Il monopolio partitocratico di Windows ed il sistema operativo open del Partito Pirata
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MusOpen, se Beethoven è open source
Si cercano fondi. Le donazioni servirebbero per assoldare orchestre per effettuare registrazioni digitali da far circolare in Rete. EFF consiglia prudenza sulla musica classica
Roma – Si tratta di un progetto inusuale, alla ricerca di supporto finanziario sulla nota piattaforma di raccolta fondi Kickstarter. Il suo nome è MusOpen, e vorrebbe in sostanza tentare di aprire un nuovo sentiero nella delicata gestione del diritto d’autore in ambito musicale.
Alla base una strategia da completare, il cui nocciolo sembra però già saldo. Far eseguire ad una serie di orchestre sinfoniche composizioni dal vasto repertorio di autori come Beethoven, Brahms e Sibelius. Arrangiamenti di sicuro dominio pubblico, che verrebbero ri-registrati in formato digitale e poi distribuiti in formato “open source”.
Per far questo, il founder di MusOpen Aaron Dunn avrebbe già stretto accordi di partnership con l’organizzazione One Laptop Per Child (OLPC) e l’enciclopedia libera Wikipedia. Il funzionamento del servizio dovrebbe in sintesi prevedere una sorta di meccanismo di votazione da parte dei fan, le cui donazioni dovrebbero servire per assoldare le orchestre.
Come tuttavia sottolineato da Electronic Frontier Foundation (EFF), molte registrazioni e arrangiamenti moderni di musica classica sono attualmente coperti da copyright. Un dettaglio che impedirebbe a MusOpen di distrubire CD fisici o MP3, oltre che di mettere a disposizione i brani in formato aperto per la condivisione online.
Mauro Vecchio
Source: PI: MusOpen, se Beethoven è open source 
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/
L’economia di Makers di Cory Doctorow, Open source, Creatività, nuovi modelli di business
Autore: Alberto Cottica
Makers è un romanzo, pubblicato nel 2009 dallo scrittore canadese di fantascienza e condirettore di Boing Boing Cory Doctorow. Parla di due imprenditori della scena DIY (quella di MAKE Magazine o della nuova rivoluzione industriale di Wired), Perry Gibbons e Lester Banks, che inventano cose nuove. Le loro invenzioni trasformano il mondo intorno a loro, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello sociale ed economico. Esse fomentano la crescita di un modello organizzativo e di business fortemente decentralizzato che nel romanzo si chiama “New Work”. Me l’hanno consigliato alcuni amici physical hackers milanesi, che ho cominciato a frequentare nel 2008.
Quando ho letto il libro per la prima volta l’ho trovato profetico, nel modo in cui sa esserlo la migliore fantascienza; in più mi ha colpito quanto di esso si potesse tradurre direttamente in termini di teoria economica normalmente accettata. Dopo averci riflettuto per circa un anno sono diventato una specie di convertito (così tanto che ho partecipato a progetti basati su Arduino e ho cominciato a sperimentare con la politica economica per i makers). Allo stesso tempo, però – nel contesto di una ricerca, guidata da David Lane, a cui partecipo – ho cominciato a chiedermi se questa società dell’innovazione che stiamo cercando di costruire (almeno stando alla strategia di Lisbona e a molti documenti di politica industriale) sia poi sostenibile. Dopo tutto, se la quantità di innovazione aumenta, l’economia deve crescere a una velocità anch’essa crescente, ed è possibile che questo metta sotto stress l’ambiente naturale, o i nostri limiti umani. L’innovazione ha un lato oscuro? Quanta possiamo assorbirne senza che il sogno diventi un incubo?
Doctorow ha creato un’economia immaginaria abbastanza credibile che somiglia molto alla società dell’innovazione verso cui siamo diretti. Ho deciso di studiarla più da vicino, rileggendo il libro con gli occhi dell’economista. Makers non è stato ancora tradotto in italiano, quindi chi capisce solo la nostra lingua non può leggerlo. Per gli altri, il mio consiglio è: se vi interessano queste cose, leggetelo assolutamente. E’ una lettura stimolante e divertente.
La distruzione creativa di Schumpeter
Il motore princiale dell’economia di Makers è la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Viene enunciata già dal primo capitolo dal capitano d’industria Langdon Kettlewell, conferenza stampa che annuncia la fusione tra Kodak e Duracell:
Il capitalismo mangia se stesso. Il mercato funziona, e quando funziona trasforma tutto in merce low cost o obsoleta.
