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Mercati open. Semplicissimi

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 giugno 2014

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Se non sei in tv non esisti, si diceva e si dice ancora, a sottolinearne l’impatto comunicativo anche odierno.

Allora possiamo dire che finalmente le cose open esistono. Dopo gli open data citati in un telegiornale nazionale, è stata infatti la volta delle tecnologie open source presentate in una bella puntata di Report su Rai Tre.

Un’inchiesta condotta da Michele Buono per capire quale potrebbe essere l’impatto economico e sociale se i progetti migliori nel campo della manifattura digitale, dei nuovi modelli di impresa, del trasporto, dell’efficienza energetica, dell’urbanistica, della formazione e dell’istruzione, si trasformassero da piccoli grumi di eccellenza sparsi in Italia e in tutta Europa, in un grande sistema integrato.

Tra i vari temi toccati emerge appunto l’open source come elemento chiave, specie per le piccole realtà emergenti, che ormai è moda chiamare (spesso impropriamente) startup.

Gloria Spagnolo di Xuni (una minuscola ma performante realtà familiare della provincia trevigiana che offre soluzioni open source di vario tipo) parla della loro offerta:

possiamo realizzare la nostra tecnologia grazie ai progetti open source; grazie a quella conoscenza che viene condivisa in rete e ci permette di avere nel nostro ufficio anche stampanti e macchine come queste senza dover far lievitare in modo esponenziale i costi.

E poi è la volta dell’italiano probabilmente più noto al mondo nel campo delle tecnologie open. Colui che ha pensato di applicare una licenza Creative Commons ad un circuito stampato (o più propriamente alla sua architettura): Massimo Banzi, il principale ideatore di Arduino, il più noto caso di applicazione dell’open source al mondo dell’hardware. A lui il compito di spiegare come il modello open può generare ricchezza (e a volte anche vero e proprio business) passando da sentieri diversi da quelli delle tradizionali logiche di mercato.

È chiaro che rispetto a quello che si potrebbe guadagnare con un modello di business tradizionale si guadagna infinitamente, molto meno, però non è detto che questo mercato si sarebbe sviluppato allo stesso modo. E da un altro lato chiaramente il mercato si espande per tutti, per cui si è anche una fetta più piccola di un mercato molto più grande; è meglio che avere una fetta enorme di un mercato inesistente.

La chiave sta nello sfruttare il modello open per creare un nuovo mercato; un mercato che nell’ottica non open probabilmente non avrebbe comunque ragion d’essere o avrebbe tutt’altri equilibri a livello di interesse da parte del pubblico e di sostenibilità economica. Ecco, è tutto lì. Semplicissimo.

Fonte: http://www.apogeonline.com/webzine/2014/05/30/mercati-open-semplicissimi%5B/embed%5D

Il testo di questo articolo è sotto licenza http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/.

Ferrara #SiaeNoGrazie e PirateDay 12/04/2014

Posted in Ferrara, Informazioni Locali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 7 aprile 2014

NB: L’intera giornata sarà rilanciata sul web da http://radiostrike.info/
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12 APRILE 2014 – Primo evento Nazionale ESENTE #SIAE !

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 5 marzo 2014
Di andreacaovini

Riempiamo questa mappa di eventi!Dopo una serie di incontri organizzativi si è ritenuto giusto indire per il 12 aprile prossimo (sabato) la prima giornata dimostrativa di protesta per musicisti e gestori di locali, i quali sono invitati ad organizzare nella massima legalità per quella serata eventi musicali eseguendo musica al di fuori del repertorio tutelato dalla SIAE, quindi di musica originale di autori non iscritti, di musica tradizionale e di pubblico dominio, di musica rilasciata in utilizzo con licenze Creative Commons o protetta e gestita da altre organizzazioni come Patamu, Soundreef eccetera (vi chiediamo anzi massima collaborazione per portarci a conoscenza di tutte le alte organizzazioni con gli stessi scopi).

L’esigenza di questo atto dimostrativo permessoci dalla legge 633/1941 e la cui organizzazione può essere semplificata grazie all’entrata in vigore del decreto Bray Valore Cultura (http://www.massimobray.it/valore-cultura-il-decreto-per-la-tutela-la-valorizzazione-e-il-rilancio-dei-beni-culturali/) viene da una situazione critica nella quale i musicisti non trovano più spazi disposti ad organizzare eventi per gli alti costi e gli alti rischi contingenti al momento commerciale sicuramente non florido, dove i mandatari SIAE grazie ad una secondo noi non opportuna discrezionalità nella catalogazione degli eventi esigono cifre molto alte come corrispettivo del diritto d’autore e per di più queste cifre non vengono neanche redistribuite agli aventi diritto ma ripartite secondo un metodo a campione che esclude da ogni possibilità di guadagno gli autori minori anche quando presenti nella compilazione dei programmi musicali.

SI CHIEDE PER TALE DATA UN AIUTO A TROVARE UN ALTO NUMERO DI LOCALI (Live Club, Ristoranti, Enoteche, Teatri, Sale per Conferenze, Associazioni, Circoli…) SUL TERRITORIO NAZIONALE DISPOSTI AD ORGANIZZARE L’EVENTO E LA DISPONIBILITA’ DEI MUSICISTI CON REPERTORIO LIBERO AD OFFRIRSI A CACHET MINIMI QUANDO NON GRATUITAMENTE DOVE POSSIBILE PER INVOGLIARE UNA PARTECIPAZIONE TOTALE CHE METTA IN EVIDENZA IL DISAGIO DI TUTTO IL SETTORE, COSTRINGENDO I VERTICI DELLA SIAE AD AFFRONTARE IL PROBLEMA PER TROVARE UNA SOLUZIONE CONGRUA CHE RIDIA SLANCIO ALLE ATTIVITA’ CULTURALI IN ITALIA.

LA SPERANZA E’ INOLTRE CHE IL PARLAMENTO INIZI AD ANALIZZARE I DIVERSI DISEGNI DI LEGGE ARRIVATI DA OGNI PARTE POLITICA PER RIVEDERE A FONDO LA LEGISLAZIONE SUL DIRITTO D’AUTORE, RISALENTE AL 1941, CHE VA NECESSARIAMENTE AGGIORNATA SECONDO CANONI ATTUALI CHE PREVEDANO TUTTE LE FATTISPECIE CHE L’ERA DIGITALE HA COMPORTATO.

Per contattare il comitato promotore della manifestazione potete far riferimento a L’Urlo Musica su facebook o al sottoscritto (Andrea Caovini) all’indirizzo andreacaovini@libero.it che girerà in copia agli eventuali collaboratori disseminati sul territorio nazionale, o ancora alla mail valerio@radiorock.it di Valerio Cesari!

L’evento prende il via da questo blog personale e dalle considerazioni effettuate con l’amico oltre che speaker radiofonico e blogger per Il Fatto Quotidiano Valerio Cesari, ma nasce dal confronto con altri musicisti ed operatori del settore a vario titolo, dopo quasi un anno di incessante analisi della situazione, analisi nella quale sono intervenuti e ci hanno dato appoggio tra gli altri gli avvocati Simone Aliprandi e Guido Scorza, l’ideatore di Patamu Adriano Bonforti,  il mandolinista Carlo Aonzo, Davide Martello, Francesca Marini e tanti altri che con i loro mezzi personali ci hanno permesso di creare una rete enorme e distribuita in quasi tutto il territorio nazionale!

ASPETTIAMO LE VOSTRE ADESIONI!!!

Fonte: http://andreacaovini.wordpress.com/2014/03/02/12-aprile-2014-primo-evento-nazionale-esente-siae/

Licenza CC BY-SA 4.0

Etor e il viaggio del cubo – l’animazone Creative Commons presentata da Subcava Sonora e MEI

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 10 novembre 2013

La Subcava Sonora, etichetta discografica e agenzia di management musicale specializzata nella gestione della musica in Copyleft, in collaborazione con il MEI-Meeting Etichette Indipendenti, presenta “Etor e il viaggio del cubo”, corto di animazione di Totore Nilo con musica inedita di K-Conjog.
L’intera opera, come tutte le produzioni della
Subcava Sonora, è rilasciata con licenze Creative Commons, permettendo in questo caso oltre al download gratuito, anche il remix legale dell’opera.

Link al video “Etor e il viaggio del cubo”:http://www.youtube.com/watch?v=9xMceu8P9ZE&feature=youtu.be

etor

K-Conjog:

Fresco vincitore Premio Pivi 2012 per il Miglior Video con “Qwerty” (regia di Francesco Lettieri), K-Conjog (Fabrizio Somma), è un polistrumentista e produttore di musica elettronica. All’attivo ha il suo disco d’esordio , Il Nuovo è al passo coi tempi, uscito per Snowdonia Dischi/Audioglobe nel 2009; un secondo disco, un ep electro/folk intitolato Le storie che invento non le so raccontare”, uscito nel 2010 per l’etichetta inglese Dirty Demos; un terzo lavoro,  uscito nell’aprile 2012 per l’americana Abandon Building Records, intitolato Set Your Spirit Freak! che sta già raccogliendo un enorme consenso tra pubblico e critica.

Oltre al Premio Pivi, il video del primo singolo estratto da “Set Your Spirit Freak!”, “Qwerty”, ha vinto anche ilPremio Music Video del Nickelclip e al Videoclipparti 2012.

Un brano del disco (Untitled 155) è stato scelto nella prestigiosa compilation (The Wire Tapper) della rivista britannica The Wire.Ha inoltre collaborato con Valerio Berruti musicando la sua personale “Una Sola Moltitudine” e partecipando all’installazione “E più non dimandare“. Ha partecipato anche a Shakkei Remixed,ultimo disco di remix degli Origamibiro,con nomi del calibro di Plaid, Melodium ed ISAN.

SOUNDCLOUD: http://soundcloud.com/k-conjog

VIDEO: CHAPTER II

VIDEO: QWERTY

VIDEO: LE STORIE CHE INVENTO NON LE SO RACCONTARE

Totore Nilo:

Al secolo Salvatore Bellella, pittore, writer e motion grapher napoletano, inizia a muovere i suoi primi passi nell’arte già da giovanissimo, avvicinandosi alla street art e al writing.
Parallelamente si dedica anche alla pittura, che lo porta a partecipare a numerose mostre, tra cui “
Oltre la Paralisi”, organizzata dal Collettivo Artistico Urto presso il Palazzo delle Arti di Napoli nel 2012.

Come motion grapher ha realizzato spot televisivi e videoclip musicali, collaborando con esponenti della cultura rap napoletana, tra cui i Sangue Mostro e Speaker Cenzou, Napoli Rap Art e Ammontone Prod.

Ha collaborato con la Subcava Sonora per la realizzazione di numerosi video virali, tra cui il promo per il Napoli Copyleft Day (aprile 2012), il video “Cinici e Passivi” dei Nouer, oltre che per il video promo del loro Summer Tour e per il teaser del video “…E da Mosca è tutto!” del collettivo cantautorale La Bestia Carenne.

VIMEO: http://vimeo.com/totorenilo

VIDEO: NAPOLI COPYLEFT DAY

VIDEO: SANGUE MOSTRO – STAMM VENENN

VIDEO: CINICI E PASSIVI

VIDEO: TEASER “…E DA MOSCA E’ TUTTO!”

 

Ufficio Stampa Subcava Sonora – Subcava Press

Sarah Manocchio – s.manocchio@subcavasonora.com

Regalare è meglio che vendere ovvero del perché cory doctorow è meglio di michael crichton

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 17 luglio 2013

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A me piace la fantascienza, soprattutto quella sociale (più philip dick che asimov, per capirci).

Tra gli ormai pochi autori che riesco a leggere ce n’è uno che si chiama cory doctorow, di cui ho recentemente comprato l’ultimo romanzo, makers.

Ora si dà il fatto che, per ragioni mie, a casa non trovi il tempo di leggere, mentre sui mezzi pubblici sì; se cory doctorow fosse uno scrittore normale sarei costretto a scaricarmi una copia pirata in formato ebook del suo romanzo, cosa che considererei mio diritto in quanto ho comprato il libro di carta e non avrei la minima intenzione di ripagare la stessa cifra per gli stessi contenuti. per l’autore/editore medio avrei compiuto un reato, mentre per cory doctorow no: lui mette i suoi ebook da scaricare gratuiamente sul suo sito (per tutti: anche chi non li ha già comprati), cosa che mi ha permesso di scoprirlo, di apprezzarlo e fa sì che io compri i suoi libri di carta. perché mi piacciono, ma soprattutto perché cory doctorow mi è simpatico e si è comportato in modo onesto e disponibile con me.

L’ultimo romanzo di cory doctorow (qui in ebook gratis), mi ricorda un po’ un altro scrittore che leggevo in passato, michael crichton. Michael Crichton all’inizio non mi era né simpatico né antipatico, poi è successo che si è espresso più volte e con toni molto duri (e dicendo pure qualche grossolana idiozia) contro internet in generale e contro quelli che scaricano i file in particolare. micheal crichton era uno di quegli autori che se potessero porterebbero in tribunale i loro lettori. da quel momento in poi ho smesso di comprare i libri di michael crichton: non solo perché mi era improvvisamente diventato molto antipatico, ma perché se aveva intenzione denunciarmi non mi sembrava saggio dargli i mezzi economici per farlo.

Questa cosa gli editori, i discografici, le major del cinema non l’hanno mica ancora capita. non solo questa, ma anche altre: ci sono almeno 5 cose che cory doctorow ha capito e le corporation no, ed è la ragione per cui io e tanti altri come me diamo e in futuro daremo sempre più volentieri, i nostri soldi ai cory doctorow di questo mondo e sempre meno ai michael crichton, fino al momento in cui solo i cory doctorow potranno permettersi di restare sul mercato.

il file sharing non si può fermare
per quanto ci si possa provare, con le buone o le cattive, con le tecnologie o le legislazioni, il libero scambio di contenuti digitali è reso possibile dalle tecnologie e quando una tecnologia si è evoluta non la si può far devolvere. teenager, ventenni e anche molti adulti oggi non hanno – e per quanto ci si provi non avranno mai più – la percezione che il file sharing sia un reato. più o meno tutti scaricano o scaricheranno da qui a due anni, e non è possibile mettere in galera tutta la popolazione mondiale.

denunciare i propri lettori non è una buona strategia di marketing
rifiutare la strada del confronto e scegliere quella dello scontro non avrà l’effetto di convincere le persone a smettere di scambiare i file, ma avrà quasi certamente altri due effetti: convincere intere generazioni a scaricare ancora di più e in modi sempre più furbi, e infondere in loro la convinzione che gli adulti sono degli idioti liberticidi e che le loro regole sono senza senso. il consumatore oggi ha il controllo del mercato: se si dipende dal mercato, minacciare chi lo controlla non è una buona idea.

regalare è meglio che vendere
se non sei l’autore più famoso del mondo è meglio essere conosciuti che vendere, perché se prima di tutto non sei conosciuto, non venderai mai, e l’offerta di contenuti sta esplodendo quindi la concorrenza è sempre di più. ma anche se sei l’autore più famoso del mondo, chi vuole scaricare i tuoi contenuti senza pagarli lo farà lo stesso: fattene una ragione. invece di minacciarlo investi la tua testa e i tuoi soldi nel dare buone ragioni a quelli che vogliono pagarti per farlo (fai prezzi onesti, regala i contenuti in altri formati per usi alternativi, inventati extra e da allegare ai prodotti fisici, investi sull’esperienza dal vivo, conversa con la tua base di fan più appassionata).

essere simpatici è meglio che essere antipatici
c’è bisogno di spiegarlo, che se ho la scelta di premiare qualcuno premierò chi mi è simpatico, è stato onesto e generoso con me, e non chi si è comportato in modo minaccioso, avaro e odioso?

forse “vendere” non è vitale
è ormai chiaro che il futuro è dei modelli di business alternativi che emergono in corso d’opera. il mercato cambia a velocità impensate e incomprensibili, e così le modalità di fornitura, rientro dagli investimenti e remunerazione dei servizi. twitter, facebook, youtube e persino google non avevano un modello di business tradizionale e chiaro, all’inizio: l’hanno trovato strada facendo (alcuni lo stanno ancora cercando, il che non li rende meno meritevoli o di minor successo presso il loro pubblico, anzi).

se il tema di questo post ti interessa, ti consiglio un altro libro di cory doctorow, che mi pare anche il migliore da far leggere a un teenager in questo momento: little brother (“X” nel titolo italiano).

Fonte originale dell’articolo: http://www.daimon.it/2010/02/23/regalare-e-meglio-che-vendere/
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/deed.it

Guida Galactica per File Sharer

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 dicembre 2010

Documento disponibile on line all’indirizzo https://docs.google.com/document/pub?id … Sbo4RU2QT8 )

Guida Galactica per File Sharer

Quando si parla di file sharing è “comune” limitarsi a mettere a confronto i “due punti di vista” contrastanti:

quello dei detentori dei diritti, che contestano i danni per mancati guadagni che il file sharing illegale di opere protette (da Copyright) crea per l’industria dei contenuti e quello degli “utenti”, che “giustificano” la loro attività illegale, accusando le industrie dei contenuti di imporre (artificiosamente) prezzi altissimi sfruttando il monopolio commerciale di cui godono.
Questa però risulta essere sempre e comunque una semplificazione che impedisce di analizzare in maniera completa e corretta il “problema” e di conseguenza di cercare una qualsiasi risposta/soluzione allo stesso.
Con questo articolo (qualcuno l’ha già definito “muro”) voglio provare a toccare, seppur in maniera “rapida”, tutti gli aspetti che credo siano determinanti se si vuole davvero far diventare questo “fenomeno/problema/opportunità” un argomento di discussione pubblica.

PS: Per agevolare la lettura riporto di seguito titolo e breve sunto delle sezioni di cui è composto l’articolo:

1 Il diritto d’autore

Il file sharing di opere protette è illegale in quanto viola le norme a tutela del Diritto D’autore, ma in una società in cui tutti i contenuti e le informazioni sono divenuti digitali o digitalizzabili ed in cui la copia ed il trasferimento di dati sono divenute pratiche “comuni” e alla portata di chiunque è evidente come le norme che dovrebbero regolare e salvaguardare questi diritti non sono più in grado né di fornire tutela né di ricompensare gli autori in maniera equa: è quindi necessario rivedere e riformare le norme sul diritto d’autore tenendo in considerazione questi enormi cambiamenti, affiancandovi nuove forme di licenza e di remunerazione dei contenuti come le licenze Copyleft e le Licenze Collettive che permettano di tener conto dei vantaggi della condivisione della conoscenza e al tempo stesso della giusta remunerazione degli autori.

