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La leggerezza del software, la poesia e il fair use

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 23 febbraio 2011
Pubblicato il20 febbraio 2011 dadonatonitti

Nell’estate del 1985 Italo Calvino, in una delle sue Lezioni americane, scriveva una pagina meravigliosa sul software e la sua leggerezza.

E’ vero che il software non potrebbe  esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza  del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno  e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si  evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda  rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini  schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i  bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma  d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso” (Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Oscar Mondadori, 1993, pag. 12).

Io posso trascrivere questo brano, perchè il primo comma dell’art. 70 della Legge 633/1941 dice che “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti   di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso   di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché   non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”.

Potrei citare una brano anche più lungo, e anche di più pagine, mentre non posso trascrivere una poesia di Wisława Szymborska di mezza pagina, perché non è un brano o parte di opera ma un’opera intera.

Negli Stati Uniti, probabilmente, la situazione sarebbe diversa (ma forse non potrei comunque trascrivere le mie poesie preferite), perché le eccezioni e limitazioni, disciplinate nell’UE dall’art. 5 della Direttiva 2001/29 e dalle norme nazionali di attuazione, sono regolate dalla fair use doctrine, sviluppata dalla giurisprudenza e codificata nella Sect. 107 dello U.S. Code (17 U.S.C. 107).

In breve, il fair use è la facoltà di usare opere protette da copyright senza il permesso del titolare, quando ricorrono alcune condizioni. Questi quattro fattori(lo scopo e il carattere dell’uso, la natura dell’opera protetta, la quantità dell’opera usata e la sua importanza rispetto all’opera protetta, l’effetto dell’uso sul mercato potenziale dell’opera protetta) sono codificati nella legge ma sono precisati dalla giurisprudenza.

Secondo il Primo Ministro britannico, David Cameron, il fair use rende il copyright law nordamericano più avanzato di quello europeo e più adeguato a regolare i rapporti in ambiente digitale. In effetti le tecnologie del 2001, l’anno della Direttiva sull’armonizzazione del diritto  d’autore nella società dell’informazione, non erano quelle  di oggi.

L’intervento di Cameron non è il primo, ma è particolarmente significativo, sia per l’autorevolezza della fonte, sia perché arriva al momento giusto. Mr. Cameron ha lanciato uno studio sulla proprietà intellettuale che in sei mesi dovrà indicare come le riforme in materia di PI possano promuovere l’innovazione, la crescita economica e l’impresa. Non è la prima volta che il Governo britannico lancia un’iniziativa, visto che nel dicembre 2006 era già stato pubblicato uno studio sulla proprietà intellettuale.

Vedremo gli sviluppi…

Source: La leggerezza del software, la… il fair use « IP in Florence

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P2P, se ai provider i conti non tornano

Posted in Informazioni Locali, Informazioni Nazionali, Internet&Copyright by yanfry on 21 settembre 2010
Gli ISP d’Albione contro il governo di Londra, che ha deciso di far pagare detentori dei diritti e provider per perseguire i cattivoni del file sharing

Roma – Si tratta di un piano strategico che ha scatenato le più aspre reazioni da parte degli Internet Service Provider (ISP) britannici. Al centro delle accese polemiche, una suddivisione dei costi ritenuta iniqua, almeno secondo quei fornitori di connettività già ampiamente critici verso il Digital Economy Act.

Ovvero quella legge passata in fretta e furia in Parlamento per adottare la cosiddetta cura Mandelson al file sharing illecito. Una legge che provvederà al triplice richiamo all’ordine per l’intera comunità britannica del P2P, minacciata a suon di strozzature delle connessioni o addirittura di estromissione totale dalla Rete.

Ma chi pagherebbe per l’effettiva implementazione di questo assetto legislativo? Come annunciato dal governo di Londra, i tre quarti dei costi totali verranno addebitati ai detentori dei diritti. A pagare per il restante quarto, i vari provider d’Albione. Tutti quei condivisori colti in flagrante non dovranno infatti pagare alcunché in caso di ricorso contro le notifiche inviate dai signori del copyright.

Per le autorità britanniche si tratterebbe di una mossa necessaria, che aiuterà non poco l’intera economia creativa nazionale. I dati snocciolati hanno parlato di circa 200 milioni di sterline all’anno, salvati dalle grinfie dei cattivoni del P2P. Ma ISPA – ovvero l’associazione che nel Regno Unito tutela gli interessi dei provider – non è sembrata affatto contenta di questa suddivisione degli oneri.

Nicholas Lansman, segretario generale di ISPA, ha infatti sottolineato come a sostenere tutti i costi debbano essere solo ed esclusivamente i vari detentori dei diritti. Una posizione caldeggiata dal provider TalkTalk, che ha parlato di una suddivisione oltraggiosa, soprattutto perché atta a tutelare gli interessi del solo copyright.