Alla fine della conferenza stampa, la giornalista Suzanne Church (ha fatto la giornalista economica a Detroit, occupandosi dello smantellamento dell’industria dell’auto) riflette sul senso di decadenza economica che la perseguita, perfino qui nella Silicon Valley, che in teoria dovrebbe avere incorporato il fallimento come tappa sulla strada del successo:
Era di nuovo immersa in questa atmosfera da declino industriale, con il senso di essere testimone non di un inizio, ma di un eterna fine, un ciclo di distruzione che avrebbe fatto a pezzi tutto ciò che sembrava solido e affidabile nel mondo.
Il crollo di margini e prezzi e l’obsolescenza, però, non dovrebbero essere pensati come un difetto del sistema. Tjan, il manager incaricato da Kodacell per aiutare Perry e Lester, ne è molto consapevole:
Quindi, se vuoi fare molto profitto, devi ricominciare, inventare qualcosa di nuovo, e spremerlo al massimo prima che venga imitato. Più questo succede, più tutto migliora e il suo prezzo scende. È così che siamo arrivati qui, sai? È a questo che serve il sistema.
Guerre di prezzo e equilibrio di Bertrand
Il meccanismo che controlla la distruzione nel processo schumpeteriano in Makers è fatto di intensa concorrenza di prezzo. I prodotti innovativi sono offerti a prezzo ridotto dagli imitatori, e questo permette loro di prendersi l’intero mercato.
In un buon mercato, inventi qualcosa e lo vendi al massimo prezzo che il mercato è disposto a pagarla. Qualcun altro trova un modo di farlo a prezzo più basso, o decide di accontentarsi di un margine minore [...] e tu devi ridurre i prezzi per competere. Poi arriva qualcun altro che è meno avido o più efficiente di entrambi, e riduce il prezzo ancora, e ancora e ancora, finché non arrivi [...] a una specie di base al di sotto della quale non puoi scendere, il prezzo minimo a cui puoi produrre senza fallire.
A parlare è Tjan, nel suo primo giorno di lavoro all’impresa di Perry e Lester; e quello che dice è una descrizione da manuale della concorrenza di Bertrand, un modello che sfrutta le guerre di prezzo come meccanismo per condurre ad un equilibrio in cui il profitto è zero.
Disoccupazione e problemi di economia del lavoro
La distruzione creativa ridispone i fattori produttivi di un sistema economico, in teoria per il meglio. Purtroppo, alcuni di questi elementi sono persone, e la riallocazione può comportare molto dolore, umiliazione e paura. Doctorow annida i problemi di economia del lavoro in profondità in Makers: la conferenza stampa di Kodacell è interrotta da una protesta di lavoratori licenziati. Nella sua prima email a Suzanne, Kettlewell pone la grande domanda sottostante al sistema:
Cosa succede quando tutto quello che sai fare non serve più a nessuno?
Alcune ricerche iniziate durante la recessione in corso gettano dubbi sulla possibilità di riqualificare grandi masse di lavoratori per adattarli ai mutati bisogni di un’economia basata sull’innovazione (New York Times). L’offerta di lavoro sembra ancora orientata a vendere ore-uomo e si aspetta di essere gestita in modo più o meno tradizionale.
L’innovazione ricombinante di Brian Arthur
Quando Suzanne arriva all’officina di Perry e Lester per vedere cosa fanno, Perry le mostra il loro metodo per inventare, che consiste essenzialmente di ricombinare tecnologia esistente in modi nuovi, come pezzi di Lego. Questo non solo è possibile, ma molto economico e concettualmente semplice, perché, come dice Perry:
Dovunque guardi ci sono aggeggi gratis che hanno tutto quello che serve per fare qualunque cosa ti venga in mente
E Lester è ancora più concreto:
Hai presente che dicono che uno scultore parte con un blocco di marmo e toglie tutto quello che non somiglia a una statua? Come se potesse vedere la statua nel blocco? Io sono così con la spazzatura. Vedo i pezzi buttati nei garages e capisco come metterli insieme
Makers accoglie la prospettiva sull’innovazione dei teorici della complessità, discussa da John Holland, Brian Arthur e altri ricercatori: fare cose nuove è soprattutto trovare nuovi modi di ricombinare tecnologia esistente, come i mattoni del Lego. Le combinazioni di successo, a loro volta, diventano mattoni, così che una tecnologia inizialmente semplice (le famose sei macchine semplici degli antichi greci) evolve verso livelli sempre più alti di sofisticazione.
