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BANDO “ banCO #1: Coworking @Wunderkammer” postazioni di lavoro e servizi di supporto

Posted in Ferrara, Informazioni Locali, Internet&Copyright by yanfry on 16 aprile 2014

“banCO #1: Coworking @Wunderkammer” è un bando che ha come obiettivo l’attivazione, presso Palazzo Savonuzzi a Ferrara, di un’esperienza di coworking e incubazione d’impresa, attraverso l’assegnazione gratuita per 6 mesi di 5 postazioni di lavoro (su un totale di 10 disponibili) e di una vasta gamma di servizi di supporto integrati che includono sviluppo del business e opportunità di networking.

Sarà possibile partecipare a “banCO #1” dal 15 aprile al 20 maggio 2014, scaricando il testo del bando e la modulistica sul sito www.consorziowunderkammer.org.

- Scarica il comunicato stampa
- Scarica la cartolina

Verranno premiate 5 idee progettuali appartenenti ad una delle seguenti categorie:
- sviluppo e innovazione sociale,
- smart communities,
- creative and tech jobs.

Possono partecipare al bando “banCO#1” i seguenti soggetti:
start up innovative; micro e piccole imprese; singoli freelance, professionisti e creativi; raggruppamenti informali; studenti e ricercatori; organizzazioni no-profit.
I risultati del bando saranno online a partire dal 24 maggio 2014.

Associazione di Promozione Sociale Basso Profilo
c.f. 93073380383; p.iva 01769380385
sede legale: Via Quartieri, 8 – 44121 Ferrara
www.bassoprofilo.org

Fonte: http://www.informagiovani.fe.it/4367/bando-banco-1-coworking-wunderkammer

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Due cose che devi sapere sulle prossime elezioni del Parlamento Europeo che quasi nessuno ti dice

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 15 aprile 2014

- di Fabio Alemagna

E’ di nuovo tempo di elezioni – sembra che non finiscano mai! – ma è giusto così, vuol dire che abbiamo nuovamente un’occasione per incidere sulle decisioni che hanno a che fare con la vita di tutti, e quindi anche la nostra, sarebbe un male non approfittarne.

Il prossimo 25 maggio si deciderà chi andrà a sedere sugli scranni del Parlamento Europeo, e mai come a questo giro l’attenzione è stata così alta su questa istituzione. Tra chi spinge per mettere l’Unione Europea e/o l’Euro in discussione e chi spinge per tenere tutto così com’è, sembra che non ci sia altro di cui discutere, ed invece in Europa si decidono moltissime altre cose, e su due di queste in particolare voglio attirare la vostra attenzione: i diritti digitali ed i diritti civili.

Cosa sono i diritti digitali ed i diritti civili?

Parliamo di diritti digitali per indicare la libertà delle persone di agire ed esprimersi senza costrizioni attraverso l’uso di dispositivi elettronici ed in particolare della rete internet e di qualsiasi altra rete di comunicazione. I diritti digitali sono un’estensione dei principi di libertà di espressione e garanzia alla privacy propri dei diritti umani.

Parliamo di diritti civili per indicare tutto ciò che è garantito dalle costituzioni e legislazioni dei singoli stati ai cittadini che fanno parte di quegli stati. Negli ultimi anni si è fatto molto riferimento ai diritti civili in connessione all’estensione ai non eterosessuali dei diritti garantiti agli eterosessuali. Ad esempio, è famiglia solo quella costituita da un uomo ed una donna, od anche quella costituita da due uomini o da due donne? Questa è una di quelle domande che hanno a che fare con la questione dei diritti civili, e ne avrete certamente sentito parlare.

Cos’ha a che fare tutto ciò con le Elezioni Europee?

Quello che caratterizza un popolo non è se condivide una moneta per gli scambi commerciali, ma se condivide dei valori che gli consentano di sentirsi parte di un’unica comunità. Se parliamo di Europa Unita, dobbiamo necessariamente interrogarci su quali siano questi valori comuni a tutti gli stati membri, o decidere quali vogliamo che lo diventino. In altre parole: che Europa desideriamo? Come vogliamo sia la comunità nella quale vivranno i nostri figli, ed i figli dei loro figli? Che diritti vogliamo che a loro siano garantiti? C’è un luogo dove questi nostri ragionamenti possono arrivare ad una sintesi ed infine a delle decisioni, ed è il Parlamento Europeo.

Tu puoi fare la differenza!

Se tu vuoi un’Europa in cui i diritti digitali siano garantiti per tutti ed in cui gli stati membri adottino tutte le politiche necessarie per abbattere le discriminazioni di genere ed orientamento sessuale, allora puoi fare la differenza: impegnati a votare chi si impegna a garantire quei diritti.