Non di quest’avviso la British Phonographic Industry (BPI), che tramite il suo direttore per le comunicazioni Adam Liversage, ha sottolineato come i vari provider dovrebbero pagare anche di più per la lotta al P2P. Questo perché i file sharer approfittano dei loro network per violare ripetutamente il diritto d’autore.

Mauro Vecchio

Source: PI: P2P, se ai provider i conti non tornano
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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UK: PRS vuole che gli ISP paghino i danni arrecati dai File sharer

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 luglio 2010

Il PRS (Performing Right Society) che raccoglie le royalty per conto dell’industria musicale, vorrebbe che gli ISP pagassero per i danni effettuati dai loro utenti, tramite i download illegali.

Infatti l’esponente del PRS, Will Page sostiene in un articolo che gli ISP dovrebbero essere costretti a monitorare il traffico illegale ed a rifondere i proprietari dei diritti.

Basandosi su quanto prescritto nel Digital Economy Bill, che prevede che il livello di file-sharing sia misurato, Will Page, nel suo articolo, propone vari modi in cui gli ISP potrebbero compensare i proprietari dei diritti.

Ovviamente gli ISP non sono entusiasti dell’idea, secondo i portavoce di Talk Talk, monitorare il traffico, prima di tutto avrebbe un costo che ricadrebbe su tutti gli utenti, anche quelli che non hanno mai scaricato materiale illegale e poi avrebbe ripercussioni legali andando contro le normative della privacy e quelle della conservazione dei dati.

Oltretutto si è visto anche nella causa che ha visto contrapposti Google e Viacom che i prestatori dei servizi non possono essere responsabili dei danni arrecati dai loro clienti e sono obbligati non a filtri preventivi ma ad eliminare il materiale illegale, dopo aver ricevuto il takedown.

I responsabili di Talk Talk fanno l’esempio di altri servizi pubblici, tipo gli autobus che non possono essere considerati responsabili se hanno trasportato taccheggiatori di negozi.

Inoltre è molto probabile che gli utenti, sapendo che il traffico è monitorato passino a sistemi che rendono il traffico criptato od allo streaming.

La cosa migliore, insistono i responsabili di Talk Talk sarebbe passare a nuovi modelli di business con offerte differenziate, cosa già detta da Peter Jensen, il quale come abbiamo riferito vorrebbe vedere anche gli ISP impegnati in questi nuovi modelli.

Pubblicato da janet

Source: UK: PRS vuole che gli ISP pagh…danni compiuti dai file-sharer Immagine

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UK, l’ISP paghi per il P2P

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 luglio 2010

Una nuova proposta della collecting society locale che sa di molto vecchio: una tassa da applicare ai fornitori di connettività in proporzione al traffico P2P veicolato. Da filtrare e analizzare accuratamente

Roma – Se la pirateria non si può battere, tanto vale che i provider comincino a pagare per quanti usano il servizio a fini di condivisione non autorizzata. È l’idea di una tassa sul P2P, già emersa molte altre volte negli anni passati, recentemente proposta da Will Page, “economista” impiegato presso l’organizzazione inglese che raccoglie i proventi del diritto d’autore per l’industria musicale, Performing Rights Society.

Nello studio chiamato Moving Digital Britain Forward Without Leaving Creative Britain Behind, Page e colleghi si sono impegnati nell’individuare “soluzioni basate sul mercato” al problema della pirateria telematica, e più nello specifico al “danno causato dal file sharing illegale su Internet”. Tra le soluzioni proposte c’è appunto una tassa sui provider, individuati come i “colpevoli” di questo stato di cose e chiamati a un contributo responsabile alla sua soluzione o mitigazione.

Page fa riferimento diretto al discusso Digital Economy Act, la legge anglosassone approvata in fretta e furia dal parlamento che prevede le disconnessioni forzate dei condivisori incalliti e la misurazione del traffico effettivo imputabile al file sharing sulla Internet britannica. Da tali misurazioni si potrebbe partire per valutare il coinvolgimento specifico di ogni ISP, ipotizza l’economista al soldo delle major, per poi imporre un balzello in proporzione a tale coinvolgimento.

La proposta di Page non tiene in conto la difficoltà di stabilire l’esatta valenza del P2P sul traffico di rete, né considera tantomeno le molte alternative al P2P sulle reti di sharing salite alla ribalta in questi mesi e anni (streaming, file hosting su server HTTP eccetera).

Ma soprattutto le proposte di Page non tengono conto delle notevoli conseguenze di una simile iniziativa sul diritto alla riservatezza e il comportamento dei provider nei confronti dei loro stessi clienti. Non a caso l’ISP Talk Talk parla di una pratica “profondamente iniqua” che “richiederebbe il monitoraggio del traffico con pesanti implicazioni in merito alle direttive sulla privacy e la data retention”.

