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Dopo 11 anni della stessa #SOPA non sarebbe ora di pretendere una riforma della minestra?

Posted in Uncategorized by yanfry on 24 gennaio 2012

IN BREVE
Well Done Netizen, SOPA e PIPA sono stati sospesi! E adesso?
Verrebbe da dire come ai tempi della scuole, “listen and repeat” perchè sono ormai oltre 10 anni, dai tempi della guerra a Napster, che la stessa “SOPA” riscaldata viene servita dall’industria del Copyright, che addita il File Sharing di opere protette (a scopo di lucro o meno) come unico vero responsabile della sofferenza del settore, impone ai Governi l’approvazione di leggi che pur di “proteggere” il sacrosanto diritto d’autore/copyright minano i diritti fondamentali dei cittadini:
Ma è davvero il file sharing il nemico che vogliono sconfiggere le Major? La tutela del diritto d’autore e delle forme di renumerazione economica degli artisti/editori nella forme attuali è davvero da proteggere e preservare? 

La stragrande maggioranza dei commentatori, più o meno influenti, di questo “sciopero della Rete” contro SOPA e PIPA, hanno dato, giustamente, grande enfasi ai rischi per la libertà di espressione e per i diritti fondamentali dei cittadini e si sono poi compiaciuti della reazione del Web, evitando però di scavare un più a fondo.

Certo, alcuni si sono cimentati in ottimi “esercizi di ricerca”, riscoprendosi grandi intenditori delle leggi che minano i diritti digitali dei cittadini in tutto il mondo e sono andanti a copincollare da Wikipedia ;) vari “acronimi” e “definizioni”, che per non far torto a nessuno e per allungare un poco il post :) anche io vado ad elencarvi:

- ACTA (l’accordo commerciale  internazionale “segreto” che doveva trattare  l’anticontraffazione e che invece si è rivelato un tentativo di creare una nuova regolamentazione internazionale sulla Rete e sulla proprietà  intellettuale);
- Ley Sinde Spagnola che permette ad un organo amministrativo di disporre a chiusura di siti che “presubimilmente” si sono macchiati di violazione di copyright coinvolgendo forzosamente anche gli ISP;
- Hadopi 2 Francese che permette la disconnessione forzata della linea internet ed una multa per coloro che dopo aver ricevuto 3 avvisi “perseverano” nel download di opere protette da copyright, non prima di essere passati da un giudice per un bella procedura sommaria, senza contraddittorio;
- Digital Economy Act, legge Inglese la cui parte più controversa riguarda le sezioni sulla violazione del diritto d’autore online (sezioni 3-18) che contengono i principi generali per disconnettere gli utenti Internet accusati di violare i diritti d’autore;
- IPRED Svedese che permette ai detentori dei diritti locali di obbligare i vari provider a consegnare i dati identificativi di tutti quegli utenti che “presumibilmente” hanno violato il copyright;
- Il Pacchetto Telecom, ebbene si, qualcuno si anche ricordato dell’estenuante battaglia che per anni, cittadini, attivisti e ONG di tutta Europa (quasi del tutto ignorati dai mezzi di informazione) hanno combattuto per impedire che le norme contenute nel Telecom Package (5 direttive volte a disciplinare ed armonizzare il sistema delle comunicazioni elettroniche in europa) diventassero un’ulteriore arma in mano ai sostenitori dei 3-Stikes alla Francese e della limitazione della Neutralità della Rete;
- Agcom/Fava, in italia, oltre ai tre disegni di legge che si “aggirano nelle aule del Parlamento”, attraverso i quali si propone di obbligare tutti gli ISP ad adottare adeguati dispositivi di filtraggio ed al tristemente noto regolamento AGCOM di avviso/censura contro la pirateria, a poche ore dal blocco/posticipazione dei provvedimenti SOPA e PIPA è stato approvato un emendamento dell’Onorevole Fava che ricalca i due discussi disegni di legge (no comment!)

Tutto questa “informazione” è stata accompagnata come dicevo, da una giusta preoccupazione sulle limitazioni di alcuni diritti fondamentali, che l’applicazione di queste norme rischia di provocare, ma ben pochi sono andati a grattare “la superficie” per capire il perchè di questa situazione e quali soluzione (lo sciopero/blackout sarà anche una dimostrazione di forza ma non risolve una “beata ceppa”) proporre per affrontare davvero i problemi che hanno originato tutta questa vicenda.

Il perchè sembra banale, le industrie dei contenuti artistico/culturali si sono mosse “in difesa dei propri diritti e di quelli degli autori” (quel 2% di diritti che non gli hanno ancora contrattualizzato) facendo azione di lobbying per spingere il Governo Americano (in questo caso, ma come abbiamo visto sopra non solo quello) ad approvare leggi (draconiane) per la lotta al cancro del File Sharing, che sta “uccidendo” l’Industria e gli Artisti neli ultimi anni (oddio, una dozzina di studi e ricerche indipendenti svolti in tutto il mondo sostengono il contrario, ma tralasciamo per ora questo particolare).

Andando alla base della vicenda, vediamo quindi che i due “elementi” attorno ai quali gira tutta la nostra vicenda sono la normativa sulla tutela del Copyright ed il Fenomeno Sociale del File sharing senza scopo lucro (quello che rappresenta la quasi totalità della “Pirateria” di opere protette).

Ora, sebbene non sembri davvero possibile varare norme che colpiscano i condivisori fuorilegge, senza incidere o limitare la libertà di espressione e la privacy dei cittadini, ammettiamo per un attimo di riuscirci:

E’ davvero questa la soluzione migliore per gli Artisti/Creativi e per gli utenti/consumatori?
Questo copyright che a tutti costi si vuole difendere è davvero adatto a svolgere la propria funzione di tutela e di renumerazione delle opere/autori?
Questo file sharing che si vuole limitare e abbattere è davvero un male per i Creativi e per la società?

Vediamo se riesco a dare qualche risposta, IMO sotto forma di domanda (retorica):

- Perchè mai si dovrebbe considerare di riformare l’intera materia del Diritto d’Autore, (nato per tutelare “un tantino” gli autori  e un “bel poco” gli editori e prosperato sulla base di una tecnologia come la stampa, di un supporto fisico vincolato al contenuto riproducibile solo possedendo enormi capitali) in un era in cui la digitalizzazione dei contenuti ha reso copia e trasferimento di dati pratiche comuni, così come, ha reso potenzialmente banale e “a costo tendente allo zero” per chiunque, diventare editore, distributore e promotore di se stesso?

