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L’INFORMATICA RACCONTATA AI GRANDI E AI PICCINI

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright by yanfry on 2 ottobre 2014

Angelo Raffaele Meo – Aurora Martina Neri

Taste completo disponibile su http://linuxdidattica.org/

PREMESSA
Questo libro è destinato ai ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni circa. Abbiamo pensato a loro perché vengono in contatto ogni giorno con gli strumenti informatici e di cui spesso ne conoscono solo superficialmente il funzionamento.
Speriamo che possa risultare utile anche a quei docenti, educatori, genitori che condividono con noi l’idea che oggi insegnare l’informatica ai ragazzi sia non solo importante ma indispensabile al fine di contribuire a creare in loro maggiore autonomia, sicurezza e capacità di gestire il proprio futuro.

Ci auguriamo che possa essere gradito soprattutto ai ragazzi, spesso avviati dal sistema scolastico a una conoscenza troppo “applicativa” dell’informatica.

Il libro è stato creato anche per essere fruito on line sulle piattaforme per la didattica oggi più diffuse.
L’edizione attuale presenta una caratteristica innovativa rispetto alle edizioni precedenti. Infatti, il testo è integrato da alcuni videogiochi didattici che fanno diretto riferimento agli algoritmi descritti nei singoli capitoli del testo.
I videogiochi potranno scaricati dal sito http://www.gaminaction.com/clients/politecnico/release/
(username: poli, password: poli) ed essere eseguiti su qualunque personal computer in ambiente Windows, Mac e Linux. Inoltre, potranno essere giocati “on line” ai seguenti indirizzi:

http://www.gaminaction.com/clients/politecnico/gioco01

http://www.gaminaction.com/clients/politecnico/gioco02

http://www.gaminaction.com/clients/politecnico/gioco03

Nell’edizione attuale i giochi sono finalizzati alle esercitazioni relative al calcolo binario e operazioni connesse. Alla fine del corso, insegnanti e allievi potranno verificare il livello dell’apprendimento con una versione originale del Gioco dell’Oca all’indirizzo: http://www.gaminaction.com/clients/politecnico/gioco06/
Gli Autori
Prima edizione: aprile 2012
Seconda edizione: luglio 2014
Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/ o spedisci una lettera a Creative Commons, 171 Second Street, Suite 300, San Francisco, California, 94105, USA.

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continua su http://linuxdidattica.org/docs/libri_di_testo/informatica-grandi-piccini.pdf

Mercati open. Semplicissimi

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 giugno 2014

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Se non sei in tv non esisti, si diceva e si dice ancora, a sottolinearne l’impatto comunicativo anche odierno.

Allora possiamo dire che finalmente le cose open esistono. Dopo gli open data citati in un telegiornale nazionale, è stata infatti la volta delle tecnologie open source presentate in una bella puntata di Report su Rai Tre.

Un’inchiesta condotta da Michele Buono per capire quale potrebbe essere l’impatto economico e sociale se i progetti migliori nel campo della manifattura digitale, dei nuovi modelli di impresa, del trasporto, dell’efficienza energetica, dell’urbanistica, della formazione e dell’istruzione, si trasformassero da piccoli grumi di eccellenza sparsi in Italia e in tutta Europa, in un grande sistema integrato.

Tra i vari temi toccati emerge appunto l’open source come elemento chiave, specie per le piccole realtà emergenti, che ormai è moda chiamare (spesso impropriamente) startup.

Gloria Spagnolo di Xuni (una minuscola ma performante realtà familiare della provincia trevigiana che offre soluzioni open source di vario tipo) parla della loro offerta:

possiamo realizzare la nostra tecnologia grazie ai progetti open source; grazie a quella conoscenza che viene condivisa in rete e ci permette di avere nel nostro ufficio anche stampanti e macchine come queste senza dover far lievitare in modo esponenziale i costi.

E poi è la volta dell’italiano probabilmente più noto al mondo nel campo delle tecnologie open. Colui che ha pensato di applicare una licenza Creative Commons ad un circuito stampato (o più propriamente alla sua architettura): Massimo Banzi, il principale ideatore di Arduino, il più noto caso di applicazione dell’open source al mondo dell’hardware. A lui il compito di spiegare come il modello open può generare ricchezza (e a volte anche vero e proprio business) passando da sentieri diversi da quelli delle tradizionali logiche di mercato.

È chiaro che rispetto a quello che si potrebbe guadagnare con un modello di business tradizionale si guadagna infinitamente, molto meno, però non è detto che questo mercato si sarebbe sviluppato allo stesso modo. E da un altro lato chiaramente il mercato si espande per tutti, per cui si è anche una fetta più piccola di un mercato molto più grande; è meglio che avere una fetta enorme di un mercato inesistente.

La chiave sta nello sfruttare il modello open per creare un nuovo mercato; un mercato che nell’ottica non open probabilmente non avrebbe comunque ragion d’essere o avrebbe tutt’altri equilibri a livello di interesse da parte del pubblico e di sostenibilità economica. Ecco, è tutto lì. Semplicissimo.

Fonte: http://www.apogeonline.com/webzine/2014/05/30/mercati-open-semplicissimi%5B/embed%5D

Il testo di questo articolo è sotto licenza http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/.

Rodari, le startup e il civic hacking: piccolo manuale per cambiare il mondo

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 26 marzo 2014

“Buongiorno Nicola, mi chiamo Stefano Panichi, sono uno degli organizzatori dell’Associazione Startup Saturday Europe. Ti va di fare un talk ad uno dei nostri appuntamenti mensili? Lo scopo di questi incontri è far incontrare persone che per vari motivi ruotano attorno al mondo dell’innovazione. gli incontri sono aperti e gratuiti. proviamo per l’8 marzo al tag di Pisa nell’ambito del green tech festival?”

Così nasce questo pezzo sull’esperienza condivisa in quel di Pisa. Per questo era giusto ringraziare Stefano e gli amici di Startup Saturday, per il loro coraggio e per l’apertura al dialogo. Onore alle intuizioni.

“Certo, volentieri, grazie per aver pensato a me!” rispondo io, “faremo dei ragionamenti attorno al rapporto tra sostenibilità e startups” prosegue lui. “Ottimo, interessante, se ti va porto una riflessione sul civic hacking, è un pensiero che ho iniziato a condividere pubblicamente con Dario Carrera e gli altri amici di The Hub Roma, dopo averlo fatto in Sardegna” incalzo io. “Molto bene, sarà un piacere approfondire il tema” chiude lui il nostro primo fraseggio.