Varie organizzazioni non governative stanno in questi giorni diffondendo due distinti appelli a tutti i candidati al Parlamento Europeo, affinché si impegnino a sottoscriverli pubblicamente: in questa maniera tu, quando sarà il momento di votare, potrai decidere chi votare anche sulla base di questi impegni!

La Carta dei Diritti Digitali di We Promise EU

We Promise è un’inziativa di EDRi e  GoVeto, sta per “Noi Promettiamo” e si rivolge a sia a te che ai candidati al Parlamento Europeo. E’ una carta composta di 10 punti sui diritti digitali che i candidati promettono di rispettare e per questo tu puoi promettere di votarli. Per vedere la lista dei candidati italiani che al momento hanno sottoscritto l’iniziativa CLICCA QUI.

Il candidato che sottoscrive la carta afferma quanto segue (clicca su ogni voce per espandere la sua spiegazione).

Mi impegno a promuovere la trasparenza, l’accesso ai documenti e la partecipazione dei cittadini

Mi impegno a sostenere la protezione dei dati e la legislazione sulla privacy

Mi impegno a tutelare l’accesso illimitato ad Internet ed ai servizi in rete

Mi impegno a promuovere l’aggiornamento della legislazione relativa al diritto d’autore

Non sono a favore dell’adozione di misure di sorveglianza non controllate

Mi impegno a promuovere l’anonimato in rete e la crittografia

Sono contrario alla privatizzazione del potere esecutivo, al di fuori dell’iter giudiziario

Mi impegno a sostenere i controlli sulle esportazioni di strumenti di sorveglianza e di tecnologie atte alla censura

Mi impegno a difendere il principio del multistakeholderism

Mi impegno a promuovere il Free Software (Open source software)

L’appello #ComeOutEP2014 di ILGA Europe

#ComeOutEP2014 è un’iniziativa di ILGA Europe,  la sezione europea dell’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali ed Intersessuali. Anche in questo caso i candidati si impegnano a sottoscrivere una carta di 10 punti. Tu che vai a votare e che vuoi che l’Europa sia un luogo dove la parità sia garantita a tutti a prescindere dall’orientamento e dal genere sessuale, controlla che il tuo candidato sia in lista, CLICCANDO QUI e selezionando l’Italia sulla mappa!

Il candidato che sottoscrive la  #ComeOutEP2014 si impegna a promuovere la parità LGBTI sostenendo le seguenti azioni (clicca su ogni voce per espandere la sua spiegazione):

Adottare una tabella di marcia dell’Unione europea per la parità tra persone LGBTI

Far rispettare i diritti umani all’interno dell’Unione europea

Completare le leggi anti – discriminazione dell’UE

Combattere la violenza omofobica e transfobica

Promuovere una definizione inclusiva di famiglia nelle politiche dell’Unione europea

Assumere un ruolo guida nella tutela dei diritti dei Trans

Agire contro il bullismo scolastico

Combattere la discriminazione e le disuguaglianze del diritto alla salute

Garantire una protezione efficace per i richiedenti asilo LGBTI

Rendere l’Unione europea un faro nel mondo di uguaglianza per le persone LGBTI

Cosa? Il tuo candidato o la tua candidata preferit@ NON E’ IN LISTA?

Niente panico, rilassati e respira. Innanzitutto controlla di nuovo. Clicca qui per WePromiseEU e clicca qui per #ComeOutEP2014.

Se la ricerca ha dato nuovament esito negativo, allora male, molto male. Ma il potere è nelle tue mani. Hai due opzioni a tua disposizione, sarai tu a doverne scegliere una:

  1. Contatta il candidato o la candidata (meglio se pubblicamente, ma va bene anche in privato) e chiedigli di sottoscrivere i due appelli, e digli che se non lo fa non avrà il tuo voto!
  2. Forse hai sbagliato a preferire quel candidato o quella candidata, forse dovresti sceglierne un altro od un’altra tra quelli che hanno sottoscritto gli appelli. Pensaci seriamente.
Allora, che fai, prometti?

 

Fonte dell’articolo originale: http://www.informarexresistere.fr/2014/04/09/due-cose-che-devi-sapere-sulle-prossime-elezioni-del-parlamento-europeo-che-quasi-nessuno-ti-dice-2/

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Ferrara #SiaeNoGrazie e PirateDay 12/04/2014

Posted in Ferrara, Informazioni Locali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 7 aprile 2014

NB: L’intera giornata sarà rilanciata sul web da http://radiostrike.info/
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Open Data: la norma c’è, ora chiediamoli

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 1 aprile 2014

di Morena Ragone* e Francesco Minazzi**

Dal 28 al 30 marzo 2014, si è svolta a Bologna SOD14, la seconda edizione del raduno di Spaghetti Open Data, la più ampia community sugli open data in Italia. L’evento ci fornisce l’occasione per fare un breve resoconto su uno dei temi caldi del panorama italiano dei dati aperti, sia dal punto di vista giuridico che informatico, ovvero l’importante principio dell’openbydefault. Ne ripercorriamo sinteticamente la storia per i non addetti ai lavori.