Tassare i provider per i download di una parte dell’intera utenza è “come dichiarare una società di autobus responsabile per i taccheggiatori che usano i suoi mezzi per andare nei negozi”, e sarebbe tanto più “futile perché le persone passeranno a metodi irrintracciabili come i servizi cifrati e lo streaming”. L’industria musicale dovrebbe piuttosto inventarsi nuovi modelli di business “sostenibili” e ascoltare quello che vogliono i consumatori, suggerisce Talk Talk, invece di pensare alle disconnessioni e alle tasse improprie sui provider.

Di futilità e perdita di tempo ha recentemente parlato anche Peter Jenner, ex-manager dei Pink Floyd che non vede di buon occhio nessuna delle misure attuate o ipotizzate per “impedire alle persone di copiare”. “Il costo marginale di un file digitale è essenzialmente zero – ha detto Jenner – Il che vuol dire che il mercato verrà spinto verso file digitali a costo zero. Si tratta di un fatto inevitabile”. Lottare contro la “pirateria”? Per Jenner significa “andare controcorrente, lottare contro la realtà economica dei fatti”. Con tanta buona fortuna agli economisti di PRS.

Alfonso Maruccia

Source: PI: UK, l’ISP paghi per il P2P Immagine
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BPI: La musica inglese cresce del’1.4% nel 2009, ma il P2P non stava annichilendo il settore?

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 28 aprile 2010

La British Phonographic Industry parla di un forte aumento del reddito dei flussi digitali nel quarto quadrimestre, che va a compensare le vendite del declino delle vendite “fisiche”, contraddicendo ciò che sostiene sulla caduta libera dell’industria musicale, motivo principale che spinge a richiedere l’immediata applicazione del “3 strikes” recentente passato nel Digital Economy Act inglese.
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Nel Regno Unito la British Phonographic Industry (BPI) ha appena annunciato che le vendite di musica registrata lo scorso anno, sono aumentate di circa 1,4% a £ 928.8m ($ 1,4 milioni USD). Ciò viene attribuito da un aumento più forte del previsto delle entrate dai flussi digitali, compensando un costante calo delle vendite del formato fisico.
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E ‘incoraggiante vedere le entrate del settore stabilizzarsi e mostrare una seppur modesta crescita nel 2009“, afferma Geoff Taylor, CEO della BPI, in un comunicato stampa. “Questa è la conferma del continuo investimento delle etichette del Regno unito negli artisti di talento, nonostante le difficili condizioni economiche e che le innovazioni che le etichette hanno dimostrato licenziando nuovi servizi digitali“.
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Lo scorso luglio, Will Page, Chief Economist di PRS for Music, una gruppo di raccolta delle royalty inglese, per scrittori di musica, compositori ed editori, ha pubblicato uno studio che conclude che le entrate complessive del settore della musica sono cresciute del 4,7% dal 2009.

Come? Grazie alla crescente diversificazione dei flussi di entrate. Più alte delle vendite di album. L’industria musicale guadagna soldi anche da cose come licenze, pubblicità, offerte in sponsorizzazioni.
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La grande differenza tra le vendite di musica digitale e quella fisica è la capacità di “scegliere accuratamente” ciò che si desidera acquistare. Invece di acquistare un intero album, come è accaduto con i CD fisici, i consumatori possono ora acquistare le più grandi hit per soli 1,29 dollari su iTunes di Apple. E ‘impossibile conciliare le due cose. Le vendite di musica digitale saranno sempre molto meno di quanto siano mai state le vendite fisiche.

Tutto ciò non ha importanza per la BPI che ha spinto così strenuamente per l’emanzione del Digital Economy Act
[...]
La legge, che include il regime dei “3-strikes” per il file-sharing, il divieto di accesso ai Wi-Fi pubblici ed il filtraggio del web fa ben poco per affrontare la radice del problema: un modello di business che non ha ancora pienamente abbracciato l’era digitale.

[...]
Ma non contenta, la BPI ha detto all’inizio di questo mese che ha intenzione di prendere in mano la situazione e comincierà a citare in giudizio i file-sharer fino a che il Governo non attuerà le misure tecniche – cioè i “tre colpi” – che ha promesso nella legge, se gli avvertimenti non saranno sufficienti per “ridurre in modo significativo” il file-sharing illegale.

Così, anche quando l’industria della musica ottiene quello che vuole esige di più. L’unica soluzione mi sembra quella di smettere di acquistare musica da qualsiasi altra fonte se non direttamente dagli artisti.

Restate sintonizzati, jared@zeropaid.com

Fonte: http://www.zeropaid.com/news/88877/3-strik…up-1-4-in-2009/
Traduzione a cura di Scambioetico.

You’re not a pirate, are ye?