Vi risparmio le mie riflessioni su Ryanair e la notte pisana (anche se mi toglierei qualche sassolino dalle scarpe rispetto al contesto … sarà per la prossima), perché preferisco raccontarvi quel che ho condiviso dopo il gioioso e caloroso benvenuto che ho ricevuto al tag di Pisa appena sono entrato!

foto finale tag pisa post pitch

Non sono vegano (ma ne gusto la filosofia nei prodotti, come ad esempio Querciabella) ed amo in maniera spasmodica la vita. Così prendo la parola dopo aver ascoltato il sapiente intervento di Carlo Muzzarelli di http://www.werisk.it/ (che peraltro mi ha fatto conoscere i vini Querciabella). Col suo fare quieto e rassicurante da gigante buono, vero globetrotter dell’innovazione, ha spiegato con visioni precise quali possono essere le direzioni per gli startupper nell’ambito dell’arcobaleno della sostenibilità (per chi è veramente curioso ci sono le slide o, meglio, la prossima volta partecipate). Certo è dalle sue parole emerge nitidamente che stiamo trattando di male in peggio il nostro povero mondo, ma il suo ragionamento offre suggerimenti seri e tecnici per costruire vie d’uscita. e farci sopra bei business. insomma veramente tanta roba, grazie Carlo, è stato un piacere prendere appunti.

Facendo Cherry Picking sui concetti che poi ho richiamato nel mio: “quello che facciamo noi condizionerà il loro futuro (ed avremmo voluto che in passato ci avessero pensato). “Auspico mobilità del lavoratore durante la vita lavorativa, il lavoro non può essere un matrimonio vecchio rito, senza divorzio”, “il ritardo italiano è un’opportunità, non una condanna”.

Adesso portate pazienza se non riuscirò ad essere sintetico nel riassumere i concetti che ho condiviso con gli amici toscani (che poi erano anche emiliani, romagnoli, siciliani, lombardi, etc. as always).

OLTRE LA CRISI

Si parla di crisi, è vero che tempi bui verranno, fosse anche per le tante ragioni con cui è stata affrontata la stessa crisi in questo periodo (e per come si sono amministrati i beni comuni almeno negli ultimi 30 anni), però è anche vero che

saranno tempi di sobrietà, di morigeratezza, questo costringerà a fare poche cose, però a fare scelte condivise e, forse, finalmente utili.

Si parla di ambiente, che, come bene collettivo, è infungibile e come tale dovrebbe essere trattato, alla stessa stregua di istruzione e sanità, cosa che attualmente non avviene, l’ambiente infatti non è un mero conto economico.

In un mercato mondializzato, le proprie peculiarità, storia e localizzazione, sono momento qualificante per il mercato stesso. La valorizzazione dei territori e delle loro ricchezze, la messa a sistema dei valori intrinseci esprimibili, la loro proiezione su scala internazionale, rappresentano il filo conduttore da seguire per poter creare sviluppo e farlo decollare nella platea economico commerciale planetaria. Pensare globale, vivere locale e produrre nei luoghi significa generare glocal lifestyle products.

La velocità delle economie cannibalizza vecchie logiche e stanche conduzioni dirigenziali. Oggi la leggerezza, la fluidità e la liquidità, l’adattabilità e la freschezza, multidisciplinarietà, interdisciplinarietà e la multifunzionalità, proprie dei territori, declinate con sapienti razionalità economiche, consentono aperture di mercato fino a ieri incomprensibili. I luoghi devono essere, per ambiti definibili, finestre sul mondo e cinghie di trasmissione bidirezionali. La costante ricerca del nuovo e del diverso su scala globale per la sua applicazione e commercializzazione su scala locale, permette, con ogni evidenza, lo sfruttamento ininterrotto anche del percorso inverso.

La rete è una biosfera. La rete siamo noi. Il web non è una rete di computer, ma di esseri umani che oggi sono collegati. Nel bene e nel male. Qui in italia non mancano né talenti né capitali per decollare, anzi. Serve un fattore fondamentale su cui dobbiamo lavorare, un moltiplicatore naturale: la fiducia, non semplicemente nel futuro, nel credere di potercela fare, ma anche e soprattutto nel condividere le idee, nel lavorare insieme, nel costruire progetti mettendo a fattore comune moltiplicativo competenze, provenienze ed esperienze (cit. Gianluca Dettori).

Quali sono i megatrend, le tendenze di sviluppo macroeconomico globale che impattano su tutto, che ci possono aiutare a costruire una plausibile visione del mondo futuro e della sua evoluzione?

I MEGATREND

Immagino: concentrazioni abitative, gestione intelligente e sostenibile in relazione alle reti energetiche, alla mobilità, agli edifici, efficienza energetica ed emissioni zero, popolazione giovane (indiana, cinese e filippina), europeo il 20% del totale mondiale di popolazione ultraottantenne, interazioni fra individui, macchine ed organizzazioni, integrazione di cloud pubblici e privati (e cloud ad hoc), ambienti di simulazione (difesa, medicina, educazione, mobilità, solo per citarne alcuni), modelli di business basati sulla condivisione di risorse (infrastrutture, macchinari), connettività principalmente wireless, ulteriore sviluppo della banda in termini di ampiezza e disponibilità da cui deriveranno nuove generazioni di applicazioni e servizi, intelligenza artificiale, esigenze sociali di ridurre a zero difetti, tecnologie emergenti (nano materiali, elettronica flessibile, laser, materiali intelligenti), veicoli elettrici a 2 e 4 ruote, nuove infrastrutture e nuove soluzioni tecnologiche, nuove terapie, valore sociale della salute ed del benessere, metodi di prevenzione e di cura, automazione industriale, tecniche di intelligenza artificiale, robot intelligenti, produzione più rapida, efficiente e sostenibile, riuso, seconda e terza vita dei beni, storage, reti multiple, integrate ed intelligenti.

Se questi sono i megatrend, quali sono gli scenari? Il futuro presenta sfide per cibo, acqua, anziani, energia e migranti. Solo i territori, nel fare strategia per il proprio sviluppo, possono prospettare scenari e, attraverso partecipazione, promuovere un percorso di condivisione ed accettazione delle priorità condivise. L’esito degli sforzi deve essere quello di spingere i luoghi ad avere visioni sul futuro, ad identificare le azioni prioritarie da sviluppare, per giungere quasi fino all’identificazione degli elementi costitutivi di possibili piani d’azione.

L’ambizione deve essere quella di motivare le persone a comprendere, nella propria dimensione quotidiana, il ruolo che essi potranno svolgere nel promuovere ed attuare il cambiamento. Siamo abituati a pensare al futuro in modo astratto, come a qualcosa di distante che non dipende da noi. Invece dobbiamo scatenare quelle riflessioni e quei processi che aiutino le comunità a proiettarsi in un futuro concreto. I paesi oramai impropriamente chiamati emergenti saranno il centro dell’economia (e della produzione delle idee), in Europa si dovranno fare i conti con gli slittamenti demografici ed anagrafici.

Avremo un mondo segnato da megalopoli (che consumano più di tutto il resto del mondo ed inquinano in maniera proporzionale al consumo, pur essendo solo il 4% del pianeta) e nanotecnologie, dove il cibo sarà sempre di più un valore prezioso e l’acqua una risorsa scarsa. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di visionarietà, certo coi piedi per terra, ma che non rinunci a veder distante. La grande sfida per le società è la ricerca di modelli di sviluppo che preservino il capitale naturale ed aumentino la qualità della vita degli abitanti del pianeta.

