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SIAE, cellulari, tasse e Altroconsumo

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 16 febbraio 2010

In breve:
Altroconsumo infila il dito nella piaga sulla questione Equo Compenso. La SIAE, dal canto suo, lascia sul proprio sito un pezzo alquanto “acido”, di cui alcune parti sembrano davvero imperdonabili.

Roma – “Compri il cellulare, paghi la SIAE”. Così titola Altroconsumo, che presenta un nuovo articolo-denuncia con tanto di video-inchiesta (riportato in fondo), in cui intervista sia la gente comune che un responsabile di un punto vendita.

Dall’inchiesta di Altroconsumo emergono, da un lato, fattori allarmanti circa la preparazione delle persone, dall’altro preoccupanti scenari per il futuro. Alla prima persona intervistata è stato chiesto: “Lei sa cos’è la SIAE?” e la risposta è stata “no”. Dalla seconda persona è giunta una risposta vaga: “… una specie di tassa, da pagare, però per la musica”.

Agli intervistati è stato poi chiesto se utilizzano o meno il cellulare per ascoltare musica: la maggior parte delle persone ha risposto di no. Quando è stato chiesto se fosse giusto pagare un compenso SIAE su apparecchi che “non c’entrano niente con la musica”, uno straniero ha risposto in modo evasivo, ma la ragazza intervistata subito dopo ha pronunciato l’amara verità: “Mah, visto che nessuno compra più CD, devono guadagnare da qualche parte”.

Ed è tristemente vero. Il commercio dei CD musicali è in pessime acque. Non perché non ci siano contenuti o perché la gente non ascolti musica: l’unico motivo è il prezzo. In un’epoca in cui un lettore MP3 portatile con 2 Gigabyte di memoria, per quanto di pessima qualità possa essere, costa poco meno di € 19,00 non ci vuole molto a capire che un CD originale venduto all’incirca allo stesso prezzo è assolutamente fuori mercato, lo acquisterebbero solo gli appassionati puristi.

Dall’inchiesta si rileva anche che i giovani sono ben consci dell’iniquità di principio, in quanto una imposta di tal genere va a gravare anche in quei casi in cui i contenuti non sono né musica, né video ma proprie produzioni.

Gli esercenti – nell’inchiesta è stato intervistato il direttore del punto vendita di Darty a Milano Bicocca – anche se all’inizio potranno essere propensi ad “assorbire” il sovrapprezzo per non spaventare la clientela, prima o poi riverseranno il carico dell’imposta sui clienti, con le facilmente immaginabili flessioni commerciali.

L’inchiesta si conclude ricordando che già oggi, in Italia, i consumatori pagano oltre 70 milioni di euro su CD e DVD vergini, hard disk e altri supporti. Nell’articolo online, invece, si ricorda che l’estensione dell’Equo compenso a tutti i supporti e apparecchi in grado di memorizzare porterebbe nelle casse della SIAE non più 70 milioni ma circa 250 milioni di euro.

Non si può fare a meno di esaminare, in tutto questo, la posizione della SIAE che, sul suo sito, titola definendo il dibattito sulla questione come “le mistificazioni dell’economia canaglia”.

Oggettivamente è difficile essere d’accordo con la Società Italiana degli Autori ed Editori. Essa parla di mistificazioni e bugie, portando a prova della propria tesi argomenti artatamente privati degli opportuni riferimenti. Dice SIAE:

“Insomma, sembrerebbe che i consumatori e chi dice di rappresentarli trovino giusto pagare 200 euro un iPod o 700 un iPhone e ingiusto pagare un compenso che serve a risarcire un lavoro prestato, utilizzato e non remunerato. Peraltro, all’estero le tariffe per la copia privata sono state aggiornate da anni e ciò nonostante il prezzo di vendita degli apparecchi è di gran lunga inferiore al nostro e perfino negli USA, dove la copia privata non esiste, un iPhone costa solo 199 $“.

Partendo dal basso: SIAE omette di ricordare che un iPhone negli USA costa 199 dollari a condizione di acquistarlo con tanto di operator lock e contratto di abbonamento con clausola di recesso (qui l’esempio di AT&T). E omette di ricordare che la medesima situazione si riscontra anche in Italia (esempio Vodafone).

Quanto al “lavoro prestato, utilizzato e non remunerato”, come si dice nella Capitale, l’affermazione ha tutto l’aspetto di un processo alle intenzioni. Pagare è giusto, ma sarebbe altrettanto giusto non pagare, come ha chiarito la ragazza intervistata da Altroconsumo, qualora i contenuti siano effettivamente estranei alla questione de quo.

Ci sarebbe poi un altro passaggio, precedente, sul quale non è facile sorvolare. SIAE dice:

“È molto curioso che non venga messo in discussione il profitto dei produttori e importatori di apparecchi e ci si scagli contro il risarcimento (non il profitto) dei creatori delle opere protette. Ed è ancora più curioso che a farlo non siano solo i suddetti produttori e importatori, ma sedicenti associazioni di consumatori, politici e pensatori vari in libertà, che immagineremmo più volentieri impegnati a valutare l’equità del rapporto tra costo di produzione e prezzo al pubblico dei prodotti informatici“.

Ancora una volta, parlare di risarcimento presuppone il dare per scontato che il danno sia stato già cagionato a priori, visto lo scenario e la dinamica attraverso i quali lo si fa gravare sui consumatori. In linea di principio sarebbe molto più logico applicare la presunzione d’innocenza, lasciando – come da sani principi giuridici – all’accusatore l’onere di dimostrare la colpevolezza dell’accusato.

Non si comprende, poi, per quale motivo SIAE si conceda l’arbitrio di appellare genericamente le associazioni di consumatori “sedicenti”: definirle tali, come da etimologia di quella parola, significa affermare che quelle associazioni che a SIAE si sono contrapposte si sarebbero auto-attribuite quel ruolo, come se nessuno glielo avesse ufficialmente riconosciuto.

Infine, quanto all’equità del rapporto tra costo di produzione e prezzo al pubblico, a personale avviso di chi scrive la SIAE bene farebbe a tenersi al di fuori di argomenti che non gli competono, come quelli relativi ai prodotti informatici e sedersi, invece, attorno a un tavolo per valutare dove risieda, a proposito di catene di profitto, l’assolutamente ingiustificabile attuale costo di un CD musicale che, salvo offerte, come spiegato sopra è di fatto assolutamente fuori mercato ed è la sola, principale causa del crollo delle vendite e del prolificare della pirateria musicale.

Dunque, forse è il caso di rivalutare attentamente gli scenari. Perché oggi, nell’era di Internet, le cose si sanno. Molto più di una volta.

Marco Valerio Principato

http://www.youtube.com/watch?v=hDoJxhrPH28

Fonte: http://nbtimes.it/opinioni/4967/siae-cellulari-tasse-e-altroconsumo.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it

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