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Mercati, numeri e bugie…File Sharing e Fair Use

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 21 maggio 2010

Qualche tempo fa il congresso degli Stati Uniti ha chiesto ad un ufficio interno, il GAO, un parere sul vero impatto della pirateria sull’economia americana (scaricabile da questo link). Il GAO è un’istituzione indipendente che si definisce il congressional watchdog ovvero il cane da guardia del congresso che ha il compito di vigilare sul fatto che il congresso lavori nell’interesse dei cittadini americani. Prima di approvare il PRO-IP act il congresso ha quindi chiesto al GAO un’opinione per giudicare gli studi a giustificazione delle azioni richieste dall’industria per rafforzare le tutele. Il GAO ha revisionato gli studi in materia, ha contattato chi li ha redatti, ha guardato la letteratura presente ed ha parlato con esperti del settore. Nell’abstract iniziale si legge:

Three widely cited U.S. government estimates of economic losses resulting from counterfeiting cannot be substantiated due to the absence of underlying studies. Generally, the illicit nature of counterfeiting and piracy makes estimating the economic impact of IP infringements extremely difficult, so assumptions must be used to offset the lack of data. Efforts to estimate losses involve assumptions such as the rate at which consumers would substitute and studies quantifying or resulting estimates. Because of the significant differences in types of counterfeited and pirated goods and industries involved, no single method can be used to develop estimates. Each method has limitations, and most experts observed that it is difficult, if not impossible, to quantify the economy-wide government, and consumers.

Nel corpo del documento vengono presi in analisi alcuni studi prodotti negli ultimi anni da agenzie americane per stimare l’impatto della pirateria sull’economia. Le conclusioni sono sorprendenti: in primo luogo non esistono dati affidabili su cui fare alcuno studio, non esistendo dati è tremendamente importante la metodologia con cui si “proiettano” i pochi dati esistenti in alcuni settori su una scala più ampia. Qui l’attenzione si concentra sulla cosi’ detta substitution rate ovvero quel valore che determina il rapporto tra le copie pirata vendute (o scaricate) ed il mancato acquisto dell’originale. Lo studio dice che un rapporto uno ad uno è per la maggior parte dei casi sbagliato. Ha senso quando l’utente acquista un bene piratato pensando di acquistare uno originale, ma se il prezzo differisce nettamente e la qualità anche, allora la sua applicazione non è giustificata. Quindi, se si può immaginare che comprare un pacchetto di aspirine finte corrisponda ad un mancato acquisto, scaricare un brano da una rete p2p è cosa completamente diversa, che rende gli studi valutati (col senno di poi, anche a detta degli autori) inaffidabili.

Il GAO valuta in linea generale anche gli effetti della pirateria, e per la prima volta tra i possibili effetti ne sono enumerati anche alcuni potenzialmente positivi, sia per i consumatori che per i produttori:

For example, consumers may use pirated goods to “sample” music, movies, software, or electronic games before purchasing legitimate copies, which may lead to increased sales of legitimate goods. In addition, industries with products that are characterized by large “switching costs,” may also benefit from piracy due
to lock-in effects. Some authors have argued that companies that experience revenue losses in one line of business—such as movies—may also increase revenues in related or complementary businesses due to increased brand awareness. For instance, companies may experience increased revenues due to the sales of merchandise that are based on movie characters whose popularity is enhanced by sales of pirated movies

E’ un effetto che è impossibile da quantificare, ma che viene citato al pari di quelli negativi. Sarebbe stato meglio se il congresso avesse aspettato i risultati della ricerca, invece di approvare il PRO-IP act in anticipo…

L’altro studio che la settimana passata ha smosso diverse acque è quello di un’associazione di produttori di hardware/software che comprende le più grandi multinazionali del settore (e che potete scaricare qui) in cui si cerca di quantificare l’economia del fair use. Lo studio conclude che l’economia basata direttamente o indirettamente sul fair-use contribuiva nel 2007 per 4.7 milioni di miliardi (si, avete letto bene) all’economia americana, un sesto del PIL nazionale. Per arrivare a un numero cosi’ spropositato lo studio usa dei parametri molto laschi, che fanno si che nella categoria rientrino praticamente tutte le industrie hardware/sofwtare/multimedia, il che rende i numeri un po’ gonfiati. Ad esempio, dire che la “Motion picture and video Industries” basi la sua produzione sul fair use è sicuramente un’informazione parziale, considerando che sono i primi a voler restringere sempre di più tale diritto. Parziale non vuol dire sbagliata, perchè ci ricorda che anche le aziende più accanite sostenitrici del copyright perpetuo e assoluto non sopravviverebbero se lo ottennessero. In altre parole anche le aziende dell’entertainment se non potessero usare il fair use nei loro film, libri, dischi, software ecc.. non potrebbero citare, imitare, riportare notizie o fatti, neanche utilizzare un computer, visto che copiare temporaneamente in memoria una pagina web per mostrarla su un browser, è un’eccezione al diritto d’autore che rientra nel fair use.

Questo lascia capire quanto sia di retroguardia la battaglia che stanno conducendo ovvero quella di privatizzare tutto lo scibile umano lasciandosi però quelle scappatoie che gli permettono di evitare che anche la loro stessa attività venga strangolata da regole sempre più rigide.

Fonte: http://leonardo.lilik.it/wordpress/2010/05…numeri-e-bugie/
Licenza CC: Creative Commons BY-NC-SA

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