UN CAMBIO DI MENTALITA’

La crisi globale richiede un cambiamento di mentalità. Nel 2050 i consumatori saranno sempre di più produttori. Le persone saranno consapevoli che mangiare costa. Dovrà essere affrontato il permanente depauperamento delle campagne visto che solo il 4% della forza lavoro si dedica ai campi.

L’auspicio è che tutta l’umanità si riconcili con terra madre ed in qualche misura abbia coraggio di capire che oltre un certo limite non è più sostenibile la nostra vita comune di oggi.

I flussi migratori colmeranno lo svuotamento del sud Italia? Saranno le città multietniche a far risollevare il sud? E i mussulmani? Questa futura grande forza lavoro pronta ad affacciarsi nei mercati internazionali?

E’ fondamentale che tutte queste rivoluzioni siano guidate da principi di democrazia e siano tese al benessere delle persone. Quale sarà il ruolo delle vostre aziende in questi scenari? Quanto impiegheremo a comprendere che lo sviluppo economico dei territori è uno degli argini indispensabili per reagire in maniera costruttiva alle situazioni sopra descritte?

AN OPEN MIND FOR AN OPEN SOCIETY

Nel 2014 ci saranno i Mondiali di calcio in Brasile, nel 2015, termine per la realizzazione degli obiettivi della dichiarazione del millennio, ci sarà a milano l’Expò universale dedicato al tema nutrire il pianeta, nel 2016 ci saranno le Olimpiadi in Brasile, il 2017 farà fibrillare il mercato della carta stampata, nel 2018 il 50% degli italiani sarà raggiunto dalla fibra ottica, nel 2019 quale sarà la capitale europea della cultura? Cagliari? I hope so! nel 2020 scadranno gli obiettivi 20-20-20 … e nel mentre sarà già finito il prossimo ciclo di programmazione comunitaria! E noi? Siamo pronti?

Una liturgia che autoalimenta se stessa ci racconta (come nel “ricordati che devi morire” di Troisi) che nulla cambia, invece tutto cambia, perché è lo scorrere naturale delle cose e degli eventi che ce lo insegna tutti i giorni. E la storia ce lo dimostra. Queste sono le basi di un sano e robusto civic hacking (che Wikipedia ci dice essere “one who collaborates with others to create, build, and invent open source solutions using publicly-released data, code and technology to solve challenges relevant to their neighborhood, city, state, or country”).

Ecco, per me l’open source e gli open data sono le persone, sono quell’immenso capitale umano, sociale che è il fiero prodotto della pubblica istruzione italiana (ed anche di quella privata, non facevo il razzista). L’innovazione e la resistenza al cambiamento sono due facce della stessa medaglia. Perché il cambiamento avvenga, occorre scegliere se guidarlo consapevolmente o combatterlo (cit. Carlo Duò).

Non è vero che nulla cambia, tutto cambia perché tutto deve cambiare e siamo noi gli artefici ed i protagonisti del cambiamento. Rompiamo le liturgie e non lasciamo che siano gli altri a decidere per noi. Non aspetto i messia di turno per dirmi quello che va fatto il sardegna né chicchessia che ci dica chi e come diventa classe dirigente, è lo scorrere naturale delle cose a dirlo.

L’esempio di cui sono fiero testimone è Sardegna 2050. Un laboratorio di politiche innovative e territoriali. Il suo scopo è quello di trasformare i processi di innovazione materiale e immateriale in politiche attive che abbiano una ricaduta positiva sul territorio. E’ una rete di persone che hanno deciso di mettersi in gioco in prima persona per avere un ruolo attivo nel futuro di questo paese. E’ quindi un network di esperienze, di intelligenze, di saperi, di competenze, di diversità, che lavora unitariamente e in forma integrata per portare avanti le finalità espresse nel manifesto (www.sardegna2050.it).

Rompete gli schemi, usate tutta la vostra intraprendenza, fate vostri i grandi strumenti che oggi sono a disposizione di tutti in maniera aperta grazie alla rete, agite senza confini perché non ci sono più (né geografici né amministrativi), seguite l’intuito e l’istinto, siate consapevoli delle scelte. E’ mutato il mercato del lavoro, le tipologie contrattuali e gli scenari logistici e commerciali. Ci sono nuovi clienti per nuovi lavori in nuovi scenari. le caselle si mettono in ordine da sole… ma bisogna essere bravi, e voi lo siete!

La storia dell’innovazione ci insegna che sempre e solo le persone ed il loro talento hanno cambiato la vita a milioni di anime: nel 3000 a.C. hanno inventato il denaro, nel 2700 a.C.: l’abaco, nel 1772 a.C. diritto commerciale, nel 100 a.C. l’azione, nel 27 a.C. interesse, nel 960 moneta cartacea, nel 1129 le banche, nel 1494 la contabilità in partita doppia, nel 1714 la macchina da scrivere, nel 1823 il telegrafo, nel 1887 la carta di credito, nel 1938 la macchina fotocopiatrice, nel 1972 l’e-commerce, nel 1973 il cellulare, nel 1981 IBM lancia i PC … e poi a metà anni novanta dilaga internet e la posta elettronica ed il mondo non sarà più come prima. Internet! la più grande rivoluzione dopo il fuoco e la ruota! C’è un prima e dopo con distanze geologiche.

Gli ecosistemi dove poter fare hackeraggio civile sono giovani, sono ambienti dove si creano le condizioni abilitanti per la crescita competitiva e la trasformazione economica di un determinato contesto produttivo economico e sociale. Questo crea condizioni favorevoli alla creazione d’impresa, allo sviluppo di nuove idee, alla circolazione della conoscenza, alla creazione di valore, alla valorizzazione delle competenze ed alla creazione di nuove competenze. in questo dobbiamo investire, semplificando regole e predisponendo strumenti per rendere i territori attraenti e innovativi.

Gli ecosistemi dell’innovazione sono piccoli Cern economico sociali che, attivando gli attori del territorio e collegandoli agli altri, generano quel flusso di conoscenze e coscienza che genera idee, che diventano prodotti di nuove imprese e nuovi processi per le politiche pubbliche. E’ quindi guardando alla produzione economico culturale degli ecosistemi che si scoprono le linee di tendenza, è li che i consumatori ed i produttori generano i nuovi prodotti per i nuovi cittadini dei nuovi mercati, è li che si creano imprese, è li che si creano quindi posti di lavoro, è li che si studiano i nuovi materiali, nuovi codici, nuove linee di tendenza. In Sardegna, come altrove, oltre a Cagliari (o Pisa) ci sono tanti altri ecosistemi dell’innovazione, da scoprire, da mettere in rete, non mancano i talenti né le idee, non mancano intelligenze né competenze, non mancano neanche i soldi, serve fiducia in se stessi e negli altri, dove c’è fiducia sociale possono nascere e crescere nuovi talenti e nuovi ecosistemi.