2 La remunerazione dei “creatori” (artisti/autori/etc) e la distribuzione e promozione dei contenuti digitali
Una delle maggior critiche mosse al File Sharing di opere protette è che esso impedisce una giusta remunerazione degli autori e degli aventi diritto: analizzando quanto attualmente viene corrisposto, appare evidente come le società di Collecting dei diritti (SIAE) ed i contratti degli Editori/Produttori riservino percentuali ridicolmente basse ad autori e creatori nonostante (anzi in parte a causa) la situazione di Monopolio in cui operano (SIAE ed Editori), impedendo alla stragrande maggioranza degli autori di vivere della propria attività e/o imbrigliandoli in un sistema che “vive del loro lavoro”, ma non li tutela.
Diviene sempre più necessario quindi modificare le attuali normative sulla tutela del diritto d’autore (punto 1) e riformare le società di Collecting, ma anche sviluppare ed incentivare nuovi sistemi di remunerazione e di business adeguandoli alla moderna “economia dell’informazione in Rete”, favorire l’attuazione di licenze collettive estese, l’autoproduzione e l’indipendenza artistica, i micropagamenti, il crowdfunding, tutto ciò tenendo in debita considerazione le possibilità promozionali, distributive ed economiche dei sistemi di condivisione di File che sono divenuti un “fenomeno sociale” di portata mondiale.

3 La digitalizzazione dei contenuti
Lo sviluppo della Rete e dei Personal Computer hanno modificato il sistema industriale di produzione, distribuzione e promozione dei contenuti oggi facilmente riproducibili e trasferibili a costo zero da chiunque in tutto il globo, ecco che i sistemi di File Sharing fino ad ora osteggiati possono rappresentare un’opportunità enorme per gli autori, gli utenti ed il mercato stesso, anziché venir osteggiati come un problema.

4 L’accesso alla conoscenza/informazione
La digitalizzazione dei contenuti e l’enorme capacità di connessione che la Rete ha messo a disposizione offrono delle risorse immense per i cittadini e per i paesi a tutti i livelli (economico, informazionale, di relazioni Pubbliche e personali, di crescita culturale, etc.) e proprio le caratteristiche tipiche del P2P, enorme capacità di storaggio e reperimento dati, di calcolo distribuito e di banda, affidabilità e velocità elevata, costi tendenti allo zero perché distribuiti tra i peer, creazione di comunità di appassionati con fini comuni, rappresentano un “carburante” estremamente efficace per diffondere ed ampliare queste risorse.

5 Modelli di business nell’era digitale
L’economia industriale dell’informazione che ha regolato la produzione e la “distribuzione” dell’informazione negli ultimi 150 anni entra oggi in conflitto con l’economia dell’informazione in rete in cui il capitale fisico (capacità di calcolo, di archiviazione, di comunicazione) e umano per la produzione/distribuzione non è più accentrato nelle mani delle imprese, ma è redistribuito nelle mani di praticamente ogni persona connessa.
Questo ha portato alla nascita di intere comunità che hanno dato origine a nuovi modelli di business commerciali e non, da Red Hat a Wikipedia, da Slashdoth alle comunità di MMOG (massive multiplayer online games) dai blog alle migliaia di community del file sharing, le cui caratteristiche sono alla base di nuovi sistemi commerciali quali Jamendo, Magnatune, Spotify, etc.

6 Legislazioni sul File Sharing di opere protette
Le leggi ed i provvedimenti che si occupano del File Sharing sono davvero molte, ecco un elenco delle principali leggi in vigore, delle proposte di legge “a favore e contro” il File Sharing nel nostro Paese e di quelle più “significative” nel resto dell’Europa e non solo

7 Privacy
Il fondamentale diritto di privacy, tanto sottovalutato (e a volte ignorato) da molti utenti, aziende e governi, rischia di essere sacrificato per tutelare il diritto d’autore, innescando una pericolosa escalation verso il controllo completo delle attività di ogni netizen, nonostante siano già diverse le norme e le sentenze che ne rivendicano la superiorità e l’importanza, dalle leggi Costituzionali alla Carta dei Diritti Fondamentali dalle sentenze dei casi Peppermint a quelle di Promusicae vs Telefonica alla più recente Fapav vs Telecom.

8 Impossibilità tecnica di bloccare il p2p e d il file sharing
I sistemi tecnici per limitare o bloccare il file sharing che sono stati implementati da Governi e Isp, oltre ad essere pesantemente invasivi e sproporzionati, si sono rivelati inutili portando ad una battaglia “al rialzo” tra le fazioni in campo che rischia da una parte di colpire le attività legali commerciali e non correlate al file sharing da un’altra di rendere i sistemi di condivisione sempre più “anonimi ed inattaccabili” spingendo all’adozione di tecniche di contrasto che minano i diritti fondamentali di tutti i cittadini connessi.

9 Differenza tra pirateria e file sharing senza scopo di lucro – differenza tra “furto” e “copia” di un prodotto (digitale)
La differenza tra copia e furto è banale (senza togliere il fatto che la copia di opere protette da diritto d’autore senza autorizzazione è illegale) sia dal punto di vista della legge che da quello del “bene” (immateriale) copiato rispetto a quello (materiale) sottratto, ma è ugualmente importante quella tra Pirateria a scopo di guadagno (da debellare perché questa sì, davvero dannosa per autori ed editori dato che sottrae acquirenti realmente interessati al mercato ufficiale) e il File Sharing senza scopo di lucro che spesso dimostra un interesse dovuto al costo “zero” dell’opera.

10 Collaborazione, cooperazione, comunità
La forza della Rete è e rimane soprattutto legata allo scambio di informazioni, alla cooperazione e collaborazione (coordinata o meno) tra gli utenti che la “creano” e le sue caratteristiche di rete aperta ne hanno permesso lo sviluppo rapido in tutto il globo.
Le forze e le motivazioni che ne sono il motore sono molteplici, dalla necessità di visibilità a quella dell’autoproduzione, dal divertimento all’ideologia, dalla passione personale al desiderio del “Dono” insito in tutte le comunità fin dagli albori e molto più radicato di quanto si creda anche nella nostra “moderna” società.
Gli esempi sono davvero molteplici, da Wikipedia a Youtube, dai progetti di crowdfunding ai Giochi online, dai progetti come Seti@Home alle Banche del tempo, fino al “nostro” file sharing, che crea e alimenta enormi comunità di “fans” che contribuiscono con le loro conoscenze e passione a creare nuovi contenuti e competenze e divenire utenti informati ed appassionati dei loro autori/creatori, divenendo i migliori clienti e promoter perché attori del più potente “marketing virale”.

11 Potenzialità non ancora espresse del File Sharing
La condizione d’illegalità in cui versa il File Sharing di opere protette è uno dei motivi per cui non si sono ancora sviluppate molte attività di condivisione e collaborazione “legali” commerciali e non, che anche se oggi ancora a livello “embrionale” mostrano le enormi opportunità, umane e tecnologiche, che si stanno sprecando in nome della difesa cieca e incondizionata di un modello di business ormai morto.

1 il diritto d’autore

Immagine
Immagine di Ioan Sameli http://www.flickr.com/photos/biwook/145765624/

Questo è uno dei punti centrali della questione, il File sharing di opere protette (a fini di guadagno o meno) è illegale perché la condivisione di tali opere viola le norme sul diritto d’autore e ciò vale dal punto di vista normativo per la quasi totalità dei paesi del mondo.
Il copyright (letteralmente “diritto di copia“) nasce (1A) nel XVI secolo quando la monarchia inglese avvertì la necessità di operare un controllo sulle opere pubblicate e sulla libera circolazione delle opinioni (la censura era all’epoca una funzione amministrativa legittima) e concesse ad una corporazione privata di censori, la Corporazione dei Librai di Londra, i diritti su tutta la stampa in Inghilterra, sia per le vecchie opere che per le nuove:
questi in sostanza avevano non solo il diritto esclusivo di stampare, ma anche il diritto di cercare e confiscare le stampe ed i libri non autorizzati e addirittura di bruciare i libri stampati illegalmente; nessun libro poteva essere stampato fino a che non era entrato nel Registro della corporazione e nessun’opera poteva essere aggiunta al registro finché non aveva passato il censore della corona, o era stato auto – censurato dalla Corporazione.
Verso la fine del 17esimo secolo il governo allentò le sue politiche censorie e fece terminare il monopolio dei Librai che, per evitare di perdere il loro lavoro/monopolio, fecero leva sul Parlamento per riacquisirlo, puntando sul fatto che solo loro potevano sostenere i costi e avevano la struttura necessaria per produrre e distribuire le opere (presse per la stampa, reti di trasporto, alti investimenti iniziali in materiali e macchine compositrici).
Il loro argomento riuscì a convincere il Parlamento: i nuovi diritti di riproduzione sarebbero stati posti in capo all’autore, che però inevitabilmente non avrebbe avuto altra scelta che firmare per trasferire questi diritti ad un editore per la pubblicazione. Nacque così il primo copyright moderno, lo Statute of Anne (Statuto di Anna), approvato nel 1710.
Il rafforzamento successivo dei diritti d’autore su pressione delle corporazioni generò gradualmente il declino delle altre forme di sostentamento per gli autori (come il patronato, la sovvenzione, ecc.), legando e sottoponendo indissolubilmente il sostentamento dell’autore al profitto dell’editore.
Il copyright nasce quindi come esigenza di censura da parte di un governo e protezione del proprio monopolio da parte degli editori, con una tutela sempre maggiore per gli interessi ed i profitti dei questi ultimi nei confronti degli autori, “obbligati” a cedere il controllo delle proprie opere per poterle mostrare al pubblico ed averne in ritorno un “giusto” compenso.

Ora senza soffermarci su ciò che i più noti economisti del mondo hanno affermato, ovvero che il monopolio intellettuale anziché stimolare l’innovazione e la creatività introduce sugli stessi un danno ed un freno (1B), passo direttamente a evidenziare come il “sistema diritto d’autore“, nato e prosperato sulla base di una tecnologia come la stampa (che ha avuto motivo di esistere finché gli strumenti di produzione/distribuzione/promozione sono rimasti nelle mani dei pochi che avevano sufficienti capitali e per sostenerli), nell’era in cui la Rete e la digitalizzazione dei contenuti ha reso potenzialmente semplice e a costo vicino allo zero per chiunque (al punto che il ruolo dell’autore oggi si confonde sempre più con quello del consumatore) produrre/promuovere e distribuire le proprie opere, il sistema “tradizionale” risulta inadatto e obsoleto sia per tutelare i diritti, sia per compensare le opere dell’ingegno, sia per ampliare i nuovi spazi che si sono creati per gli autori/creatori per svincolarsi dal “controllo” degli editori, sia per rendere meno marcate le differenze tra diverse “culture” della tutela della conoscenza presenti nei vari paesi di tutto il mondo (la cultura Cinese ed Asiatica è improntata sull’attività dell’imitazione al fine dell’apprendimento e della trasmissione della cultura attraverso le generazioni, in Russia e in tutti i paesi dell’ex unione sovietica vi è un forte odio verso tutte le forme di controllo sull’accesso ai contenuti che sono considerate una limitazione alla libera circolazione delle idee, in Africa il fondamento della trasmissione culturale e delle idee è sempre stato orale e quindi il copyright è visto come un concetto coloniale e astratto):
un diritto d’autore più flessibile e aperto, che tenga conto dei vantaggi della condivisione della conoscenza che il mondo intero sta sperimentando, diviene ora necessario e le sue attuali carenze si rendono ancora più evidenti con la nascita di forme “alternative” al copyright come il copyleft (1C) e le varie forme di licenze collettive, che hanno già costruito modelli di business capaci di retribuire in maniera migliore creatori ed innovatori, sviluppare l’innovazione e allo stesso tempo rispondere alle reali esigenze dei fruitori (non più semplici consumatori).

Link
(1A)
Breve storia sulla nascita del Copyright http://www.partito-pirata.it/?q=node/78
Copyrgiht su wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Copyright
(1B)
“Against Intellectual Monopoly” 2008 Boldrin: Copyright e i brevetti non sono un incentivo alla creatività, ma al contrario una dannosi alla creatività e all’innovazione. http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4781
“La ricchezza della rete” 2007 Yochai Benkler : Benkler osserva che copyright, brevetti e altre forme di protezione delle proprietà intellettuale non stimolano l’innovazione; al contrario, sono un potente freno alla creatività e alla diffusione di nuove idee e procedure.
“Against Intellectual Proprety” 2001 Kinsella: Critica lucida ed impietosa a brevetti e copyright dal punto di vista di un sostenitore del liberismo economico http://mises.org/books/against.pdf
– “Patents and Copyrights – Do the benefits exceed the costs?” 2001 Julio Cole http://waitaki.otago.ac.nz/~martin/Documents/Cole-IP-costs&benefits.pdf – “A Critique of Intellectual Property Rights” 2002 DANE Joseph Weber http://dane.weber.org/concept/thesis.html
(1C) Copyleft da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Copyleft

2 La remunerazione dei “creatori” e la distribuzione e promozione dei contenuti digitali

Immagine
Immagine di Francesco Marino http://www.freedigitalphotos.net/images/Money_g61-Tree_Money_p13382.html

La remunerazione degli autori/creatori è un’altro punto centrale perché la maggior critica che viene mossa al file sharing di opere protette è che la fruizione “gratuita” dell’opera impedisce la “giusta” remunerazione dell’autore (che si ritroverebbe “defraudato del compenso spettante e disincentivato a proseguire nel suo lavoro“).
Per parlare di questo dovrei partire cercando di capire a quanto corrisponda oggi questa “giusta remunerazione” e quindi dovrei parlare del funzionamento della SIAE e dei Contratti che Editori/Produttori “impongono” ai creatori/artisti, argomento che però, se trattato in maniera accurata e completa rischia di generare un testo esageratamente lungo e illeggibile:
mi limito quindi ad evidenziare come i compensi riconosciuti agli autori/creatori per la vendita/sfruttamento dei diritti delle loro opere sono oggi in percentuali ridicolmente basse, sia nel caso dei contratti con gli editori/produttori (per le opere musicali ad esempio la media spettante all’autore varia dallo 0.075% al 6% e nella maggioranza dei casi l’editore che si accolla le spese produzione, promozione e distribuzione “acquisisce” il controllo completo dell’artista e delle sue opere per il periodo contrattuale) sia in quello dei proventi accreditati dalla SIAE (tralasciando i costi assurdi di gestione di un ente monopolistico la cui inefficienza, mancanza di trasparenza e malfunzionamento (2B) è sempre più evidente (2A)) percepiti da licenze/autorizzazioni e “dall’equo compenso” (pagato su ogni supporto atto a registrare assumendo a priori che esso sarà usato per “copiarvi illegalmente” opere protette (2C)) che vengono in parte “assorbiti” dallo stesso Ente per funzionare ed in parte redistribuiti ad “alcuni” aventi diritto con un sistema assurdo che privilegia pesantemente i maggiori autori rispetto alla stragrande maggioranza degli “altri”, tanto che non ci si stupisce se il 10% dei musicisti (rimanendo nell’esempio “musicale”) più ricchi si spartisce più dell’80% delle risorse (2D) ed il resto fatichi a pareggiare le spese sostenute (2E).
E’ perciò evidente come l’attuale sistema di “remunerazione” e di protezione dei diritti (in teoria, degli autori) sia molto più “conveniente” per editori e produttori – e per le società di collecting come la SIAE – che per gli autori stessi che si ritrovano imbrigliati in un sistema che “vive del loro lavoro” anziché tutelarlo – e non a caso sono proprio Editori/Produttori e società di Collecting a combattere strenuamente il file sharing e non certo perché lo temano (2F) ma perché necessitano di un “nemico” nella Rete che giustifichi l’imposizione di Leggi che riproducano in Rete quelle stesse “posizioni di vantaggio” che per oltre 150 anni hanno permesso loro di operare come Monopolisti nella produzione/distribuzione delle opere dell’ingegno;
diviene quindi sempre più urgente modificare le attuali normative sulla tutela del diritto d’autore (vedi 1 il diritto d’autore e sviluppare ed incentivare nuovi sistemi di remunerazione, modernizzando il sistema di concessione di licenze usando ad esempio le licenze collettive estese, favorendo l’autoproduzione e l’indipendenza artistica (2G), i micropagamenti, il supporto attraverso la pubblicità per il download e/o lo streaming (come fanno in parte Spotify, Deezer, Hulu), le iniziative di crowdfunding (2H) (processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per supportare gli sforzi di persone ed organizzazioni), i nuovi modelli di business che cercano “faticosamente” di affacciarsi sul mercato dei “contenuti” (Jamendo, Spotify, etc).
Questa necessità NON si scontra con la realtà del file sharing di opere protette perché sono davvero tante ed autorevoli le dimostrazioni pratiche di come il File Sharing sia un beneficio per gli artisti oltre che per il pubblico (2I) permettendo la distribuzione e promozione delle opere a costo zero per una platea di utenti potenzialmente mondiale (2L), l’acquisizione di gruppi di fans dediti ed informati che diventano promotori “virali” dei propri artisti/creatori (il messaggio / prodotto si diffonde autonomamente, di persona in persona oltre che attraverso la condivisione continuata anche attraverso le recensioni ed il “passaparola” che si scambiano tra di loro gli utenti nei forum/blog/siti di file sharing e non), creando nuove opportunità di guadagno correlate al lavoro degli artisti, commissioni, sponsorizzazioni, merchandising, vendita di pezzi unici e personalizzati, etc., etc.