L’open source e la velocità dei cicli di distruzione creativa
L’abilità di Perry e Lester di combinare le tecnologie in questo modo è enormemente accresciuta dal fatto che tutti i “pezzi del Lego” che gli servono si trovano anche in versione open source. Questo li abilita a sviluppare prototipi che funzionano da materiale disponibile sul mercato, e metterli in produzione senza preoccuparsi di acquistare licenze sui brevetti rilevanti. Questo ha due conseguenze. La prima è che, nel mondo di Makers, sono le tecnologie open source a generare più facilmente ecosistemi, perché le persone come Perry e Lester hanno tutto l’interesse a girare intorno alla tecnologia proprietaria; la seconda è che la velocità dei cicli di distruzione creativa aumenta molto.
Questa potrebbe essere l’intuizione più importante in Makers. Pensateci: a quanto pare, compriamo sempre di più per ecosistemi (Mac-iPhone-iPad-MobileMe, o Google-Android-Google Apps, or Linux-Apache-soluzioni proprietarie basate sul web di IBM); gli ecosistemi crescono più in fretta se possono appoggiarsi su elementi open source, per cui quelli open source tendono a mettere fuori mercato quelli proprietari; ma le innovazioni negli sistemi open source sono quasi impossibili da proteggere, e questo abbassa il loro margine medio perché il periodo in cui fanno profitti alti si accorcia. La soluzione, come dice Tjan (vedi sopra) e come dicono anche quasi tutti i governi, è quella di aumentare il tasso di innovazione. Questo, però solleva il problema di quanto rapidamente i consumatori possono assorbire innovazione. Chiunque usi molto il web conosce la sensazione che le aziende lancino nuovi servizi più rapidamente di quanto possiamo capire se ci servono, o ci piacciono, e qualche volta non abbiamo semplicemente tempo per studiarceli, non importa quanto siano potenzialmente interessanti. Avete presente Google Wave, no? Quindi, è possibile che la parte di distruzione della distruzione creativa prevalga, sprofondando l’economia di Makers in uno stato di bassi margini e bassa crescita economica, in cui le nuove invenzioni, quasi sempre, non riescono a trasformarsi in prodotti di successo sul mercato.
I sistemi produttivi competitivo-cooperativi di Becattini e Brusco
Perry e Lester gestiscono un’unità di business piccolissima (loro due e qualche aiutante) , per cui la loro competitività globale dipende dalla neutralità dei costi unitari rispetto al numero di unità fabbricate – in altre parole, non ci devono essere economie di scala. Infatti la loro officina in Florida è un’unità di produzione di scala efficiente. Secondo Tjan
Le industrie che ieri stavano nelle fabbriche oggi stanno nei garage
Naturalmente, non si può sfuggire al fatto che molte cose sono a buon mercato proprio perché la loro produzione sfrutta le economie di scala. Il trucco è che la produzione dei componenti tende ad essere soggetta a rilevanti economie di scala, ma gli artefatti di cui Perry e Lester si interessano no. In questo scenario, i sistemi produttivi più competitivi sono quelli che combinano l’agilità della disintegrazione orizzontale e verticale con costi di transazione bassi, fiducia reciproca tra gli attori economici e trasparenza informativa. La disintegrazione verticale permette alle imprese di crescere là dove ci sono economie di scala da sfruttare (componenti, chips di silicio); la disintegrazione orizzontale aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti (anche se qualunque produttore si affermi finirà per comprare i componenti da un numero limitato di fornitori – e questo permette di risparmiare i costi di ricollocare la forza lavoro e la capacità produttiva quando un produttore guadagna forti quote di mercato); i costi di transazione bassi permettono a aziende “produttive” verticalmente disintegrate come quella di Perry e Lester
(che fanno poi soprattutto R&S e business development) di costruire rapidamente reti ad hoc di fornitori e partners.
I modelli di distretto industriale di Sebastiano Brusco e Giacomo Becattini hanno proprio queste caratteristiche (come, con sfumatore diverse, i lavori di ricercatori come Charles Sabel, Michael Piore e Annalee Saxenian). In Makers i bassi costi di transazione sono progettati dall’alto attraverso una grande azienda, Kodacell, che si dà una struttura a rete: in Brusco e Becattini, invece, emergono dal basso attraverso convenzioni che evolvono e effetti reputazione in un territorio relativamente piccolo. Così, quando Lester inventa Home Aware, si può costruire un ecosistema con le “squadre” di Kodacell:
Ci sono dieci squadre che fanno organizzazione degli armadi nella rete, e diversi spedizionieri, traslocatori ed esperti di immagazzinamento. Qualche azienda di arredamento [...] Il piano è di iniziare a vendere attraverso i consulenti contemporaneamente all’esposizione del prodotto nelle fiere del mobile e dell’arredamento.
