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ACTA: domande e risposte

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 24 febbraio 2010
Grazie all’ultimo documento trapelato, riguardante il capitolo dedicato a Internet, siamo in grado di proporvi una dettagliata FAQ (Frequently Asked Questions) su ACTA in collaborazione con numerose organizzazioni non governative, in particolare EDRi, EFF, FFII e ScambioEtico.
English readers click here.

ACTA: CAPITOLO SULL’ENFORCEMENT DIGITALE TRAPELATO

Frequently Asked Questions

1. ACTA riguarda solo la contraffazione?
2. Che cos’è questo documento?
3. Questo capitolo riguarda la contraffazione?
4. Questo capitolo include i 3-strikes per la disconnessione da Internet degli utenti?
5. La proposta tenta di imporre il “notice and takedown” sullo stile del DMCA globalmente?
6. Quali sono i pericoli di rendere terze parti responsabili delle violazioni della proprietà intellettuale?
7. Misure di protezione tecnica in stile DMCA e interoperabilità
8. Il capitolo Internet include misure penali?
9. La Commissione Europea non aveva promesso che non ci sarebbero stati 3-strikes?
10. La Commissione Europea sta rispettando gli obblighi, sotto il suo mandato di negoziazione, di non andare oltre il vigente quadro legislativo dell’Unione?
11. Se l’UE si conforma all’acquis, non stiamo semplicemente esportando un modello regolatorio di
successo?
12. Come si inquadrano queste proposte con il ruolo dell’UE nel promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo?

1. L’Accordo Commerciale Anticontraffazione (ACTA) riguarda solo la contraffazione?

No. La contraffazione coinvolge la produzione di beni falsi che fraudolentemente traggono profitto dai marchi commerciali e che danneggiano la fiducia dei consumatori. ACTA contiene disposizioni che rafforzano la repressione dei beni contraffatti, ma copre anche uno spettro molto più ampio di temi, incluse sanzioni obbligatorie per violazioni del copyright a scopo non commerciale, la regolamentazione mondiale di Internet e il commercio globale di farmaci generici.

2. Che cos’è questo documento?

Si tratta del Capitolo sulla repressione nell’ambiente digitale (Digital Enforcement Chapter), per la precisione la sezione 4 del capitolo 2, il capitolo dell’accordo che si focalizza nello stabilire norme globali per la legge di proprietà intellettuale. I negoziatori hanno dichiarato che ACTA avrà sei capitoli: (1) Disposizioni iniziali e definizioni; (2) quadro legale per l’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale comprendente imposizione civile, misure di frontiera, imposizione penale e imposizione dei diritti di proprietà intellettuale nell’ambiente digitale; (3) Cooperazione internazionale; (4) Pratiche di imposizione; (5) Accordi legali; (6) Disposizioni finali.

3. Questo capitolo riguarda la contraffazione?

No. Questo capitolo riguarda principalmente le violazioni del copyright. Sebbene non sia chiaro in questo documento se le violazioni non commerciali vi siano incluse, le disposizioni della precedente sezione sulle Misure di Frontiera hanno fatto capire che la definizione di contraffazione cambierà le attuali norme internazionali,espandendone portata oltre il perseguimento delle associazioni criminali che spacciano beni che sarebbero, secondo le dichiarazioni, obiettivo di questo accordo. Questo capitolo si indirizza agli utenti di Internet e copre le attività non commerciali sulle reti digitali, non i falsari.

4. Questo capitolo di ACTA include l’approccio “3-strikes” per la disconnessione da Internet dei presunti trasgressori del copyright?

Sì. La nota 6 mostra che i negoziatori americani richiedono che gli ISP adottino politiche di disconnessione “3-strikes” contro propri clienti al fine di poter godere dello status di mere conduit o delle limitazioni della responsabilità per le violazioni del copyright. Al fine di evitare o limitare la propria responsabilità, gli ISP vorranno prendere vantaggio dei “safe harbours” e quindi si sentiranno obbligati ad adottare politiche di disconnessione 3-strikes. Pertanto, sebbene ACTA non obblighi i paesi sottoscrittori ad approvare legislazioni 3-strikes, i 3-strikes diventerebbero la nuova regola globale tramite la creazione di potenti incentivi per gli ISP verso l’adozione di tali misure. Tutto ciò aggirerebbe le barriere democratiche che devono essere affrontate dai sistemi 3-strikes in uno stato di diritto.