- Perchè mai dare ascolto ai più noti economisti ed esperti del mondo quando affermano che il monopolio intellettuale anziché stimolare l’innovazione e la creatività procura agli stessi un danno ed un freno? (“Against Intellectual Monopoly” Boldrin/Levine disponibile anche in italiano ; “La ricchezza della rete” 2007 di Yochai Benkler di cui è possibile leggere i primi otto capitoli qui,  “Against Intellectual Proprety” 2001 Kinsella;Patents and Copyrights – Do the benefits exceed the costs?” 2001 Julio Cole;A Critique of Intellectual Property Rights” 2002 Dane Joseph Weber);

- Perchè mai cambiare un sistema in cui i compensi riconosciuti ad autori/creatori per la vendita/sfruttamento dei diritti delle loro opere sono in percentuali ridicolmente basse, sia nel caso dei contratti con gli editori/produttori, sia nel caso dei proventi accreditati dalle società di collecting (vedasi SIAE, senza parlare dei costi di gestione di questi stessi enti) tanto che – ad esempio in ambito musicale – il 10% dei  musicisti più ricchi si spartisce più dell’80% delle risorse ed il resto fatica a pareggiare le spese sostenute?

- Perchè ascoltare chi (On. Luigi Bobbio, Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù) lucidamente e con consapevolezza dei temi trattati, nell’ambito del forum gestito dal Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale parla di [...] rimettere in discussione vecchi equilibri e rendite di posizione, della necessità di aggiornare il diritto d’autore, non certo di avventurarsi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali, [...] puntare su una strategia complessiva dal lato dell’offerta, in positivo e fondata sulla concorrenza, aprendo il mercato piuttosto che restringerlo, spingere [...] lo stato a porsi obiettivi infrastrutturali veramente strategici, costruendo subito la “gigabit-internet” nazionale, una rete mille volte più capace delle realtà ADSL esistenti in Italia, rendendola servizio-universale, gratuito almeno per i giovani, e [...] puntare risolutamente, anche se tardivamente, a divenire titolari di un know-how info-logistico, ossia informatico infrastrutturale, sia a livello istituzionale che imprenditoriale.

- Perchè mai prendere in seria considerazione forme di tutela dei diritti come le licenze Creative Commons, forme di remunerazione dei contenuti come le Licenze Collettive estese (sulle quali già nel 2009 il centro Nexa del Politecnico di Torino aveva pubblicato un position paper sulla sua applicabilità, mentre l’Agcom in un’indagine conoscitiva del 2010 l’aveva riproposta come soluzione più “utile e adatta” di divieti e sanzioni, per contrastare e/o prevenire la condivisione illegale di opere protette?

- Perchè mai poi, in un mondo sempre più digitalizzato ed interconnesso in cui chiunque può produrre e distribuire a costi ridicoli la propria “arte”, favorire nuovi modelli di business, autoproduzione, indipendenza artistica, forme di micropagamento, download e streming con pagamenti forfettari o “pubblicitari” (Hulu, Spotify) od il crowdfounding?

- Perchè mai rinunciare a colpire il File Sharing di opere protette,  dopo 11 anni di inutili tentativi, calpestando quanti più diritti fondamentali sia possibile, rischiando di affossare le attività legali commerciali e non correlate,  utilizzando sistemi di controllo della Rete sempre più invasivi che non fanno altro che rendere i sistemi di condivisione sempre più “anonimi ed inattaccabili;

- Perchè mai tramutare il “problema” del File Sharing in un’enorme opportunità per autori, creatori ma anche per tutta l’industria dei contenuti, sfruttando le caratteristiche della struttura e della filosofia del p2p:
– diffusione di dati/contenuti in modo particolarmente efficiente, ampio, sicuro e veloce;
– possibilità di ususfruire di “n elaboratori virtuali” con elevate capacità di storaggio e rapidità di reperimento dati a costo “zero” (le reti ed2k, torrent e gnutella ne sono un esempio);
capacità di calcolo paragonabili ai più potenti supercomputer fisici esistenti (SETI@home con i suoi 5,2 milioni di utenti ce ne da un’esempio di applicazione pratica);
– possibilità di mettere in contatto audio/video tutti gli utenti connessi a costi irrisori (Skype docet);
– capacità di distribuzione attraverso le tecnologie di streaming p2p spettacoli/avvenimenti/musica, dal vivo o registrati, in tutto il globo, senza la necessità di enormi “strutture server” o elevate capacità di  banda;

- Perchè mai rischiare di rendere “profittevoli” per l’industria e la società le migliaia di community sparse in tutto il mondo composte da utenti appassionati – i clienti migliori, potenziali ed effettivi – che avvicinatisi per l’enorme quantità di contenuti scambiati, non si limitano a fruire di un semplice “database di file da scaricare grtis”, ma collaborano e contribuiscono con le loro conoscenze e con il loro tempo a creare “spazi” che trattano, in maniera spesso altamente professionale, entusiastica e competente, delle tematiche più disparate, scambiandosi informazioni, recensioni, consigli su Software e Hardware, Musica e Video, Libri e Fumetti, tematiche Sociali e Politiche, andando a creare e moltiplicare contenuti e informazioni e ponendosi come i “fans più dediti e fedeli” dei vari artisti/contenuti/argomenti di interesse;

- Perchè poi sfruttare le miriadi di gruppi dedicati sorti all’interno delle community del file sharing in cui i più agguerriti appassionati di tutto il mondo si confrontano sui loro beniamini e sulle loro creazioni, promuovendoli con un impegno ed una perserveranza che mai nessun professionista del marketing potrebbe eguagliare (tanto da spendersi per creare sottotitoli per film e serie tv, tradurre interi libri da una lingua all’altra, organizzarsi collettivamente per seguirne i tour o per acquistare prodotti originali e rari, etc.);

- Perchè sfruttare le informazioni che possono essere acquisite da milioni di fans sparsi in tutto il mondo, dal genere più apprezzato in quel momento e su cui investire, alle zone geografiche dove un gruppo musicale è più ascoltato e in cui quindi predisporre un tour, etc. etc.?

Perchè tutto ciò non succede?

- Da una parte abbiamo l’industria dei contenuti che ha tutto l’interesse a mantenere l’attuale situazione che le permette di agire in un sostanziale monopolio di mercato in cui essa sceglie quali prodotti promuovere (e quindi quali e quanti “prodotti” portare al successo), in che modo e a che prezzo; questo stesso monopolio, che la digitalizzazione e la Rete hanno messo in discussione, deve essere riprodotto in Rete in maniera “artificiale” operando sui Politici e sui Governi Nazionali perchè romuovano leggi (necessariamente draconiane) che permettano il “controllo e la scelta” su ciò che viene scambiato e prodotto in Rete, senza alcun riguardo per quei settori e mercati che ne possono soffrire, minando alla base la crescita, l’innovazione e l’economia stessa di un paese, per mantenere quell’economia pre-digitale che si regge sulla scarsità delle risorse materiali che artificiosamente deve essere riprodotta per quelle culturali e immaterali;
- Da un’altra parte abbiamo Politici e Governi, in parte foraggiati dalla stessa industria dei contenuti, che hanno tutto l’interesse a rendere “meno libera” una Rete che permette a sempre più cittadini di ascoltare voci diverse e far sentire la propria in totale indipendenza dai Partiti Politici e/o dai mezzi di informazione tradizionali;

- L’ultima “parte coinvolta”, quella che ha tutto l’interesse a che le cose cambino, siamo noi, utenti, cittadini, artisti, fruitori, consumatori (informati), che stiamo vivendo un momento di cambiamento epocale, in cui l’economia tradizionale viene messa in discussione dalla larghissima diffusione e relativa economicità dei mezzi di produzione di informazione, conoscenza e cultura:
per poter assistere a questo cambiamento, godere dei benefici che esso promette e contrastare le forti resistenze che mettono in pericolo l’accesso alla Rete e la liberta di espressione, dobbiamo affrontare una “battaglia” che non può essere vinta con le sole manifestazioni e blackout virtuali in Rete, ma deve essere portata su di un piano Politico, spingendo la società civile a porre come centrale, un ripensamento complessivo della materia del diritto d’autore che tenga conto dei mutamenti tecnologici e sociali, disinnescando quella “carica esplosiva” che permette all’Industria e alla Politica di continuare questa infinita battaglia per il controllo della Rete.