Il Living Lab della Commissione Europea
Dopo un incendio alla baraccopoli vicina alla fabbrica, Perry decide di permettere ai suoi abitanti di ricostruire le loro case provvisorie nella fabbrica Kodacell (che prima era un centro commerciale abbandonato), molto grande e in gran parte inutilizzata. Kettlewell cerca di convincerlo a mandarli via. Perry tiene duro: lui, Lester e Tjan stanno comunque pensando di inventare qualcosa per gli homeless.
Abbiamo costruito un Living Lab sulla soglia di casa per esplorare una grande opportunità di mercato per produrre tecnologia sostenibile e a basso costo per un segmento importante della popolazione, quello che non ha un indirizzo fisso. Ci sono milioni di squatters americani e miliardi di squatters nel mondo. Hanno soldi da spendere, e nessuno sta cercando di farseli dare.
Nel mondo reale i Living Labs sono un concetto esplorato dalla Commissione Europea nel contesto della politica dell’innovazione. L’idea è di sostituire i test di gradimento dei nuovi prodotti con test su scala molto più ampia e molto più realistici, resi possibili da reti dense di attori economici che collaborano su uno stesso territorio. La baraccopoli “domestica” di Perry diventerebbe così un modello in scala del mercato degli squatters: Kodacell può inventare un prodotto e collaudarlo rapidamente e a costi bassi su veri consumatori che spendono soldi veri. Ancora più importante, può reclutare gli stessi squatters per aiutarla a identificarei bisogni e progettare i prodotti. E lo fa: questo è il ruolo del leader della baraccopoli, Francis, che collabora strettamente con Perry e Lester per inventare i nuovi prodotti.
Il paradosso di Arrow e il valore delle invenzioni
Il fiasco del New Work è annunciato da una crisi di fiducia degli investitori in Kodacell. Parte del problema è che gli analisti faticano a capire come valutare le invenzioni, che stanno diventando una parte importante del valore delle azioni di Kodacell (l’altra parte è la difficoltà di trovare imprenditori bravi). Kodacell ha lanciato molti nuovi prodotti, e ha rendimenti alti su progetti piccoli. Quanti di questi progetti scaleranno e diventeranno prodotti di grande successo? Kettlewell:
Certo, se guardi [i nostri bilanci] dal nostro punto di vista, sono grandiosi. Se li guardi dal punto di vista di Wall Street, siamo nella m****. Gli analisti non riescono a capire come devono valutarci.
Questa è un’altra versione del famoso paradosso di Kenneth Arrow: i mercati per le informazioni in genere non funzionano bene perché, per stimare con precisione il valore di qualcosa devi sapere tutto ciò che la riguarda. Ma l’informazione, naturalmente, non ha valore di mercato per chi la conosce già. Le invenzioni, essenzialmente, sono informazione: finché non sono sul mercato e hanno percorso la curva di diffusione, è difficile capire quanto valgono davvero.
Il crollo del New Work e lo slittamento nelle preferenze dei consumatori
All’inizio della parte 2 di Makers il movimento New Work è finito. Un crollo in borsa ha distrutto il modello di business di Kodacell, che era stato imitato da altre grandi aziende come Westinghouse (che ha assunto Tjan, strappandolo a Kodacell). Il risultato è che il movimento è morto. Perry e Lester, ancora nel loro centro commerciale abbandonato in Florida, costruiscono “the ride” (difficile da tradurre: è una specie di parco a tema-otto volante- memoriale del New Work), che sarà il centro del resto del libro. Il fiasco del New Work è una delle parti meno convincenti del libro dal punto di vista di un economista: a parte il problema già menzionato di attribuire un valore di mercato alle invenzioni, non si capisce che cosa possa avere provocato più di una fluttuazione di breve termine. Kettlewell:
Gli analisti non riuscivano a capire come valutarci. Aggiungici un po’ di caos sul mercato, un po’ di gente che ha voluto pareggiare vecchi conti [...] è già un miracolo che abbiamo resistito così a lungo.
