrire ospitalità e tutela.

La disciplina sul diritto d’autore fa fatica – nonostante gli sforzi ormai da anni compiuti in tutti gli Ordinamenti – ad adattarsi ed accogliere le cosiddette opere utili oltre che belle quali ad esempio il software, e mostra evidenti segni di cedimento quando anziché i diritti morali e patrimoniali di un artista è chiamata a proteggere e tutelare il valore delle azioni di borsa di una multinazionale del web o del software.

Già all’indomani della decisione dell’Unione Europea di proteggere il software attraverso il diritto d’autore si parlò – ed a ragione – di trionfo e snaturamento della disciplina autorale: trionfo perché la si riteneva capace di garantire tutela anche ad un trovato tanto nuovo come il software ma, ad un tempo, snaturamento perché risultava a tutti evidente che il software poco o nulla avesse a che vedere con quelle “opere del bello” che, sino a quel momento, avevano rappresentato l’universo di riferimento di norme e principi sul diritto d’autore.

Si scelse – non solo in Europa ed anzi prima negli Stati Uniti – di intraprendere quella strada con valutazioni forse superficiali o, piuttosto, di chi – si era sul finire degli anni ’70 – non poteva immaginare quale sarebbe stato il ruolo del software nella società del futuro. Storia analoga quella dei brevetti sul software, sulle web technology, sui metodi di business implementati attraverso software e su quelle che l’Unione Europea definisce invenzione attuate mediante programmi per elaboratore. In una parola, potrebbe dirsi, su tutti quei trovati brevettuali, in relazione ai quali l’attuazione dell’invenzione non è meno immateriale dell’invenzione medesima.

Anche in questo caso, lo sforzo compiuto – per superficialità o per sottovalutazione del problema – di estendere semplicemente al nuovo regole brevettuali e procedure di esame pensate per il vecchio, si è rivelato un approccio sbagliato (e l’ultima iniziativa di Paul Allen ne costituisce una delle più recenti ed eclatanti conferme ma non la prima né l’ultima), inidoneo perché incapace di garantire adeguata certezza del diritto e, peraltro, di un diritto – come quello sulle privative industriali su software e web technology – che, in molti casi (quasi tutti quelli dei titani dell’industria IT che Allen intende trascinare davanti ai giudici) costituisce lo scheletro stesso del gigante con la conseguenza che il suo sgretolamento rischia, sempre, di produrre l’uscita di scena del gigante stesso.

Un impero di carta comandato da giganti di argilla credo sia un lusso che la società dell’informazione non può permettersi oltre. Troppi gli interessi e le implicazioni – ad ogni livello – connessi alla vita ed all’esistenza di quell’impero e dei suoi – che ci piacciano o no – comandanti. Occorre rifondare – su base naturalmente globale – le regole della proprietà intellettuale applicata alle nuove tecnologie, innalzare la soglia di brevettabilità di un trovato concernente software o web technology, semplificare – ed abbattere i costi delle – le procedure di verifica delle anteriorità, introdurre brevi e rigorosi termini di decadenza tanto per l’uso di un’invenzione che per eventuali contestazioni contro l’altrui uso, ripensare l’applicazione delle regole del copyright al software.

Difficile dire se la soluzione sia rappresentata dall’abolizione dei brevetti sul software come da più parti, spesso, si è chiesto; dall’adozione, in via esclusiva, del modello open source per la circolazione dei diritti d’autore; da un misto di queste due radicali soluzioni o, piuttosto, da una terza via, che passi per un ripensamento serio ed attento – sulla base dell’esperienza di cui oggi disponiamo e che ieri non potevamo neppure ipotizzare – della disciplina della proprietà industriale ed intellettuale applicata al software ed alle web technology.

Quel che è certo è che l’impero di carta dei giganti di argilla ha bisogno di una nuova infrastruttura normativa in grado di sorreggerlo, un’infrastruttura in grado di resistere nel tempo e, soprattutto, di garantire a tutti i cittadini dell’impero – piccoli e grandi – regole certe di serena convivenza.

Si tratta di un problema non procrastinabile perché, ogni giorno, ciascuno di noi, affida a questo impero – quello dei servizi via web, delle web technology e del software – un frammento in più della propria esistenza personale, professionale e/o imprenditoriale.
La gracilità dei giganti diviene, per questo, un problema di tutti.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Source: PI: Il castello di carte dei giganti d’argilla user posted image
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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