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 12 aprile 2010

Sugli effetti del Digital Economy Act e delle politiche sbagliate di lotta alla pirateria. Ci domandiamo se l’invio di lettere minatorie con richieste di risarcimento danni per presunte violazioni di copyright inviate da studi legali ad ignari utenti Internet, il controllo del traffico di dati per l’individuazione del numero IP dei pirati con conseguente immolazione della privacy sull’altare degli interessi economici dei detentori dei diritti di sfuttamento delle opere, l’uso dei DRM come veri e propri virus informatici, non rappresentino una strategia suicida per gli stessi soggetti che la propugnano nonchè deleteria per la cultura digitale e non solo. Una pirateria destinata a finire underground trascinerà sotto terra anche quello che c’è di nuovo e di bello nelle nuove forme di espressione digitale ? Questa politica normativa pone al centro i contenuti oppure esclusivamente gli interessi economici di chi li sfrutta ? Con quali risultati ?

L’articolo, pubblicato nell’inserto ” Media ” del Guardian, l’unico quotidiano inglese ad aver riservato all’approvazione del Digital Economy Act un’ampia copertura, descrive il fenomeno delle lettere minatorie ricevute da numerosi utenti che con le volazioni nulla avevano a che fare. E se consideriamo che un avvocato medio in Inghilterra può costare anche più di 300 sterline l’ora ……. Abusi ? ……….lascio a voi ogni considerazione.

You’re not a pirate, are ye?
12 Apr 2010
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Gill Murdoch and her husband, Ken MacKinnon, were surprised when a threatening lawyer’s letter came through the door of their Inverness home. It demanded that they pay £500 immediately because they had allegedly made available a copy of a computer game…read more…

Fonte: http://www.lapaginagiuridica.net/2010/04/y…dia-12-apr.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

UK, la cura Mandelson è legge

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 9 aprile 2010

Una quasi deserta House of Commons ha approvato il disegno di legge che introdurrà in terra d’Albione disconnessioni e blocco dei siti. Il fuoco delle proteste è divampato, chiamando in causa l’Unione Europea

Roma – C’è chi l’ha definito come un momento agghiacciante per la privacy online e per la stessa fondamentale libertà di tutti i netizen. Altri hanno parlato di un vero e proprio insulto alle regole parlamentari, agli utenti di Internet, alla democrazia del Regno Unito.

“Negli anni 60, Mao disse ai suoi contadini di sterminare i passeri che mangiavano il grano, un editto che produsse una piaga causata dagli insetti che in genere venivano divorati dai passeri”. Così Mike Butcher, editor di TechCrunch Europe, che in un articolo pubblicato sul sito del Telegraph ha trovato la sua pietra di paragone: “Allo stesso modo, il Digital Economy Bill, cercando di tutelare gli interessi del copyright e punire il file sharing illecito, sta per creare una nuova cultura, in cui utenti e provider saranno inondati di minacciose lettere legali da parte dell’industria dell’intrattenimento”.

È così passata anche alla House of Commons la contestata cura Mandelson al torrentismo in terra d’Albione, quel Digital Economy Bill che si appresta ora a diventare legge dopo le firme puramente formali da parte dei Lords e l’approvazione finale da parte della Corona. Questione di pochi giorni, certamente prima delle elezioni nel Regno Unito, previste per il prossimo 6 di maggio. Una fretta duramente osteggiata da alcuni parlamentari e dalla maggior parte degli opinionisti, dopo che c’erano voluti due mesi per il sì dei Lords.

Ma la Camera dei Comuni è apparsa ai vari media britannici come uno sconcertante vuoto umano, una distesa di lunghi divani verdi, manco si trattasse del deserto del Gobi. Solo 40 parlamentari su 646 hanno partecipato al dibattimento, per decidere rapidamente se dare o meno il via libera ad una legge che in sostanza darà al Segretario di Stato britannico poteri ampliati, nella lotta a tutti i cattivoni del P2P.

E il semaforo verde si è acceso, con Lord Mandelson pronto a pigiare sull’acceleratore, per la felicità del tycoon di Hollywood David Geffen, che pare abbia per primo suggerito al Segretario di Stato di Sua Maestà il disegno di legge, nel corso di una cena a Corfù, in Grecia. Legge che ora obbligherà i vari provider ad avvisare gli utenti più negligenti, prima di soffocare lentamente le loro connessioni, fino alla misura estrema della ghigliottina in stile Sarkozy.

È passato il paragrafo 18, nuova incarnazione della famigerata clause 17. Le corti britanniche potranno ordinare un’ingiunzione nei confronti di quei particolari siti che si macchino di distribuzione di materiali illeciti, in violazione del copyright legato alle opere dell’ingegno. Si parla attualmente di siti che offrano in larga parte questo tipo di contenuti, ma è anche vero che il Segretario di Stato britannico potrà intraprendere particolari misure qualora emergano problematiche di sicurezza nazionale.