5. La proposta tenta di imporre il “notice and takedown” sullo stile del DMCA globalmente?

Sì. Questo capitolo richiederebbe ai paesi ACTA di adottare un regime “notice and takedown” a livello globale basato sul Digital Millennium Copyright Act americano. Lo si evince chiaramente dalla sezione 3.b.2 del documento che descrive il processo di invio e ricezione delle richieste di rimozione. Lo sbilanciamento del potere fra i detentori del copyright e gli utenti Internet sotto il regime americano ha mostrato la propria vulnerabilità alla censura, da parte di attori privati, di commenti critici e discorsi politici, come documentato dal progetto Chilling Effect (http://www.chillingeffects.org/weather.cgi?archive=all ) e dalla Takedown Hall of Fame della EFF (http://www.eff.org/takedowns).

In mancanza di sostanziali protezioni dei consumatori e di salvaguardie ed incentivi per gli ISP per la protezione dei propri clienti, si abuserà degli schemi “notice and takedown” e il risultato sarà l’ingiusta rimozione del contenuto degli utenti da Internet. Per queste ragioni, alcuni paesi come il Canada, hanno in precedenza deciso di introdurre il sistema “notice-notice” (v. http://www.michaelgeist.ca/content/view/1705/125/). ACTA rovescerebbe quella decisione e restringerebbe il numero di opzioni disponibili per gli stati.

6. Quali sono i pericoli di rendere le terze parti responsabili delle violazioni della proprietà intellettuale?

Il capitolo trapelato di ACTA concernente l’imposizione nell’ambiente digitale richiede agli Stati di imporre la responsabilità di terze parti senza definire le circostanze che farebbero scattare tale responsabilità. Le spiegazioni fornite alla nota 1 rendono evidente che si chiederà agli Stati di armonizzarsi alla responsabilità secondaria dello standard americano. Lo standard di “incitamento” nella nota 1 viene dalla decisione del 2005 della Corte Suprema nel caso MGM et al v. Grokster et al. Il principio soggiacente il concetto di “violazione concomitante” varia sostanzialmente da paese a paese. Non c’è un accordo internazionale sullo standard che si dovrebbe applicare. Quindi, alcuni dei termini usati nella nota 1, per esempio “indurre”, non hanno un chiaro significato a livello internazionale o in gran parte dei Paesi Membri ed è pertanto dubbio anche se le disposizioni nazionali sul “favoreggiamento delle violazioni” possano soddisfare lo standard proposto.

L’Unione Europea recepisce le proposte attuali come base di un’armonizzazione minima concernente il tema di quello che si chiama in alcuni Paesi Membri “favoreggiamento alla violazione del copyright”. Questo concetto non esiste nel corpo delle leggi dell’Unione (il cosiddetto acquis communautaire) e nella legge di numerosi Paesi Membri. Come tale, l’utilizzo di questo termine dovrebbe essere evitato e la sua inclusione è una chiara violazione del mandato di negoziazione, che non permette alla Commissione di andare oltre l’acquis. Questa è la situazione, indipendentemente da qualsiasi testo che possa o non possa essere aggiunto all’acquis in futuro nei confronti di “incitamento, favoreggiamento e ausilio”. La situazione è resa più oscura dalla definizione di “fornitore di servizi online” o “provider”. La definizione proposta elenca numerose attività come fattori determinanti. La terminologia non è molto chiara. Per esempio, qual è l’estensione della “fornitura di connessione”: si intende coprire tutte le reti? Si copre solo il digitale online? Perché è necessario che l’utente specifichi i punti? I cambiamenti nella tecnologia possono rendere la definizione vuota. Inoltre, siccome la definizione non è in linea con l’approccio dell’UE, sarebbe necessario un cambiamento all’acquis dell’Unione. Tutta questa mancanza di chiarezza metterebbe gli intermediari online in una posizione difficile, per la quale controlli estesi e sorveglianza del network sarebbero l’opzione più sicura per proteggersi dalla responsabilità.