Irlanda, l’ISP calerà la scure sul P2P

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 27 maggio 2010

Il maggiore provider del paese annuncia: siamo pronti a disconnettere gli utenti pirata segnalati settimanalmente dalle major musicali. Dove non arriva la legge, arriva la giustizia privata

Roma – La dottrina Sarkozy, altresì noto come meccanismo dei three strike è in procinto di passare alla fase operativa vera e propria, perlomeno in Irlanda dove il provider Eircom annuncia l’avvia di un test pilota teso a disconnettere gli impenitenti dei download non autorizzati. L’Alta Corte lo aveva deciso e il maggiore ISP del paese obbedisce consegnando all’industria musicale le chiavi delle connessioni domestiche usate (apparentemente) per le perniciosa attività di file sharing illegale.

Le norme in materia di disconnessioni forzate in caso di download non autorizzato sono già state approvate in Francia, ma l’Irlanda rappresenta il primo paese europeo in cui questo genere di sistema anti-pirateria passi dalla teoria alla pratica quotidiana. Anzi settimanale, visto che Eircom si è impegnata a processare ogni sette giorni 50 indirizzi IP segnalati dalla Irish Recorded Music Association (IRMA) per spedire le missive minatorie ai proprietari della connessione.

Nessun intervento dell’autorità giudiziaria o prova concreta necessari, a IRMA (rappresentante diretta delle Quattro Sorelle del disco come RIAA negli USA) basterà chiedere all’ISP di richiamare all’ordine l’utente e il gioco sarà fatto: al terzo avviso scatterà la disconnessione di una settimana, mentre al quarto la connessione a banda larga verrà staccata per un anno intero e indipendentemente dal fatto che in casa la usino tutti per ben altri motivi oltre al P2P che tanto fa paura all’industria.

A fornire gli indirizzi IP incriminati a IRMA (che a sua volta li passerà a Eircom) sarà Dtecnet, società ben nota per la sua tecnologia di tracciamento degli utenti dietro quegli indirizzi. Le disconnessioni sono necessarie, ha tuonato il giudice dell’Alta Corte irlandese Peter Charleston, perché “su Internet è salita alla ribalta la parte malvagia della personalità umana, fatta di aspetti che creano repulsione così come di aspetti attraenti e umoristici”.

In attesa di ulteriori spiegazioni in merito alle inconsuete esternazioni di Charleston, IRMA dice di essere convinta dell’efficacia del progetto pilota (da revisionare dopo tre mesi dall’avvio) che dovrebbe, secondo non meglio precisate ricerche preesistenti, condurre sulla strada dei download legali l’80% degli utenti destinatari delle missive di avviso in procinto di spedizione.

Chi è parimenti convinta della bontà dei suoi prodotti è la crew di The Pirate Bay, il portale di torrent già preso di mira da Eircom in passato, che coglie l’occasione della nuova pratica anti-pirateria irlandese per ostentare il suo solito umorismo smargiasso e propagandare l’uso di IPREDATOR, la “darknet” commerciale capace di bypassare e anonimizzare il traffico di rete con buona pace di chi vorrebbe impiccare gli utenti a un semplice indirizzo IP.

Alfonso Maruccia

Fonte: http://punto-informatico.it/2893871/PI/ … l-p2p.aspx

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La guerra per l’accesso

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 11 maggio 2010
La Guerre de l’Accès è uno stupendo articolo pubblicato da Jérémie Zimmermann, portavoce dell’organizzazione non governativa francese La Quadrature du Net, che vi riportiamo integralmente tradotto in italiano.

Citazione
“L’articolo 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1789 stabilisce: “La libera comunicazione di idee ed opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino deve pertanto parlare, scrivere e pubblicare liberamente, eccetto quando tale libertà sia mal utilizzata nei casi previsti dalla Legge”. Allo stato attuale dei mezzi di comunicazione e dato lo sviluppo generalizzato dei servizi pubblici di comunicazione online e l’importanza di questi ultimi per la partecipazione democratica e l’espressione di idee ed opinioni, questo diritto implica libertà di accesso a tali servizi.
Consiglio Costituzionale, decisione 2009-580 (§ 12)

Questa decisione della più alta corte della Francia (sentenza contro la legge dei “three strikes” HADOPI) è storica per molti aspetti. Dichiarando esplicitamente che la libertà di parola implica la libertà di accedere ad Internet, il Consiglio Costituzionale ha riconosciuto l’importanza cruciale dell’accesso alla Rete per la nostra società.

Oggi, la gente in tutto il mondo utilizza Internet per apprendere, lavorare, comunicare, rilassarsi, fare business, accedere alla cultura, migliorare la propria esistenza. Internet e le tecnologie digitali migliorano il modo con il quale condividiamo e accediamo alla conoscenza ad un livello anche più ampio di quello [consentito] dall’invenzione della stampa intorno al 1440. Come per la stampa, un accesso aumentato alla conoscenza promette un migliore esercizio delle nostre libertà fondamentali, che a loro volta migliorano la società.

Le vacue industrie dell’intrattenimento, spaventate, sono riluttanti ad adattarsi a questa nuove era che erode profondamente i loro attuali modelli di business. Esse stanno tentando di usare la legge per imporre restrizioni all’accesso e alla condivisione delle opere culturali non autorizzato dai loro servizi o dal loro permesso. Questa guerra sull’accesso e la condivisione è stata lanciata a livello nazionale, europeo ed ora mondiale, con l’attuale ACTA in fase di negoziato.

Oltre alle industrie dei contenuti, gli operatori di telecomunicazioni sono invogliati a limitare l’accesso a Internet al fine di favorire i propri contenuti e servizi. Tali pratiche li trasformerebbero in rent-seeker i cui modelli di business si basano sul controllo discriminatorio del traffico Internet, invece che sugli investimenti nelle infrastrutture comuni su cui Internet si basa. Questo danneggerebbe irrimediabilmente la Neutralità della Rete, un principio fondante di Internet che fornisce a tutti la stessa potenzialità di partecipare e contribuire alla sfera pubblica comune.