Link
(2A) SIAE: i numeri e le parole del monopolio. http://www.guidoscorza.it/?p=2005
(2B) Il diritto d’autore andrebbe tutelato dalla SIAE http://editriceffequ.wordpress.com/2010/04/17/il-diritto-d%E2%80%99autore-andrebbe-tutelato-dalla-siae/
(2C) Equo compenso? http://punto-informatico.it/2787994/PI/Commenti/equo-compenso.aspx
(2D) Linuxday – reddito degli artisti http://leonardo.lilik.it/wordpress/2009/10/29/linuxday-reddito-degli-artisti/
(2E) Marketing musicale online Vs modello discografico classico: due sistemi a confronto http://www.musicmarketingonline.it/?p=68
(2F) L’incubo del Signor Musica: ecco cos’è che lo spaventa DAVVERO! http://yanfry.wordpress.com/2010/01/01/lincubo-del-signor-musica-ecco-cose-che-lo-spaventa-davvero/
(2G)
Esempi reali di musicisti indipendenti di successo http://www.musicmarketingonline.it/?p=147
Risorse internet per l’autoproduzione e l’autodistribuzione http://it.audiofanzine.com/autoproduzione-business/tutorial/a.play,30.html
(2H) Filosofia del p2p nella società e nell’economia moderna http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=6124
(2I) Studies on filesharing http://www.laquadrature.net/wiki/Studies_on_filesharing
(2L) Il problema degli autori non è la pirateria, ma l’oscurità http://www.jumper.it/il-problema-degli-autori-non-e-la-pirateria-ma-loscurita/

3 Digitalizzazione dei contenuti

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Nel XX secolo, lo sviluppo delle tecnologie di riproduzione ed in particolare del computer e delle Rete internet, ha sottratto uno dei cardini alla base del copyright “in senso classico” ovvero il costo e la difficoltà di riprodurre, distribuire e promuovere sul territorio (ora Mondiale) le opere, aspetti fino ad allora gestiti dalle corporazione degli editori/produttori dietro un altissimo compenso percentuale e/o la cessione dei diritti da parte degli autori:
testi, video, musica sono oggi già digitalizzate o facilmente digitalizzabili e riproducibili così come è divenuto semplice ed economicamente sostenibile per chiunque distribuire e promuovere autonomamente le opere, cosa che riduce enormemente gli spazi per gli editori/produttori (che necessariamente devono cambiare radicalmente l’attività fin qui svolta se vogliono sopravvivere) e ne apre invece nuovi per gli autori.
In quest’ottica la chiusura di Napster, avvenuta nel 2002 (3A) e generata dalle denunce dagli editori che vedevano nel sistema un concorrente ai propri profitti, è stato un inutile errore (per la società, autori compresi) perché anziché rendere legale il fenomeno per sfruttarne “commercialmente” le opportunità ed i vantaggi offerti, ha generato un’incontrollabile proliferazione di sistemi di condivisione (e di condivisori) “liberi” di usufruire gratuitamente delle opere condivise, allontanandoli anziché avvicinarli agli artisti/creatori, proprio nel momento in cui le digitalizzazione dei contenuti e la crescita mondiale della Rete offriva al mercato una platea “mondiale” di clienti.

Link
(3A) http://it.wikipedia.org/wiki/Napster

4 L’accesso alla conoscenza/informazione

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L’accesso universale alla conoscenza“, che potenzialmente la Rete permette, è uno di quegli argomenti che sempre più spesso viene dibattuto quando si parla delle opportunità che Internet offre (così come l’enorme sviluppo e innovazione che la società “digitale connessa” favorirebbe, in quanto amplifica il processo di crescita di conoscenza e saperi che si basano sulle conoscenze ed i saperi precedentemente accumulati):

Queste due caratteristiche, “digitalizzazione e connessione”, rappresentano indubbiamente una risorsa immensa per i paesi e per i cittadini, a livello economico come di divulgazione delle informazioni, a livello di relazioni personali come pubbliche, a livello di crescita culturale, di istruzione e formazione come di amministrazione pubblica, servizi sanitari e finanziari, etc., tanto che l’accesso alla Rete (ed ai suoi contenuti) viene oggi da più parti considerato un Diritto Fondamentale dell’uomo (4A) come lo è l’istruzione nella nostra carta costituzionale (se nei trattati dei diritti umani manca l’enunciazione espressa del diritto di accesso ad Internet ciò è dovuto sopratutto alla circostanza che sono in gran parte antecedenti alla diffusione delle ICT a livello globale, tant’è che a livello nazionale importanti pronunce giurisprudenziali hanno confermato che Internet va tutelato in primis a garanzia della fondamentale libertà di espressione, come la sentenza del 1997 della Corte Suprema statunitense (4B) che ha giudicato incostituzionale il titolo V del Telecommunications Act del 1996 – il quale prevedeva sanzioni per gli utenti che immettevano in rete contenuti considerati moralmente sconvenienti – sostenendo nella sentenza che il libero utilizzo del web è tutelato dal Primo Emendamento, relativo alla libertà di culto, parola e stampa, e che l’interesse a stimolare la libertà di espressione in una società democratica è superiore a qualunque preteso, non dimostrato, beneficio della censura e la più recente decisione n. 580/2009 del Consiglio costituzionale francese (4C) sulla legittimità della Legge n. 2009-669 del 12 giugno 2009, detta Legge HADOPI, in cui il Consiglio ha ritenuto l’accesso ad Internet alla stregua del principio di libertà di espressione, sancito all’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 (4D) e all’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (4E) dichiarando che la sanzione di disconnessione alla rete per atti di pirateria informatica non può essere comminata con un’ordinanza amministrativa, ma è necessaria una decisione giudiziaria, come avviene per la limitazione delle altre libertà personali.

In questo contesto diventa importante evidenziare come le tecnologie P2P permettano di diffondere contenuti in modo particolarmente efficiente, ampio, sicuro e veloce, dando vita a ben più di un “semplice” metodo di condivisione di dati:
i sistemi p2p moderni permettono di creare “supercomputer virtuali” con una capacità di storaggio e reperimento dati inimmaginabile a costo “zero” (la quantità di dati presenti nelle reti ed2k, torrent e gnutella ne sono un esempio), con capacità di calcolo paragonabili ai più potenti supercomputer fisici esistenti [SETI@home (4F) ne è un esempio con i suoi 5,2 milioni di utenti medi, ma esistono molte altre piattaforme di calcolo distribuito strutturate in modo simile], di mettere in contatto tutti gli utenti connessi alla rete a costi estremamente ridotti (Skype per fare un esempio), di distribuire attraverso le tecnologie di streaming spettacoli/avvenimenti/musica, dal vivo o registrati, in tutto il globo senza la necessità di enormi “strutture server” o elevate capacità di banda (nessun servizio commerciale di distribuzione “dati” al mondo può competere con la capacità di calcolo, storaggio e reperimento dati creata collettivamente dagli h.d. e dalle connessioni degli utenti, senza contare la qualità ed il livello di eccellenza raggiunto da diversi software p2p progettati nelle comunità del software libero ed open source).
Inoltre le comunità che si vengono a creare attorno e grazie ai sistemi P2P rappresentano un elemento di estremo valore (la “conoscenza” non è solo “quantità di informazioni” ma soprattutto comprensione e capacita di connessione e selezione delle informazioni acquisite) perché mettono in contatto persone con interessi comuni capaci di condividere tempo, esperienze, sapere e creatività in quei campi specifici, tanto da accrescere notevolmente le competenze comuni e dar vita a nuova informazione.

Link
(4A) Internet come diritto fondamentale
http://www.treccani.it/Portale/sito/diritto/approfondimenti/2_Pisa_internet.html
http://www.zeropaid.com/news/89310/should-internet-access-be-a-civil-right/
http://mediablog.corriere.it/2010/03/internet_e_un_diritto_fondamen.html
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201003articoli/53044girata.asp
(4B) Reno v. American Civil Liberties Union, 521 U.S. 844 (1997) http://en.wikipedia.org/wiki/Reno_v._ACLU
(4C) Conseil Constitutionnel, 2009, Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/les-decisions/2009/decisions-par-date/2009/2009-580-dc/decision-n-2009-580-dc-du-10-juin-2009.42666.html
(4D) Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo 1948 http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo
(4E) Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_dell%27uomo_e_del_cittadino
(4F) SETI@home su Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/SETI@home

5 modelli di business nell’era digitale

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Immagine di Salvatore Vuono http://www.freedigitalphotos.net/images/Other_Business_g200-Business_Mouse_p19401.h tml

Lo sviluppo dell’era digitale e della Rete hanno portato a cambiamenti fondamentali sul modo di produrre, scambiare e fruire dell’informazione, della cultura e della conoscenza:
non è più la sola economia industriale dell’informazione a “regolare” l’organizzazione e la produzione dell’informazione attraverso i tradizionali canali industriali (produzione di massa e distribuzione attraverso canali centralizzati che le sole grandi corporazioni erano grado di sostenerne economicamente), ma vi si affianca prepotentemente quella che Yochai Benkler (5A) chiama l’economia dell’informazione in rete in cui il capitale fisico (capacità di calcolo, di archiviazione, di comunicazione) e umano necessario per la produzione/distribuzione dei contenuti non è più accentrato nelle mani delle imprese ma è redistribuito nelle mani di praticamente ogni persona connessa.

Chiunque possiede “informazioni” può connettersi con chiunque altro voglia venirne in possesso e chiunque può inserirle in un certo contesto per riempirle di significato: gli elevati costi di capitale che erano un prerequisito per poter raccogliere, elaborare e comunicare informazione, cultura e conoscenza sono ora capillarmente ripartiti all’interno della società: quella barriera all’ingresso nel mercato sta venendo meno, e non protegge più le grandi organizzazioni che una volta dominavano l’ambiente dell’informazione, al contrario i modelli di produzione emergenti, radicalmente decentrati e basati su schemi di cooperazione e condivisione (ma anche di semplice coesistenza coordinata) hanno un ruolo sempre più importante nelle forme di produzione di significato – informazione, cultura e conoscenza – dell’economia dell’informazione in rete.

In questa situazione, in continuo e vertiginoso sviluppo, nascono e stanno nascendo intere comunità che non agiscono per motivazioni esclusivamente “pecuniarie” e che sono legate da condotte cooperative, coordinate per mezzo di meccanismi non commerciali distribuiti grazie a piattaforme in grado di strutturare gli sforzi cooperativi in modo da consentire alla gente di contribuire quando gli venga più comodo a qualcosa che consideri significativo, capaci di dar vita a nuovi modelli di business (si pensi al software open source e ad aziende come Red Hat, oggi l’unica public company con crescita di fatturato a due cifre, Canonical la società che produce Ubuntu, che ha una fiorente attività legata all’assistenza ed ai servizi correlati al software – installazione, configurazione, addestramento del personale, customizzazione del prodotto – o la stessa IBM che è stata tra le aziende che più si è sforzata di adattare il proprio business all’affermazione del free software e nonostante sia tra le maggiori produttrici di brevetti degli stati uniti è passata ad un fatturato sui servizi Linux doppio rispetto alle entrate derivanti dai brevetti) o a nuove attività che coinvolgono per passione ed interesse milioni di persone in tutto il mondo, da Wikipedia a SETI@Home, da Slashdoth a Facebook e agli MMOG (massive multiplayer online games), dai milioni di blog che stanno trasformando il mondo dei media, alle migliaia di comunità che si sono create nel mondo del File Sharing (che costituiscono l’ossatura del sistema di storaggio e reperimento dati più ampio, efficace e robusto del globo).

Proprio le caratteristiche tipiche del File Sharing – oltre ai vantaggi e potenzialità della distribuzione attraverso canali p2p si và dalle liste di amici agli upload degli utenti, dal filtraggio contenuti per utente/genere al marketing virale, all’enorme quantità di dati utilizzabili per “indirizzare/promuovere”il business – sono alla base di alcuni dei nuovi sistemi commerciali, da quelli che sfruttano le potenzialità delle licenze Creative Commons come Jamendo (musica), Magnatune (musica), Beatpick (musica), Dogmazic (musica), Lulu (opere letterarie), a quelli che restano legati ai “prodotti” tutelati da licenze proprietarie come Hulu (joint venture tra NBC, Fox e ABC che offre – solo negli usa – streaming gratuito in cambio di pubblicità di film e telefilm e di recente anche video musicali o a pagamento con abbonamenti convenienti senza pubblicità) Voddler (altro servizio di streming video simile a Hulu che opera in Svezia) Spotify (servizio e software di musica digitale in streaming disponibile in diversi paesi europei con possibilità di versione free/pubblicità e a pagamento con abbonamento a prezzi “forfettari”), ma anche gli stessi Amazon e Google che hanno dato agli utenti la capacità di stabilire l’attendibilità e la rilevanza delle informazioni che contengono (lista dei prodotti e recensioni di altri clienti per Amazon, pagerank che di fatto delega ai link presenti nelle pagine degli utenti il compito di “valorizzare” un sito rispetto ad un altro per google).

Link
(5A) Yochai Benkler “la ricchezza della Rete” http://www.mediasenzamediatori.org/weblog/?p=37

6 Legislazioni sul File Sharing

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Immagine di http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Copyright_%28Simple_English%29_Wikibook_h eader.png

La legislazione italiana sul File Sharing di opere protette:
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- Legge sul Diritto d’Autore L. 633/1941 (da adesso LDA) http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm
- Legge 128 del 21/05/2004 (detto Decreto Urbani) riformata dalla legge n.43 del 2005 http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04128l.htm

Prima di partire occorre fare alcune precisazioni:
– Per la duplicazione (ed upload) di software sussiste il reato previsto dall’art. 171 bis della LDA http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm#171-bis soltanto quando l’abusiva duplicazione avvenga a scopo di profitto (si è comunque passibili della sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave);
– Per la duplicazione (ed upload) di “fonogrammi o videogrammi”, vale a dire musica, film, serie e programmi tv, opere multimediali etc, sussiste il reato di cui all’art. 171 ter LDA (http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm#171-bis) soltanto quando l’abusiva duplicazione sia effettuata a fini di lucro e per uso non personale (si è comunque passibili della sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave).
Chi pertanto si limita a scaricare, per uso personale, opere protette dal diritto d’autore dalla Rete, ovvero fa una copia di un cd “passato” da altri, non commette reato (ma è passibile della sanzione amministrativa dall’art. 174 ter).

Per quanto riguarda il File Sharing è però difficile ipotizzare il “mero download”, dal momento che quasi tutti i client P2P pongono automaticamente in condivisione ciò che si scarica, con conseguente rischio che si venga accusati del delitto previsto dall’art. 171 LDA: infatti a partire dal c.d. “Decreto Urbani”, la messa a disposizione del pubblico, con immissione in un sistema di reti telematiche (con sistemi p2p e/o upload su server/sito web) a qualsiasi scopo o forma, di un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa, è un delitto, punito peraltro con la sola multa, da € 54 a € 2065, ai sensi dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis della LDA.
E’ comunque possibile pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima dell’emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.
La norma si applica però soltanto all’immissione in Rete, e quindi non può essere estesa alla distribuzione “a mano” che, se effettuata senza scopo di lucro, continua a non essere reato (integra al massimo la sanzione amministrativa prevista dall’art. 174 ter).
Se la condotta viene posta in essere a scopo di lucro o di profitto e se si tratta di software, si rischia di incorrere nei delitti previsti dagli artt. 171 bis e ter LDA, con sanzioni che vanno dai 6 mesi ai 4 anni, oltre ad una multa. Queste sanzioni si applicano anche se l’opera è fuori commercio, fintanto che la stessa è protetta dal diritto d’autore.

In questa sede può essere utile ricordare due cose:
– l’inserimento di parte di una musica/testo/immagine su Internet o su CD/DVD (per espressa previsione dell’articolo 70 L.D.A) per motivi di istruzione/didattici e/o di ricerca scientifica è possibile e lecito se risulta funzionale al testo della ricerca per illustrarne meglio alcuni passaggi o per essere oggetto di critica o discussione. Laddove l’uso abbia finalità meramente decorativa, questo non può in nessun caso considerarsi consentito anche qualora non abbia alcuna finalità commerciale, nè avvenga a scopo di lucro.
– si tende a dimenticare la diversità tra informazione e pubblicazione, chi “pubblica” file sulle reti peer-to-peer, si assume la responsabilità di detta azione, così come chi scarica commettendo un’infrazione se ne assume le responsabilità, chi “informa” dell’esistenza di file protetti dal diritto d’autore sulla Rete, attualmente in Italia NON commette alcun reato sanzionato dalla legge italiana.
(per approfondimenti su tutte queste questioni vedi l’articolo pubblicato da Stop.zona-m.net http://stop.zona-m.net/it/2010/03/guida-per-scuole-e-famiglie-al-diritto-dautore/)

Oltre alle leggi vigenti sono state proposte nel nostro paese diverse normative che anche se a volte non espressamente “dedicate” al File Sharing di opere protette vanno ad impattare sullo stesso, in maniera positiva o negativa:

Leggi e proposte di legge italiane “sfavorevoli” al File Sharing di opere protette

- Proposta di legge C.2195 http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/33239.htm presentata da Gabriella Carlucci – PDL – dal titolo “Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”(presentato come un disegno di legge contro la pedofilia in Rete?! e scritto da Davide Rossi presidente di Univideo, una delle più grandi e influenti lobby dell’editoria?!) prevede il divieto di immettere in rete contenuti di qualsiasi genere in forma anonima, la responsabilità degli intermediari per gli immissioni di contenuti di qualsiasi genere in forma anonima, l’estensione senza eccezioni alle ipotesi di diffamazione commesse attraverso la rete internet di tutte le norme che riguardano la legge sulla stampa e l’istituzione di un Comitato per la tutela della legalità della rete Internet.