Oggi come ieri l’innovazione è un fenomeno cooperativo, è funzione della qualità dell’interazione tra innovatori, i territorio ed i vari ecosistemi. Non contano le mura, conta il cuore. Nn ecosistema è come una distilleria, non si creano a tavolino. L’innovazione è quel momento in cui le idee diventano imprese. Questa è economia reale. Ci servono imprese di successo che impattino nella realtà.

Civic hacking è quel sano fermento che smuove le coscienze, è cura del dettaglio, è digitalizzazione dei processi, è democratizzazione della rete, è l’intelligenza che mettiamo nei soldi che fa la differenza (cit. Dettori).

Coraggio, facciamolo. Cambierà il mondo. La vera rivoluzione è sulla conoscenza e sulle classi creative, è sulla capacità di apprendimento delle comunità dai dati che essa stessa produce, è nel cloud people, è nel 4D e nel 5D, è nei new ways of living and working. La cultura dell’abbondanza e del petrolio sono finite, non hanno futuro. Nelle città di domani i bambini faranno cose che oggi non conosciamo, studieranno cose che non sappiamo. organizziamoci.

Ecco. Tutto qui. Scusate lo sfogo, ma è questo quel che ho in cuore.

Ci siamo poi goduti a margine del mio intervento una divertente pitching session, tutta incentrata sul food waste reduction, 3 team che in maniera logica benché acerba ce la stanno mettendo tutta per rendere di mercato i concetti di food sharing, di spesa sostenibile e di azzeramento degli sprechi. Bravi ragazzi! tutti giovanissimi, tutti italiani, varie provenienze, tutti fieri prodotti della pubblica istruzione italiana. Forza ragazzi, procedete, studiate, scrivete e scaricate a terra il vostro prodotto!

Li ho salutati tutti con una poesia di Rodari sul futuro, qui lo faccio con un’altra (“Storia universale” è il titolo), rubata dal libro che mia figlia custodisce gelosamente sul comodino:

In principio la terra
era tutta sbagliata,
renderla più abitabile
fu una bella faticata.

Per passare i fiumi
non c’erano i ponti.
Non c’erano sentieri
per salire sui monti.

Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno?
Non esisteva il letto.

Per fare una partita
non c’erano palloni;
mancava la pentola e il fuoco
per cuocere i maccheroni.

C’erano solo gli uomini
con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi
si poté rimediare.

Da correggere però,
ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le mani:
c’è lavoro per tutti quanti!

Ho imparato, ho ascoltato, ho vissuto, sono cresciuto, ho conosciuto nuove persone in gamba. Il resto è noia. Ce la possiamo fare. Ci sto riuscendo io che sono partito dal codice delle pandette.

lo dico a voi ma, per piacere, ditelo a tutti: Avanti tutta!
Un sorriso,

Cagliari, 21 marzo 2014
Nicola Pirina

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Fonte: http://www.chefuturo.it/2014/03/rodari-le-startup-e-il-civic-hacking-ecco-un-piccolo-manuale-per-cambiare-il-mondo/

Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/

Arriva la petizione per portare #Linux nelle #scuole Italiane

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright by yanfry on 15 marzo 2014
by roberto ferramosca – 11.3.14
E attiva una nuova petizione per portare Linux e l’uso di software liberi come ad esempio LibreOffice  in tutte le scuole Italiane.

linux_scuola

Negli ultimi anni abbiamo segnalato come molti comuni e regioni italiane siano migrate a Linux e l’utilizzo di software liberi facendoci cosi risparmiare diversi soldi pubblici oltre a disporre un sistema operativo più stabile e soprattutto più sicuro. Ad incentivare la migrazione da software proprietari normalmente di Microsoft a Linux arriva anche la  legge varata dal Governo Monti  con la suddetta Circolare 63/2013 che indica come la Pubblica Amministrazione debba prendere in considerazione software open source. Ma purtroppo in Italia sono ancora molte le scuole che sperperano denaro pubblico in acquisto di pc e licenze per software proprietari, per questo motivo è nata una recente petizione denominata “Linux nelle scuole Italiane”.

 

La petizione “Linux nelle scuole Italiane” punta ad incentivare l’attuale governo Renzi, le alte cariche dello stato, affinché venga varata una legge che obblighi l’utilizzo di Linux e del software libero in tutte le scuole pubbliche italiane. Portare Linux e il software libero in tutte le scuole italiane farà risparmiare non solo molto soldi pubblici ma fornirà agli utenti un sistema operativo più stabile e sicuro e libero oltre a non aggravare le spese famigliari dato che gli alunni potranno utilizzare tranquillamente questi software anche a casa senza dover spendere una lira.

I soldi pubblici risparmiati potranno essere d’aiuto per restaurare la scuola italiana, con l’acquisto di libri, rifacimento dei locali, creare nuove scuole pubbliche ecc.

Ringrazio il nostro amico e lettore GasGas per la segnalazione.

Petizione: Linux nelle scuole Italiane

Fonte articolo: http://www.lffl.org/2014/03/arriva-la-petizione-per-portare-linux.html
Licenza: Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License

Open Hospital contro il Digital Divide

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 11 marzo 2014

In un precedente articolo abbiamo già parlato del Digital Divide e di come nei paesi sviluppati esiste un grande spreco di tecnologia, considerata dagli ignoranti una forma di distrazione, addirittura nociva per lo sviluppo.

Le moderne tecnologie informatiche, invece,possono offrire grandiopportunità di crescita e miglioramento nelle vite di tutti, portando un aiuto concreto non solo nei paesi più all’avanguardia, maspecialmentein molte realtà rurali dei paesi in via di sviluppo, soprattutto per chi vive in situazioni di emarginazione e difficoltà.

Per questo motivo è nato Open Hospital.

Open Hospital è un progetto Open Source nato dall’incontro tra i fondatori di Informatici Senza Frontiere (ISF) ed il Dott. M. Marsiaj al fine di permettere e facilitare le operazioni gestionali quotidiane presso l’ospedale St. Luke di Angal.

L’ospedale, fondato circa un secolo fa dai padri Comboniani, si trova in una regione rurale molto povera del nord dell’Uganda, con un bacino di utenza di circa 120.000 persone.

Il progetto, ben supportato soprattutto grazie al lavoro di sviluppo e correzioni delle releases portato avanti da un gruppo di sviluppatori interno a ISF, attualmente è alla settima release ed è in grado di garantire diverse funzionalità:

  • Multiutenza con possibilità di attivare/disattivare i singoli pulsanti all’interno delle finestre

  • Anagrafica Paziente estesa (gruppo sanguigno, assicurazione, nomi parenti, note, foto)

  • Storico Paziente Integrato con OPD, ricoveri, esami di laboratorio

  • Prescrizione terapie

  • Gestione della Farmacia centrale e di reparto

  • Compilazione e Gestione dei conti pazienti attraverso prezzari

  • Database vaccini

  • Comunicazione interna di eventi, report e chat

  • Report e statistiche

In seguito alla positiva esperienza di Angal sono state sviluppate successive releases e il software è stato installato anche in altre realtà ospedaliere come in Kenya, Afghanistan, Benin, Congo.