7. Misure di protezione tecnica in stile DMCA e interoperabilità

Il capitolo trapelato richiede alle Parti di fornire “misure civili, così come sanzioni penali, per l’aggiramento di misure tecnologiche effettive”. L’articolo 11 del Trattato sul Copyright WIPO (WCT) e l’articolo 18 del Trattato WIPO sulle esecuzioni e i fonogrammi (WPPT) stabilisce che “le parti contrattuali forniranno adeguata protezione legale ed effettivi rimedi legali” senza tuttavia specificare in cosa questa protezione debba consistere. Inoltre, l’Articolo 6 della Direttiva sul Copyright nella Società dell’Informazione (CISD) si riferisce puramente alla “adeguata protezione legale” contro l’aggiramento e tutti gli atti preparatori. Tale disposizione della CISD lascia considerevole discrezione agli Stati Membri in merito a come implementare quest’obbligo. Pertanto il paragrafo 4 proposto va chiaramente oltre l’attuale acquis dell’Unione. La proposta richiede che la protezione contro l’aggiramento delle misure tecnologiche si applichi anche alle misure tecnologiche che proteggono solamente l’”accesso” a un’opera.

Il WCT, il WPPT e l’articolo 6(3) della CISD non chiedono alle parti e agli Stati Membri di adottare protezioni per le misure tecniche che vanno oltre gli atti di riproduzione e di disponibilità al pubblico. Il paragrafo proposto e le note di accompagnamento possono richiedere che le Parti forniscano protezione anche per azioni o misure non rilevanti per il copyright. Un esempio di tali misure sono i cosiddetti “blocchi regionali”, cioè una misura che impedisce che un DVD comprato in un paese o in una regione (per es. USA) possa essere riprodotto nei lettori DVD in altri paesi o regioni.

Si dovrebbe render chiaro che si dovrebbe solamente proteggere il TPM che limita gli atti connessi alla portata dei diritti esclusivi (autorizzati dal detentore). La nota 8 appare essere mirata a regolamentare i problemi di “interoperabilità”, cioè la possibilità dei consumatori di riprodurre, per esempio, la musica che hanno scaricato legalmente su lettori diversi come un iPhone o il Microsoft Media Player. La nota 8 è basata sulla sezione 1201(c)(3) dello statuto sul copyright degli Stati Uniti. Questa disposizione – chiamata disposizione di “non obbligo” – stabilisce che nulla nella legge americana sul TPM richieda che il design e/o la selezione di parti e componenti per prodotti di elettronica di consumo, telecomunicazioni o computer, debba rispondere ad un particolare TPM, fintanto che la parte o la componente o il prodotto non sia altrimenti proibito a causa del divieto di aggiramento delle protezioni per le periferiche.

La disposizione era finalizzata a proteggere gli innovatori della tecnologia dai tentativi dei detentori del copyright di imporre il controllo su una tecnologia che interagisce con le opere protette da copyright. Senza tale disposizione, il divieto del DMCA sulle periferiche di aggiramento potrebbe essere usato dai detentori del copyright per proibire tecnologia che non sia stata progettata per rispondere a particolari TPM successivamente aggiunti alle opere, o di richiedere alle case produttrici di progettare tecnologie per interagire con le opere di un particolare detentore dei diritti, danneggiando l’innovazione tecnologica. Sebbene possa essere inteso per proteggere l’innovazione, il testo non richiede alle Parti di assicurarsi che l’interoperabilità debba essere raggiunta.

Come risultato, esso può essere non consistente con la legge europea, e darebbe ai consumatori europei meno protezione di quanto essi abbiano ora. Il considerando 48 della CISD è diretto all’interoperabilità. Tuttavia utilizza le parole “implica nessuna obbligazione”, cosa che può essere interpretata più ampiamente della nota 8. Inoltre, la nota 8 sembra contraddire il considerando 53 della CISD, che può essere letto come imposizione affermativa di un obbligo. Esso stabilisce che “La compatibilità e l’interoperabilità di sistemi diversi dovrebbero essere incoraggiate”.