- Proposta di legge C.2188 http://www.camera.it/126?pdl=2188 presentata dall’onorevole Barbareschi – FLI – dal titolo “Disposizioni concernenti la diffusione telematica delle opere dell’ingegno e delega al Governo per la disciplina dell’istituzione di piattaforme telematiche nazionali” che mira ad arginare la pirateria digitale promuovendo la costituzione di “piattaforme telematiche nazionali” per l’immissione e la fruizione legittima e gratuita di opere dell’ingegno (una sorta di Service Provider sovvenzionati da soggetti pubblici attraverso i quali regolamentare la fruizione “legittima e gratuita” – per gli utenti finali – di opere dell’ingegno, questi ISP diventerebbero “controllori” di tutto ciò che passa sulla loro Rete in quanto responsabili di quanto vi transita), assegnando ai Provider l’obbligo di rendicontare degli utilizzi da parte degli utenti per un’adeguata attribuzione e remunerazione dei titolari del diritto d’autore (si vorrebbe creare un sistema di controllo di quanto circola in Rete con l’obiettivo di sostenere economicamente l’industria basata sullo sfruttamento delle opere protette “probabilmente” dando ulteriori e maggiori poteri alla SIAE)

- Istituzione dalla data di gennaio 2009, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Comitato tecnico per la lotta alla Pirateria audiovisiva e multimediale http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/antipirateria/ coordinato dal Prof. Mauro Masi, oggi Direttore Generale della RAI, per studiare le effettive dimensioni del fenomeno della pirateria nel nostro Paese, analizzare il fenomeno nella sua interezza coinvolgendo tutte “le parti in causa” ed elaborare soluzioni ampie e condivise entro un termine non superiore a 60/90 giorni: a 18 mesi dalla sua costituzione, dopo NON aver rilasciato alcuno studio, aver abbandonato a se stesso il Forum creato per interagire con gli utenti della Rete http://antipirateria.governo.it/, a luglio del 2010 il comitato si riunisce ed annuncia la creazione di “una task force interna al Comitato stesso per l’elaborazione di una proposta di un codice di autoregolamentazione tra i soggetti operanti in ambito digitale” per contrastare la pirateria e di voler analizzare gli sviluppi del negoziato ACTA (accordo commerciale internazionale “segreto” che doveva trattare l’anticontraffazione e che invece si è rivelato voler creare una nuova regolamentazione internazionale di Internet e della proprietà intellettuale, di cui parlerò più avanti).

Leggi e proposte di legge italiane “favorevoli” al File Sharing di opere protette

Legge 128 del 21/05/2004 (il cosiddetto Decreto Urbani) riformata dalla legge n.43 del 2005 di cui ho parlato nella parte precedente e di cui potete trovare una breve “cronostoria” in questa pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_italiana_sul_peer-to-peer di Wikipedia;

- Proposta di legge C. 185 http://nuovo.camera.it/126?PDL=185&leg=16&tab=2&stralcio=&navette= presentata da Marco Beltrandi – Radicali – (ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) del 2008 dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941 n. 633, per l’apertura del mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore e dei diritti connessi” che propone l’eliminazione dell’esclusiva alla sola SIAE (e conseguente riforma dello stesso ente), nell’attività d’intermediazione dei diritti d’autore, con conseguente apertura del mercato dell’intermediazione e della tutela dei diritti d’autore e dei diritti connessi ad una pluralità di operatori che, come dimostrato da studi e confronti con altri paesi (qui http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9458 uno studio di luglio 2010 dell’Istituto Bruno Leoni che evidenzia l’inefficienza della Siae ed i vantaggi dell’abolizione del regime di Monopolio), porterebbe ad un miglioramento dell’efficienza e della trasparenza delle attività di intermediazione oltre ad una spinta alla crescita dell’innovazione e della creatività;

- Proposta di legge C. 187 http://nuovo.camera.it/126?PDL=187&leg=16&tab=1&stralcio=&navette= presentata da Marco Beltrandi – Radicali – ed altri (anche questa ancora ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) dell’aprile 2008 dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di comunicazione di opere al pubblico da parte di persone fisiche che scambiano archivi attraverso reti digitali per fini personali e senza scopo di lucro, nonché di riproduzione privata dei fonogrammi e videogrammi dalle medesime messi a disposizione del pubblico“ che propone l’introduzione di licenze collettive riferite ad utenti che intendano condividere i propri archivi digitali su reti telematiche per fini personali e senza scopo di lucro, prendendo esempio dalle licenze collettive nordeuropee, giungendo ad accordi specifici tra la SIAE e le associazioni dei consumatori per rendere legale e “proficua” economicamente e commercialmente l’attività di File Sharing senza scopo di lucro di fatto depenalizzandola.

- Proposta di legge n. 2525 (http://nuovo.camera.it/126?pdl=2525)del giungo 2009 presentata da Cassinelli – PDL – (e purtroppo anch’essa ferma alla VII Commissione Cultura della Camera) dal titolo “Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di libere utilizzazioni di contenuti protetti da diritto d’autore” volta a modificare il sistema delle eccezioni e limitazioni al diritto d’autore, che contempla la rimozione dei DRM per la liceità della copia privata, la digitalizzazione e condivisione dei materiali contenuti nelle biblioteche, la liberalizzazione dell’utilizzo delle opere tutelate dal diritto d’autore per finalità di didattica, ricerca scientifica, critica e discussione, e la valorizzazione dei contenuti creati dagli utenti in rete per contemperare gli interessi degli autori e degli editori con quelli del pubblico sulla più larga diffusione della conoscenza.

- Proposta di legge S-1461 http://www.senato.it/leg/15/BGT/Schede/Ddliter/28029.htm del senatore Bulgareli – Sinistra Ecologia Libertà – del 2007 dal titolo “Norme in materia di diritto d’ autore nell’ utilizzo di tecnologie internet” incentrato sulla valorizzazione del Fair use che prevede l’abrogazione del reato di “file sharing” senza dolo o profitto per i programmi, rafforzamento del diritto di copia privata anche in forma digitale e liberalizzazione per uso didattico delle immagini pubblicate in Rete.

- Non una legge o una proposta di legge, ma un’indagine conoscitiva http://www.agcom.it/Default.aspx?message=visualizzadocument&DocID=3790 prodotta a febbraio 2010 dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) intitolata “l diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica” che si prefigge lo scopo di capire come garantire, da una parte, un’efficace applicazione del diritto d’autore – diritto alla libertà di espressione e all’equa remunerazione – e dall’altra un’adeguata tutela dei diritti dei cittadini – accesso alla cultura e ad Internet, privacy, libertà di espressione – senza fissare un quadro definitivo di regolamentazione, ma lasciando aperti i possibili scenari futuri, e dando a cittadini ed imprese la possibilità di avanzare proposte e di aprire un reale dibattito su queste questioni:
nel documento l’AGCOM auspica un ammodernamento del diritto d’autore per garantire il bilanciamento di cui sopra e per conformarsi alle direttive del Pacchetto Telecom (di cui parlerò più avanti) anche in relazione ad “eventuali” misure preventive di accertamento di illeciti sulle rete (che le norme comunitarie escludono se non a determinate condizioni) e che sono contrarie alla Privacy ed al diritto di accesso alla rete dei cittadini oltre a violare il principio di neutralità della Rete;
l’Agenzia ribadisce la necessità di incoraggiare un dialogo tra i vari attori del mercato per promuovere la cultura dell’accesso legale ai contenuti digitali ed individua modelli in grado di garantire un’equa remunerazione per tutti gli attori della filiera, ed un accesso ai contenuti il più ampio possibile per gli utenti evidenziando come le attuali misure (divieti e sanzioni) per contrastare e/o prevenire azioni illegali si sono rivelate inutili e inadatte alla risoluzione del problema; l’AGCOM si fa promotrice di una riforma dell’impianto normativo attuale proponendo anche l’utilizzo della licenze collettive estese, sostenute e promosse da molte ONG (tra cui l’EFF e Scambioetico, relativamente alle quali esiste alla camera la proposta di legge C. 187 dell’onorevole Beltrandi sopracitata) recependo in pieno l’analisi del centro Nexa del Politecnico di Torino http://nexa.polito.it/licenzecollettive pubblicata nell’ottobre del 2009.
Infine nel capitolo sull’analisi economica viene evidenziato come il file sharing non sia solo di opere protette, sebbene questa sia una parte preponderante, e come anche in questa fase nonostante l’“illegalità” ed il forte contrasto normativo, vi siano ugualmente ricadute positive sia sulla concorrenza che sull’innovazione, citando studi indipendenti che mostrano come pro e contro del file sharing di opere protette senza scopo di lucro tendono ad equivalersi non potendo essere quindi la causa dei problemi e dei danni “lamentati” dall’industria dell’intrattenimento (vengono tra l’altro citati autorevoli studi che mostrano come le persone che praticano il file sharing spendono di più, in opere di intrattenimento e culturali, rispetto a coloro che non lo praticano, rendendo evidente come il sistema possa davvero essere un valido mezzo per trovare e fidelizzare i clienti).

- Nell’ottobre del 2009 viene pubblicato sul Forum del Comitato tecnico per la lotta alla Pirateria audiovisiva e multimediale http://antipirateria.governo.it/yaf_postst506 _Contributo-di-Luigi-Bobbio-Capo-di-Gabinetto-del-Ministro-della-Gioventand249.aspx un documento redatto dall’On. Luigi Bobbio – PDL – Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù, in cui vengono fatte considerazioni e puntualizzazioni davvero lucide e “illuminate” su ciò che offre e di cui ha bisogno la Rete e sulle problematiche e opportunità del file sharing (ne riporto alcuni stralci di seguito):

“INTERNET è la più grande frattura generazionale di tutti i tempi: creatività, conoscenza, innovazione sono sulla rete, un contributo straordinario che la gioventù italiana sta portando al rinnovamento del nostro paese, per troppi anni ingessato nella sua capacità di fruire dei tanti contenuti culturali di cui dispone. Internet è dei giovani e i giovani italiani devono poterne beneficiare pienamente, a costo di rimettere in discussione vecchi equilibri e rendite di posizione.
La “Pirateria Digitale Multimediale” è una semplificazione giornalistica riduttiva dei veri termini del problema: la rete succede a tutti i media del ventesimo secolo, TV compresa.
Fenomeni d’illegalità sulla rete sono marginali rispetto alla portata storica del processo e vanno comunque affrontati con gli strumenti giuridici esistenti per tutti gli ambiti della vita civile, aggiornando il diritto d’autore, non certo avventurandosi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali

La frattura generazionale nelle capacità e abitudini di consumo dei nuovi contenuti digitali e dell’uso di internet, particolarmente accentuata in Italia, ha reso fino ad oggi poco attraente qualsiasi investimento in nuovi modelli di offerta e distribuzione “online” che sono invece diffusi con ampia concorrenza e con grande riduzione nei costi distributivi in altri paesi dove la pirateria diminuisce.
L’industria nazionale dei contenuti deve uscire dalla logica dello status quo, investire sui talenti di internet e smettere di pensare agli aiuti statali quando i modelli di business vecchi non funzionano più.

Occorre, invece, puntare su una strategia dal lato dell’offerta, in positivo e fondata sulla concorrenza, aprendo il mercato piuttosto che restringerlo.
La parola chiave potrebbe quindi essere: “contenuti”.
In una visione di sistema non dovremmo però dimenticare, come Nazione, che la nostra condizione attuale di semplici “consumatori” di internet non può più durare. È durata anche troppo.
Lo stato deve porsi obiettivi infrastrutturali veramente strategici, costruiamo subito la “gigabit-internet” nazionale, una rete mille volte più capace delle realtà ADSL esistenti in Italia, rendiamola servizio-universale, gratuito almeno per i giovani.

Lasciando la pirateria come problema dominante, dimentichiamo il problema più ampio che lo contiene e che riguarda la maturità del mercato che dovrebbe essere portata ad un livello tale da rendere la pirateria un fenomeno marginale in uno scenario di offerte oramai internazionali. La barriera linguistica sulla rete è superata.

Oggi i binari paralleli al copyright, ampiamente diffusi con internet, sembrano andare nella stessa direzione riproponendo in chiave moderna l’antico obiettivo del diritto d’autore: è il caso ad esempio dei modelli legali del “free software”, del “copyleft”, del “share-alike”, del “creative commons” il cui successo mondiale sta costringendo a una profonda rivisitazione dei tradizionali schemi editoriali e distributivi ancorati al “copyright”.

La nostra P.A., sul modello di quella tedesca, dovrebbe investire principalmente nei software open-source disponibili, risparmiando e promuovendo i tantissimi giovani talenti che in Italia sono superficialmente trascurati. Paradossalmente si otterrebbe anche un esempio di come tagliare alla fonte il problema della pirateria del software, valorizzando quella straordinaria comunità scientifica della conoscenza “open” già pubblicamente disponibile.
Il rischio da evitare è quello di trovarsi in una sorta di autarchia mediatica inseguendo solo opzioni repressive nel condizionamento, spesso veicolato dalle lobby di settore, che è generato dal pur gravissimo problema della contraffazione delle opere dell’intelletto in generale e, come fattispecie, dei contenuti digitali.

Internet non è una merce che si blocca alla frontiera.
Internet ha bisogno di regole base, che in buona parte già ha, indispensabili al suo funzionamento e alla sua più ampia possibile fruibilità: d’altronde internet è anche la denominazione del protocollo tecnico che ne permette l’esistenza come infrastruttura, ovvero una serie di regole a tutela della più ampia accessibilità, progettate in ambito militare per condizioni limite come quelle di un conflitto mondiale.

Quindi non esiste un bisogno di leggi speciali, ma semplicemente l’esigenza di sapersi dotare di capacità organizzativa e tecnologica atta a contrastare adeguatamente fenomeni preesistenti che oggi utilizzano anche le nuove tecnologie. In Italia questa capacità di indirizzo è molto poco diffusa.

La raccomandazione “bipartisan” del Parlamento europeo destinata al Consiglio sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet (Lambrinidis) dimostra come questo tema sia di stretta attualità nell’agenda politica di molti paesi.
Il Rapporto Medina Ortega sul Diritto d’Autore che voleva raccomandare all’UE l’adozione esplicita della risposta graduata (”3-strikes-and-you’re-out”) mutuando de-facto la c.d. “dottrina Sarkozy” è stato bocciato.
Tale dottrina è stata ripresentata all’interno del “pacchetto telecom” e nuovamente bocciata dall’euro-parlamento: la risposta graduata è stata categoricamente bandita dall’Europa, benché tentativi di resuscitarla nella terza lettura del “telecoms package” siano ancora d’attualità.
Ma il Parlamento Europeo è andato oltre e ha introdotto un nuovo principio fondamentale nell’acquis comunitario: internet è diventato un diritto fondamentale per i cittadini europei.

I termini “pirateria digitale” e “pirateria multimediale” utilizzati nel Decreto istitutivo del “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale” (CPDM) possono apparire troppo semplici e riduttivi: quali sono i veri settori coinvolti? Quali i veri comportamenti a rischio? Quali le future conseguenze per le giovani generazioni? Come ricordato di recente sul Corriere della Sera: “storicamente il riferimento normativo a cui si sono appellati i produttori di tecnologie utilizzate per copie non autorizzate era il caso Betamax.
Quando la Sony nel 1975 lanciò il videoregistratore, le case cinematografiche, in particolare Universal e Disney chiesero di vietarne la vendita. Il caso arrivò nel 1984 alla Corte suprema la quale stabilì che una società non poteva essere ritenuta responsabile per aver creato una tecnologia. Nel sistema anglosassone basato sui precedenti questa decisione ha consentito a molte altre tecnologie, tra cui personal computer, masterizzatori e fotocopiatrici, di resistere agli attacchi dei proprietari dei contenuti”.

È necessario in conclusione affrontare distintamente ma in modo coordinato:
1. la protezione del diritto d’autore e i connessi limiti alla diffusione della cultura digitale prodotta soprattutto dalle nuove generazioni di autori e della nuova conoscenza condivisa: occorre riformare il ruolo della SIAE

2. la governance di Internet nel rispetto dei principi fondamentali della rete, che ne delimitano la funzione stessa di servizio universale e diritto fondamentale, ormai sancito dal Parlamento Europeo, ma non ancora sufficientemente riconosciuta nell’ordinamento italiano

La priorità deve essere la capacità dello stato di far fronte a tutte le nuove sfide di cyber-sicurezza, di cui la pirateria digitale è solo una parte: esigenze o opzioni di sicurezza raccomandate non possono prevalere o avere una corsia preferenziale per mere finalità economiche di gruppi d’interesse, neanche su internet. Il tema delle cifre e delle statistiche economiche associate alle varie cyber-minacce, pirateria inclusa, deve poi essere affrontato da organismi indipendenti.

In conclusione, lo svolgimento di attività illegali a mezzo delle rete internet è un fenomeno direttamente proporzionale alla diffusione e capillarità della stessa, ma non è certo rapportabile con un nesso di causa-effetto.
La violazione del diritto d’autore su internet è una parte dell’illegalità digitale, assieme a tante altre fattispecie di illecito amministrativo o reato penale. Qualsiasi azione di tutela legittima degli interessi e diritti degli autori ed editori, rischia, tuttavia, di sconfinare oggigiorno ampiamente nelle problematiche della “governance” e dei giusti contrappesi con la tutela dei principi fondamentali della rete.

Leggi e normative sul File Sharing in Europa

- Hadopi2 – Francia
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HADOPI (acronimo di Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet) è un’istituzione francese che si occupa dell’applicazione dell’omonima legge (il cui vero nome è Création et Internet http://fr.wikipedia.org/wiki/Loi_Cr%C3%A9ation_et_Internet) introdotta nel 2009 ed in vigore dal 1° gennaio 2010, dedicata al diritto d’autore che prevede una “disconnessione forzata” per coloro che violano il copyright.
La legge prevede tre passaggi: un utente scoperto a scaricare file protetti da copyright sarà prima avvisato via e-mail, in caso di persistenza della violazione riceverà allora una raccomandata, e poi, come ultimo avviso, sarà invitato a comparire davanti ad un giudice, che deciderà un’eventuale multa o la disconnessione forzata. Chi riceverà questi avvisi non sarà comunque l’autore della violazione, bensì il titolare del contratto di abbonamento ad internet.
A vigilare su tutto il processo, sarà l’Alta Autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti su Internet (Hadopi) che farà da intermediaria tra gli aventi diritto (artisti, major) e i fornitori di connettività, chiamati a cooperare per denunciare gli utenti che scaricano file illegalmente. A differenza della prima versione della legge (giudicata incostituzionale nel giugno 2009 http://www.corriere.it/esteri/09_giugno_10/legge_franc ese_pirateria_internet_4d596a38-55e0-11de-8b38-00144f02aabc.shtml) non potrà disconnettere un abbonato senza il parere preventivo di un giudice.