Dunque, vuoti alla House of Commons, ma anche estrema premura di arrivare ad una conclusione nel più breve tempo possibile. E infatti in questa velocità decisionale è stata annullata la broadband tax proposta dai laburisti, che intendeva destinare circa 170 milioni di sterline all’anno per lo sviluppo della banda larga, in particolare nelle zone rurali del Regno Unito. Un fondo che aveva tuttavia un costo per gli utenti: mezza sterlina in più al mese per ogni utenza telefonica.

Questo in pratica potrebbe mandare a monte i piani dei laburisti, che intendevano raggiungere una copertura totale del 90 per cento entro l’anno 2017. I conservatori avevano fortemente osteggiato la broadband tax, volendo lasciare nelle mani del mercato lo sviluppo di servizi ad hoc. Ma gli esiti del piano nazionale per la banda larga non sono proprio in cima ai pensieri di attivisti, pensatori ed esponenti politici, preoccupati non poco dalla mano governativa che presto si abbatterà sulla Rete.

Un grande dito medio ha campeggiato sulla homepage del sito di Open Rights Group, organizzazione a difesa dei diritti di tutti i netizen. Un dito medio gigante come risultato di “ciò che il parlamento britannico pensa del vostro diritto d’accesso a Internet”. L’organizzazione ha così messo a disposizione degli utenti una serie di linee telefoniche, con l’obiettivo di alimentare la protesta nei confronti dei Commons. Già 20mila cittadini britannici avevano comunque contattato i propri rappresentanti politici per esprimere il proprio parere sul Digital Economy Bill.

Aspre critiche sono poi piovute dalle parole online di Richard Stallman, fondatore del progetto GNU e della Free Software Foundation. Stallman ha notato una contraddizione in termini, nel voler allargare in terra britannica le connessioni a banda larga e allo stesso tempo esiliare dalla Rete gli stessi cittadini. Più broadband dovrebbe quindi significare maggiore tutela sulla questione del file sharing, non un pugno duro da parte di un governo sostanzialmente asservito alle lobby del cinema e del disco.

Stallman si è interrogato sui possibili metodi per supportare le arti nell’era digitale, senza la necessità di impedire in maniera coatta la condivisione di contenuti. “La mia proposta del lontano 1992, su una tassa specifica da distribuire dagli artisti più popolari verso quelli di minor successo, rimane ancora applicabile. Se si applicasse un pulsante su ogni player, del tipo send-one-dollar o send-one-pound, questo metodo funzionerebbe meglio. Senza disconnettere alcun netizen”.

“Disconnessioni senza processo, responsabilità agli ISP per i contenuti veicolati dai clienti, censura discrezionale del World Wide Web e registrazione dei domini controllata dal governo stesso sono gli ingredienti forti, in spregio a diverse direttive europee, del piatto preparato dalle major dell’intrattenimento e votato da politici britannici”. Così un riassunto dei fatti ad opera di un articolo di Paolo Brini, sul blog del Movimento ScambioEtico.

Il tutto mentre la sezione britannica del Partito Pirata ha sottolineato quanto poco importi agli MP d’Albione lo stesso futuro del progresso artistico e della tecnologia ad esso correlata. Un’ombra ha quindi aleggiato sul dibattito alla Camera dei Comuni, alla notizia – poi smentita con un cinguettio su Twitter – della temporanea prigionia di Rick Falkvinge, leader del Piratpartiet svedese.

Sembra prospettarsi una nuova battaglia: il fronte delle associazioni a tutela dei diritti digitali continuerà a combattere. Per il rispetto della Direttiva Europea sul commercio elettronico a difesa della neutralità degli intermediari, per il rispetto dei principi condensati nel Pacchetto Telecom, a difesa del diritto ad esprimersi e ad informarsi dei cittadini della rete.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2850601/PI/New…lson-legge.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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Disconnecting UK: No Internet please, we’re British

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 aprile 2010

Un Parlamento britannico deserto approva il Digital Economy Bill, una legge che conferisce potere assoluto su Internet al governo inglese. Disconnessioni senza processo, responsabilità agli ISP per i contenuti veicolati dai clienti, censura discrezionale del World Wide Web e registrazione dei domini controllata dal governo stesso sono gli ingredienti forti, in spregio a diverse direttive europee, del piatto preparato dalle major dell’intrattenimento e votato da politici definiti da Richard Stallman dei clown. L’Unione può tollerare di avere al suo interno uno stato che non riconosce l’autorità delle istituzioni europee, uno stato che antepone ai diritti fondamentali dei cittadini gli interessi di una manciata di industrie?

“Quasi universali erano l’orrore e la rabbia per l’affronto al processo democratico che si stava svelando di fronte ai nostri occhi”, dalla lettera aperta del 6 aprile degli sviluppatori e artisti inglesi della società dell’informazione.