Gli attori i cui modelli di business si basano sul controllo dei canali di distribuzione vedono nel controllo dell’accesso un sistema per sostenere le proprie posizioni dominante. Nel momento in cui Internet abbatte le barriere alla conoscenza, logicamente abbatte il controllo indebito sull’informazione, la cultura e la conoscenza. Come la stampa sfidò la posizione dominante nella società mantenuta dai monaci amanuensi, il potere di interi settori dovrebbe di norma diminuire ora che Internet penetra in tutti gli strati della società.

In un mercato sano in cui la libera concorrenza possa garantire l’espressione delle preferenze di tutti, tali attori economici si adatterebbero o perirebbero. Ma queste corporazioni contano su un forte sostegno dai politici che, al fine di mantenere il proprio potere, condividono l’obiettivo di controllare i media e lo spazio pubblico. Questi poteri economici e politici, combinati, saranno forti abbastanza da alterare radicalmente la struttura di Internet?

Da una rete libera ed aperta, dove -almeno nei paesi democratici- ogni persona connessa ha accesso agli stessi contenuti, servizi e applicazioni senza filtri o manomissione, Internet potrebbe irrimediabilmente essere trasformata in una interconnessione di reti centralizzate, discriminate e filtrate. Un tale scenario “TV Via Cavo 2.0″ simile a “CinaNet” non è Internet.

Tuttavia Internet è stata costruita senza questi attori economici. E’ stata realizzata dai suoi utenti e dai suoi componenti, tutti peer uguali all’interno di una rete aperta e neutrale. Si è evoluta con nuovi utilizzi ed innovazioni. Noi -cittadini, utenti- possiamo rivendicare che i principi fondanti di Internet siano il nostro bene comune. Noi abbiamo il diritto di usare queste tecnologie per promuovere tutti i mezzi di espressione ed azione al fine di mantere la Rete come la conosciamo e la amiamo: un motore per l’innovazione, la crescita economica, la democrazie e il progresso umano.

Questa potrebbe essere una delle più importanti battaglie che noi, cittadini del mondo, stiamo ora affrontando, insieme a quelle ambientali, economiche e sociali. Come i nostri antenati combatterono per le loro libertà per migliorare la società, ora tocca a noi combattere per la libertà di accedere ad un’Internet libera.

Jérémie Zimmerman, La Guerre de l’Accès
Traduzione a cura di Scambioetico.
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

Nuova Zelanda: primo consenso unanime per il 3-strikes-law

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 26 aprile 2010

Dopo la Francia, il Regno Unito anche la Nuova Zelanda sta per varare The Copyright Amendment Bill, che ha già ricevuto la sua prima lettura in parlamento, con sostegno unanime.

Ricordando un po’ il passato, nel 2008 era stata introdotta la famosa sezione 92A, per regolare il problema del file-sharing illegale ma poiché la legge aveva sollevato obiezioni da tutte le parti, il governo decise di rimettersi al lavoro.

In seguito il ministro del Commercio Simon Power introdusse The Copyright Amendment Bill, che ha in comune con altre nazioni, la possibilità, da parte dei detentori dei diritti, di fare richiesta alla Corte distrettuale e chiedere che i trasgressori del diritto d’autore vengano disconnessi da internet per un massimo di sei mesi.
Inoltre sono previste multe fino a 10.500 dollari e secondo il ministro Simon Power questa legge permetterà di avviare un processo equo ed equilibrato, nei confronti delle violazioni del diritto d’autore on line.

Inoltre continua il ministro, i tre avvisi garantiranno che gli utenti siano adeguatamente avvertiti di stare facendo qualcosa di illegale e fornirà ai detentori dei diritti metodi efficaci per far valere i loro diritti.

Come si è detto all’inizio, la legge, presentata al parlamento ha ricevuto un sostegno unanime.

Fonte: http://p2p.atuttonet.it/news-p2p/nuova- … es-law.php
Licenza CC: http://www.creativecommons.org/licenses … sa/2.5/it/

Legge dei 3 schiaffi: semaforo verde in Irlanda

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società, Uncategorized by yanfry on 22 aprile 2010

Roma – Brutte notizie per gli internauti scariconi irlandesi e, purtroppo, di conseguenza per l’intera Europa: la scorsa settimana l’Alta Corte irlandese ha dato il via libera all’ISP locale Eircom e all’industria musicale per perseguire i sospetti di file sharing illegale con una normativa analoga alla tristemente famosa legge dei tre schiaffi, adottata prima dalla Francia e, recentemente, anche dalla Gran Bretagna.

Non è da adesso che il paese sta pensando all’adozione di un simile provvedimento, ricorda TorrentFreak. Lo scorso anno a febbraio la Irish Recorded Music Association (IRMA), che nel paese rappresenta gli interessi di EMI, Sony, Universal e Warner, aveva siglato un accordo con il maggiore ISP irlandese, Eircom, per via del quale i supposti pirati si sarebbero visti colpiti da un provvedimento del tutto analogo a quello francese.

In base all’accordo, IRMA fornirebbe l’indirizzo IP ritenuto sede del reato (della loro sorveglianza se ne sarebbe occupata l’azienda anti-pirateria DtecNet) e a quel punto l’ISP avrebbe iniziato a inviare lettere di diffida. Alla terza lettera, notifica definitiva e disconnessione dalla rete da parte di Eircom.

Non è stato però possibile implementare subito il torvo meccanismo. Ci sono state obiezioni di legittimità, appellandosi alle doti di un indirizzo IP, ritenuto inviolabile in quanto dato personale. Ed è proprio qui che alla fine della scorsa settimana è intervenuta l’Alta Corte di Dublino, stabilendo un principio che non farà certo felici i clienti di Eircom.

Più esattamente, il giudice Justice Charleton ha stabilito che “il diritto di essere identificati (attraverso l’IP, ndB) e di impiegare tali dati per una ragionevole identificazione del comportamento scorretto di qualcuno lo ritengo un diritto pieno”.

Dunque, secondo il giudice “è perfettamente legittimo per Eircom agire ed essere noto per agire come un’unità che ottempera alla legge e alla Costituzione. Questo è ciò che la Corte si attende, tanto dai singoli che dalle aziende”. Ed ha aggiunto che Internet è un “mero” mezzo di comunicazione ma non ha mai riscritto alcuna legge nei paesi attraverso i quali passa.

“Non si tratta – continua il giudice Charleton – di un’entità extraterrestre amorfa titolata a creare norme che vadano contro i principi fondamentali del diritto. Non c’è nulla che nella legge civile o penale legalizzi ciò che diversamente è illegale semplicemente perché la circostanza in cui si verifica ha luogo sulla rete Internet”, ha concluso.

In una nota il direttore generale dell’IRMA, Dick Doyle, ha commentato: “siamo particolarmente lieti di questa determinazione. Risolverla ha finalmente posto la fine ad almeno 6 mesi di esitazioni sull’accordo tra IRMA ed Eircom. Procederemo immediatamente a implementare l’accordo fino in fondo”.