Le critiche a questa legge sono davvero molte, tanto in Europa che in “patria”, dal giudizio d’incostituzionalità che ha affondato la prima versione della legge da parte del Consiglio Costituzionale Francese che dichiarando come la libertà di comunicazione ed espressione sia garantita dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo parificava «la libertà di accedere ai servizi di comunicazione al pubblico on-line» come un diritto fondamentale, alla dichiarazione dello stesso Ministro della Cultura Francese – organismo che più ha premuto a favore dell’istituzione di HADOPI – sul fatto che un indirizzo IP non possa essere considerato come prova valida per l’accusa di violazione del copyright e tantomeno come “elemento identificativo” del reale trasgressore, sulla pesante violazione della Privacy degli utenti che questa legge comporta così come i dubbi sull’equità dei processi (il giudice che adotta il provvedimento di disconnessione può pronunciarlo attraverso una procedura sommaria e senza contraddittorio nell’ambito della quale il diritto dell’imputato alla difesa viene travolto) per finire con la recente notizia che i maggior provider Francesi, che già avevano collaborato alla sperimentazione delle soluzioni necessarie per implementare la legge hanno dichiarato di non essere disposti a sostenere gli enormi costi (la cifra prevista oscilla tra i 50 e 70 milioni di euro l’anno) per procedere all’identificazione, disconnessioni e gestione delle lamentele degli utenti se il Governo non provvederà a versare loro un adeguato compenso.

- Digital economy Act 2010 – Gran Bretagna
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Il Digital Economy Act http://www.opsi.gov.uk/acts/acts2010/ukpga_20100024_en_1 (qui http://www.guardian.co.uk/media/pda/2010/apr/08/digital-economy-bill-quick-guide- 45-measures una miniguida pubblicata dal Guardian e qui http://www.pirateparty.org.uk/blog/2010/jul/22/guide-digital-economy-act-part-1/ quella del Partito Pirata UK), è una legge inglese la cui parte più controversa riguarda le sezioni sulla violazione del diritto d’autore online (sezioni 3-18) – che contengono i principi generali per disconnettere gli utenti Internet accusati di violare i diritti d’autore attraverso una modifica del Communications Act 2003 .
Il provvedimento mira a punire il download illegale tagliando la connessione a chi sarà sorpreso a scaricare materiale protetto da copyright:
dopo una violazione, i titolari dei diritti d’autore potranno inviare al provider, entro un mese dal presunto abuso, una segnalazione di infrazione della legge dimostrandone l’evidenza ed i provider dovranno avvisare con una lettera i “presunti” trasgressori” oltre che fornire ai titolari dei diritti, su semplice richiesta degli stessi una lista che elenchi ogni diritto d’autore leso dagli utenti che “dovrebbero” restare anonimi.
La connessione a Internet potrà essere temporaneamente sospesa se il diritto d’autore verrà infranto più volte a seguito degli avvertimenti del provider. Riguardo al diritto intellettuale la pena pecuniaria massima che potrà essere comminata è di 50mila sterline. L’Ofcom, autorità inglese che regola le comunicazioni britanniche, ha stabilito che i provider che non mettono in atto misure tecniche contro i propri abbonati potranno essere sanzionati con pena pecuniaria fino a 250mila sterline.
Le corti britanniche potranno ordinare un’ingiunzione nei confronti di quei particolari siti che si macchino di distribuzione di materiali illeciti, in violazione del copyright legato alle opere dell’ingegno.
Tutte le aziende che forniscono accesso alla rete (dalle biblioteche pubbliche alle caffetterie) dovranno approntare misure speciali per proteggere le proprie reti, in modo da evitare le conseguenze derivanti dall’avvenuta violazione del copyright raccogliendo indirizzi e-mail e postali degli utenti prima del loro accesso alla Rete (di fatto cancellando ogni connessione wifi libera nel paese).

Anche in questo caso le critiche non sono mancate, dalle stesse che sono state sollevate per l’Hadopi2 francese sulla violazione della Privacy e delle libertà fondamentali degli utenti, così come sull’uso legale di un indirizzo Ip (la connessioni wifi sono spesso aperte o poco protette e quindi “utilizzabili” da terzi oltre al fatto che un indirizzo ip non identifica una persona, ma chi ha pagato per quella connessione) la mancanza della presunzione di innocenza e l’assenza di un processo, l’inutilità della norma data la relativa facilità per i condivisori di mascherare la propria identità o attività evitando l’identificazione, i più grandi nomi della Rete, eBay, Facebook, Yahoo! e Google hanno scritto al Segretario di Stato britannico per esprimere le proprie preoccupazioni su misure che “limiterebbero l’uso legittimo della Rete, introducendo costi non necessari e soffocando nuovi modelli di business a supporto di nuovi contenuti creativimentre i due maggiori provider inglesi, British Telecom e Talk Talk (provider che è tra i più decisi oppositori alla legge tanto da affermare che non collaborerà all’applicazione di questa legge ed andrà in tribunale per difendere qualsiasi proprio utente) ricorreranno alla Corte suprema Britannica chiedendo un’analisi accurata di un testo di legge che essi ritengono poco attento ai potenziali rischi per le libertà basilari dei netizen (approvato alla Camera dei Comuni dopo un dibattimento a cui hanno partecipato 40 parlamentari su 646, in tutta fretta a causa delle imminenti elezioni inglesi ), lesivo della Direttiva Europea 2000/31/CE sul commercio che li qualifica come semplici intermediari (principio di Mere conduit) e non come “sceriffi della rete” obbligati a controllare i propri clienti e ingiustamente oneroso per gli ISP che dovrebbero sopportare 1 quarto degli enormi costi per l’implementazione della norma anziché addebitarli ai soli detentori dei diritti.

- Applicazione “Ipred” – Svezia
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Nell’aprile del 2009 è entrata in vigore in Svezia una legge basata sulla Direttiva dell’UE 2004/48/CE sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale Ipred Intellectual Property Rights Enforcement Directive http://it.wikipedia.org/wiki/Direttiva_sul_rispetto_dei_diritti_di_propriet%C3 %A0_intellettuale che si prefigge lo scopo di fornire strumenti “adeguati” ai titolari dei diritti per combattere la pirateria digitale.
La legge ha reso possibile, per i titolari di copyright, di fare “raccolta di indirizzi ip” di “presunti” trasgressori (condivisori di file protetti dal diritto d’autore), ottenere un ordine del tribunale per acquisire dagli ISP i nominativi delle utenze associate agli indirizzi IP, contattare le persone “sospettate” di condivisione illegale di file, chiedendo loro di interrompere tale attività e/o di pagare un risarcimento per evitare di rispondere civilmente dell’illecito e/o di citare in giudizio gli autori delle violazioni e chiedere il risarcimento.

Nemmeno qui le critiche alla legge sono mancate, oltre a quelle già citate per l’Hadopi Francese e per il Digital Economy Act inglese (violazione Privacy e libertà fondamentali degli utenti, uso legale degli indirizzi ip, semplicità di mascherare la propria reale identità online da parte dei condivisori) si è aggiunta la forte opposizione della maggioranza degli ISP Svedesi che si rifiutano di violare i diritti dei loro clienti e forti del fatto che nel loro paese non vi è l’obbligo di conservare i log del traffico (la Svezia si è rifiutato di implementare la normativa UE sulla conservazione del traffico “Data Retention 2006/24/CEhttp://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:105:0054:0063:IT:PDF ) semplicemente non conservano tali dati.
Ulteriore “schiaffo” alla legge Ipred Svedese è stata la nascita del servizio di VPN Ipredator http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&cod=9881 (e di molti altri servizi VPN simili) servizio completamente legale proposto da The Pirate Bay, che si offre di mascherare l’indirizzo Ip fornito dal proprio Provider con uno assegnato dal servizio stesso, il che unito alla mancata conservazione dei log delle connessioni e alla crittografazione dei dati che vi transitano, rende irrintracciabile qualsiasi utente e/o servizio utilizzato.
NB: Alla cipherconference http://bambuser.com/channel/telecomix/broadcast/832366 di Telecomix http://telecomix.org/ (la news agency di WeRebuild che informa su tutto ciò che riguarda il telecoms package, ACTA, la data retention, la net neutrality e la censura in Europa e nel mondo) dedicata alla sicurezza a metà giungo del 2010, sono state ribadite le vulnerabilità del PPTP utilizzato anche da Ipredator, ed illustrati i metodi con cui è possibile risalire al reale indirizzo IP di un utilizzatore di VPN basate su PPTP, vulnerabilità che colpiscono sia coloro che usano IPv6 sia coloro che usano IPv4.

- Pacchetto Telecom UE
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Il Pacchetto Telecom è un complesso di regole che mira a riformare l’intero settore delle TLC su scala europea, andando a regolare campi come la privacy e la trasparenza a favore degli utenti delle telco, la gestione delle frequenze, la competitività delle aziende, il coordinamento fra le autorità di regolamentazione europee.
Dopo un processo legislativo durato quasi tre anni, che ha visto “scontrarsi” gli Europarlamentari (spinti da una parte dalle lobby dell’industria dei contenuti e dall’altra da una migliaia di cittadini di tutta Europa, sia singolarmente che attraverso Associazioni a difesa dei Consumatori e dei Diritti Digitali) in particolar modo sul “Diritto ad un equo processo e alla protezione della libertà di espressione e di informazione” esplicitato dall’ex art. °138 – già adottato a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo ma disatteso dal Consiglio dell’Unione Europea – si è giunti alla formulazione che sebbene non fornisca le stesse tutele dell’ex art.138 garantisce forti ed efficaci protezioni per i cittadini europei contro leggi draconiane come la risposta graduale (3-strikes) e la capacità di mettere dei paletti al blocco di servizi e applicazioni.
Questo il testo dell’articolo in questione:

3a. Le Misure adottate dagli Stati membri per quanto riguarda l’accesso o l’utilizzo di servizi e applicazioni attraverso reti di comunicazione elettronica degli utenti finali devono rispettare i diritti fondamentali e le libertà delle persone fisiche, quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dai principi generali del diritto comunitario.
Ognuna di queste misure relative all’accesso degli utenti finali o all’utilizzo di servizi e di applicazioni tramite comunicazioni elettroniche che siano suscettibili di limitare questi diritti fondamentali o queste libertà possono essere imposte unicamente se sono appropriate, proporzionate e necessarie all’interno di una società democratica e la loro attuazione deve essere oggetto di adeguate garanzie procedurali in conformità con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e con i principi generali del diritto comunitario, compresa un’effettiva tutela giurisdizionale e giusto processo. Di conseguenza, tali misure possono essere prese solo con il dovuto rispetto del principio della presunzione di innocenza e il diritto alla privacy. Deve essere garantita una preventiva procedura equa e imparziale, compreso il diritto della persona o delle persone interessate di essere ascoltate, ferma restando la necessità di opportune condizioni e modalità procedurali in casi debitamente giustificati d’urgenza in conformità alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il diritto ad un’efficace e tempestiva revisione giudiziaria deve essere garantito.

Disposizioni agli Stati Membri

Nel primo paragrafo l’articolo specifica che le disposizioni contenute sono dirette soltanto agli Stati Membri, a causa della ferma pretesa del Consiglio di non avere disposizioni dirette alle autorità regolatorie nazionali. Il paragrafo è di massima rilevanza perché conferma il principio secondo il quale l’accesso a Internet è uno strumento essenziale per l’esercizio concreto di certe libertà fondamentali.

Per superare la limitazione suddetta, il Parlamento ha utilizzato 3 eleganti sistemi che estendono agli attori privati dei precisi vincoli a protezione dei cittadini:
– modificare nel secondo paragrafo il testo da “Any of the above measures” (“ognuna delle suddette misure”) in “Any of these measures” (“ognuna di queste misure”) e ribadire, come ulteriore protezione per i cittadini, che anche la loro attuazione deve rispettare le condizioni specificate;
– imporre esplicitamente il rispetto del diritto alla privacy
– “connettersi” alle disposizioni degli artt. 21.3(b) e 20.1(b) della direttiva servizio universale e diritti degli utenti modificandone la portata

Net Neutrality: Articoli 21.3(b) e 20.1(b) direttiva 2002/22/CE (emendata – rapporto Harbour)

Gli articoli citati impegnano i fornitori di connettività ad informare gli utenti in merito alle “condizioni che limitano l’accesso a, e/o l’utilizzo di, servizi e applicazioni, dove tali condizioni sono permesse dalla legge nazionale in accordo alla legge comunitaria“. Estendendo alla giurisdizione della legge comunitaria, tramite l’art. 1.3a della direttiva quadro, le misure atte a limitare l’accesso o l’utilizzo di servizi e applicazioni in Internet, ed in particolare specificando che tali misure devono rispettare la Convenzione nonché i principi generali del diritto comunitario, il Parlamento ottiene l’effetto di porre dei limiti alla violazione della Net Neutrality. In questo modo i pericolosi “emendamenti AT&T” sono attenuati.

In tutti quei casi in cui una limitazione all’utilizzo o all’accesso di servizi e applicazioni lede uno qualsiasi dei diritti degli utenti finali, sanciti dalla legge comunitaria e/o dalla Convenzione, tale limitazione è illegittima, indipendentemente dalle considerazioni sulle pratiche anticompetitive.

Nell’ambito della Net Neutrality appare di grande rilevanza il fatto che essa è garante della libertà di espressione e di informazione. Ora, il blocco completo di taluni servizi e applicazioni può danneggiare gravemente tali libertà, garantite dalla Convenzione, e pertanto i fornitori di connettività non potranno metterlo in atto. Fra i citati servizi e applicazioni appaiono di capitale importanza l’accesso al World Wide Web con rispetto della end-to-end connectivity e l’accesso a network p2p.

Diritto alla privacy

Citando esplicitamente l’obbligo di rispetto del diritto alla privacy nei parametri che devono essere soddisfatti, viene raggiunto un duplice scopo.

In primo luogo, si proibisce esplicitamente la pratica di raccolta di indirizzi IP da parte di società private che sorvegliano i network p2p alla ricerca di possibili violazioni del copyright. Tali società, incaricate dalle federazioni antipirateria, sono solite cercare di correlare, tramite la collaborazione volontaria o forzata degli ISP, tale indirizzo al nome dell’intestatario della linea ADSL, che diventa quindi sospettato di violazione di copyright. Successivamente si minaccia la persona di una citazione in giudizio e si offre un accomodamento extragiudiziale con un pagamento in denaro.

La sentenza (http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=3168) della Corte Suprema austriaca sul caso Tele2 contro LSG è di capitale importanza in quanto è stata emessa in base all’opinione della Corte Europea di Giustizia. LSG aveva raccolto degli indirizzi IP e richiedeva a Tele2 di svelare a quali utenti corrispondessero. Tele2 aveva sostenuto di non poter legalmente fornire questi dati ad una società privata in quanto dati di traffico protetti dalla direttiva e-privacy. Secondo la Corte Europea di Giustizia e la Corte Suprema austriaca, in effetti l’assegnazione dell’indirizzo IP è un dato indispensabile per lo svolgimento del servizio di connettività e come tale è protetto ai sensi dell’art. 6 della direttiva e-privacy 2002/58/CE (deve essere cancellato o reso anonimo quando non più necessario ai fini dello svolgimento di una comunicazione). Si noti che questa direttiva è una delle 5 che compongono il Telecoms Package e che l’art. 6 non è stato modificato.

Per lo stesso motivo l’art. 33(3) della direttiva servizio universale (2002/22/CE, rapporto Harbour) che incoraggia, fra l’altro, la cooperazione fra ISP e detentori dei diritti per intercettare utenti sospettati di violazioni del copyright, deve sottostare al diritto alla privacy, perdendo quindi il suo aspetto negativo.

In secondo luogo, si intralcia lo svolgimento tecnico della cosiddetta legge HADOPI 2 in Francia. Infatti, l’attuazione tecnica della legge verrà tentata tramite l’ingaggio di società private che devono inserirsi negli sciami p2p con client modificati al fine di raccogliere quanti più indirizzi IP disponibili. Anche se tali società saranno delegate a tale lavoro da un’autorità a sua volta autorizzata dal governo, l’attuazione tecnica della HADOPI 2 non appare compatibile né con la presente direttiva quadro né con la direttiva sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche prima citata.

Preventiva procedura equa e imparziale e ricorso

Con questo punto si stabilisce che un processo deve essere preceduto da un’istruttoria nella quale si deve formare la prova della colpevolezza e dove sia possibile esercitare il diritto alla difesa. I principi della legge comunitaria stabiliscono che il “diritto ad essere ascoltati” include, fra le altre cose, il diritto alla rappresentanza legale che deve essere pienamente esercitata. Per inciso, tale diritto non appare essere rispettato dalla legge francese c.d. HADOPI 2, laddove essa prevede un “processo espresso” della durata di 5 minuti in cui il sospettato può fare una dichiarazione.

Non potendo utilizzare le parole “decisione precedente dell’autorità giudiziaria” dell’emendamento 138 originale, a causa della granitica opposizione del Consiglio e del rapporto dei servizi legali del Parlamento, i delegati parlamentari hanno tentato di dare una definizione meno oscura possibile di “procedura”.

Si deve trattare di un procedimento precedente alla sanzione, equo ed imparziale, che deve essere “garantito” e non “rispettato” (“rispettato” avrebbe portato dei potenziali aggiramenti legali ed in effetti il Consiglio premeva molto per la parola “rispettato” contro la parola “garantito”) che:

* rispetti i principi legali della Comunità;
* rispetti in particolare il diritto ad essere ascoltati e la presunzione di innocenza;
* rispetti quindi anche i punti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e le sue garanzie procedurali;
* in cui la fase istruttoria non può basarsi su indizi ottenuti violando il diritto alla privacy;
* in cui l’eventuale condanna deve rispettare i principi di appropriatezza, necessarietà e proporzionalità;
* in cui sia garantito il diritto di ricorso in appello avverso una sentenza.
Pertanto il Parlamento è andato a definire gli standard minimi di un tribunale ordinario.

Eccezioni di urgenza

Agganciando eventuali eccezioni alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che esplicitamente prevedono la sospensione dei diritti solo in caso di guerra, calamità naturali o comunque quando sia in pericolo la sopravvivenza della nazione stessa, si escludono tutte le altre ipotesi.