Attualmente il software è disponibile in versione utilizzabile e modificabile su Sourceforge.

Per sostenere il progetto questo è il link di riferimento.

Fonti:

http://www.informaticisenzafrontiere.org/

http://www.informaticisenzafrontiere.org/2006/01/open-hospital/

Fonte= http://medicinaopensource.blogspot.it/2014/03/open-hospistal-contro-il-digital-divide.html

Licenza= Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0.

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Il monopolio partitocratico di Windows ed il sistema operativo open del Partito Pirata

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 1 marzo 2013
C’è questo establishment governativo, alias windows, che funziona, la gente lo vota.

Puoi comunque scegliere tra la versione centro destra-professional e la versione centro sinistra-consumer, ti svuotano il portafoglio e decidono loro cosa puoi usare o meno, quando li voti ti trovi già il desktop pieno di applicazioni pesanti e inutili ma tanto carine che non si possono installare, ma che vuoi! Tanto quelle te le stanno regalando.

La gente si arrabbia perché non funziona, perché costa troppo, perché non si può fare quello che si vuole, ma il mercato è questo che ci vuoi fare.

Poi tutto diventa più lento e più pesante, non si capisce perché visto che in teoria quello che avevi scelto è rimasto quello, anzi ti stanno dando anche meno di prima, e ti spiegano che le esigenze sono cambiate, che per poter star dietro ai servizi che ti stanno fornendo c’è bisogno di un aggiornamento e che dovranno anche cambiarti l’hardware.

C’è anche un aggiornamento di licenza, per garantire quei programmi che prima pagavi una volta sola, adesso sono diventati servizi, e non potrai più tenerli ma dovrai pagare ogni volta che vorrai usarli, e probabilmente dovrai pagare anche se non li userai :(

E noi qui a spiegare che c’è un sistema operativo che per governare non ha bisogno di tutte quelle risorse, che si paghino tutti quei soldi, che certe cose come l’informazione, la cultura, l’arte se ce le scambiamo e le condividiamo possiamo averle tutti infinite volte senza che ci sia qualcuno che decide per noi cosa dobbiamo usare e a quale prezzo.

Poi arriva grillo-apple (dai passatemela, è troppo carina), che ha sentito la storiellina del software libero, della democrazia diretta, e dopo aver detto a tutti “think different” e aver insultato il monopolio partitocratico di windows, ci propone un favoloso ambiente iOs5stelle fatto di piccoli iphone, ipod, imac dicendoci che in fondo sotto sotto c’è sempre unix ma è più bello.

Ma attenzione, la libertà è un virus contagioso, quando usi qualcosa free, open source questo inizia ad espandersi e come un re mida trasforma in oro tutto quello che tocca.

Microsoft diceva che l’open source è un cancro, così come i partiti dicono che questa democrazia diretta è un’utopia o è anti-politica.

Ma sta avvenendo.

Qualcuno come ha fatto apple prima, e android poi, cercherà di usarla, di piegarla ai suoi scopi commerciali, ma non farà altro che aumentarne la diffusione, e la consapevolezza della gente che una volta che capisce che può scegliere, che può decidere, non è più disposta a tornare indietro.

Qualcuno lo capisce prima, e può spiegarlo agli altri ;)
Qualcun’altro avrà bisogno di provarlo per capire che è vero, che tutto questo non solo è possibile ma sarà inevitabile.

01/03/2013 Da un’email di Mauro Pirata iscritto al Partito Pirata Italiano

MusOpen, se Beethoven è open source

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 13 settembre 2010

Si cercano fondi. Le donazioni servirebbero per assoldare orchestre per effettuare registrazioni digitali da far circolare in Rete. EFF consiglia prudenza sulla musica classica

Roma – Si tratta di un progetto inusuale, alla ricerca di supporto finanziario sulla nota piattaforma di raccolta fondi Kickstarter. Il suo nome è MusOpen, e vorrebbe in sostanza tentare di aprire un nuovo sentiero nella delicata gestione del diritto d’autore in ambito musicale.

Alla base una strategia da completare, il cui nocciolo sembra però già saldo. Far eseguire ad una serie di orchestre sinfoniche composizioni dal vasto repertorio di autori come Beethoven, Brahms e Sibelius. Arrangiamenti di sicuro dominio pubblico, che verrebbero ri-registrati in formato digitale e poi distribuiti in formato “open source”.

Per far questo, il founder di MusOpen Aaron Dunn avrebbe già stretto accordi di partnership con l’organizzazione One Laptop Per Child (OLPC) e l’enciclopedia libera Wikipedia. Il funzionamento del servizio dovrebbe in sintesi prevedere una sorta di meccanismo di votazione da parte dei fan, le cui donazioni dovrebbero servire per assoldare le orchestre.

Come tuttavia sottolineato da Electronic Frontier Foundation (EFF), molte registrazioni e arrangiamenti moderni di musica classica sono attualmente coperti da copyright. Un dettaglio che impedirebbe a MusOpen di distrubire CD fisici o MP3, oltre che di mettere a disposizione i brani in formato aperto per la condivisione online.

Mauro Vecchio

Source: PI: MusOpen, se Beethoven è open source
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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L’economia di Makers di Cory Doctorow, Open source, Creatività, nuovi modelli di business

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 6 settembre 2010

Fonte: http://www.cottica.net/2010/08/30/leconomia-di-makers-di-cory-doctorowthe-economics-of-cory-doctorows-makers/

Autore: Alberto Cottica

Makers è un romanzo, pubblicato nel 2009 dallo scrittore canadese di fantascienza e condirettore di Boing Boing Cory Doctorow. Parla di due imprenditori della scena DIY (quella di MAKE Magazine o della nuova rivoluzione industriale di Wired), Perry Gibbons e Lester Banks, che inventano cose nuove. Le loro invenzioni trasformano il mondo intorno a loro, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello sociale ed economico. Esse fomentano la crescita di un modello organizzativo e di business fortemente decentralizzato che nel romanzo si chiama “New Work”. Me l’hanno consigliato alcuni amici physical hackers milanesi, che ho cominciato a frequentare nel 2008.

Quando ho letto il libro per la prima volta l’ho trovato profetico, nel modo in cui sa esserlo la migliore fantascienza; in più mi ha colpito quanto di esso si potesse tradurre direttamente in termini di teoria economica normalmente accettata. Dopo averci riflettuto per circa un anno sono diventato una specie di convertito (così tanto che ho partecipato a progetti basati su Arduino e ho cominciato a sperimentare con la politica economica per i makers). Allo stesso tempo, però – nel contesto di una ricerca, guidata da David Lane, a cui partecipo – ho cominciato a chiedermi se questa società dell’innovazione che stiamo cercando di costruire (almeno stando alla strategia di Lisbona e a molti documenti di politica industriale) sia poi sostenibile. Dopo tutto, se la quantità di innovazione aumenta, l’economia deve crescere a una velocità anch’essa crescente, ed è possibile che questo metta sotto stress l’ambiente naturale, o i nostri limiti umani. L’innovazione ha un lato oscuro? Quanta possiamo assorbirne senza che il sogno diventi un incubo?

