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Internet, l’Italia e il rischio cinese…

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 16 febbraio 2010

Le nuove norme contro i provider faranno del nostro paese un “regime telematico”…

La censura è arrivata senza fanfara. Un semplice fax, inviato dalla Guardia di finanza a tutti i provider nazionali, e nel pomeriggio di martedì gli utenti Internet del nostro paese hanno visto scomparire dalla Rete una delle 100 destinazioni più popolari del mondo virtuale. Si tratta di The Pirate Bay (la baia dei pirati), il celeberrimo motore di ricerca per file torrent, balzato l’anno scorso agli onori delle cronache internazionali, quando i suoi gestori sono finiti sotto processo in Svezia, e sono stati infine condannati, per favoreggiamento della violazione del copyright.

Mele marce che era giusto e necessario epurare dal web? Agli occhi degli esperti di diritto applicato all’informatica la situazione è più complicata. Anzi, le presunte colpe dei gestori della Baia (che per la legge italiana sono oggetto di un’indagine preliminare, mai rinviati a giudizio, ne tantomeno condannati) sono per loro assolutamente irrilevanti. Quello che li preoccupa assai   è invece che la Cassazione, dopo quasi due anni di scaramucce legali, abbia sancito con questo caso che è legittimo “oscurare” un sito web per mero sospetto di reato. Le ripercussioni non dovrebbero essere difficili da immaginare: da questo momento in poi, qualsiasi editore online che abbia la sventura di lavorare in Italia sarà consapevole che se riceve una denuncia, per quanto infondata, correrà il rischio di   una cancellazione preventiva di tutto il suo sito. E se il sito in questione fosse problematico da sequestrare? Magari perché si trova all’estero? La Cassazione ha deciso che è legittimo imporre un’inibizione d’uso, ordinando a una parte terza, completamente estranea al contenzioso (i provider, appunto), di impedirne l’accesso da parte della sua clientela. Questa modalità di blocco preventivo è una novità unica nel mondo occidentale. Ma è purtroppo ben nota a chi vive nei paesi totalitari: è la stessa procedura tecnica usata in Cina o in Iran per far sparire dal web i siti sgraditi a chi stà al potere.

Se continua così temo dovremo cambiare tutti mestiere”: Paolo Nuti, presidente dell’Aiip (Associazione Italiana Internet Provider) e pioniere del web nel nostro paese, parla con la calma e la precisione di un ingegnere. Come tanti imprenditori impegnati ad offrire connettività e servizi in rete, si sente schiacciato fra l’incudine e il martello: “Governo e magistratura ci stanno chiedendo qualcosa di sbagliato, perché è tecnicamente impossibile”. Nuti si riferisce a tutta quell’ondata di azioni legali, proposte di legge e decreti ministeriali che ormai da settimane sta tartassando il business della rete. C’è la denuncia della Fapav (Federazione Anti Pirateria Audiovisiva) contro Telecom Italia, dove si chiede non solo che l’azienda telefonica blocchi l’accesso a una dozzina di indirizzi internet in odore di favoreggiamento della pirateria, ma che si prenda carico anche di identificare e denunciare i clienti che fanno downloading.
C’è il procedimento intentato da Mediaset contro YouTube, per gli spezzoni del Grande Fratello, che secondo il tribunale di Milano non è sufficiente cancellare su segnalazione, ma che il porta-le video di Google dovrebbe impedire agli utenti di caricare a priori. E ora c’è il nuovo provvedimento di oscuramento, che ordina agli internet provider di bloccare l’accesso a The Pirate Bay dall’Italia.
Al fuoco concentrico degli avvocati delle major del copyright, si aggiunge poi la pressione normativa che arriva dal governo.   Prima, con il cosiddetto decreto Bondi, ha pensato bene di istituire una bella tassa a favore della Siae su tutti i tipi di memoria digitale (con conseguente aumento dei prezzi di computer, telefonini, pennette Usb, macchine fotografiche, ecc.). E poi ha rincarato la dose, con l’ormai famigerato decreto Romani, un provvedimento che pretende fra l’altro di imporre a chi pubblica video online le stesse regole di autorizzazione ministeriale e rettifica dei network tv.