Inutile dire che la determinazione dell’Alta Corte irlandese pone in essere un nuovo, pericolosissimo precedente destinato, ancora una volta, a fare giurisprudenza internazionale. Ora gli altri ISP irlandesi non potranno che adeguarsi e, naturalmente, c’è da aspettarsi nuovi commenti anche dal Bel Paese, dove per la decisione presa dalla Gran Bretagna c’è stato il (discutibile) plauso di personaggi come Enzo Mazza che adesso, con ogni probabilità, non esiteranno ad applaudire una seconda volta.

Il segnale è sempre lo stesso, anche se, come sempre, non c’è peggior sordo di quello che non vuol sentire. Già arrivano, infatti, i primi segnali di squilibrio sul provvedimento adottato in Gran Bretagna: pare che la BPI, l’equivalente britannico di IRMA, debba far ricorso alle denunce perché l’attuazione dei provvedimenti “avvisa tre volte e stacca” non sembra riesca così facilmente. Ma, ammesso e concesso che partano le denunce, ci sarà per questo un maggiore afflusso di clienti nei negozi di CD? C’è da dubitarne seriamente.

Marco Valerio Principato

Fonte: http://nbtimes.it/prime/5738/legge-dei- … landa.html
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by- … .0/deed.it

Civiltà digitale, modelli e salvaguardia poltrone

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 12 aprile 2010

In breve:
Ci risiamo: la FIMI plaude all’iniziativa britannica dei tre schiaffi all’inglese. E osa dare del cavernicolo a tutti gli internauti, fuorché a quelli proni alle strutture strumentalizzate e strumentalizzanti

Lo sapevo. Lo sapevo che Enzo Mazza, presidente FIMI, avrebbe fatto capolino su Punto Informatico per sbandierare ancora una volta la sua posizione a sostegno dell’iniziativa dei tre schiaffi britannici. L’ha già fatto altre volte e altre volte l’ho notato.

È fin troppo comodo sfruttare Punto Informatico per dire la propria. Sono anche convinto che – per il momento – PI lo abbia “ospitato” perché da un lato non può farne a meno, dall’altro ne ricava visibilità. Ciò non toglie che Mazza parla di “processo di civilizzazione del Web” con una disinvoltura che mi lascia sconcertato: in pratica, ha dato degli incivili a tutti gli internauti fuorché quelli che non fanno i piratacci e si pronano passivamente a regole e regolucce concepite solo per mantenere saldi in poltrona certi personaggi.

Forse Mazza non si rende conto che il medioevo tecnologico di cui parla con tanta sicumera è dovuto in larga parte alla persistenza di organismi come la Federazione per l’Industria Musicale Italiana, di strutture come la Società Italiana per gli Autori ed Editori e di tante altre realtà simili che, nel tempo, hanno dimostrato di servire a tutto fuorché a garantire agli artisti la tutela dei loro diritti, ammesso che di diritti in senso accademico si possa parlare.

Su una sola cosa concordo con Mazza: è davvero riprovevole l’esempio dato da un Ministro della Repubblica, nello specifico Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, che confessa candidamente di scaricare musica gratuitamente da Internet e di affermare anche che – almeno in certe condizioni – non è illegale. Quale maturità pensa che abbia l’internauta medio per non pensare che “se lo fa il Ministro dell’Interno lo posso fare anch’io”?

Ma tornando alle esternazioni di Mazza, il presidente FIMI si permette di affermare che “c’è ancora chi vende libertà digitali come il diritto di saccheggiare la proprietà intellettuale e c’è chi vende il contrasto alla diffusione di contenuti illegali come censura, ma sempre meno i governi saranno solleticati da queste affermazioni, come dimostra anche l’andamento del trattato ACTA”.

Ritengo, personalmente, che neppure una persona di intelligenza medio-bassa riesca a confondere il saccheggio di proprietà intellettuale con la libertà e il contrasto alla pirateria con la censura. Come al solito – in Italia siamo bravissimi a voltare le frittate ma ultimamente anche altrove stanno imparando a farlo – insistiamo a nascondere la testa sotto la sabbia, pur di non guardare in faccia il vero problema: ci sono troppe presunzioni di colpevolezza, spesse volte del tutto gratuite, che fanno sentire autorizzati certi personaggi a imporre tasse sui supporti digitali nella presunzione che questi possano contenere materiali coperti da copyright.

Non si comprende che così si alimenta un ulteriore principio insano, cioè quello di far ritenere che “dal momento che ci ho pagato l’equo compenso, ora ci registro quello che voglio”? Non si realizza che un CD musicale non può costare 20-22 euro? Non si realizza che se da iTunes son stati scaricati milioni di brani a 99 centesimi (che non sono pochi, comunque) una ragione ci deve pur essere?

Siete troppi e, nel complesso, inutili, questa è la verità. Una lezione, a suo tempo, c’è stata ed è stata quella della chiusura praticamente coatta dell’IMAIE: la gente è stanca di veder scomparire fiumi di soldi in anfratti dei quali si perde traccia ripetutamente. Ne è stanca per cose ben più importanti e invadenti dei diritti di proprietà intellettuale, figuriamoci se non è abbastanza sveglia da rendersi conto che nessun organismo tutela davvero musica e cinema ma rappresenta caso mai l’ennesimo pozzo senza fondo in cui scompaiono misteriosamente fior di soldi.

Non resta che augurarsi l’arrivo di una nuova ventata di attenzione del Prefetto Pecoraro: chissà che stavolta non decida di andare più a fondo anche su altre sponde del medesimo problema.
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Uomo delle caverne – Photo Credit: Beppegrillo.it

“Vedremo ora se l’Italia, di fronte a questa ulteriore dimostrazione di progresso normativo offerta dal Regno Unito intende fare dei passi nella direzione di un’economia digitale civilizzata o se preferirà rimanere nel buio della caverna analogica”, conclude Mazza.

Si. Vedremo. Lo farà se davanti alla caverna analogica, naturale residenza di certi personaggi che con cavernicola disinvoltura vogliono vendere come indispensabile la loro insistenza su strutture inutili, fatiscenti e arretrate quanto l’Uomo del Paleolitico, ci costruirà un bel muro in cemento armato dello spessore di almeno due metri e darà via libera alle autoproduzioni e alle autotutele. Che costano meno e funzionano meglio.

E ricordate: cercate sempre, con ogni mezzo, di acquistare all’estero – legittimamente, s’intende – qualunque hardware su cui gravi l’equo compenso. Stessa cosa per la musica, possibilmente anche per i film, lingua permettendo. Prima o poi, davanti alla caverna crescerà tanta erba da non vederla più.

Marco Valerio Principato

Fonte: http://nbtimes.it/opinioni/5637/civilta-di…a-poltrone.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it

PS: Ecco alcuni commenti all’articolo di Enzo Mazza su PuntoInformatico:
@Winston Churchill
Se due persone fumano sotto il cartello divieto di fumare gli fai la multa.
Se venti persone fumano sotto il cartello divieto di fumare chiedi loro di spostarsi.
Se duecento persone fumano sotto il cartello divieto di fumare togli il cartello.