Doctorow ha creato un’economia immaginaria abbastanza credibile che somiglia molto alla società dell’innovazione verso cui siamo diretti. Ho deciso di studiarla più da vicino, rileggendo il libro con gli occhi dell’economista. Makers non è stato ancora tradotto in italiano, quindi chi capisce solo la nostra lingua non può leggerlo. Per gli altri, il mio consiglio è: se vi interessano queste cose, leggetelo assolutamente. E’ una lettura stimolante e divertente.

La distruzione creativa di Schumpeter

Il motore princiale dell’economia di Makers è la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Viene enunciata già dal primo capitolo dal capitano d’industria Langdon Kettlewell, conferenza stampa che annuncia la fusione tra Kodak e Duracell:

Il capitalismo mangia se stesso. Il mercato funziona, e quando funziona trasforma tutto in merce low cost o obsoleta.

Alla fine della conferenza stampa, la giornalista Suzanne Church (ha fatto la giornalista economica a Detroit, occupandosi dello smantellamento dell’industria dell’auto) riflette sul senso di decadenza economica che la perseguita, perfino qui nella Silicon Valley, che in teoria dovrebbe avere incorporato il fallimento come tappa sulla strada del successo:

Era di nuovo immersa in questa atmosfera da declino industriale, con il senso di essere testimone non di un inizio, ma di un eterna fine, un ciclo di distruzione che avrebbe fatto a pezzi tutto ciò che sembrava solido e affidabile nel mondo.

Il crollo di margini e prezzi e l’obsolescenza, però, non dovrebbero essere pensati come un difetto del sistema. Tjan, il manager incaricato da Kodacell per aiutare Perry e Lester, ne è molto consapevole:

Quindi, se vuoi fare molto profitto, devi ricominciare, inventare qualcosa di nuovo, e spremerlo al massimo prima che venga imitato. Più questo succede, più tutto migliora e il suo prezzo scende. È così che siamo arrivati qui, sai? È a questo che serve il sistema.

Guerre di prezzo e equilibrio di Bertrand

Il meccanismo che controlla la distruzione nel processo schumpeteriano in Makers è fatto di intensa concorrenza di prezzo. I prodotti innovativi sono offerti a prezzo ridotto dagli imitatori, e questo permette loro di prendersi l’intero mercato.

In un buon mercato, inventi qualcosa e lo vendi al massimo prezzo che il mercato è disposto a pagarla. Qualcun altro trova un modo di farlo a prezzo più basso, o decide di accontentarsi di un margine minore [...] e tu devi ridurre i prezzi per competere. Poi arriva qualcun altro che è meno avido o più efficiente di entrambi, e riduce il prezzo ancora, e ancora e ancora, finché non arrivi [...] a una specie di base al di sotto della quale non puoi scendere, il prezzo minimo a cui puoi produrre senza fallire.

A parlare è Tjan, nel suo primo giorno di lavoro all’impresa di Perry e Lester; e quello che dice è una descrizione da manuale della concorrenza di Bertrand, un modello che sfrutta le guerre di prezzo come meccanismo per condurre ad un equilibrio in cui il profitto è zero.

Disoccupazione e problemi di economia del lavoro

La distruzione creativa ridispone i fattori produttivi di un sistema economico, in teoria per il meglio. Purtroppo, alcuni di questi elementi sono persone, e la riallocazione può comportare molto dolore, umiliazione e paura. Doctorow annida i problemi di economia del lavoro in profondità in Makers: la conferenza stampa di Kodacell è interrotta da una protesta di lavoratori licenziati. Nella sua prima email a Suzanne, Kettlewell pone la grande domanda sottostante al sistema:

Cosa succede quando tutto quello che sai fare non serve più a nessuno?

Alcune ricerche iniziate durante la recessione in corso gettano dubbi sulla possibilità di riqualificare grandi masse di lavoratori per adattarli ai mutati bisogni di un’economia basata sull’innovazione (New York Times). L’offerta di lavoro sembra ancora orientata a vendere ore-uomo e si aspetta di essere gestita in modo più o meno tradizionale.

L’innovazione ricombinante di Brian Arthur

Quando Suzanne arriva all’officina di Perry e Lester per vedere cosa fanno, Perry le mostra il loro metodo per inventare, che consiste essenzialmente di ricombinare tecnologia esistente in modi nuovi, come pezzi di Lego. Questo non solo è possibile, ma molto economico e concettualmente semplice, perché, come dice Perry:

Dovunque guardi ci sono aggeggi gratis che hanno tutto quello che serve per fare qualunque cosa ti venga in mente

E Lester è ancora più concreto:

Hai presente che dicono che uno scultore parte con un blocco di marmo e toglie tutto quello che non somiglia a una statua? Come se potesse vedere la statua nel blocco? Io sono così con la spazzatura. Vedo i pezzi buttati nei garages e capisco come metterli insieme

Makers accoglie la prospettiva sull’innovazione dei teorici della complessità, discussa da John Holland, Brian Arthur e altri ricercatori: fare cose nuove è soprattutto trovare nuovi modi di ricombinare tecnologia esistente, come i mattoni del Lego. Le combinazioni di successo, a loro volta, diventano mattoni, così che una tecnologia inizialmente semplice (le famose sei macchine semplici degli antichi greci) evolve verso livelli sempre più alti di sofisticazione.

L’open source e la velocità dei cicli di distruzione creativa

L’abilità di Perry e Lester di combinare le tecnologie in questo modo è enormemente accresciuta dal fatto che tutti i “pezzi del Lego” che gli servono si trovano anche in versione open source. Questo li abilita a sviluppare prototipi che funzionano da materiale disponibile sul mercato, e metterli in produzione senza preoccuparsi di acquistare licenze sui brevetti rilevanti. Questo ha due conseguenze. La prima è che, nel mondo di Makers, sono le tecnologie open source a generare più facilmente ecosistemi, perché le persone come Perry e Lester hanno tutto l’interesse a girare intorno alla tecnologia proprietaria; la seconda è che la velocità dei cicli di distruzione creativa aumenta molto.