Cosa alimenta questo turbinio d’iniziative?
Siamo di fronte al tentativo – spiega Nuti – di spostare la responsabilità di eventuali illeciti in rete da chi li commette ai provider e ai fornitori di piattaforme Web 2.0. In un certo senso ci viene chiesto di ridiventare dei direttori di giornali, vagliando cosa si può pubblicare in   rete e cosa no. Ma ciò non è più possibile senza riportare il mondo indietro di anni. Perché su internet non c’è filtro automatico che non possa essere aggirato. E non è possibile visionare tutto a priori.” Simona Panseri, portavoce di Google in Italia, offre un esempio lampante: “Ogni minuto del giorno gli utenti di YouTube caricano sul sito 20 ore di video”. Chi mai potrebbe quindi controllare in anticipo che in questo tsunami di immagini non ci sia uno spezzone che offende, diffama, infrange il diritto d’autore o qualche altra norma legale? Panseri spiega che il gigante americano ha sviluppato strumenti per intervenire rapidamente nell’unico modo realistico, ovvero appena un illecito viene segnalato dalle autorità o dai detentori dei diritti. Questa è una prassi consolidata in tutti i paesi avanzati, che in base al principio del “notice and take down” (notifica e cancella), sancito anche dalle direttive Ue, protegge i fornitori di connettività e di servizi dalla responsabilità per come gli utenti usano i loro prodotti.

E perché mai l’Italia rema contro corrente?
Per quale motivo al nostro governo, e almeno a parte della magistratura, pare sfuggire che bastonare i provider è un po’ come perseguire i produttori d’auto, sperando di ridurre così il numero degli automobilisti che superano i limiti di velocità?
Nuti avanza il sospetto che prendersela con gli imprenditori della new economy sia un modo per non andare a pestare i calli alle decine di milioni di blogger e di downloader che anche in Italia si sono impossessati della rete e la usano a modo loro. “Questo dimostra un’incapacità di capire che con internet l’intelligenza non sta più nell’infrastruttura di trasporto dei dati, quella gestita dai provider – dice ancora – ma s’è spostata invece sui nodi terminali, sui computer degli utenti”.
Secondo gli esperti di settore, accollare per legge ai fornitori di servizi digitali un ruolo censorio avrà quindi effetti irrilevanti sulla pirateria, visto che i protocolli di rete sono altamente flessibili, e non è davvero possibile impedire una comunicazione diretta fra utenti.
Eppure, proprio perché   questa è una “mission impossible”, un obbligo che i provider non potranno mai soddisfare, il risultato sarà un clima d’incertezza giuridica, di esposizione al rischio e ricatto di continue cause legali, tale da congelare investimenti e attività. È il rischio paventato dall’Asstel, l’associazione di categoria dei gestori telefonici (un organo della Confindustria che è difficile immaginare possa nutrire simpatie piratesche), durante l’audizione parlamentare sul decreto Romani: “L’effetto finale, sotto il profilo economico, consisterebbe nella creazione di distorsioni competitive a danno delle imprese nazionali”. E il direttore generale di Tiscali Italia, Luca Scano: “Non è accettabile che per porre rimedio a dei comportamenti illegittimi si colpisca nel mucchio, penalizzando proprio chi fruisce dei servizi in modo legittimo”. Il settimanale americano Time, in un servizio dedicato a questo pasticcio italiano, ha fatto un parallelo con la Cina, il paese dove Google sta considerando di cessare ogni attività in loco.
Che è come dire: Facebook, MySpace, YouTube, Flickr possono benissimo continuare a prosperare operando oltre confine. Ordini di oscuramento e decreti ministeriali non fermeranno certo i ragazzini dall’usare la rete. Gli unici a soffrire saranno quegli imprenditori che potrebbero invece contribuire a stimolare l’innovazione tecnologica, a colmare il digital divide, ad aumentare la competitività del sistema Italia. Viene da chiedersi: non sarà proprio questo l’obiettivo? Rallentare l’avanzata del nuovo? Gettare sabbia negli ingranaggi della new economy? E che dietro lo spauracchio pirata c’è una svolta nei rapporti di potere che terrorizza i vecchi monopoli? (IL Fatto Quotidiano)

Fonte: http://masaghepensu.splinder.com/post/22244932/Internet%2C+l%E2%80%99Italia+e+il+risc

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