HADOPI 2

Fermo restando che l’analisi più profonda fra le correlazioni con HADOPI 2 deve essere fatta dai nostri amici francesi, appaiono già dalla nostra analisi dei gravi problemi di incompatibilità fra HADOPI 2 e Telecoms Package. Tuttavia i Paesi Membri, dal momento di adozione definitiva del Pacchetto, che avverrà probabilmente il 25 novembre 2009, avranno 18 mesi (più il tempo per la pubblicazione ufficiale) per trasporre le sue direttive in leggi nazionali. In questo periodo, il governo francese potrebbe semplicemente ignorare l’incompatibilità e procedere con HADOPI 2. Si tratta quindi di una questione piuttosto teorica, in quanto è molto probabile che ben prima del diciottesimo mese HADOPI 2 avrà già collassato su se stessa mostrando tutta la sua impotenza nella repressione del fenomeno della pirateria online priva di scopo di lucro.

Principi generali del diritto comunitario e Trattato di Lisbona

Con l’entrata in vigore, in dicembre 2009, del Trattato di Lisbona, i tre pilastri dell’Unione, di cui fa parte la Comunità, saranno fusi, e nei principi generali citati nell’art. 1.3a entrerà a far parte a pieno diritto la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che per certi aspetti rafforza la Convenzione.

Conclusioni
Si leggono in questo articolo molte delle aspettative che erano insite nell’emendamento 138, per questo comprendiamo l’esultanza di Christian Engstrom e Lena Ek per l’accettazione all’unanimità da parte del Consiglio di questo articolo che, in altra forma, ne riprende la sostanza e la amplia al rispetto della privacy.
Per quanto concerne la Net Neutrality, l’articolo attenua le condizioni di blocco sotto certe circostanze, tramite un sistema molto elegante che ritorce in parte contro le Telcos gli articoli da loro stesse proposti. Esistono però limitazioni più sottili (prioritizzazioni, cap e quant’altro) che non possono essere impedite dal presente testo. La strada per la protezione della Net Neutrality in Europa è quindi ancora tutta da percorrere.
L’articolo 1.3a, invece, appare essere un’effettiva proibizione alla risposta graduale (3-strikes) come oggi intesa da alcuni governi europei.

NB: Credo sia doveroso ringraziare i cittadini europei e gli attivisti che negli anni di battaglia sul Telecoms Package hanno contribuito con attivo impegno personale a far capire agli europarlamentari la posta in gioco, aiutandoli a decidere per il meglio, così come tutti quei parlamentari e i loro assistenti aperti al dialogo con le organizzazioni non governative che hanno francamente discusso e spesso tenuto in alta considerazione tutte le opinioni senza dimenticare i tanti avvocati di tutta Europa che si sono prodigati a fornire opinioni, suggerimenti e consigli di inestimabile valore durante tutto il processo legislativo del Telecoms Package.

Link di riferimento Pacchetto Telecom
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- A.C.T.A.
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L’ACTA (Anti Counterfeiting Trade Agreement) è un accordo multilaterale che mira a cambiare le leggi tramite il “policy laundering” (una tecnica che consiste nel tentare di imporre tramite accordi internazionali delle leggi particolarmente inique che se sottoposte a regolare scrutinio parlamentare provocherebbero profondi malcontenti) per instaurare un regime draconiano concernente l’enforcement delle proprietà intellettuali. I contenuti dei negoziati sono secretati (per motivi di “sicurezza nazionale” ha tuonato l’America) e i dati a cui ci riferiamo emergono solo dalla parte di documenti ufficiali trapelati. Tutti i documenti trapelati sono ora disponibili, fra gli altri, su Wikileaks.

Dati essenziali di ACTA concernenti Internet e correlati all’ambiente digitale emersi dai documenti trapelati (update di ottobre 2010 dopo la’ultimo incontro di Tokyo):
* pene detentive molto elevate per violazioni del copyright anche senza scopo di lucro;
* regime di 3 strikes imposto agli ISP senza supervisione della magistratura e disconnessioni automatiche degli utenti con presunzione di colpevolezza (nell’ultimo incontro la formula è cambiata, viene indicato come la disconnessione dalla rete per chi sarà solo “sospettato” di violazione di copyright dovrà avvenire tramite accordi privati dalle parti, che i paesi sottoscrittori saranno comunque obbligati a promuovere, come stabilito dall’art. 2.18.3);
* obbligo di ispezione profonda del traffico agli ISP con conseguente violazione sistematica della privacy (nel testo dell’ultimo incontro quste misure non sono più obbligatorie ma consigliate, lasciando facoltà ai singoli paesi di adottarle o meno);
* obbligo di sorveglianza generale pro-attiva sui contenuti per le piattaforme che ospitano contenuti generati dagli utenti – YouTube, MySpace, blog, forum, social network… – (anche questo obbligo sembra sparito dall’ultimo testo disponibile);
* responsabilità agli intermediari ovvero soppressione del principio di mere-conduit (nell’ultimo testo non c’è più traccia di tale obbligo);
* perquisizione alle frontiere di laptop, cellulari, lettori MP3, memorie di massa ecc. e sequestro e/o distruzione dell’apparecchio in caso di rinvenimento di file protetti da copyright di cui il detentore non possa dimostrare subito il regolare acquisto (anche questa misura non compare più nei documenti “trapelati” degli ultimi incontri);
* “notice and takedown”: obbligo di rimozione di contenuti su semplice segnalazione del presunto detentore dei diritti, senza possibilità di contraddittorio (sparito anche questo dall’ultimo testo disponibile);
* reato di link probabilmente concernente anche l’hyperlinking ad articoli di giornali online (data l’ambiguità del linguaggio usato nell’accordo potrebbe rientrare nell’articolo 2.14.4 – ausilio e favoreggiamento delle violazioni – che viene configurato come reato penale);
* presunzione di violazione di copyright in caso di frequente criptazione del traffico da parte di un utente finale (sembrerebbe sparito ma anche qui l’art. 2.18.2 ha una formulazione tale che potrebbe comprendere anche i mezzi tecnici che consentono la criptazione del traffico).
* Definizione “enormemente” vasta delle responsabilità penali per le violazioni (articolo 2.14.1 nota 9) facendo rientrare di fatto le violazioni su scala commerciale anche quando queste non portano vantaggi economici diretti – si arriva dunque al carcere per fatti come un “semplice” remix di brani musicali e/o condivisione di opere protette senza scopo di lucro – (da notare che la definizione di scala commerciale viene riportata in una noticina piccola a fondo pagina);
* iper-protezione delle opere cinematografiche (articolo 2.14.3) che rende reato penale la copia e/o la diffusione di qualsiasi tipo, anche parziale, priva di autorizzazione, di una qualunque opera cinematografica, creando tra l’altro enormi problemi nei paesi in cui il fair-use non è chiaramente definito (gran parte dei Paesi Membri dell’Unione) per educatori, professori, giornalisti, documentaristi, gestori di siti web dedicati al cinema (nell’ultima formulazione questa “imposizione” è stata modificata lasciando la libertà alle parti/Paesi di stabilire o meno sanzioni penali per questo tipo di violazioni.).
* violazione della privacy, in quanto i paesi sottoscrittori dovranno istituire un sistema legale che consenta ai detentori dei diritti di ottenere, in assenza del mandato di un magistrato e speditamente, i dati personali degli utenti necessari per la loro identificazione dagli ISP: “[...]ordinare ad un ISP di rivelare speditamente a un detentore dei diritti informazioni sufficienti per identificare un cliente [...] il cui account presumibilmente sia stato usato per violazioni“.
* sanzioni per “l’uso illegale dei mezzi di vasta distribuzione per scopi di violazione”, dicitura sufficientemente ampia da potersi applicare ad una serie di strumenti tecnici, soprattutto i client p2p come BitTorrent e eMule, formulazione che potrebbe permettere la costruzione di una base legale per la messa al bando di tali software.
* difficoltà di accesso ai farmaci a basso costo come segnalato da decine di associazioni mediche e di difesa dei consumatori) sebbene negli ultimi incontri Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Canada hanno proposto delle formulazioni che tendono a ristabilire un equilibrio fra accesso ai farmaci e diritti dei detentori dei brevetti, anche se queste proposte troveranno contrari Stati Uniti sia Unione Europea sia Giappone (La trattazione dell’enforcement sui brevetti è stata fortemente ridimensionata, addirittura con l’esplicita esclusione di essi dalla Sezione 2, “Civil enforcement” e questo potrebbe portare, finalmente, allo scioglimento del problema dell’accesso ai farmaci da parte dei paesi in via di sviluppo.).

In Europa i Parlamenti degli Stati Membri, ai sensi del Trattato di Lisbona, non hanno potere reale per opporsi ad ACTA se l’accordo venisse presentato già sottoscritto come “fait accompli”.
Al contrario, il Parlamento Europeo (al quale finora è stata scandalosamente negata la consultazione dei documenti concernenti i negoziati) può opporsi, soprattutto se ACTA violasse il quadro legale esistente nell’Unione.
Infatti relativamente al quadro legale dell’Unione, i negoziatori ACTA sono riusciti ad inserire la vaghezza come tratto distintivo di questo accordo. Ambiguità nei termini, piccole distorsioni (si noti il cambiamento di un diritto fondamentale, l’equo processo, che in inglese è “due process”, in “fair process”; il cambiamento dei “diritti fondamentali” in “principi fondamentali”), articoli fuorvianti, tutto sembra elaborato per poter consentire alla Commissione di sostenere di fronte al Parlamento che ACTA non va oltre il quadro legale dell’Unione e renderne la dimostrazione molto complicata in termini legali.

Ci sono però alcune flagranti discrepanze, si consideri ad esempio il confronto fra l’art. 2.18.3 e l’art. 33.3 della Direttiva Servizio Universale come emendata durante la riforma avvenuta con il Pacchetto Telecom: mentre la direttiva stabilisce che le autorità regolatorie possono promuovere la collaborazione fra ISP e detentori del copyright, ACTA stabilisce che i paesi sottoscrittori devono fare tutto il possibile ai fini di tale cooperazione (oltre tutto, oltre al contrasto con la direttiva, viene inserita un’ulteriore ambiguità legata a quale significato legale attribuire a “dover fare tutto il possibile”).
Inoltre merita approfondimento la clausola obbligatoria con cui si impone che “il favoreggiamento o l’ausilio [aiding and abetting] delle violazioni del copyright”[&b] debba essere coperto, obbligatoriamente, dal codice penale dei paesi. Pur essendo sparita la forma “incitazione alla violazione” [inciting], “aiding and abetting” è una formula che nella legislazione europea non è definita nel campo delle violazioni del copyright, e rappresenta quindi un ulteriore passaggio che va oltre il quadro legale dell’Unione.

Oscurità, vaghezza, imprecisioni e distorsioni sono state inserite per tentare di far ratificare intanto l’accordo per poi modificarlo in seguito. Sì, perché ACTA è “automodificante”: esso può essere emendato in qualsiasi momento dietro richiesta di uno qualsiasi dei paesi sottoscrittori. Il comitato permanente mondiale ACTA analizzerà queste richieste e se lo riterrà opportuno, secondo metodi non specificati, le sottoporrà all’approvazione delle altre parti.

Considerando tutto quanto sopra e il modo in cui ACTA è stato confezionato, “in una cucina puzzolente a porte chiuse per elaborare ricette velenose” (On. Laurence Stassen, europarlamentare), cioè in spregio a qualsiasi processo democratico, il Parlamento Europeo, che ne ha il potere, deve rigettare l’accordo. Lo pretende anche la coerenza con la Risoluzione del 10 marzo 2010, adottata a larghissima maggioranza, e la Dichiarazione Scritta 12/2010, adottata a maggioranza assoluta. Dare l’assenso creerebbe un precedente pericoloso secondo il quale le leggi dei Paesi Membri dell’Unione Europea, tramite l’aggiramento provocato dalla mancanza di competenza dei parlamenti nazionali sugli accordi commerciali sancita dal TFEU, possono essere sottoposte a pressioni, dalle industrie americane o da altri attori privati, tali da forzarne la modifica; mostrerebbe inoltre che al Parlamento starebbero più a cuore i capricci delle industrie americane piuttosto che i Diritti Umani dei cittadini europei.

Link di riferimento ACTA
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7 Privacy

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Legislazioni nazionali ed europee sulla Privacy

- Normativa sulla Privacy italiana http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_sulla_privacy
Costituzione Italiana (articoli 14, 15 e 21) http://www.governo.it/Governo/Costituzione/1_titolo1.html
Codice penale (Capo III – Sezione IV) http://www.studiocataldi.it/codicepenale/
Codice in materia di protezione dei dati personali Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1311248
Convenzione europea dei diritti dell’uomo art. 8, http://www.studiperlapace.it/documentazione/europconv.html
Carta dei Diritti fondamentali dell’unione Europea art. 8 http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=cartaeuropea

La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata che si traduce spesso nella capacità di una persona (o di un gruppo di persone), di impedire che le informazioni che la riguardano diventino note ad altri, inclusi organizzazioni ed enti, qualora il soggetto non abbia volontariamente scelto di fornirle.
I fondamenti costituzionali sono ravvisabili negli artt. 14, 15 e 21 Costituzione Italiana, rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero. Soprattutto, però, si fa riferimento all’art. 2 Cost., incorporando la riservatezza nei diritti inviolabili dell’uomo.
Il termine privacy è un concetto di origine anglosassone, inizialmente riferito alla sfera della vita privata. Negli ultimi decenni la nozione si è evoluta, arrivando a indicare il diritto al controllo sui propri dati personali.

Il problema dell’equilibrio tra le la tutela del diritto d’autore ed il diritto alla Privacy nell’era digitale ed in particolare nelle strategie di contrasto allo scambio non autorizzato di file protetti dal copyright nate negli Stati Uniti e ormai propagatesi su scala mondiale (in particolare le azioni giudiziarie ed extragiudiziarie contro gli utenti del P2P basate su informazioni acquisite con software di monitoraggio e l’utilizzo di tecnologie di DRM) innescano inevitabilmente conflitti tra copyright e privacy.
Sono stati diversi i casi giudiziari in cui questo scontro si è reso evidente, specialmente negli ultimi anni, e la “bilancia” è finora rimasta ben inclinata verso il diritto alla Privacy, non solo perché esso, in questi casi, “coinvolge” altri diritti costituzionali come quello della segretezza delle comunicazioni elettroniche, e dell’inviolabilità del domicilio che non possono essere disattesi per garantire un diritto di rango inferiore come la tutela della proprietà intellettuale (che ha comunque tutto il diritto ad essere garantita), ma anche e soprattutto perché il “monitoraggio” dei comportamenti privati ed il trattamento dei dati personali sulla Rete ha un livello di “invasività” non assolutamente paragonabile ad un attività di “monitoraggio” svolta al di fuori della Rete, nel mondo fisico, ed è proprio il divieto e/o l’illegalità nel monitoraggio, ciò che ha impedito la rilevazione delle generalità degli intestatari delle linee telefoniche e la prosecuzione delle cause.
Vado quindi ad esporvi quattro dei casi giudiziari più recenti ed “eclatanti” in cui questo scontro (Privacy vs Copyright) si è reso evidente:

- Nel caso ‘Peppermint’, (7A) del 2006, la società discografica tedesca Peppermint Jam Records GmbH attraverso l’agenzia Svizzera Logistep [la cui attività nel settembre del 2010 è stata messa fuorilegge dal Tribunale Federale Svizzero (7B)] controllava il traffico internet degli utenti del P2P alla ricerca di file illegalmente condivisi e con la complicità dei Provider riusciva ad ottenere i dati personali degli stessi all’oscuro dei clienti, intimandogli di risarcirla per il danno subito dalla violazione del copyright:
il caso si è concluso con una sentenza del Tribunale Civile di Roma del luglio 2007 (7C) che ha dichiarato “spionaggio telematico” l’azione della Logistep ritenendo illecita l’attività svolta dalla società di monitoraggio, e ribadendo come la Costituzione Italiana e la Direttiva Europea sulle Comunicazioni Elettroniche vieti a privati di portare a termine “trattamento di dati massivi, capillari e prolungati” (e dunque la loro acquisizione, comunicazione e utilizzo) nei riguardi di un numero elevato di soggetti e che nel caso sono stati violati anche i principi di finalità (della legge) di trasparenza e correttezza.
Nei primi mesi del 2008, il Garante della privacy (7D) stabilì che Peppermint e Logistep avevano abusato del software sviluppato da quest’ultima per istituire una vera e propria attività di monitoraggio, pratica vietata dalle Direttive Europee sulle comunicazioni elettroniche (7E) ed avevano trattato illecitamente i dati degli utenti agendo alle loro spalle, violando quel diritto alla riservatezza nelle comunicazioni elettroniche già ribadito dal giudice e stabilì la cancellazione dei suddetti dati dagli archivi delle società in oggetto entro il 31 marzo 2008.
Il Garante per la protezione dei dati personali stabilì, definitivamente, che le attività messe in atto da queste società ledevano anche il diritto di trasparenza e correttezza: la legge sulla privacy prevede infatti che l’utente debba essere informato che i suoi dati vengono raccolti ed elaborati e deve sottoscrivere una liberatoria/accettazione al trattamento dei dati personali.
In definitiva questo caso ha stabilito che:
– quei dati non dovevano essere raccolti;
– quei dati sono stati raccolti in modo non consono, utilizzando strumenti non consentiti (il software “file sharing monitor”, fsm, utilizzato dalla società Logistep);
– l’uso dei dati (ovvero il chiedere un risarcimento dei danni direttamente agli utenti) non è stato corretto.(da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Peppermint)

- Nel 2007 l’associazione Spagnola “Productores de Música de España” (Promusicae) si era rivolta ai tribunali spagnoli per ottenere dall’operatore Telefonica l’identità e l’indirizzo fisico di alcuni utenti internet che avrebbero usato il programma P2P KaZaA per scambiarsi file protetti dl diritto d’autore illecitamente, tutto ciò per poter esercitare (da parte di Promusicae) azioni civili contro i presunti trasgressori.
Telefónica aveva rifiutato affermando che in base alle leggi spagnole, la comunicazione di queste informazioni veniva consentita SOLO nell’ambito di un’indagine penale o per la tutela della pubblica sicurezza e della difesa nazionale.
Il giudice spagnolo aveva quindi demandato il caso alla Corte di giustizia delle Comunità europee, per chiarire se il diritto comunitario preveda l’obbligo di comunicare informazioni personali nell’ambito di un procedimento civile.
La Corte di giustizia nella sentenza della causa in oggetto, C-275/06 (7F), ha chiarito che, sebbene vi siano diverse norme “dirette a far sì che gli Stati membri garantiscano, soprattutto nell’ambito della società dell’informazione, l’effettiva tutela della proprietà intellettuale e, in particolare, del diritto d’autore comunitarie”, questa tutela “non può pregiudicare gli obblighi relativi alla tutela dei dati personali. Peraltro, le direttive sulla tutela dei dati personali offrono agli Stati membri la possibilità di istituire deroghe all’obbligo di garantire la riservatezza dei dati sul traffico”.
Quindi i singoli paesi, rispettando sempre la normativa comunitaria possono “…istituire l’obbligo di divulgare dati personali nell’ambito di un procedimento civile” ma viene precisato che nemmeno le regole in materia di proprietà intellettuale “richiedono che gli Stati membri, per garantire l’effettiva tutela del diritto d’autore, istituiscano l’obbligo di comunicare dati personali nel contesto di un procedimento civile”.
La Corte ha infine evidenziato come in casi come questi, in cui deve essere trovato un equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata ed i diritti alla tutela della proprietà spetta agli stati membri trovare questo equilibrio all’interno del proprio diritto nazionale ma devono “ma anche provvedere a non fondarsi su un’interpretazione di esse che entri in conflitto con i summenzionati diritti fondamentali o con gli altri principi generali del diritto comunitario, come il principio di proporzionalità”.