8. Il capitolo Internet include misure penali?

Si, la proposta richiederebbe agli stati di adottare misure penali, che sono fuori dal corpo legislativo armonizzato dell’Unione. La lettura congiunta alle disposizioni sulle misure penali rese pubbliche in precedenza nei negoziati ACTA fa emergere molte preoccupazioni sull’incremento della criminalizzazione delle attività online. Senza robusti principi di proporzionalità e con insufficiente considerazione delle libertà civili e delle protezioni dei diritti umani, ACTA è una minaccia al normale comportamento in Internet. L’inefficace strategia di deterrenza senza equilibrio mina la legittimità della legge.

ACTA e l’Unione Europea

9. La Commissione Europea non aveva promesso che non ci sarebbero stati 3-strikes?

In risposta all’interrogazione parlamentare E-6094/2009 dell’europarlamentare Christian Engström, la Commissione Europea ha risposto che “ACTA non dovrebbe contenere misure che limitino l’accesso degli utenti finali a Internet che non siano appropriate, proporzionate e necessarie all’interno di una società democratica e senza una procedura preventiva, equa ed imparziale”. Anche senza l’ammissione della nota 6 che mostra che in ACTA viene proposto l’esatto contrario, è chiaro che imporre responsabilità sui fornitori di accesso a Internet probabilmente porterà a tali restrizioni. Qualsiasi significativo livello di responsabilità per gli ISP incluso nella bozza finale sarà in ovvia contraddizione con lo spirito, se non con la lettera, del Pacchetto Telecom recentemente adottato dall’Unione.

In risposta alla stessa interrogazione, la Commissione ha inoltre dichiarato che “è opinione della Commissione che ACTA riguardi la contrapposizione ad attività illegali su vasta scala”. Non c’è tentativo (né è chiaro quale tentativo sia possibile) che la responsabilità degli ISP sia ristretta a tali attività. A meno che sia intenzione della Commissione rigettare qualsiasi testo significativo sulla responsabilità degli ISP, la risposta della Commissione è fuorviante.

10. La Commissione Europea sta rispettando gli obblighi, in accordo al suo mandato di negoziazione, di non andare oltre il vigente corpo legislativo dell’Unione?

a: La proposta rispetta la Direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE)?
No. Se adottato, questo capitolo ribalterebbe completamente la Direttiva sul commercio elettronico. In accordo alla Direttiva, gli intermediari non possono essere considerati responsabili delle violazioni di legge che accadono sulle loro reti se possono mostrare di aver intrapreso un certo livello di diligenza. Il capitolo ACTA proposto rovescia la questione, richiedendo che la responsabilità di terze parti sia imposta per le violazioni che si presume siano avvenute a meno che non siano rispettate circostanze diverse da quelle descritte dalla Direttiva. Il capitolo impatta anche la portata della Direttiva sul commercio elettronico. Siccome la Direttiva implica che l’UE abbia una misura orizzontale (che copre tutte le forme di contenuti illegali), l’attuale testo ACTA sfiderebbe l’UE con un insieme di criteri per gestire la responsabilità degli intermediari nel contesto dell’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale, lasciando i criteri dell’esistente Direttiva indirizzati verso violazioni non correlate alla proprietà intellettuale. Questa confusione viene rinforzata da ACTA con una definizione di intermediario diversa da quella usata nella Direttiva sul commercio elettronico. L’UE si basa sul temine “fornitore di servizi online” come definito nella direttiva 98/34/CE emendata dalla Direttiva 98/48/CE.

Non è chiaro cosa possa significare un “nota legalmente sufficiente di presunta violazione”, sebbene appaia riferirsi a un sistema di “notice-and-takedown” come codificato nel DMCA. Il sistema notice-and-takedown non è una condizione per mantenere lo stato di mere conduit per gli ISP e/o per gli host secondo la 2000/31/EC. Gli unici mezzi per “impedire una (presunta) violazione” come proposti dal testo corrente concernente le attività di mere conduit sarebbero un obbligo di monitoraggio di tutto il traffico al fine di impedire che certi (o certi tipi) di contenuti possano passare. Non è chiaro se questo sia un obbligo generale di sorveglianza (perché tutto il traffico sarebbe monitorato) o meno (perché si monitorerebbe traffico specifico).