@Ast
Ben vengano le disconnessioni, solo se unite ad una bella vergata sulla schiena per ogni centesimo di euro di ricarico eccessivo con la quale l’industria carica ogni libro/cd/dvd ed altro contenuto. Io sono contro la pirateria ma questi vogliono botte piena e moglie ubriaca..vogliono assoggettare un mezzo ai loro porci comodi non perchè vogliono essere (e giustamente aggiungo) retribuiti, ma perchè cosi potranno mettere i loro cd e dvd a dei prezzi astronomici, ed obbligarci a comprarli senza darci alternative (e non mi riferisco ad alternative illegali, mi devono spiegare ad esempio come mai grooveshark ed altri servizi sono disponibili in tutta europa e non in Italia, dato che ci si riempie sempre piu’ spesso la boccaccia con l’adeguamento ad altri paesi europei, piu’ evoluti in tutti i sensi, non solo quando c’è da guadagnare e disconnetere chi li mantiene).Meglio che mi fermo qui va..
@Martin
Mazza.. ma non si vergona degli attuali prezzi di film/musica? non si vergona della legge sull’equo compenso, io i cd/dvd li uso per i dati se non lo sapesse? non si vergogna delle richieste assurde che fanno le majors contro chi viene preso a scaricare anche solo un brano?
Mazza.. perché se mi entra un ladro in casa e lo fermo posso essere denunciato per sequestro dì persona, mentre voi in alcuni stati potete indagare liberamente contro chi scarica?
Mazza.. lei dice che non ci sono i fondi per la banda larga in italia, perché non chiudiamo la SIAE che gira con i bollini nemmeno fosse la famosa marca dì banane?
Mazza.. si ricorda che i compratori siamo noi e con la crisi attuale potremmo decidere dì non comprare più musica/film, essendo beni non dì prima necessità?
Mazza.. ma lo sa che io internet la vista quasi nascere e la civiltà già c’era e al contrario siete voi che attualmente la state togliendo?
Mazza.. ci faccia una cortesia, la prossima volta che scrive si rilegga per bene prima dì inviare la sua missiva, a me sinceramente è venuto voglia dì mandarla.. non so gli altri. Per l’educazione che ho mi astengo dal scriverglielo.
Cordialmente


@Gattazzo
D’altro canto non ci si poteva aspettare oggettività di giudizio sull’argomento…
Sembra quasi che se non si muovano interi governi in difesa di spudorate rendite di posizioni relative tra l’altro a qualcosa di assolutamente non essenziale, l’intero progresso umano debba crollare nella barbarie più assoluta…
Ho il massimo rispetto per le capacità intellettuali (già parlare di proprietà mi genera fastidio ed antipatia…), ma deve trattarsi di prodotti di intelletto come la definizione suggerisce, non di cavolate melense tipo le Italiche Melodie di San Scemo pardon Remo, ne’ tantomeno di filmati poco più che amatoriali con quattro attori popolari che parlano per ore in una stanza, come mi pare siano le produzioni nostrane malgrado le sovvenzioni decretate sotto la spinta degli interessi che ben sappiamo…
Quando qualcosa vale e lo voglio intendo pagarlo, ma pagarlo il giusto.
Finchè le cose stanno a questi punti, con l’ineffabile ministro Bondi che mette la tassa sui supporti registrabili mantenendo in più l’equo compenso ed altri balzelli medioevali su qualcosa di non fondamentale valore, che al giorno d’oggi è diffondibile in massa a costi irrisori pur mantenendo una giusta remunerazione, ed invece si pretende di farlo pagare a peso d’oro manco fosse davvero “opera d’ingegno”…
Finchè siamo a questi punti come si fa a prestar orecchio alle magnifiche (ed irrealizzabili) trovate che le lobby (lobbies per i puristi) del settore con la loro potenza riescono a far approvare ai governi che tengono in scacco…
E come si può inneggiare alle “magnifiche sorti e progressive” di questi civilissimi (o pusillanimi?) governi!Capisco che l’educatissimo maestro Mazza ricopra un posizione che lo obbliga a difendere comunque queste posizioni lobbistiche, e me ne dispiace, perchè lo ritengo una persona valida e per di più non mi è antipatico, anzi, ma arrampicarsi così sugli specchi mi provoca una grande tristezza…
(Scritto da uno cha ha semnpre suonato, composto, fatto ricerche e prodotto software per pura passione)


@angros
Una economia basata sulla vendita di ciò che è replicabile a costo zero infinite volte è un paradosso, equivale al moto perpetuo, ed è altrettanto irrealizzabile. Tentare di realizzare leggi in questo senso non funziona, e si ritorce solo contro i produttori di contenuti (non a caso, la legge Sarkozy ha vatto aumentare e non diminuire la pirateria); se i produttori di contenuti si ostinano a ragionare così, si annienteranno da soli. Già adesso il copyright rompe le scatole molto di più a chi cerca di vendere, che a chi pirata (la guardia di finanza fa più multe ai videonoleggiatori per aver noleggiato film destinati solo alla vendita che agli scaricatori); se i produttori di contenuti sono troppo ottusi per capirlo, si meritano di autodistruggersi.

@Lybra
“Verso la civiltà digitale”
Ma non vi sembra uno di quei temini prestampati che si danno ai ragazzi delle medie e del Liceo ?

Byez.

Anche la Norvegia introdurrà le disconnessioni, degli utenti?

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 12 aprile 2010

L’approvazione del Digital Economy Bill nel Regno Unito, ha fatto capire molto bene alle varie associazioni anti-pirateria quale sarà la strada da seguire per il futuro. Quindi anche l’Ifpi, battuta in Norvegia, due volte in tribunale dall’ISP Telenor, non ha alcuna intenzione di continuare a spendere soldi in cause ma si sta attivando per far cambiare le leggi, in modo che il governo possa muoversi per lei.

Anche l’associazione che tutela i diritti musicali, TONO ha detto chiaramente che non hanno più alcuna intenzione di portare i casi di condivisione file in tribunale, a meno che, prima non sia cambiato il diritto norvegese.

Il ministero della Cultura norvegese ben presto riunirà un gruppo, fra i quali ci saranno rappresentanti della Publishers Association norvegese, il Consiglio dei Consumatori, Gramo (che tutela diritti musicali) e gli ISP Telenor e NextGenTel ed il loro compito sarà quello di fornire soluzioni atte a limitare la pirateria ed incoraggiare l’uso di alternative legali.

Sicuramente TONO ed altre associazioni proporranno qualcosa di molto simile all’Hadopi 2 francese, od al Digital Economy Bill, appena approvato nel Regno Unito.

Anzi si capisce anche dalle parole di John Kennedy dell’ifpi, che le associazioni anti-pirateria, spingeranno nei prossimi anni perché le misure draconiane appena introdotte anche nel Regno Unito, siano approvate dalla maggior parte dei paesi europei.

Dice, infatti, Kennedy che se un paese ha industrie di livello mondiale, deve anche avere leggi che difendano efficacemente i loro diritti dal problema paralizzante della pirateria digitale ed auspica che anche altri paesi dove il dibattito è in corso, con urgenza, seguano l’esempio francese ed inglese.