Di fronte ad un Parlamento deserto (v. immagine qui sotto), possibile sintomo di un paese momentaneamente allo sbando travolto da uno scandalo dietro l’altro e influenzato pesantemente da poche grandi corporazioni, il Digital Economy Bill ha passato in poche ore di due pomeriggi la sua seconda e la sua terza lettura, è stato approvato con il voto favorevole sia dei laburisti sia dei conservatori, e ora si dirige verso la House of Lords per le firme finali, una pura formalità, che lo renderanno legge per i sudditi di Sua Maestà, decreteranno la fine della neutralità della rete in UK e faranno del Regno Unito uno dei nemici di Internet.
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Secondo la testimonianza di Monica Horten, riportata su IPtegrity, è stato “assolutamente incredibile sentire un Parlamento Britannico discutere del blocco di siti web e di tagliare le connessioni delle comunicazioni alle persone. E con una tale riprovevole azione di questa istituzione screditata, il Parlamento ha mostrato, sotto lo sguardo di migliaia di webcast, quanto vergognosamente si possa comportare”.

Da un’idea del magnate di Hollywood David Geffen esposta a Lord Mandelson (Segretario al Commercio non eletto) durante una cena presso la villa di Geffen stesso a Corfù nella quale il politico inglese era ospite, scritto e appoggiato dalle major del cinema e della musica, il Digital Economy Bill sancisce l’obbligatorietà per i provider dell’intercettazione e del monitoraggio delle comunicazioni dei cittadini, l’obbligo di disconnessione dalla rete dei cittadini per eventuali sospetti di infrazioni (con presunzione di colpevolezza e senza diritto ad alcun processo) e il trasferimento del controllo della registrazione dei domini ad un ente governativo apposito.

La “Clausola 18″, che trasferisce al Segretario delle Comunicazioni o a Ofcom la facoltà di oscurare senza alcun limite e senza alcuna supervisione giudiziaria qualsiasi sito web, dovrà invece essere discussa separatamente a causa di una variazione dell’ultimo momento che l’ha scorporata dal resto della legge. Tuttavia è stata rimpiazzata dalle clausole 1 e 2 che nessuno ha visto in precedenza, che non sono state discusse esaurientemente durante il dibattito-farsa, e che potrebbero avere analogo contenuto.

Il Bill conferisce inoltre pieni poteri al Segretario di Stato di imporre, senza aver bisogno dell’approvazione del Parlamento, l’utilizzo in qualsiasi momento e secondo le necessità e le modalità che il segretario riterrà personalmente opportune, di nuove normative e strumenti tecnici al fine di aumentare l’efficacia delle disconnessioni degli utenti e dei blocchi della Rete. Le misure tecniche saranno prese in base ai consigli dell’industria dell’intrattenimento.

I gruppi di attivisti Open Rights Group e 38 Degrees hanno fatto grandi sforzi per convincere i parlamentari ad opporsi alla legge e per lo meno richiederne uno scrutinio più approfondito e meno frettoloso, incluse campagne pubblicitarie sul Times e sul Guardian pagate dalle donazioni, 20684 e-mail di diversi cittadini che chiedevano che la legge fosse rigettata e altro ancora. Tutto è stato vano e il futuro di Internet in Inghilterra sembra pregiudicato da poche ore di discussione di una legge scritta dalle major e approvata da un branco di quelli che Stallman sul Guardian non esita a definire pagliacci.

L’intero processo è stato un teatrino in cui decine di clausole venivano discusse in tempi brevissimi, senza dati e senza adeguata competenza. Significativo il tweet di uno degli spettatori al dibattito sulla legge: “Sembra di assistere a dei bambini di 5 anni che parlano di teorie quantistiche”.

In effetti si è detto di tutto e di più: dal fatto che i diritti delle industrie devono avere la precedenza sui diritti umani al fatto che la libertà in Internet deve essere sacrificata. Abbiamo inoltre ascoltato altre castronerie, come la tesi secondo la quale in Europa stia arrivando un “Armageddon” (sic) proveniente dalla Svezia che ha portato il partito pirata svedese ad avere due seggi al Parlamento Europeo, partito il cui fondatore è attualmente in carcere. Rick Falkvinge, fondatore del Partito Pirata svedese, intervistato da TorrentFreak in merito, ha confermato di essere ancora un uomo libero, e che, per quanto strano possa sembrare, in Svezia non è ancora illegale sostenere delle opinioni politiche che possano portare il paese nell’era digitale. Falkvinge ha inoltre commentato: “Ci si potrebbe chiedere su quali altri fatti coloro che appoggiano il DE Bill abbiano preso cantonate”.

Open Rights Group ha espresso la sua intenzione di continuare la battaglia e di continuare a esporre al mondo intero l’incompatibilità fra questa legge e la Convenzione Europea sui Diritti Umani. Il Direttore Jim Killock ha dichiarato: “Continueremo a esporre le manipolazioni e le pressioni dei lobbisti delle corporazioni e l’irresponsabilità di molti politici al fine di vincere la nostra battaglia per difendere i nostri diritti di cittadini”.

