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La condanna di Google e le figuracce dell’Italia

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 2 marzo 2010
In breve:
Rileggere qualche quotidiano estero e qualche osservatore acuto dopo la sentenza contro Google fa cadere davvero le braccia. A partire dal rappresentante legale di Google, ripreso dalla BBC, emozionato e sinceramente risentito

Roma – Molto è stato scritto sulla vicenda, ma mai abbastanza per illustrare come il sistema legislativo italiano si dimostri ancora una volta fatto non di normative chiare e inequivocabili ma di grimaldelli, di chiavi universali che, a seconda dell’abilità di avvocati e magistrati, possono essere impiegate per piegare un verdetto riguardante qualunque fatto, contro chiunque, in qualsiasi direzione.

E se illustri quotidiani hanno già sentito il dovere di spazzolare i pareri sul piano internazionale, c’è da sottolineare qualche altra cosina che preme dalle fonti estere, in particolare quelle statunitensi che sono le più “colpite” in quanto connazionali del “grande accusato”: Google, condannato per la diffusione in rete del video di maltrattamenti a un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, rimosso dopo due ore dalla segnalazione ricevuta dalle Autorità.

Si diceva già in altra occasione che la decisione presa dal Tribunale di Milano è destinata a fare danni oltre la vicenda in sé. Certamente occorre cautela, perché ancora manca la motivazione ufficiale. Ciò non toglie che, agli occhi degli internauti di tutto il mondo – ma in particolare di quelli italiani e statunitensi – i giudici milanesi hanno quanto meno fatto fare all’Italia una figura barbina all’estero.

La “gloriosa” BBC, ad esempio, evidenzia come da Google si siano levate voci sinceramente risentite. Lo si può notare anche dall’espressione in volto del portavoce di Google (un fotogramma è riprodotto in figura qui di lato, ma è molto più efficace il video presente sul sito della testata): un’espressione decisamente risentita che si percepisce anche senza capire quel che dice, sotto cui sgorga una voce leggermente tremolante, da cui traspare l’intensa emozionalità.

Per chi non comprende l’inglese, dice nel filmato David Drummond, rappresentante legale di BigG: “… abbiamo deciso di appellarci a questa decisione, perché riteniamo ponga un interrogativo fondamentale per la libertà su cui Internet è fondata. Nessuno di questi tre impiegati ha nulla a che fare con quel video: non lo hanno caricato, non lo hanno ripreso, non lo hanno revisionato. Eppure sono stati ritenuti colpevoli. Se questa decisione sarà resa definitiva, costituirà una grave minaccia per la libertà (di espressione, ndB) di cui si usufruisce in Internet, significherà che (chi gestisce, ndB) siti come Blogger e YouTube sarà considerato responsabile per ogni video caricato: quella finestra di libertà offerta dal Web cesserebbe di esistere. Questo è uno dei più importanti punti di principio per cui noi abbiamo intenzione di appellarci e difendere i nostri impiegati su tutta la linea”.

Peter Fleischer, consigliere privacy di Google, si chiede quante piattaforme Internet possano continuare a esistere se la decisione sarà confermata. “Mi rendo conto di essere solo una pedina in una gigantesca battaglia di forze, ma resto fiducioso che il verdetto di oggi si ribalti di fronte all’appello”, ha detto. E Richard Thomas, ex commissario per l’informazione britannico nonché consulente dello studio legale Hunton & Williams, specializzato in privacy, ha semplicemente definito il caso ridicolo.

La posizione di Google, peraltro espressa con fermezza nel blog ufficiale, è chiarissima: “Grave minaccia al Web in Italia”, titola il blog. Che dopo aver illustrato la situazione, chiude con una via di mezzo tra una promessa e una minaccia: “Questi sono importanti punti di principio, la base della motivazione per cui noi e i nostri impiegati ci appelleremo vigorosamente contro questa decisione”.

Non da meno il New York Times, che evidenzia il rischio complessivo per il business che Google vede avanti a sé ma non risparmia di dipingere un quadro politico della vicenda, al centro del quale il quotidiano addita uno scenario rattristante: a fronte di tante promesse per la Banda Larga che i lettori ben conoscono, l’articolo cita parole dell’On.le Gentiloni, che dichiara “il potere politico è nelle mani di chi fa televisione, non Internet” e aggiunge “più è lenta la banda larga, meglio è per un governo orientato al dominio della TV”. Vale a dire, ogni strumento è valido per favorire il monopolio dell’informazione cercando di tenere a bada uno strumento come Internet, sul quale è difficile avere il controllo, in favore di strumenti tipicamente monodirezionali, qual’è la televisione.