Fonte: http://p2p.atuttonet.it/news-p2p/anche-la-…egli-utenti.php
Licenza CC: http://www.creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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Disconnecting UK: No Internet please, we’re British

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 aprile 2010

Un Parlamento britannico deserto approva il Digital Economy Bill, una legge che conferisce potere assoluto su Internet al governo inglese. Disconnessioni senza processo, responsabilità agli ISP per i contenuti veicolati dai clienti, censura discrezionale del World Wide Web e registrazione dei domini controllata dal governo stesso sono gli ingredienti forti, in spregio a diverse direttive europee, del piatto preparato dalle major dell’intrattenimento e votato da politici definiti da Richard Stallman dei clown. L’Unione può tollerare di avere al suo interno uno stato che non riconosce l’autorità delle istituzioni europee, uno stato che antepone ai diritti fondamentali dei cittadini gli interessi di una manciata di industrie?

“Quasi universali erano l’orrore e la rabbia per l’affronto al processo democratico che si stava svelando di fronte ai nostri occhi”, dalla lettera aperta del 6 aprile degli sviluppatori e artisti inglesi della società dell’informazione.

Di fronte ad un Parlamento deserto (v. immagine qui sotto), possibile sintomo di un paese momentaneamente allo sbando travolto da uno scandalo dietro l’altro e influenzato pesantemente da poche grandi corporazioni, il Digital Economy Bill ha passato in poche ore di due pomeriggi la sua seconda e la sua terza lettura, è stato approvato con il voto favorevole sia dei laburisti sia dei conservatori, e ora si dirige verso la House of Lords per le firme finali, una pura formalità, che lo renderanno legge per i sudditi di Sua Maestà, decreteranno la fine della neutralità della rete in UK e faranno del Regno Unito uno dei nemici di Internet.
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Secondo la testimonianza di Monica Horten, riportata su IPtegrity, è stato “assolutamente incredibile sentire un Parlamento Britannico discutere del blocco di siti web e di tagliare le connessioni delle comunicazioni alle persone. E con una tale riprovevole azione di questa istituzione screditata, il Parlamento ha mostrato, sotto lo sguardo di migliaia di webcast, quanto vergognosamente si possa comportare”.

Da un’idea del magnate di Hollywood David Geffen esposta a Lord Mandelson (Segretario al Commercio non eletto) durante una cena presso la villa di Geffen stesso a Corfù nella quale il politico inglese era ospite, scritto e appoggiato dalle major del cinema e della musica, il Digital Economy Bill sancisce l’obbligatorietà per i provider dell’intercettazione e del monitoraggio delle comunicazioni dei cittadini, l’obbligo di disconnessione dalla rete dei cittadini per eventuali sospetti di infrazioni (con presunzione di colpevolezza e senza diritto ad alcun processo) e il trasferimento del controllo della registrazione dei domini ad un ente governativo apposito.

La “Clausola 18″, che trasferisce al Segretario delle Comunicazioni o a Ofcom la facoltà di oscurare senza alcun limite e senza alcuna supervisione giudiziaria qualsiasi sito web, dovrà invece essere discussa separatamente a causa di una variazione dell’ultimo momento che l’ha scorporata dal resto della legge. Tuttavia è stata rimpiazzata dalle clausole 1 e 2 che nessuno ha visto in precedenza, che non sono state discusse esaurientemente durante il dibattito-farsa, e che potrebbero avere analogo contenuto.

Il Bill conferisce inoltre pieni poteri al Segretario di Stato di imporre, senza aver bisogno dell’approvazione del Parlamento, l’utilizzo in qualsiasi momento e secondo le necessità e le modalità che il segretario riterrà personalmente opportune, di nuove normative e strumenti tecnici al fine di aumentare l’efficacia delle disconnessioni degli utenti e dei blocchi della Rete. Le misure tecniche saranno prese in base ai consigli dell’industria dell’intrattenimento.

I gruppi di attivisti Open Rights Group e 38 Degrees hanno fatto grandi sforzi per convincere i parlamentari ad opporsi alla legge e per lo meno richiederne uno scrutinio più approfondito e meno frettoloso, incluse campagne pubblicitarie sul Times e sul Guardian pagate dalle donazioni, 20684 e-mail di diversi cittadini che chiedevano che la legge fosse rigettata e altro ancora. Tutto è stato vano e il futuro di Internet in Inghilterra sembra pregiudicato da poche ore di discussione di una legge scritta dalle major e approvata da un branco di quelli che Stallman sul Guardian non esita a definire pagliacci.

L’intero processo è stato un teatrino in cui decine di clausole venivano discusse in tempi brevissimi, senza dati e senza adeguata competenza. Significativo il tweet di uno degli spettatori al dibattito sulla legge: “Sembra di assistere a dei bambini di 5 anni che parlano di teorie quantistiche”.

In effetti si è detto di tutto e di più: dal fatto che i diritti delle industrie devono avere la precedenza sui diritti umani al fatto che la libertà in Internet deve essere sacrificata. Abbiamo inoltre ascoltato altre castronerie, come la tesi secondo la quale in Europa stia arrivando un “Armageddon” (sic) proveniente dalla Svezia che ha portato il partito pirata svedese ad avere due seggi al Parlamento Europeo, partito il cui fondatore è attualmente in carcere. Rick Falkvinge, fondatore del Partito Pirata svedese, intervistato da TorrentFreak in merito, ha confermato di essere ancora un uomo libero, e che, per quanto strano possa sembrare, in Svezia non è ancora illegale sostenere delle opinioni politiche che possano portare il paese nell’era digitale. Falkvinge ha inoltre commentato: “Ci si potrebbe chiedere su quali altri fatti coloro che appoggiano il DE Bill abbiano preso cantonate”.

Open Rights Group ha espresso la sua intenzione di continuare la battaglia e di continuare a esporre al mondo intero l’incompatibilità fra questa legge e la Convenzione Europea sui Diritti Umani. Il Direttore Jim Killock ha dichiarato: “Continueremo a esporre le manipolazioni e le pressioni dei lobbisti delle corporazioni e l’irresponsabilità di molti politici al fine di vincere la nostra battaglia per difendere i nostri diritti di cittadini”.

Gruppi di “hacktivisti” hanno già messo a disposizione risorse tecniche che potranno essere utilizzate facilmente dai cittadini inglesi in pochi minuti per poter rendere il Digital Bill inefficace e poter preservare la libertà di Internet anche in UK. Dal punto di vista della protezione del copyright, il Bill può essere facilmente sconfitto (come scrivevamo in un altro articolo, con strumenti che attualmente abbiamo visto usare anche da bambini di 11 anni – dopo tutto, le leggi delle nazioni non possono vincere sulle leggi della matematica); appare invece preoccupante la base di motivazioni con le quali esso è stato appoggiato dai politici inglesi, in particolare il concetto secondo il quale occorre sacrificare la libertà di Internet perché questo è ciò che viene richiesto da un pugno di corporazioni.