- Nel processo Fapav contro Telecom Italia, concluso ad aprile del 2010 dalla sentenza del Tribunale di Roma che ha respinto pressoché integralmente le istanze di Fapav (7G), il Garante per la protezione dei dati personali ha preso posizione contro il monitoraggio sistematico degli utenti (7H) che scaricano film e musica dalla rete. Per cercare di salvaguardare il diritto d’ autore – questa la sostanza dei rilievi – si rischia di mettere in pericolo il diritto alla Privacy.

- AGCOM, nell’indagine conoscitiva pubblicata ad inizio 2010 (7I) ha ricordato che esistono seri obblighi tecnici e giuridici nelle pratiche di accertamento di illeciti sulla Rete, limiti come quelli imposti dalle direttive comunitarie, che escludono l’ipotesi di affidare poteri di monitoraggio ai provider e limiti come quelli sottolineati dai principi a tutela della Neutralità della Rete e appunto della Privacy dei cittadini.
In contrasto con privacy e neutralità, oltre che spesso inutili, sarebbero anche quelle che attualmente sono le misure nella lotta alla pirateria:
le misure di port blocking (blocco delle porte IP più comunemente usate dai programmi P2P) sono facilmente aggirabili da parte degli utenti, quelle di content filtering, (blocco dell’accesso ad un contenuto, sulla base dell’analisi del contenuto stesso, della fonte o di altri criteri) che è uno dei metodi più utilizzati per filtrare l’accesso ai contenuti web, è in contrasto evidente con i principi succitati, il traffic shaping (l’insieme di quelle operazioni di controllo sul traffico di una rete che servono a ridurre o controllare i tempi di latenza e sfruttare al meglio la banda disponibile tramite l’accodamento e il ritardo dei pacchetti che soddisfanno determinati criteri) oltre ad essere in contrasto col principio di Neutralità della Rete risulta inutile in quanto può essere aggirato tramite tecniche di protocol obfuscation, così come le tecnologie di Deep Packet Inspection, (filtraggio dei pacchetti dati in transito su una rete che esamina i contenuti dei pacchetti stessi alla ricerca di contenuti che non siano conformi a determinati criteri prestabiliti dall’operatore/ISP) sempre a detta di AGCOM, violano, se attuate su larga scala, gli stessi principi di libertà democratica, per finire con il DRM (i sistemi mediante i quali si possono rendere “protette”, identificabili e tracciabili le opere digitali) che oltre ad essere fino ad oggi risultati inutili ed aggirabili risultano contrari alla tutela della privacy e alla trasparenza (hanno la potenzialità di individuare, trasmettere e conservare ampie quantità di dati riguardanti l’utilizzo personale del contenuto), alla mancanza di interoperabilità, al rispetto di adeguati livelli tecnici di sicurezza e alla rispondenza al principio di neutralità tecnologica (il rapporto dell’Osservatorio europeo dell’AudiovisivoDigital Rights Management Systems: Recent Developments in Europe(7L), F.J. Cabrera Blázquez, 2007 ha evidenziato diverse criticità derivanti dall’utilizzo dei DRM, tra cui:
1) Le possibili contraddizioni tra l’uso dei sistemi DRM e l’eccezione per la copia privata;
2) L’apparente sovrapposizione tra l’applicazione dei sistemi DRM e altre tassazioni per i diritti d’autore;
3) La mancanza di interoperabilità dei DRM;
4) il possibile ostacolo allo sviluppo del mercato dei contenuti digitali causato dal proliferare dei sistemi DRM proprietari e non interoperabili;
5) la possibile discriminazione sui prezzi a seconda del Paese in cui il servizio viene erogato da parte dei fornitori di contenuti on demand.)
Link
(7A) http://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Peppermint
(7B) http://punto-informatico.it/2987767/PI/News/logistep-fine-dei-giochi-svizzera.aspx
(7C) http://www.costozero.org/zar/tribunale-roma-16072007.pdf
(7D) http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1495246
(7E) http://www.interlex.it/testi/02_58ce.htm#6
(7F) http://www.privacy.it/Cortegiust.causaC-275-06.html
(7G) http://punto-informatico.it/2860617/PI/Commenti/ci-sono-ci-fapav.aspx

(7H) http://punto-informatico.it/2799730/PI/News/fapav-vs-telecom-anche-garante.aspx
(7I) http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&DocID=3790
(7L) http://www.nyls.edu/user_files/1/3/4/30/84/88/Vol%2017,%20No%201%20Blazquez%20Articl e.pdf

8 impossibilità tecnica di bloccare il p2p e d il file sharing

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Immagine di Fotograf77 http://www.dreamstime.com/usb-a-key-and-the-lock-free-stock-image-imagefree333290

Anche questo argomento non è facile da affrontare con poche parole, proviamo però a fare un’escursus veloce sulle misure tecniche approntate per limitare il file sharing, senza tener conto dell’evidente “invasività”, “sproporzione” e/o “violazione di diritti” degli utenti, cercando di evidenziare quanto esse siano “inutili” e/o “controproducenti”.
La “caduta” di Napster avvenne quando le maggiori Case Discografiche intentarono una causa contro la casa produttrice, che deteneva anche i server usati dal software come “lista” degli utenti e dei file che questi ultimi avevano in condivisione il tribunale ordinò la chiusura di detti server ed il sistema collassò.

Da quel momento furono creati “miriadi” di altri software e protocolli di P2P/File-sharing completamente indipendenti da server centrali (gli attuali network P2P sono per la quasi totalità distribuiti e decentralizzati) ed i sistemi per contrastare il p2p dovettero cambiare ed “evolversi” trovando però una conseguente evoluzione dei sistemi P2P per eludere o bypassare tali misure, in una “rincorsa” dai risvolti negativi ben esemplificata dalle parole di Cory Doctorow (8A), in occasione della sentenza di condanna a The Pirate Bay (8B):

Ad ogni ulteriore attacco, l’industria dell’intrattenimento forza questi servizi verso architetture che sono più difficili da sorvegliare e da chiudere. E con ogni attacco,l’industria crea dei martiri che ispirano gli utenti verso un’opposizione ideologica contro l’industria dell’intrattenimento, trasformandoli in persone che attivamente disprezzano queste società e desiderano la loro rovina. [...]
Si tratta di una corsa per trasformare un simbionte relativamente benigno in un pericoloso batterio resistente agli antibiotici che si dedica alla loro distruzione
.”

I sistemi tecnici implementati per tentare di bloccare e/o ridurre il File sharing di opere protette (spesso colpendo gli usi legittimi del File Sharing anziché quelli illegali) sono sostanzialmente i seguenti:
port blocking, ovvero il blocco delle porte IP più comunemente usate dai programmi P2P:
misura facilmente eludibile, vista la possibilità in tutti i moderni software p2p di cambiare le porte utilizzate dal programma per comunicare con gli altri nodi;
content filtering, ovvero blocco dell’accesso ad un contenuto, sulla base dell’analisi del contenuto stesso, della fonte o di altri criteri, che può includere la navigazione con browser, e-mail, instant messaging ed FTP:
queste tecniche permetterebbero di bloccare l’accesso a siti/server che ospitano materiale “ritenuto illegalmente distribuito”, ma che sono facilmente aggirabili con l’utilizzo di Proxy Server con connessioni https, CGIProxy/Psiphon (software installati ed installabili da semplici utenti che si offrono di dare un servizio in località o con provider che non effettuano il filetring), Tunneling Software (che permettono di incapsulare un determinato tipo di traffico “all’interno” di un altro tipo di traffico criptato), web tunnelling, http tunnell e VPN (che offrono servizi di tunneling e criptazione sicura dei dati che di conseguenza rimangono “inosservabili” da chiunque, provider compresi;
traffic shaping ovvero l’insieme di quelle operazioni di controllo sul traffico di una rete che servono a ridurre o controllare i tempi di latenza e sfruttare al meglio la banda disponibile tramite
l’accodamento e il ritardo dei pacchetti che soddisfanno determinati criteri:
anche qui il sistema è bypassabile con procedure di tunneling e VPN, oltre che con client P2P che effettuano “offuscamento di protocollo” e cambio automatico random delle porte usate dagli stessi;
DRM: sistemi mediante i quali si possono rendere “protette” identificabili e tracciabili le opere digitali:
non c’è sistema di protezione DRM che non sia stato violato in tempi ridicolmente brevi che cercassero di proteggere dalla copia Software o Giochi, Musica o Ebook (8C), una semplice ricerca su di un motore di ricerca vale più di mille parole
Deep Packet Inspection, filtraggio dei pacchetti dati in transito su una rete che esamina i contenuti dei pacchetti stessi alla ricerca di contenuti che non siano conformi a determinati criteri prestabiliti dall’operatore/ISP:
le VPN e molti software P2P che creano reti “anonime chiuse” crittografate (come Anonet o I2P per fare solo alcuni esempi) rendono sempre più difficoltose questi tecniche di “spionaggio”.

Ottimi spunti e fonti di informazione sono questi due articoli http://en.flossmanuals.net/CircumventionTools/FilteringTechniques (eng)
http://www.masternewmedia.org/it/2009/0 … ensura.htm (Ita) mentre Wikipedia ci è amica sui sistemi Friend to Friend
http://it.wikipedia.org/wiki/Friend_to_Friend e le reti P2P anonime http://it.wikipedia.org/wiki/P2P_Anonimo

Link
(8A) http://it.wikipedia.org/wiki/Cory_Doctorow
(8B) http://boingboing.net/2009/04/17/pirate-bay-defendant.html
(8C) http://alessandrobottoni.wordpress.com/2010/10/08/i-sistemi-anticopia-drm- dei-libri-digitali-ebook/

9 Differenza tra Pirateria e File Sharing senza scopo di lucro e tra “furto” e “copia” di un prodotto (digitale)

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Immagine di http://rationalargumentator.com/art_wendy/piracynottheft.html

Facciamo una premessa che piacerà certamente ai detrattori del File Sharing:
sia la Pirateria (duplicazione e distribuzione a fine di lucro) che il file sharing senza scopo di lucro [duplicazione abusiva e distribuzione senza un "guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell’autore del fatto, che non può identificarsi con un qualsiasi vantaggio di altro genere" come recita la sentenza 149 del 9/1/2007 (9A)] di opere protette dal diritto d’autore, senza il permesso dei titolari, sono reati puniti dalla legge (sebbene con notevoli differenze e “peso”), ma occorre tenere ben presenti le distinzioni fra questi due “reati” perché sono molto importanti sia dal punto di vista normativo sia dal punto di vista dei “danni” provocati ai titolari dei diritti sia dal punto di vista del corretto esame del “problema” e delle possibili soluzioni:
mentre il file sharing di opere protette senza scopo di lucro non è altro che lo scambio e condivisione di contenuti col fine ultimo di arricchire la propria cultura, il proprio bagaglio emotivo, le proprie conoscenze e quelle degli altri (sebbene, lo ripeto, configuri un illecito in base alla normativa italiana sul diritto d’autore), la pirateria con fine di “guadagno economico” si pone sullo stesso piano delle aziende discografiche, cinematografiche e/o produttrici e distributrici di contenuti e software senza averne i diritti legali, vendendo i prodotti illegalmente e di fatto sottraendone i potenziali introiti sia ai titolari dei diritti (autori, produttori, distributori) sia allo Stato attraverso l’evasione fiscale, creando un vero e proprio mercato parallelo illegale di opere dell’ingegno spesso “gestito” da organizzazioni criminali.

La differenza tra Pirateria e File Sharing senza scopo di lucro è evidente anche da come la nostra legislazione punisce questi reati, come abbiamo visto al punto 6 Legislazioni sul File Sharing il file sharing di opere protette senza scopo di lucro è punito con una sanzione amministrativa [in caso di solo "download" prevista dall’art. 174 ter pari a € 154 oppure € 1032 in caso di recidiva o fatto grave e in caso di "upload" anche con la multa da € 54 a € 2065, ai sensi dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis della Legge sul Diritto d'Autore (9B)] mentre la pirateria a scopo di lucro è punita con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 2.582 a euro 15.493 ed alla luce di queste differenze appare sempre più assurda la sproporzione tra “l’impegno” e le risorse spese per combattere il file sharing senza scopo di lucro e quelle messe in campo per combattere la Pirateria.

La distinzione fra “furto” e “copia” è ugualmente importante e marcata sia dal punto di vista legale (il Codice Penale all’art. 624 chiarifica che è colpevole del reato di FURTOchiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri“, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 euro a 516 euro) che dal punto di vista delle conseguenze, in quanto la sottrazione di un bene (furto) priva la vittima della possibilità di fruirne e/o di averne un vantaggio di qualsiasi altro genere, mentre la copia digitale non priva il titolare del bene ne della possibilità di continuare a sfruttarlo sia a livello creativo che economico.

I detentori dei diritti invocano il “mancato guadagno” che deriverebbe loro dalla “mancata vendita” del prodotto facendo un semplice (e comodo ai loro fini) conto del “salumiere” (con tutto il rispetto per i salumieri) “copie scaricate = copie non vendute” arrivando quindi a valutare i danni subiti in cifre “astronomiche”, ma non realistiche:
banale dire che mentre è evidente l’intenzione di acquistare il bene, sebbene spesso a prezzo inferiore, nel mercato illegale della pirateria, i contenuti scaricati dalla rete in maniera gratuita attraverso il file sharing (senza scopo di lucro) spesso non rappresentano l’intenzione di acquistare quel contenuto, ma al massimo un interesse/curiosità legata al “costo zero” dello stesso e rappresentano un danno molto più elevato per la Pirateria che per i Titolari dei diritti, perché “colpiscono con forza” l’unico caso in cui si può veramente parlare di danno per “mancato acquisto” perché l’opera viene venduta illecitamente.

Link
(9A) http://www.diritto-in-rete.com/sentenza.asp?id=331
(9B) http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm

10 Collaborazione, cooperazione, comunità

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Immagine di jscreationzs http://www.freedigitalphotos.net/images/Communications_and_N_g263-Business_ Concept_p18411.html

La rete di comunicazione Internet nasce come strumento di scambio e cooperazione fra ricercatori. Grazie alle sue caratteristiche progettuali di rete aperta e finalizzata alla cooperazione e alla condivisione di conoscenze, si è diffusa rapidamente fra i cittadini e nel mondo della produzione.
Nell’attuale società dell’informazione in Rete assistiamo a molte realtà (commerciali o meno) che vivono e prosperano nella collaborazione e cooperazione di individui che, grazie a strumenti come wiki, blog, forum, social network, mailing list, gruppi di discussione, si aggregano al di là delle barriere nazionali o sociali, al di là dello spazio e delle divisioni politiche, con connessioni volontarie o casuali o oggettive, interagendo socialmente “come esseri umani e come esseri sociali più che come attori del mercato” come pari tra altri pari (10A).

Le motivazioni ed i fini che spingono queste persone sono tra i più disparati e non necessariamente economici (ma anche quelli, c’è chi sulla cooperazione “donata” in rete dai milioni di utenti del web ci fa i miliardi), dall’autoproduzione alla reputazione, dal divertimento all’ideologia, dalla passione per hobby personali all’impegno politico fino al desiderio del “dono”, tipico delle società arcaiche e rurali che è stato anche la principale forza della nascita della stessa Rete (che non a caso si basa su protocolli liberi da brevetti, sviluppati perlopiù da ricercatori con fondi statali, così come sul procedimento di “scrittura” e certificazione delle regole avvenuto grazie al sistema delle RFC -Request For Comments- il cui sistema, nella logica della pura collaborazione, prevede che i protocolli informatici della rete vengono sottoposti pubblicamente alla richiesta di commento ed eventualmente migliorati grazie al supporto di tutti i ricercatori):
oggi questa economia del dono e della condivisione, fondamentale per la crescita e lo sviluppo della cultura informatica e della rete degli albori (10B) (centri di ricerca, università, college, cultura hackers), resta particolarmente evidente nel circuito del software libero e della ricerca scientifica, dove la novità, la scoperta, il miglioramento poggiano sul lavoro pregresso e continuo di tanti tanto che sarebbe impensabile ed economicamente insostenibile “reinventare” tutto da zero, e la libera condivisione del lavoro dei singoli ed il “dono” del codice e delle scoperte altrui che permettono di progredire e migliorare.