Questa potrebbe essere l’intuizione più importante in Makers. Pensateci: a quanto pare, compriamo sempre di più per ecosistemi (Mac-iPhone-iPad-MobileMe, o Google-Android-Google Apps, or Linux-Apache-soluzioni proprietarie basate sul web di IBM); gli ecosistemi crescono più in fretta se possono appoggiarsi su elementi open source, per cui quelli open source tendono a mettere fuori mercato quelli proprietari; ma le innovazioni negli sistemi open source sono quasi impossibili da proteggere, e questo abbassa il loro margine medio perché il periodo in cui fanno profitti alti si accorcia. La soluzione, come dice Tjan (vedi sopra) e come dicono anche quasi tutti i governi, è quella di aumentare il tasso di innovazione. Questo, però solleva il problema di quanto rapidamente i consumatori possono assorbire innovazione. Chiunque usi molto il web conosce la sensazione che le aziende lancino nuovi servizi più rapidamente di quanto possiamo capire se ci servono, o ci piacciono, e qualche volta non abbiamo semplicemente tempo per studiarceli, non importa quanto siano potenzialmente interessanti. Avete presente Google Wave, no? Quindi, è possibile che la parte di distruzione della distruzione creativa prevalga, sprofondando l’economia di Makers in uno stato di bassi margini e bassa crescita economica, in cui le nuove invenzioni, quasi sempre, non riescono a trasformarsi in prodotti di successo sul mercato.

I sistemi produttivi competitivo-cooperativi di Becattini e Brusco

Perry e Lester gestiscono un’unità di business piccolissima (loro due e qualche aiutante) , per cui la loro competitività globale dipende dalla neutralità dei costi unitari rispetto al numero di unità fabbricate – in altre parole, non ci devono essere economie di scala. Infatti la loro officina in Florida è un’unità di produzione di scala efficiente. Secondo Tjan

Le industrie che ieri stavano nelle fabbriche oggi stanno nei garage

Naturalmente, non si può sfuggire al fatto che molte cose sono a buon mercato proprio perché la loro produzione sfrutta le economie di scala. Il trucco è che la produzione dei componenti tende ad essere soggetta a rilevanti economie di scala, ma gli artefatti di cui Perry e Lester si interessano no. In questo scenario, i sistemi produttivi più competitivi sono quelli che combinano l’agilità della disintegrazione orizzontale e verticale con costi di transazione bassi, fiducia reciproca tra gli attori economici e trasparenza informativa. La disintegrazione verticale permette alle imprese di crescere là dove ci sono economie di scala da sfruttare (componenti, chips di silicio); la disintegrazione orizzontale aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti (anche se qualunque produttore si affermi finirà per comprare i componenti da un numero limitato di fornitori – e questo permette di risparmiare i costi di ricollocare la forza lavoro e la capacità produttiva quando un produttore guadagna forti quote di mercato); i costi di transazione bassi permettono a aziende “produttive” verticalmente disintegrate come quella di Perry e Lester
(che fanno poi soprattutto R&S e business development) di costruire rapidamente reti ad hoc di fornitori e partners.

I modelli di distretto industriale di Sebastiano Brusco e Giacomo Becattini hanno proprio queste caratteristiche (come, con sfumatore diverse, i lavori di ricercatori come Charles Sabel, Michael Piore e Annalee Saxenian). In Makers i bassi costi di transazione sono progettati dall’alto attraverso una grande azienda, Kodacell, che si dà una struttura a rete: in Brusco e Becattini, invece, emergono dal basso attraverso convenzioni che evolvono e effetti reputazione in un territorio relativamente piccolo. Così, quando Lester inventa Home Aware, si può costruire un ecosistema con le “squadre” di Kodacell:

Ci sono dieci squadre che fanno organizzazione degli armadi nella rete, e diversi spedizionieri, traslocatori ed esperti di immagazzinamento. Qualche azienda di arredamento [...] Il piano è di iniziare a vendere attraverso i consulenti contemporaneamente all’esposizione del prodotto nelle fiere del mobile e dell’arredamento.

Il Living Lab della Commissione Europea

Dopo un incendio alla baraccopoli vicina alla fabbrica, Perry decide di permettere ai suoi abitanti di ricostruire le loro case provvisorie nella fabbrica Kodacell (che prima era un centro commerciale abbandonato), molto grande e in gran parte inutilizzata. Kettlewell cerca di convincerlo a mandarli via. Perry tiene duro: lui, Lester e Tjan stanno comunque pensando di inventare qualcosa per gli homeless.

Abbiamo costruito un Living Lab sulla soglia di casa per esplorare una grande opportunità di mercato per produrre tecnologia sostenibile e a basso costo per un segmento importante della popolazione, quello che non ha un indirizzo fisso. Ci sono milioni di squatters americani e miliardi di squatters nel mondo. Hanno soldi da spendere, e nessuno sta cercando di farseli dare.

Nel mondo reale i Living Labs sono un concetto esplorato dalla Commissione Europea nel contesto della politica dell’innovazione. L’idea è di sostituire i test di gradimento dei nuovi prodotti con test su scala molto più ampia e molto più realistici, resi possibili da reti dense di attori economici che collaborano su uno stesso territorio. La baraccopoli “domestica” di Perry diventerebbe così un modello in scala del mercato degli squatters: Kodacell può inventare un prodotto e collaudarlo rapidamente e a costi bassi su veri consumatori che spendono soldi veri. Ancora più importante, può reclutare gli stessi squatters per aiutarla a identificarei bisogni e progettare i prodotti. E lo fa: questo è il ruolo del leader della baraccopoli, Francis, che collabora strettamente con Perry e Lester per inventare i nuovi prodotti.

Il paradosso di Arrow e il valore delle invenzioni

Il fiasco del New Work è annunciato da una crisi di fiducia degli investitori in Kodacell. Parte del problema è che gli analisti faticano a capire come valutare le invenzioni, che stanno diventando una parte importante del valore delle azioni di Kodacell (l’altra parte è la difficoltà di trovare imprenditori bravi). Kodacell ha lanciato molti nuovi prodotti, e ha rendimenti alti su progetti piccoli. Quanti di questi progetti scaleranno e diventeranno prodotti di grande successo? Kettlewell:

Certo, se guardi [i nostri bilanci] dal nostro punto di vista, sono grandiosi. Se li guardi dal punto di vista di Wall Street, siamo nella m****. Gli analisti non riescono a capire come devono valutarci.

Questa è un’altra versione del famoso paradosso di Kenneth Arrow: i mercati per le informazioni in genere non funzionano bene perché, per stimare con precisione il valore di qualcosa devi sapere tutto ciò che la riguarda. Ma l’informazione, naturalmente, non ha valore di mercato per chi la conosce già. Le invenzioni, essenzialmente, sono informazione: finché non sono sul mercato e hanno percorso la curva di diffusione, è difficile capire quanto valgono davvero.