Gruppi di “hacktivisti” hanno già messo a disposizione risorse tecniche che potranno essere utilizzate facilmente dai cittadini inglesi in pochi minuti per poter rendere il Digital Bill inefficace e poter preservare la libertà di Internet anche in UK. Dal punto di vista della protezione del copyright, il Bill può essere facilmente sconfitto (come scrivevamo in un altro articolo, con strumenti che attualmente abbiamo visto usare anche da bambini di 11 anni – dopo tutto, le leggi delle nazioni non possono vincere sulle leggi della matematica); appare invece preoccupante la base di motivazioni con le quali esso è stato appoggiato dai politici inglesi, in particolare il concetto secondo il quale occorre sacrificare la libertà di Internet perché questo è ciò che viene richiesto da un pugno di corporazioni.

Le questioni che porremo insieme ai gruppi inglesi di difesa delle libertà civili nel prossimo futuro, dopo aver analizzato la versione consolidata del Digital Bill, alla Commissione Europea, sono in sintesi: può l’Unione Europea tollerare, nella società dell’informazione, la deliberata violazione della Direttiva sul commercio elettronico e della Direttiva quadro sulle telecomunicazioni emendata con il Telecoms Package, che dovrà essere implementata entro e non oltre giugno 2011, da parte di un Paese Membro? Può l’Unione tollerare che un Paese Membro violi la Convenzione Europea sui Diritti Umani e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea?

Le vicinissime elezioni politiche nazionali nel Regno Unito, alle quali potrebbe partecipare anche il Pirate Party, mostreranno se i cittadini inglesi avranno a cuore i propri diritti fondamentali o meno e avalleranno ancora una volta la massima di Joseph de Maistre: “ogni popolo ha il governo che si merita”.

Nell’immagine sottostante, il commento a caldo di Open Rights Group. L’immagine dice: ecco quello che il Parlamento pensa del vostro diritto di accedere ad Internet.
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Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5884
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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La digital economy bill in UK va in terza lettura, per opposizione dei conservatori

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 aprile 2010

.. ma non sui punti riguardanti il tre botte e via.
avranno un’ora circa di tempo per emendarla ed approvarla.
tutti si lamentano di come e’ arrivata in parlamento una proposta del genere, a elezioni indette.
In italia la prima norma di filtraggio della rete e’ passata proprio in una situaizone simile, a camere sciolte.

Tories to veto key clauses in Digital Economy Bill – but not anti-piracy measures – 07/04/2010 – Computer Weekly.

MPs will have about one hour to amend the bill in committee before it is put to a vote on the third reading. The Digital Economy Bill is the government’s attempt to rebase the economy on “creative industries” such as music, film and broadcasting, which contribute some £50bn a year, about 6.5%, to GDP. However, measures to protect the intellectual property created by the sector against online piracy have proved controversial. “We wanted an iPod and we got an Amstrad,” Hunt said in reply to the government’s proposals. There appeared to be a cross-party consensus that the timing of the bill and its progress through parliament has been unfortunate. Several Labour MPs said the bill should have started in the Commons rather than the Lords, while others said the government was “discourteous” in denying them time to scrutinise the bill properly. “We cannot do our job – but this fight is not over yet,” said Labour’s John Grogan. Grogan added he could find no precedent since 1987 for the Commons to see such a controversial and sweeping law after a General Election had been called.

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2010/04/la…nservatori.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/

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File sharing, pasticciaccio alla House of Lords

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 marzo 2010

Imperversa il fuoco delle polemiche nel Regno Unito. Mentre la fazione liberal propone ghigliottine sulle piattaforme come YouTube, un conservatore denuncia il meccanismo di notifiche ai netizen: paragonabile a una truffa

Roma – Ha preso improvvisamente fuoco il già caldo dibattito nel Regno Unito sulla cosiddetta cura Mandelson, per estirpare alla radice il file sharing selvaggio. La House of Lords britannica è stata così il teatro principale dello scontro, in vista dell’adozione definitiva del Digital Economy Bill.

Due notizie sembrano aver colpito profondamente membri del Parlamento e osservatori esterni. La prima è che il contestato paragrafo 17 del Digital Economy Bill è stato modificato, dopo la bocciatura ai voti di una clausola che avrebbe potuto garantire a qualsiasi Segretario di Stato britannico (presente e futuro) di introdurre modifiche sostanziali al Copyright, Design and Patent Act del 1988.

La seconda, meno buona per tutti gli attivisti digitali a favore dei fondamentali diritti dei netizen: al paragrafo 17 è stata aggiunta una clausola che potrebbe fornire all’alta corte britannica un forte potere censorio. E, non senza una certa ironia, i fautori di questa visione – il fronte liberal-democratico – sono stati precisamente gli stessi che poco prima avevano bocciato ai voti la forma primigenia del paragrafo 17. In pratica, si è passati da una pioggia di critiche ad una tempesta di dissenso.