In seguito a questi eventi, i consumatori smettono di comprare i beni prodotti dalle aziende New Work, il che è ancora meno convincente. Come dice Perry:
Le invenzioni non interessano più a nessuno.
Non c’è nessuna ragione ovvia per cui questo dovrebbe succedere. La seconda invenzione di Perry e Lester, Home Aware, ha avuto un grande successo, vendendo un milione di esemplari in sei settimane. In una situazione del genere, se il produttore originale esce dal mercato, in genere altre aziende prendono il suo posto per servire ed espandere la clientela esistente. Dopo il crash delle dotcom nel 2000 i consumatori hanno aumentato la loro domanda dei servizi online che trovavano utili, senza preoccuparsi troppo degli indici di borsa. Yahoo, Google, Amazon hanno continuato a esistere e prosperare, nei rispettivi mercati di sbocco se non sui listini. Ho dato uno sguardo alle serie storiche degli indici NASDAQ e delle vendite tramite e-commerce in America nel periodo 1999-2009, e la correlazione è sostanzialmente inesistente (addirittura negativa), come vedete dal grafico seguente:
Quindi: la società dell’innovazione in Makers è sostenibile?
Le domande sulla sostenibilità sono difficili. Più volte gli scienziati hanno predetto catastrofi suscitando grandi clamori nell’opinione pubblica, che ha rovato queste predizioni convincenti. Da Malthus al Club di Roma e al Millennium Bug, ci siamo sempre cascati: sembra che abbiamo una predisposizione a sottovalutare la capacità di adattamento della società e dell’economia (cambiamenti culturali riducono il tasso di fertilità, l’aumento dei prezzi dell’energia aumenta l’efficienza energetica del PIL e così via). La catastrofe ci sembra in qualche modo convincente: forse è solo un’eredità del nostro passato preistorico, o forse è un mito culturale molto radicato (Apocalisse, Ragnarok ecc.). Certamente, questo suggerisce molta, molta cautela nel fare predizioni in questo senso.
L’economia del New Work è almeno plausibile; la parte meno plausibile è proprio quella della sua fine. Mi sarei aspettato uno sviluppo del tipo: Kodacell e Westinghouse incoraggiano lo spinoff delle loro unità New Work, o le vendono ad aziende più agili e con meno costi fissi. Questo rende economica anche la struttura organizzativa e finanziaria a rete che era stata il vantaggio competitivo di queste grandi aziende per gente come Perry e Lester. Dopo tutto, la storia dell’open source mostra già con chiarezza che non è necessaria una grande organizzazione per coordinare attività complesse. Il libro, però, ha un finale decisamente pessimista: la grande azienda malvagia ha vinto la battaglia contro il movimento The Ride, e ha assunto Lester, neutralizzando il suo potenziale innovativo; Perry è diventato una specie di tecnico errante, solo e impoverito. Doctorow l’economista sembra sostenere l’idea di società dell’innovazione, ma Doctorow l’autore certamente no. Mi chiedo quale dei due Doctorow, alla fine, avrà avuto ragione.
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/
L’importanza della libertà dei documenti spiegata da un’offerta di lavoro di Microsoft
Il 31 marzo 2010 è stato il Document Freedom Day (DFD), “una giornata mondiale per la liberazione dei documenti”. Attivisti di tutto il mondo hanno organizzato eventi locali per “spiegare al pubblico la cruciale importanza dei formati liberi per i documenti digitali e degli standard digitali aperti in generale“.
In effetti, i formati liberi “come la libertà” sono essenziali in un mondo tanto dipendente dalla tecnologia digitale quanto il nostro: senza formati del genere non si può conservare la nostra cultura o i nostri ricordi, nè proteggere tutti i dati che ci servono per lavorare e parecchi soldi pubblici. Se volete sapere esattamente il perché potete leggere:
* le introduzioni a Standard aperti e Formati aperti sul sito del DFD
* l’introduzione a OpenDocument o una presentazione in italiano sullo stesso argomento
* l’articolo di Stop Formati dei file, alfabeti e soldi pubblici: lo sapevate che…
* il mio seminario del 2009 su come i formati dei file favoriscono od ostacolano innovazione, cittadinanza attiva e mercati davvero liberi (in italiano è disponibile la versione del 2005)
Tutti questi documenti sono solo alcune delle numerosissime prove che potreste trovare di quanto proposte come quelle del DFD siano importanti per voi, anche se personalmente non ci capite nulla di computer e non vi interessa affatto capirne. Il resto di questa pagina, invece, spiega come le prove di queste affermazioni si trovino addirittura in una recente offerta di lavoro di uno dei più grandi nemici della libertà dei documenti, Microsoft.