Ma non solo in questi campi si sviluppano e si concretizzano la collaborazione e cooperazione degli utenti, infatti assistiamo allo sviluppo di una miriade di “gruppi” (comunità) che hanno dato vita a realtà come Wikipedia o Slashdot, piuttosto che social network di rilevanza mondiale basati essenzialmente sui contributi degli utenti quali Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Linkedln, Myspace, Last.Fm, aNobii, oppure nuovi sistemi commerciali che delegano agli utenti l’attendibilità ed il successo di “prodotti/informazioni” come Amazon, Google ed Ebay, servizi di condivisione/promozione virale e commercializzazione di contenuti come Jamendo, Spotify, Beatpick, Magnatune, Deezer (10C), piuttosto che iniziative di crowdfunding, (progetti collaborativi di gruppi di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per supportare gli sforzi di persone ed organizzazioni) quali Dig-it (giornalismo), Opengenius (medicina/ricerca), Spotus (giornalismo comunicazione), Prestiamoci e Zopa (prestiti personali), Produzioni dal basso (progetti musicali) (10D), o sistemi di “gioco” interamente (o quasi) creati e gestiti dagli utenti come Second life ed i centinaia di MMORPG -Massively Multiplayer Online Role Playing Game- esistenti da WOW a Lord of the Rings Online da Mapple Story a Pirates of the Burning Sea fino ad arrivare alla condivisione dei propri “mezzi” informatici e personali come succede con il già citato SETI@Home (e progetti collegati), con le Banche del tempo (libere associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi vicendevolmente) e l’intero ecosistema dell’Open Source e quello del File Sharing.
Tutti questi esempi mostrano come sia già emerso un nuovo fenomeno sociale che entra addirittura in competizione con quello attuale, le reti peer to peer assaltano l’industria discografica, Il software libero ed open source toglie quote di mercato alla Microsoft, Skype minaccia le telecomunicazioni tradizionali, Wikipedia compete con le maggiori enciclopedie online, sistema che é anche una nuova fonte di opportunità per il Business.

Nello stesso “File Sharing”, (se chi legge, riuscisse ad immaginarlo per qualche minuto già depenalizzato e quindi non più una pratica illegale), si può vedere come le migliaia di community sparse in tutto il mondo sono composte da utenti appassionati – i clienti migliori, potenziali ed effettivi (10E) – che avvicinatisi per l’enorme quantità di contenuti scambiati, non si limitano a fruire di un semplice “database di file da scaricare”, ma collaborano e contribuiscono con le loro conoscenze e con il loro tempo a creare “spazi” che trattano, in maniera spesso altamente professionale, entusiastica e competente, delle tematiche più disparate, scambiandosi informazioni, recensioni, consigli su Software e Hardware, Musica e Video (film, telefilm, opere teatrali, etc.) Libri e Fumetti, Open Source e vita Sociale/Politica, andando a creare/moltiplicare contenuti e informazione oltre che ponendosi come i “fans più dediti e fedeli” dei vari contenuti/argomenti di interesse:
ecco che in un ambito divenuto “illegale” per la violazione del Diritto D’autore dovuta allo scambio di copie di opere digitali (immateriali e infinitamente riproducibili), si vengono a riunire coloro la cui passione, interesse, conoscenza di un sistema operativo, di un attore, di uno scrittore, di un cantante, di un artista li rende i sostenitori più interessati ed interessanti per gli autori e per l’industria (anche per l’enormità di informazioni su interessi, tendenze e desideri che vi si possono ricavare), sia come clienti informati e fedeli (non semplici consumatori) che come i miglior “promotori”, perché attori di un maketing virale come solo i fans sono in grado di essere.
Ma se guardiamo oltre alle potenzialità puramente economiche di queste realtà vediamo tutte le caratteristiche più importanti del p2p, dall’educazione alla cultura della collaborazione, alla condivisione di tempo, competenze e mezzi (il proprio computer, hd, la propria linea), dalla cooperazione tra persone sconosciute che lavorano a progetti comuni, alla possibilità di entrare liberamente in relazione con altri facendo coincidere idee e capacità con i compiti da svolgere, dal moltiplicarsi e dalla creazione di interessi e conoscenza – grazie al confronto con gli altri -, all’analisi tecnica e qualitativa dei contenuti e dei prodotti per una fruizione come utenti fortemente interessati, informati e consapevoli (e non semplici consumatori “teleguidati”).

Link
(10A) Yochai Benkler “la ricchezza della Rete” http://www.mediasenzamediatori.org/weblog/?p=37
(10B) Storia di Internet http://it.wikipedia.org/wiki/Internet#Storia_di_Internet
(10C) Una lista, non certo esaustiva di quelle musciali la potete trovare qui http://yanfry.wordpress.com/2009/12/11/il-suono-creativo-della-musica-nella-rete/
(10D) Una “breve” lista con relativa descrizione si può trovare qui http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=6124
(10E) http://www.laquadrature.net/wiki/Studies_on_files haring#I_.22pirati.22_sono_coloro_che_comperano_pi.C3.B9_prodotti_culturali

11 Potenzialità non ancora espresse del File Sharing

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Immagine di Pink Sherbet Photography http://www.flickr.com/photos/pinksherbet/3370498053/

L’illegalità che “colpisce” le reti P2P che fanno file sharing di opere protette e la loro conseguente demonizzazione hanno portato a rallentare e a volte frenare attività, commerciali e non, che possono godere enormemente dei vantaggi tecnologici e “umani” del File Sharing e delle comunità che ne sono motore e carburante:
tra gli esempi “commerciali” troviamo ad esempio la Sub Pop Records etichetta discografica di Seattle, che raggiunse la notorietà negli anni 90 per avere per prima scritturato band come Nirvana, Soundgarden, Mudhoney e molte altre della scena del grunge, che distribuisce video e musica (oltre 1000 album) usando BitTorrent, la Blizzard famosa casa produttrice di videogiochi americana, utilizza un sistema simile a BitTorrent per distribuire aggiornamenti e add-on di uno dei MMORPG più popolari al mondo, World of Warcraft (con più di 11 milioni di giocatori paganti in abbonamenti mensili, la distribuzione dei frequenti e pesanti aggiornamenti sarebbe un compito impossibile unicamente attraverso server centralizzati), Jamendo la nota piattaforma web che raccoglie musica libera e legale, pubblicata con licenze Creative Commons o con Licenza Arte Libera, distribuisce la sua musica direttamente dal proprio sito e/o tramite BitTorrent (a giugno 2008 aveva raggiunto la quota dei 10.000 album pubblicati), Spotify, software e servizio di musica digitale in streaming gratuito, intervallato da interruzioni pubblicitarie, oppure senza pubblicità nella sua versione a pagamento, creato in Svezia nel 2006 e lanciato in alcuni paesi europei nell’autunno del 2008 (attualmente disponibile solo in Svezia, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Francia, Spagna e Paesi Bassi) usa una tecnologia ibrida p2p, raggiungendo nel 2009 un numero di utenti stimato attorno ai 6 milioni, Livestation, è un software che permette agli utenti di guardare programmi televisivi in diretta sui loro computer basato su tecnologia peer-to-peer addirittura sviluppata da Microsoft, NRK emittente pubblica norvegese che ha avuto un ruolo da vero e proprio pioniere del settore lanciando la sua torrent-tv libera da DRM, ha istituito il suo tracker per BitTorrent dedicato al broadcasting di alcuni dei suoi programmi, P2P-Next è un progetto finanziato dell’Unione europea che mira a produrre una nuova piattaforma per peer-to-peer di distribuzione di media digitali in grado di supportare modelli di business diversi, basato su un software libero sotto licenza LGPL 2.1 (tra i partecipanti figurano la BBC, Delft University of Technology, l’European Broadcasting Union, Kendra Foundation, Lancaster University, Markenfilm, Pioneer Digital Design Centre, Sapienza Università di Roma, Jozef Stefan Institute, RTV Slovenija e VTT Technical Research Centre of Finland), etc. etc. (11A);
ma non mancano esempi “non commerciali” in cui le attività volontarie degli utenti hanno dato origine a gruppi che non si occupano solo di tradurre e sottotitolare video (ma anche testi e fumetti) da altre lingue alla nostra di opere “di larga diffusione”, ma anche di opere di nicchia e/o commercialmente poco appetibili, che non arriveranno mai nel nostro paese, altri gruppi come Libreremo che nascono come “strumento di riappropriazione dei contenuti, a disposizione di tutti quei soggetti sociali (studenti, lavoratori, precari, disoccupati… ) ai quali viene quotidianamente negato il diritto allo studio e quello più generale a farsi una cultura” scansionando e mettendo in condivisione migliaia di testi, universitari e non, sono state create intere sezioni dei forum del file sharing che si occupano del recupero, ordinamento e condivisione di opere rilasciate con licenze libere e di pubblico dominio, così come “peer” che si occupano di opere (video, audio, testi) mai digitalizzate (perché ritenute commercialmente marginali) attingendo alle proprie registrazioni analogiche radiofoniche/televisive, su nastro o cassetta o “super 8″ per crearne una copia digitale sostanzialmente “unica” evitandone la sparizione, mentre alcuni “iniettano” nei canali del file sharing i SOLI lavori offerti da progetti come il Gutemberg e/o il Mutopia e/o il Manunzio e/o LiberMusica, o si occupano di “creare” e condividere amatorialmente audiolibri ad uso dei non vedenti e ipovedenti, etc, etc.

Tutte queste e molte altre “micro-realtà” di condivisione di contenuti (che molto spesso ignorano l’esistenza le une delle altre anche quando hanno stessi obbiettivi), svolte da persone che occupano gratuitamente il proprio tempo e risorse per fini particolarmente “onorevoli”, rappresentano oggi una percentuale minima nel panorama dei sistemi e delle comunità di File Sharing, ma nonostante ciò dimostrano già come la condivisione di file depenalizzata e liberata dagli “stretti e angusti” angoli in cui è stata relegata, potrebbe dare spazio a tutte quelle attività non profittevoli e non “interessanti” per il business e per il grosso pubblico che invece potrebbero trovare un numero di “peer” sufficiente per consolidarsi e crescere.

Link
(11A) https://docs.google.com/Doc?docid=0AV5y4tBZ4FWwZGR0N2JudDdfMmN4Y3o1d2d2&hl=it

Un sentito ringraziamento per i loro consigli, critiche, aiuto nell’elaborazione e correzione, @DarthRevan di TNTVillage e @PaoloBrini di Scambioetico

Nuovo Portale della Cultura del Lazio con licenza CC

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 3 novembre 2010
21 Ottobre, 2010 – 16:32 — Claudio Artusio

Dal 21 ottobre 2010 è online Culturalazio.it, il nuovo portale della Cultura del Lazio.

Come spiegato nell’annuncio ufficiale del lancio (vedi qui), il  portale, fortemente voluto dall’assessore Giulia Rodano e dalla Direzione regionale alla Cultura, Spettacolo e Sport del Lazio, si presenta rinnovato nella grafica e nei servizi.
Soprattutto, il portale si propone di conservare e potenziare la sua “natura di bene comune, offrendo a tutti la possibilità di riutilizzare i materiali in esso contenuti per produrne di nuovi”.

Culturalazio.it ha infatti deciso di rilasciare i propri contenuti, salvo dove diversamente indicato, con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia.

Foto, testi, recensioni teatrali, articoli, segnalazioni e molto altro saranno pertanto liberamente riproducibili per usi non commerciali, a patto di citare la fonte e di distribuire eventuali opere derivate (sviluppate cioè partendo dai materiali del portale) solamente con una licenza identica o equivalente a quella adottata da Culturalazio.it.

Per ulteriori dettagli circa i termini d’uso dei materiali di Culturalazio.it, vedi qui.

Source: Nuovo Portale della Cultura de…icenza CC | CreativeCommons.it
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

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Die Beauty al cinema e su Pirate Bay

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 21 settembre 2010
Die Beauty al cinema e su Pirate Bay

Questa volta non si tratta di una pre-realise sfuggita su internet. Infatti la regista Stina Bergman ha proprio collaborato con Pirate Bay per far uscire il suo film sul sito, in contemporanea con la visione nei cinema.
Infatti il film è presentato al cinema Bio Rio di Stoccolma ma nello stesso tempo è offerto sul sito di Pirate Bay dove può essere scaricato con licenza Creative Commons BY-NC-SA . Il film “Die Beauty” secondo gli autori è un thriller surreale ambientato in un febbrile mondo di fiaba. Mentre Hollywood vede Pirate Bay come un nemico Stina Bergman, pensa che la collaborazione con il sito possa giovarle, infatti più persone, vedono il suo film, più ne parlano e lo commentano, più spettatori è possibile che, dal passa parola, decidano di vederlo anche al cinema.

Del resto si è visto chiaramente che anche tutti i lungometraggi messi sulla piattaforma VODO e poi sponsorizzati dai grandi siti BitTorrent, hanno avuto un gran successo di pubblico.

Pubblicato da janet

Source: Die Beauty al cinema e su Pirate Bay

Privatizzare la giustizia in nome del diritto d’autore.

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 19 agosto 2010

Gaia Bottà, in un bell’articolo su Punto Informatico, che quest’anno ha coraggiosamente scelto di non andare in vacanza, racconta l’ennesima storia di “errore arbitrale” da parte dell’antipirateria privata.
Cinque video regolarmente distribuiti dai titolari dei diritti sotto licenza cattive commons rimossi dalla piattaforma di video-sharing Vimeo per un errore – o eccesso di zelo – nell’asse tra una società privata che gestisce l’attività di antipirateria nell’interesse delle major dell’audiovisivo ed i responsabili di Vimeo.
A seguito delle comprensibili proteste dei titolari dei diritti che dopo aver scelto di usare delle licenze creative commons per massimizzare la circolazione delle proprie opere se le sono viste rimuovere dalla Rete, i video sono tornati online e tutto è apparentemente tornato a posto.
Solo apparentemente però perché il problema è un altro.
La questione da affrontare senza ulteriori ritardi, infatti, concerne tutte le forme di privatizzazione della giustizia alla quale la Rete – in nome dell’esigenza di assicurare adeguata e rapida tutela, in particolare, ai titolari dei diritti d’autore – si è ormai, pericolosamente assuefatta.
Il titolare dei diritti – direttamente o per interposta persona – chiede e l’intermediario – ormai terrorizzato dall’idea di essere coinvolto in cause risarcitorie milionarie o, peggio ancora, in procedimenti penali – risponde, procedendo alla rimozione del contenuto di cui è contestata la pubblicazione.
Qualcuno potrebbe pensare che sia la soluzione più semplice per risolvere il problema.
Una forma di giustizia light, deregolamentata e che tiene lontano lo Stato dalle cose della Rete.
Non credo, tuttavia, sia così.

In nome del diritto d’autore e dell’esigenza – fatta avvertire più urgente di quanto in realtà non sia dalle major – infatti, si è aperta una breccia in uno dei più elementari principi alla base dello Stato di diritto: quello secondo il quale sono vietate tutte le forme di auto-giustizia o giustizia privata.
Derogare a questa regola – oggi a proposito del copyright ma domani anche in materia di reati di opinione, violazione della privacy e chissà quali altri illeciti – non significa garantire una giustizia più rapida ed indolore ma – soprattutto nel medio periodo – consentire ai soggetti forti – in termini economici e politici – di prevalere sistematicamente sui più deboli.
L’urgenza dell’intervento non è una buona ragione per rinunciare alle garanzie del contraddittorio e all’esigenza di un giudice terzo.
Se fosse così non si spiegherebbe perché in tutti gli ordinamenti del mondo esistono procedimenti cautelari ed urgenti che consentono, appunto, in presenza di elementi di urgenza e di un apparente fondamento delle pretese azionate, ad un soggetto di domandare ad un giudice di pronunciarsi, senza ritardo, a volte, persino, in giornata.
È difficile capire perché per ottenere la cessazione dell’uso di un marchio altrui nel mondo degli atomi si debba chiedere un provvedimento d’urgenza ad un tribunale mentre per ottenere lo stesso risultato nel mondo dei bit sia sufficiente inviare una mail ad una società che di mestiere fa l’intermediario e che non è in grado – poco importa se per ragioni tecniche, organizzative o per mancanza di competenza – di interpretare e comprendere una licenza.
Se la giustizia degli atomi e troppo lenta, costosa e farraginosa – e, almeno in Italia non vi è dubbio che lo sia – per star dietro alle dinamiche dei bit, allora si metta mano con urgenza al problema, si costituiscano sezioni specializzate e si introducano procedimenti speciali ma guai a prendere – come purtroppo sta accadendo ovunque – pericolose scorciatoie e pensare che il problema possa essere risolto “grazie” alla collaborazione tra titolari dei diritti ed intermediari.
Non si tratta di non aver fiducia in tali soggetti ma semplicemente di prendere atto che essi rispondono ad interessi – economici e/o politici – ai quali la giustizia dovrebbe essere sottratta.

È una deriva pericolosa quella che può scorgersi all’orizzonte: domani le banche – intermediari finanziari – bloccheranno i nostri conti online sulla base di una semplice mail di chi si presenta come nostro creditore, lo Stato si sentirà libero di chiedere al provider di disconnetterci in ragione del nostro preteso coinvolgimento in chissà quale condotta e gli Isp di sospenderci – come, peraltro, si sono già riservati il diritto di fare per contratto – la fornitura di servizi di accesso alla Rete o, magari, di posta elettronica sulla base di una mail con la quale qualcuno ci accusa di spamming o, piuttosto, di inafferrabile reato di opinione.
Sono consapevole dei limiti della nostra giustizia ma…privatizzarla è una cura che rischia di essere più pericolosa del male.

Source: Privatizzare la giustizia in n… diritto d’autore. – GBLOG
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/

Vimeo adotta le licenze Creative Commons

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 luglio 2010

Vimeo, popolare sito/community dedicato alla pubblicazione e diffusione online di video dai contenuti originali, ha di recente adottato le licenze Creative Commons.

Vimeo ha infatti introdotto l’opzione, selezionabile al momento dell’upload, di provvedere il video che si vuole caricare con una licenza CC a scelta dell’utente.

Come spiega lo staff di Vimeo (vedi qui), sfruttare le condizioni elastiche e maggiormente permissive previste dalle licenze Creative Commons contribuirà non solo ad agevolare la diffusione dei propri video, ma anche (qualora l’autore lo permetta scegliendo una licenza CC che consente opere derivate) ad incentivare forme di riutilizzo creativo dell’opera originaria da parte di altri utenti.

Per ulteriori informazioni si possono consultare le FAQ del sito (vedi qui).

Link

[*]news

[*]Claudio Artusio’s blog [*]

Source: Vimeo adotta le licenze Creati…e Commons | CreativeCommons.it Immagine
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

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