Scenario a cui si aggiungono non solo il disappunto dell’ambasciatore USA in Italia, David Thorne, ma anche di Juan Carlos de Martin, fondatore del Nexa Center del Politecnico di Torino, che studia proprio l’uso di Internet in Italia. “Si tratta di uno sforzo intenzionale di controllare ulteriormente i mezzi di comunicazione”, ha detto de Martin.

Il quotidiano ricorda che esiste una direttiva europea sul commercio elettronico, a cui Google tra l’altro si appella. Ma Internet, ricorda de Martin, per il potere sta diventando una minaccia: “basta burocratizzarla appena un po’, e si eliminano migliaia di persone che subito riterranno non valga la pena di profondervi sforzi”, ha precisato.

Prescindendo dai rischi meramente economici, ma cosa vorrebbero i magistrati milanesi? Che Google controllasse uno per uno tutti i video caricati sul proprio portale? Impossibile: come si può controllare un sistema dove ogni minuto vengono caricate 20 ore di video? Allora bene fa Wired a vedere in quest’azione le basi per la solidificazione di un atteggiamento sempre più censorio. “Le accuse criminali sui funzionari di Google formulate dalla corte italiana sul video inviato da un utente di Google sono insensate in ogni loro bit, così come le descrivono i commentatori in tutto il mondo”, apre Forbes, che sottotitola esternando una piccola speranza: “non tutte le legiferazioni sul Web saranno così sciocche”.

E cosa dire della frustata di Business Week? “Il crimine italiano di Google spiega perché l’Italia è in ritardo”, apre il sito. E cita le parole di Eric Goldman, docente di legge all’Università di Santa Clara in California: “Se quella fosse stata la legge negli USA, avrebbe probabilmente ucciso eBay, YouTube, Facebook e il resto dei siti simili prima ancora di nascere”. Un legiferare, continua Business Week, che visto da prospettiva americana risulta del tutto folle, dove solo le differenze culturali tra i due paesi possono spiegare punti di vista così diversi.

Se non fosse chiaro, con questo giro di parole Business Week ha dato all’Italia dell’ignorante, del paese culturalmente arretrato. Bella figura, per la patria di Dante e del Diritto Romano.

Si può chiudere con un editoriale del Los Angeles Times, che dopo aver riassunto i fatti fa notare che “nell’accusare i dirigenti Google di violazione della privacy con un video che essi non hanno né prodotto né caricato online, il giudice Magi ha indebolito il messaggio che i querelanti avevano indirizzato ai giovani realmente responsabili dell’atto. La lezione giusta avrebbe dovuto essere che Internet dà alla gente un grande potere e chi ne abusa se ne deve assumere la responsabilità. Tutta la responsabilità”.

Ma ormai è tardi. La figuraccia l’Italia l’ha fatta, per l’ennesima volta, dimostrando al mondo come il suo sistema legislativo sia nient’altro che una leva al servizio e vantaggio di pochi, strumentale, strumentalizzata e strumentalizzabile come non mai, addomesticabile alle esigenze di chi ha il potere di decidere chi deve vincere e chi no. Sono i fatti a dimostrarlo e gli avvocati a deciderlo, prima ancora di un reale convincimento di una concreta colpevolezza ragionevolmente affiancabile all’orientamento generale della Giurisprudenza .

Ora bisogna solo vedere se Google, il gigante di Mountain View, manterrà la promessa di un appello vigoroso. E se lo farà – com’è più che lecito attendersi – lo farà con la potenza finanziaria di un gigante quale è, un colosso economico che, se vuole, può anteporre a sé tanti di quegli avvocati superpreparati che trascinare l’Italia davanti alla Corte Europea e farla prendere a frustate, per l’ennesima volta, sarà just a piece of cake (espressione figurata: sta per facilissimo).

Continuando di questo passo – figuracce a parte – cosa resterà in Italia di Internet? Nulla. Resterà un canale di mero trasporto dati, settorializzato, dove ciò che si paga a parte passa e ciò che non si paga a parte resta in fila,  su cui prolificheranno sempre più le Darknet, sempre più cifrate e sempre più circoscritte. Almeno fin quando non si impedirà per legge di far transitare in Rete informazioni cifrate.

Dopodiché, il gemellaggio con la Cina può considerarsi completato, forse anche superato.

Marco Valerio Principato

Fonte: http://nbtimes.it/prime/5098/la-condanna-di-google-e-le-figuracce-dellitalia.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it

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