b: La proposta rispetta la Direttiva sull’imposizione della proprietà intellettuale (IPRED, 2004/48/CE)?
No. Il paragrafo sugli “Obblighi generali” stabilisce che le procedure di enforcement siano “efficaci” e che i rimedi siano “celeri” e debbano “costituire un deterrente per future violazioni”. Questa formulazione appare essere basata sull’articolo 41 degli accordi TRIPs (Trade-Related Aspects of IPR), l’articolo 14 del Trattato sul Copyright WIPO (WCT) (parte finale della disposizione) e l’articolo 3 della Direttiva 2004/48/CE. Tuttavia, al contrario di queste ultime disposizioni, la proposta ACTA non stabilisce che le procedure debbano essere eque, giuste e/o proporzionate in relazione a, per esempio, un presunto trasgressore. Contro questo quadro, è discutibile che il paragrafo proposto sia coerente con TRIP e IPRED.

Il ruolo dell’Europa nel mondo

11. Se l’UE si conforma all’acquis, non stiamo semplicemente esportando un modello regolatorio di successo?

La legislazione europea è già stirata al limite con i detentori dei diritti che saccheggiano i servizi peer to peer per la raccolta e il processamento non autorizzato di dati personali degli utenti privati e ISP che in alcuni paesi processano ulteriormente (anche senza autorizzazione) quei dati per inviare lettere ai consumatori accusandoli (spesso erroneamente) di violazioni della proprietà intellettuale. La legalità di tali attività non è mai stata valutata definitivamente. Per quanto brutta questa situazione possa essere nell’UE, i diritti dei consumatori al di fuori dell’Unione che non hanno le protezioni offerte dalle Direttive sulla protezione dei dati dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani sarebbero seriamente danneggiati importando obblighi dall’acquis dell’UE senza le corrispondenti protezioni. La formulazione della Direttiva sul commercio elettronico sul “disabilitare l’accesso” a materiale illegale (che appare anche nel DMCA) crea inoltre seri rischi per i diritti fondamentali. Con paesi come  l’Italia (fra gli altri) che ignorano la reale intenzione del testo, espandendone l’utilizzo nei servizi “mere conduit” e richiedendo il blocco di un numero sempre crescente di siti web, questo modello potrebbe essere usato con effetti anche più devastanti in paesi con sistemi legali diversi e differenti livelli di sviluppo. Il testo ACTA, in maniera simile, va oltre la Direttiva sul commercio elettronico riferendosi alla “disabilitazione dell’accesso” in relazione ad attività di mere conduit. La professoressa Annette Kur, del Max Planck Institute di Monaco, ha sottolineato in una presentazione nel dicembre 2009 che “Esportare lo stile di enforcement della legislazione dell’UE a partner commerciali stranieri è un scopo (non) ufficiale della politica dell’Unione“, e ha aggiunto “Se e quando la legislazione è (parzialmente) difettosa, l’esportazione non è una opzione consigliabile”. Se esportiamo legislazione difettosa, l’accordo sarà vincolante, e i paesi ACTA saranno impossibilitati a intraprendere riforme legali interne.

12. Come si inquadrano queste proposte con il ruolo dell’UE nel promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo?

Il sito web delle relazioni esterne dell’UE proclama gli scopi e le basi legali del lavoro dell’UE nel promuovere i diritti umani, le libertà fondamentali e lo stato di diritto nel mondo
(http://ec.europa.eu/external_relations/human_rights/index_en.htm)

L’attuale testo ACTA:
a. Mira (come provato dalla nota 6) a soluzioni extra-giudiziali imposte dall’industria (cioè fuori dallo stato di diritto)
b. Promuove un sistema di stile americano “notice and takedown” che è stato duramente criticato in relazione alla libertà di espressione, minacciando pertanto le libertà fondamentali.
c. Cerca di esportare misure dall’UE e dagli USA, dove è presente la legislazione che mitiga il loro impatto sui diritti fondamentali, ad altri paesi e regioni dove questo non è sempre vero. Questo è direttamente e ovviamente contrario agli obblighi dell’UE di promuovere i diritti umani all’estero.

Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5435
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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