… Prosegue (e ve ne consiglio la lettura
) nel post originale del sito di http://stop.zona-m.net.
Licenza: http://stop.zona-m.net/it/come-usare-gli-a…i-di-stopzona-m
Netlive: un laboratorio d’informatica completo, in tasca all’insegnante
La continua riduzione dei fondi sta creando problemi di sopravvivenza a tantissime scuole italiane, costringendole a chiedere regolarmente soldi alle famiglie. Come si fa a garantire un’istruzione di qualità in queste condizioni, magari con docenti che, o perché precari o perchè la loro scuola ha più sedi, si spostano continuamente da un istituto all’altro?
Alcune scuole si scrivono i libri di testo da sole, per ridurne il costo. Altre potrebbero utilizzare, almeno per l’insegnamento dell’informatica, il metodo sviluppato e già applicato con successo da Ezio Da Rin (l’imprenditore che sta anche lottando per l’uso dei formati aperti in Veneto) e Marco Clocchiatti, insegnante del Liceo Paschini di Tolmezzo (UD): Netlive, un sistema, presentato anche al Convegno sulla Didattica Aperta, per creare e utilizzare in pochissimi minuti un laboratorio d’informatica estremamente flessibile, senza spendere un Euro in licenze software.
Ecco quello che Ezio e Marco (E&M) mi hanno raccontato a proposito del bene che Netlive e il software libero in generale possono fare nella scuola italiana (anche se il governo sembra preferire altre strade).
Continua sul post del sito di origine …
Open source, al via centro di competenza nazionale
La struttura sarà istituita a seguito di un protocollo d’intesa firmato tra il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione e la società Engineering Ingegneria Informatica Spa. Il centro di competenza sarà operativo a partire da aprile e fungerà da centro di raccordo con centri di analoga natura istituiti in Spagna, Germania, Francia, Cina e Brasile, a seguito di un progetto europeo. La struttura collaborerà anche con università e centri di ricerca e le sue attività saranno inizialmente focalizzate sui settori della scuola, dell’università, delle applicazioni per piccoli Comuni e delle soluzioni per l’e-democracy
Protocollo d’intesa con Engineering Ingegneria Informatica S.p.A.
Il Ministero per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione, rappresentato dal capo dipartimento Renzo Turatto, e la società Engineering Ingegneria Informatica Spa, rappresentata dal direttore generale Piero De Micheli, hanno sottoscritto un Protocollo di intesa per la realizzazione di un Centro di competenza sul software open source per la Pubblica Amministrazione.
Le soluzioni open source possono favorire l’accesso ai servizi pubblici, la trasparenza, la semplificazione dei processi, nonché la cooperazione tra amministrazioni. Tutti obiettivi prioritari inseriti nel Piano e-gov 2012 del ministro Renato Brunetta, finalizzati dunque a modernizzare, rendere più efficiente e trasparente la Pubblica Amministrazione, nonché a migliorare la qualità dei servizi erogati a cittadini e imprese.
Engineering Ingegneria Informatica rappresenta il partner strategico per realizzare con successo questa iniziativa. Attiva in Italia da oltre venti anni nello sviluppo di sistemi e applicazioni informatiche ha sempre dedicato particolare attenzione alle soluzioni open source, nonché nella consulenza per l’innovazione tecnologica nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione,.
Il Centro di competenza, che sarà attivato nel corso del mese di aprile, opererà quale punto di raccordo nazionale così come previsto dal progetto integrato europeo “Quality platform for open source software – Qualipso”, in rete con i medesimi centri realizzati in Spagna, Germania, Francia, Cina e Brasile. Sin dalla fase d’avviamento, il centro collaborerà con la Libera Università di Bolzano, il Politecnico di Milano, l’Università Statale di Milano e l’Università del Sannio. Il Centro di Competenza, aperto alla collaborazione di ulteriori università e centri di ricerca, opererà inoltre quale aggregatore di competenze e di risorse anche nell’ambito di progetti di ricerca e innovazione promossi a livello locale, nazionale e internazionale.
Nella fase iniziale, le attività saranno focalizzate sui settori della scuola, dell’università, delle applicazioni per piccoli comuni e delle soluzioni per la e-Democracy.