Il crollo del New Work e lo slittamento nelle preferenze dei consumatori

All’inizio della parte 2 di Makers il movimento New Work è finito. Un crollo in borsa ha distrutto il modello di business di Kodacell, che era stato imitato da altre grandi aziende come Westinghouse (che ha assunto Tjan, strappandolo a Kodacell). Il risultato è che il movimento è morto. Perry e Lester, ancora nel loro centro commerciale abbandonato in Florida, costruiscono “the ride” (difficile da tradurre: è una specie di parco a tema-otto volante- memoriale del New Work), che sarà il centro del resto del libro. Il fiasco del New Work è una delle parti meno convincenti del libro dal punto di vista di un economista: a parte il problema già menzionato di attribuire un valore di mercato alle invenzioni, non si capisce che cosa possa avere provocato più di una fluttuazione di breve termine. Kettlewell:

Gli analisti non riuscivano a capire come valutarci. Aggiungici un po’ di caos sul mercato, un po’ di gente che ha voluto pareggiare vecchi conti [...] è già un miracolo che abbiamo resistito così a lungo.

In seguito a questi eventi, i consumatori smettono di comprare i beni prodotti dalle aziende New Work, il che è ancora meno convincente. Come dice Perry:

Le invenzioni non interessano più a nessuno.

Non c’è nessuna ragione ovvia per cui questo dovrebbe succedere. La seconda invenzione di Perry e Lester, Home Aware, ha avuto un grande successo, vendendo un milione di esemplari in sei settimane. In una situazione del genere, se il produttore originale esce dal mercato, in genere altre aziende prendono il suo posto per servire ed espandere la clientela esistente. Dopo il crash delle dotcom nel 2000 i consumatori hanno aumentato la loro domanda dei servizi online che trovavano utili, senza preoccuparsi troppo degli indici di borsa. Yahoo, Google, Amazon hanno continuato a esistere e prosperare, nei rispettivi mercati di sbocco se non sui listini. Ho dato uno sguardo alle serie storiche degli indici NASDAQ e delle vendite tramite e-commerce in America nel periodo 1999-2009, e la correlazione è sostanzialmente inesistente (addirittura negativa), come vedete dal grafico seguente:

Quindi: la società dell’innovazione in Makers è sostenibile?

Le domande sulla sostenibilità sono difficili. Più volte gli scienziati hanno predetto catastrofi suscitando grandi clamori nell’opinione pubblica, che ha rovato queste predizioni convincenti. Da Malthus al Club di Roma e al Millennium Bug, ci siamo sempre cascati: sembra che abbiamo una predisposizione a sottovalutare la capacità di adattamento della società e dell’economia (cambiamenti culturali riducono il tasso di fertilità, l’aumento dei prezzi dell’energia aumenta l’efficienza energetica del PIL e così via). La catastrofe ci sembra in qualche modo convincente: forse è solo un’eredità del nostro passato preistorico, o forse è un mito culturale molto radicato (Apocalisse, Ragnarok ecc.). Certamente, questo suggerisce molta, molta cautela nel fare predizioni in questo senso.

L’economia del New Work è almeno plausibile; la parte meno plausibile è proprio quella della sua fine. Mi sarei aspettato uno sviluppo del tipo: Kodacell e Westinghouse incoraggiano lo spinoff delle loro unità New Work, o le vendono ad aziende più agili e con meno costi fissi. Questo rende economica anche la struttura organizzativa e finanziaria a rete che era stata il vantaggio competitivo di queste grandi aziende per gente come Perry e Lester. Dopo tutto, la storia dell’open source mostra già con chiarezza che non è necessaria una grande organizzazione per coordinare attività complesse. Il libro, però, ha un finale decisamente pessimista: la grande azienda malvagia ha vinto la battaglia contro il movimento The Ride, e ha assunto Lester, neutralizzando il suo potenziale innovativo; Perry è diventato una specie di tecnico errante, solo e impoverito. Doctorow l’economista sembra sostenere l’idea di società dell’innovazione, ma Doctorow l’autore certamente no. Mi chiedo quale dei due Doctorow, alla fine, avrà avuto ragione.

Fonte: http://www.cottica.net/2010/08/30/leconomia-di-makers-di-cory-doctorowthe-economics-of-cory-doctorows-makers/

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

L’importanza della libertà dei documenti spiegata da un’offerta di lavoro di Microsoft

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 5 maggio 2010

Il 31 marzo 2010 è stato il Document Freedom Day (DFD), “una giornata mondiale per la liberazione dei documenti”. Attivisti di tutto il mondo hanno organizzato eventi locali per “spiegare al pubblico la cruciale importanza dei formati liberi per i documenti digitali e degli standard digitali aperti in generale“.

In effetti, i formati liberi “come la libertà” sono essenziali in un mondo tanto dipendente dalla tecnologia digitale quanto il nostro: senza formati del genere non si può conservare la nostra cultura o i nostri ricordi, nè proteggere tutti i dati che ci servono per lavorare e parecchi soldi pubblici. Se volete sapere esattamente il perché potete leggere:

* le introduzioni a Standard aperti e Formati aperti sul sito del DFD
* l’introduzione a OpenDocument o una presentazione in italiano sullo stesso argomento
* l’articolo di Stop Formati dei file, alfabeti e soldi pubblici: lo sapevate che…
* il mio seminario del 2009 su come i formati dei file favoriscono od ostacolano innovazione, cittadinanza attiva e mercati davvero liberi (in italiano è disponibile la versione del 2005)

Tutti questi documenti sono solo alcune delle numerosissime prove che potreste trovare di quanto proposte come quelle del DFD siano importanti per voi, anche se personalmente non ci capite nulla di computer e non vi interessa affatto capirne. Il resto di questa pagina, invece, spiega come le prove di queste affermazioni si trovino addirittura in una recente offerta di lavoro di uno dei più grandi nemici della libertà dei documenti, Microsoft.

… Prosegue (e ve ne consiglio la lettura winky.gif ) nel post originale del sito di http://stop.zona-m.net.
Licenza: http://stop.zona-m.net/it/come-usare-gli-a…i-di-stopzona-m

Netlive: un laboratorio d’informatica completo, in tasca all’insegnante

Posted in Informazioni Locali, Informazioni Nazionali by yanfry on 8 aprile 2010

La continua riduzione dei fondi sta creando problemi di sopravvivenza a tantissime scuole italiane, costringendole a chiedere regolarmente soldi alle famiglie. Come si fa a garantire un’istruzione di qualità in queste condizioni, magari con docenti che, o perché precari o perchè la loro scuola ha più sedi, si spostano continuamente da un istituto all’altro?

Alcune scuole si scrivono i libri di testo da sole, per ridurne il costo. Altre potrebbero utilizzare, almeno per l’insegnamento dell’informatica, il metodo sviluppato e già applicato con successo da Ezio Da Rin (l’imprenditore che sta anche lottando per l’uso dei formati aperti in Veneto) e Marco Clocchiatti, insegnante del Liceo Paschini di Tolmezzo (UD): Netlive, un sistema, presentato anche al Convegno sulla Didattica Aperta, per creare e utilizzare in pochissimi minuti un laboratorio d’informatica estremamente flessibile, senza spendere un Euro in licenze software.
Ecco quello che Ezio e Marco (E&M) mi hanno raccontato a proposito del bene che Netlive e il software libero in generale possono fare nella scuola italiana (anche se il governo sembra preferire altre strade).

Continua sul post del sito di origine …

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