Le questioni che porremo insieme ai gruppi inglesi di difesa delle libertà civili nel prossimo futuro, dopo aver analizzato la versione consolidata del Digital Bill, alla Commissione Europea, sono in sintesi: può l’Unione Europea tollerare, nella società dell’informazione, la deliberata violazione della Direttiva sul commercio elettronico e della Direttiva quadro sulle telecomunicazioni emendata con il Telecoms Package, che dovrà essere implementata entro e non oltre giugno 2011, da parte di un Paese Membro? Può l’Unione tollerare che un Paese Membro violi la Convenzione Europea sui Diritti Umani e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea?

Le vicinissime elezioni politiche nazionali nel Regno Unito, alle quali potrebbe partecipare anche il Pirate Party, mostreranno se i cittadini inglesi avranno a cuore i propri diritti fondamentali o meno e avalleranno ancora una volta la massima di Joseph de Maistre: “ogni popolo ha il governo che si merita”.

Nell’immagine sottostante, il commento a caldo di Open Rights Group. L’immagine dice: ecco quello che il Parlamento pensa del vostro diritto di accedere ad Internet.
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Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5884
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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La digital economy bill in UK va in terza lettura, per opposizione dei conservatori

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 8 aprile 2010

.. ma non sui punti riguardanti il tre botte e via.
avranno un’ora circa di tempo per emendarla ed approvarla.
tutti si lamentano di come e’ arrivata in parlamento una proposta del genere, a elezioni indette.
In italia la prima norma di filtraggio della rete e’ passata proprio in una situaizone simile, a camere sciolte.

Tories to veto key clauses in Digital Economy Bill – but not anti-piracy measures – 07/04/2010 – Computer Weekly.

MPs will have about one hour to amend the bill in committee before it is put to a vote on the third reading. The Digital Economy Bill is the government’s attempt to rebase the economy on “creative industries” such as music, film and broadcasting, which contribute some £50bn a year, about 6.5%, to GDP. However, measures to protect the intellectual property created by the sector against online piracy have proved controversial. “We wanted an iPod and we got an Amstrad,” Hunt said in reply to the government’s proposals. There appeared to be a cross-party consensus that the timing of the bill and its progress through parliament has been unfortunate. Several Labour MPs said the bill should have started in the Commons rather than the Lords, while others said the government was “discourteous” in denying them time to scrutinise the bill properly. “We cannot do our job – but this fight is not over yet,” said Labour’s John Grogan. Grogan added he could find no precedent since 1987 for the Commons to see such a controversial and sweeping law after a General Election had been called.

Fonte: http://blog.quintarelli.it/blog/2010/04/la…nservatori.html
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/

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Industria musicale: lo studio che scredita il “3 Strikes” francese è una “sciocchezza”

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 6 aprile 2010

La Federazione internazionale dell’industria fonografica (IFPI) rileva che la legge non è ancora in vigore, e che la ricerca ha coinvolto un campione limitato di utenti online, ma sorvola su risultati che 2/3 degli ex utenti P2P sono semplicemente passati a soluzioni alternative come lo streaming illegale da siti ed i servizi di download HTTP-based, entrambi non coperti dalla cosidetta legislazione dei “tre-strikes”.

La settimana scorsa ho citato come i ricercatori dell’Università di Rennes hanno scoperto che il download illegale in Francia è effettivamente aumentato del 3% da quando il Governo ha varato la controversa legge “Creation and Internet” (HADOPI), lo scorso settembre.

La risposta graduata dei “tre colpi” per disconnettere i trasgressori recidivi è stata salutata dai titolari di diritti d’autore come la risposta al file-sharing illegale nel paese e avrebbe rapidamente trasformato i pirati in clienti.

Beh, come le persone più razionali si aspettavano così non è stato.
Secondo lo studio, i 2/3 degli ex utenti P2P sono semplicemente passati a soluzioni alternative come lo streaming illegale ed i servizi di download HTTP-based (ad esempio Rapidshare), entrambi non rientranti nella legislazione dei “3-strikes”.

La Federazione internazionale dell’industria fonografica (IFPI) ha criticato queste conclusioni, dicendo che è troppo presto per giudicare l’efficacia della legge perchè essa non ha ancora iniziato a produrre il suo effetto.

“E ‘assurdo suggerire che uno studio condotto prima che l’autorità HADOPI abbia inviato la prima lettera a un unico utente sia in qualche modo un giudizio definitivo sul successo o meno della legge Francese sulla pirateria digitale,” dice John Kennedy, presidente del gruppo e amministratore delegato .

Ed ha ragione.
La legge deve ancora entare in vigore praticamente, ma i risultati non potrebbero essere più chiari. Ci sono un sacco di semplici sistemi di “aggiramento” che si evidenziano dentro e fuori la giurisdizione HADOPI.

Questa ricerca non fa che confermare tale conclusione.
HADOPI non prende in considerazione né i siti di streaming illegale e/o i servizi di download HTTP-based come neanche i servizi Usenet o di VPN.

“La Francia ha sperimentato un approccio moderno per affrontare la violazione del copyright di massa online. Il governo ha riconosciuto che le industrie creative Francesi alla fine sarebbero state in pericolo se la distribuzione illegale dei contenuti avrebbe reso troppo difficile per gli investitori recuperare il sostegno finanziario che forniscono alla creazione di libri, film, giochi, musica e programmi televisivi “, aggiunge Kennedy.

“Crediamo che l’approccio si rivelerà un successo, ma l’impatto della legge sarà noto solo qualche tempo dopo sarà entrata in vigore. Nel frattempo, gli studi di questo tipo sono pura speculazione. “

Il P2P illegale crea difficoltà ai titolari di copyright, solo perchè essi si rifiutano di creare servizi di distribuzione con prezzo equi, la possibilità di scelta e di accessibilità che viene loro richiesta.

Alcuni titolari di copyright, per esempio, rifiutano di permettere le copie di backup o lo spostamento di un contenuto da un formato ad un altro nonostante che il cliente abbia deciso di pagare per un prodotto piuttosto che scaricarlo gratuitamente.

I clienti sono penalizzati nel fare un acquisto legittimo. Come possono aspettarsi che ciò sia una buona cosa per i loro business?

L’IFPI critica inoltre il fatto che il sondaggio sia basato solo su di un campione di 2000 persone della britannia, dove si trova l’Università di Rennes e non era quindi uno spaccato rappresentativo nazionale degli utenti online.

Anche questo è vero.
Ma, ancora una volta i risultati non potrebbero essere più chiari: i 2/3 degli ex utenti P2P sono semplicemente passati a soluzioni alternative.

La legislazione non cura la pirateria più di quanto facciano le azioni legali. L’unico modo per trasformare le persone in clienti paganti è quello di dare loro un incentivo a comprare.
Ciò che i pirati stanno in realtà facendo è mettere in luce il fallimento del mercato ed indicano un modo migliore di fare le cose.
L’unico modo per combattere la pirateria e sopravvivere è di competere con i pirati sul mercato.

Rimanete sintonizzati.
jared@zeropaid.com

Fonte: http://www.zeropaid.com/news/88559/music-b…es-is-nonsense/
Traduzione a cura di Scambioetico

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