Il protocollo non comporta oneri a carico del Ministero poiché le attività saranno realizzate con il contributo diretto della società.
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L’open source è diritto costituzionale
La Corte Costituzionale è intervenuta su una legge regionale del Piemonte. Che disponeva la non applicazione del diritto d’autore al software libero. Bocciandola: le licenze, anche open, vanno rispettate
Roma – La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 1 della legge regionalen. 9 emanata dal Piemonte il 26 marzo 2009: la disposizione, nell’ambito delle “Norme in materia di pluralismo informatico, sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione”, misconosceva le caratteristiche del software libero, pur affermando di volerne garantire la diffusione.
Le disposizioni regionali, secondo quanto si legge nella sentenza, “violano la competenza statale in materia di tutela della concorrenza (art.117 Cost.), nonché in ordine alla disciplina del diritto d’autore”.
L’articolo 1, comma 3, della legge bocciata disponeva, infatti, che “alla cessione di software libero non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 171-bis della legge 22 aprile 1941, n. 633″. Non si sarebbero dovute applicare, cioè, le disposizioni della normativa nazionale a protezione del diritto d’autore.
Il legislatore era quindi incappato nell’errore di confondere il software libero con un’assenza di diritti da parte dell’autore, arrivando a ritenere che un ridefinizione delle regole del gioco della proprietà intellettuale come quella effettuata dalle licenze open corrispondesse ad un’assenza di regole, o meglio che lo scopo della diffusione delle idee fosse servita a dovere da una totale deroga al diritto d’autore.
Non riconosceva, in pratica, il valore del fattore virale (share-alike) delle licenze di software libero, caratteristica che gli permette di rimanere tale anche nelle sue successive modifiche imponendo l’obbligo di ri-diffusione sotto la medesima licenza, e le altre disposizioni stabilite a sua tutela.
Claudio Tamburrino
Fonte: http://punto-informatico.it/2843326/PI/ … onale.aspx
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L’Open Source in un’azienda italiana: intervista al fondatore di ManyDesigns
Ne è nata un’intervista a distanza “a tutto campo”, che offre spunti di riflessione molto interessanti per tutte le aziende italiane che sviluppano software, e mostra uno spaccato reale del mondo open source italiano, spesso poco considerato. Prima di lasciare spazio alle domande, ma soprattutto alle risposte dell’ing. Predonzani, mi preme ringraziarlo per la disponibilità mostrata. (D’ora in avanti, PP sta per Paolo Predonzani e CF per Ciro Fiorillo)
Qui e qui il resto dell’intervista.
Fonte: http://www.frontieredigitali.it/online/?p=1521
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/
The future of internet and how to stop it

Jonathan Zittrain (twitter.com/zittrain) è professore di “Internet Governance and Regulation” all’Oxford University ed è presidente dell’Oxford Internet Institute. Lui sostiene attraverso il libro The future of internet and how to stop it che internet così come lo vediamo potrebbe avere un forte blocco.
Uno stop dovuto a un autogenerativo termine del ciclo di innovazione e a un inquietante prospettiva di metodi di controllo della rete.
Zittrain identifica, infatti, 4 tipologie di governo applicabili alla rete: la prima prevede un controllo centralizzato della rete, nella seconda tipologia c’è un controllo dall’alto, ma dietro una scelta generale (un modello simile alla nostra democrazia); il terzo modello prevede una comunità libera che elabora contenuti attraverso il voto e la segnalazione, infine nel quarto modello non esiste controllo e la libertà è il fine da seguire (modello Wikipedia).

Il diffondersi di sistemi come Iphone, Ipod, Xbox rappresentano una tendenza da parte degli utenti ad essere sempre più controllati (attraverso sistemi GPS e altro) con un controllo da parte delle case produttrici quasi totale.
Inoltre attraverso le applicazioni web 2.0 mesh-up di Facebook o Google la libertà dei fruitori è ridotta veramente al minimo, in quanto una fonte centrale monitora costantemente gli utenti.
Quando questo modello cerca di imporre le proprie decisioni, si scatena la controparte liberale, ovvero il modello di quarta specie, che è poi anche il modello della pirateria. All’interno di questo contesto si inserisce il fenomeno per eccellenza dell’evoluzione del Web 2.0, ovvero la blogosfera.
Difatti per Zittrain l’unico modo che ha internet di salvarsi sarà attraverso la creatività e la collaborazione open source dei milioni di utenti.
Il libro è scaricabile con licenza creative commons dalla sezione download del sito.