La proposta liberal-democratica – passata alla House of Lords con 165 voti favorevoli e 140 contrari – fornisce in pratica agli alti vertici dell’autorità giudiziaria la possibilità di emanare un’ingiunzione nei confronti di quei particolari siti che si macchino di violazione del copyright. Per obbligare potenzialmente i server che li ospitano a tagliarli fuori dalla Rete.

Un meccanismo che dovrebbe placare gli animi più preoccupati dalla possibile introduzione nella legislazione britannica della cosiddetta dottrina dei three-strike, fondata sulla disconnessione degli utenti. Secondo i rappresentanti liberal, la nuova versione della legge dovrebbe risultare più adeguata. Un modo – stando alle dichiarazioni di Lord Clement-Jones – per inviare un segnale positivo all’industria dei contenuti senza passare attraverso la privazione di Internet.

E su questo punto, molti osservatori hanno espresso tutto il proprio disaccordo. A partire dal direttore esecutivo dell’Open Rights Group, Jim Killock. “Questa proposta aprirebbe le porte ad un massiccio sbilanciamento degli equilibri a favore dei detentori dei diritti – ha spiegato Killock – Cittadini e piccole aziende si ritroverebbero seriamente minacciati, nonché impotenti di fronte ad attacchi del copyright. Fino alla definitiva chiusura dei siti da loro gestiti”.

Ed è proprio sulla potenziale chiusura di questi siti che hanno imperversato le principali polemiche. La più oscura paura consiste nella possibile introduzione in terra d’Albione di un meccanismo molto simile a quello relativo al Digital Millennium Copyright Act (DMCA), che permette negli Stati Uniti di bloccare certe attività online ritenute illecite da parte dei detentori dei diritti.

Il che – come osservato da più di una fonte – potrebbe portare ad obbligare i provider ad abbassare le saracinesche su tutti quei siti che ospitano materiale protetto dal copyright. Su tutti, la piattaforma di video sharing YouTube. Nelle parole di Lilian Edwards, esperto di cyberlaw alla Sheffield University, per la prima volta sarà possibile per le grandi sorelle dell’industria ordinare agli ISP britannici di bloccare la piattaforma di Google.

E per quanto riguarda quei netizen macchiatisi di file sharing illecito? Sempre nel corso del dibattito alla House of Lords, il conservatore Lord Lucas ha provveduto a stilare un resoconto riassuntivo dello schema in corso di approvazione in Parlamento. Dopo un iniziale rastrellamento degli indirizzi IP (e relativa identificazione degli utenti attraverso i provider), si verrebbero a generare notifiche composte da tre elementi chiave.

Il primo, che informi il netizen dell’avvenuta violazione. Il secondo, che minacci il suddetto netizen di ricorrere alla giustizia con pene pecuniarie molto elevate. Il terzo, che proponga al sempre suddetto netizen di pagare una somma forfettaria di 500-800 sterline (553-880 euro) per fare in modo che i detentori del copyright dimentichino l’accaduto.

Lord Lucas ha così parlato di una vera e propria forma di scamming, data la quasi certa impossibilità degli utenti di dimostrare la propria innocenza. Una quasi centenaria nonnina – secondo Lucas – non potrebbe fare alcunché, dato il semplice possesso di una connessione alla Rete, che basta all’industria per stabilire la sussistenza di un reato a mezzo file sharing.

Lord Lucas si è quindi dimostrato un fiero oppositore di questo meccanismo, ammettendo di preferire la proposta dei liberal-democratici. Che, tuttavia, non è stata l’unico focolare di discussioni nella recente seduta della House of Lords. Uno degli altri punti critici orbitanti intorno al Digital Economy Bill riguarda la forte pressione del governo affinché non ci sia il vaglio dell’Office of The Information Commissioner.

L’analisi dell’organo per la privacy britannico sarebbe un passo non necessario, almeno secondo Lord Young, lo stesso che aveva annunciato una regolamentazione più rigida per gli hotspot pubblici per l’accesso in WiFi. Sarebbe cioè una perdita di tempo inutile, che rallenterebbe l’iter di adozione del Digital Economy Bill. E queste dichiarazioni hanno scatenato la furia di alcuni MP britannici, su tutti Lord Putnam.

Lord Putnam ha infatti puntato il dito contro una legislazione che starebbe ricevendo continui strattoni da parte della lobby dell’industria del copyright. Legislazione che risulta attualmente alquanto deficitaria in termini di protezione della privacy degli utenti. “Sono assolutamente convinto – ha spiegato Putnam – che ci sarà bisogno di una nuova legge nei prossimi due o tre anni. Perché questa presenta alcune gravi lacune che dovrebbero essere colmate ora”.

Mauro Vecchio

Fonte: http://punto-informatico.it/2826638/PI/News/file-sharing-pasticciaccio-alla-house-of-lords.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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