Ma di seguito vi segnalo nove libro scaricabili con licenza creative commons altrettanto utili per conoscere la rete e l’epoca che stiamo vivendo. Purtroppo sono tutti in inglese ma devo dire che non sono molto complessi.
Makers by Cory Doctorow
Intertwingle by Judy Breck
Unleashing the Ideavirus by Seth Godi
Against Intellectual Monopoly by Michele Boldrin
The Public Domain by James Boyle
Networks, Crowds & Markets: Reasoning About a Highly Connected World by David Easley
The Wealth of Networks by Yochai Benkler
The Cluetrain Manifesto by Rick Levine
New Rules for the New Economy by Kevin Kelly
Fonte: http://www.paolomarzola.com/blog/archives/2491
Post pubblicato con il consenso dell’autore http://www.paolomarzola.com/blog/
Consigli l’open? Sei nemico del copyright
Roma – L’International Intellectual Property Alliance, organizzazione globale a tutela del copyright con base negli Stati Uniti, ha espressamente consigliato all’Office of the United States Trade Representative di tenere sotto osservazione l’Indonesia, il Brasile e l’India, e di annoverarli nella lista dei paesi pericolosi per il diritto d’autore. A far discutere è soprattutto il motivo di questa richiesta, ovverosia che i summenzionati paesi (e l’Indonesia in particolare) stanno ricorrendo a politiche di adozione del software open source in sostituzione di quello proprietario e a pagamento.
Ogni anno l’USTR pubblica la Special 301 watchlist, in cui l’agenzia governativa – che in questi anni si è prodigata per l’estensione delle leggi sulla proprietà intellettuale in tutto mondo – segnala i paesi che fanno poco o nulla per impedire le infrazioni del diritto d’autore nel tentativo di verificare l’efficacia delle politiche di contrasto ed educazione al rispetto del copyright.
Nelle raccomandazioni messe insieme da IIPA per il rapporto Special 301 di quest’anno rientrano appunto i paesi già citati, colpevoli di voler promuovere il software FOSS regolato dalla licenza GPL invece di quello proprietario con licenza commerciale. In particolare secondo IIPA l’Indonesia “indebolisce l’industria del software” con le sue raccomandazioni alle agenzie governative e “non collabora per costruire il rispetto per i diritti della proprietà intellettuale”. Oltre alla riduzione dei costi di gestione, l’Indonesia parla del software open come di un buon modo di ridurre il tasso di utilizzo di software contraffatto da parte degli ufficiali governativi.
Nel paese asiatico la pirateria digitale è rampante, dice IIPA, e le circolari ministeriali diramate fra le varie istituzioni (che non avrebbero carattere impositivo ma sarebbero appunto solo dei consigli su quale tipo di software adottare) sono l’ultima goccia che fa traboccare il vaso della pazienza dei mogol del copyright mondiale. A IIPA non interessa nemmeno che la bizzarra, ironica conseguenza delle sue affermazioni implichi che il tentativo dell’Indonesia di ridurre l’infrazione del copyright si trasformi in quello che viene descritto come un vero e proprio incoraggiamento a perpetuare suddetta infrazione.
Ossimori logici a parte, contro le invettive di IIPA e il processo di revisione del rapporto Special 301 si sono schierate apertamente Electronic Frontier Foundation e Public Knowledge. L’obiettivo delle due organizzazione che si battono per i diritti digitali è quello di costringere l’USTR a prevedere che il rapporto passi lo scrutinio di organizzazioni indipendenti dalle lobby del copyright, un meccanismo di verifica che “non solo aumenterebbe la credibilità del processo, ma migliorerebbe anche il rispetto per gli Stati Uniti nei paesi esteri”.
Alfonso Maruccia
Fonte: http://punto-informatico.it/2820745/PI/News/consigli-open-sei-nemico-del-copyright.aspx
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/


NB: Ogni mio riferimento al Partito Pirata è da intendersi appartenenza a circuito internazionale http://pp-international.net/ del http://www.partito-pirata.it/
[...]"persone accomunate da una scintilla di genialità e da una grande curiosità artistica, menti brillanti inadeguate ad una società grigia, disadattati che non sanno scendere a patti con le regole assurde del mondo in cui vivono, artisti eclettici, ribelli irriducibili, creativi geniali, programmatori brillanti ... in una sola parola: pirati"
(Carlo Gubitosa, Elogio della pirateria)






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