Il openbydefault principio è stato introdotto nell’articolo 52 del Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82 (cd Codice dell’Amministrazione Digitale – CAD), a seguito della riscrittura dell’intero articolo ad opera del Decreto Legge 18 ottobre 2012, n. 179.

La norma in questione recita che “i dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, con qualsiasi modalità, senza l’espressa adozione di una licenza di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto ai sensi all’articolo 68, comma 3, del presente Codice. L’eventuale adozione di una licenza di cui al citato articolo 2, comma 1, lettera h), e’ motivata ai sensi delle linee guida nazionali di cui al comma 7.

Traducendo dal linguaggio giuridico, il principio sta a significare che i dati pubblicati – siano o meno a pubblicazione obbligatoria – dalle Pubbliche Amministrazioni sono da considerarsi aperti, secondo la definizione datane dall’articolo 68, comma 3, del CAD – definizione anch’essa introdotta dal citato decreto-legge n. 179/2912 – qualora ad essi non sia apposta motivatamente una licenza d’uso (rectius: di riutilizzo) più restrittiva.

La portata del principio è di immediata evidenza: tutto ciò che viene pubblicato nei termini appena espressi può essere riutilizzato da chiunque, senza necessità di autorizzazione, fermo restando l’obbligo di citazione della fonte (come chiarito anche da AgID, che ha ricondotto la licenza “by default” ad una cc-by).

In questo modo, cittadini, enti, civic hackers, giornalisti possono, pertanto, fruire dei dati messi a disposizione dalla pubblica amministrazione. Il principio base è chiaro ed esaustivo.

Per rendere tale previsione ancora più incisiva, per i soli dati a pubblicazione obbligatoria previsti “dalla normativa vigente”, l’articolo 5 del Decreto Legislativo 20 marzo 2013, n. 33, nel disciplinare il nuovo diritto di accesso civico, attribuisce a chiunque il diritto di chiedere alla pubblica amministrazione l’ostensione sul sito web dei dati, laddove la loro pubblicazione sia, appunto, prevista per legge.

A distanza di un anno dalla loro introduzione nell’ordinamento, all’interno delle discussioni nate al raduno SOD14, sia in presenza, sia online per esempio su twitter, si è rilevato come sia necessario fare un bilancio della loro operatività; da alcuni si è osservato, infatti, come tale principio si sia rivelato un fallimento.

La questione non investe la formulazione della norma, in realtà di pregevole fattura, né le competenze redazionali o il rischio di essere in presenza di una “legislazione spot” -scongiurata dalla volontà espressa in tal senso non solo dal legislatore europeo, ma dallo stesso legislatore italiano, con principi analoghi introdotti in differenti testi normativi – quanto, a parere di chi scrive, il suo utilizzo.

La forza dell’innovazione citata risiedeva nella combinazione tra richiesta di dati, al fine di provocarne la pubblicazione – rendendo totalmente operativo il disposto dell’art. 50 del Codice, per esempio – ed, in tal modo, l’assoggettamento all’open by default.

Il principio introdotto dall’articolo 52 del Codice, infatti, vale per tutti i dati “esposti” dalle amministrazioni, sempre che alcune specifiche tipologie non siano state sottratte al suo raggio d’azione con apposite – e motivate – licenze più restrittive; nel caso del diritto di accesso civico, e per tutti i dati a pubblicazione obbligatoria, si aggiunge la possibilità di richiesta diretta a rilevarne l’omissione.

Ciò che ha fatto difetto è stata proprio la richiesta dei dati, cosa che induce a riflettere.

E’ possibile che le ragioni siano da ricercare, da un lato, in uno scarso senso civico diffuso, o nella carenza di interesse, anche perché è possibile che gli attori coinvolti (cittadini e civic hacker, in primis) non abbiano raggiunto una massa critica tale da “bombardare” di istanze di accesso civico le PA.

Certo, la facilità ed immediatezza della richiesta – agevole solo nel caso dell’accesso civico, al momento -sono sicuramente fattori migliorabili; tuttavia, è plausibile che influisca molto il perdurante digital divide fisico e culturale (molte zone non hanno ancora l’adsl e molti utenti sono digiuni di informatica) e la percezione – senz’altro diffusa in Italia – di un’eccessiva distanza della PA dal cittadino.

Quest’ultimo, infatti, non viene invogliato ad interagire con l’Amministrazione, anche solo per inviare una semplice e-mail di richiesta al proprio comune, ad esempio. In questo, è indubbiamente mancata anche adeguata informazione: quanti enti pubblici hanno esplicitamente, massivamente e chiaramente avvertito i proprio utenti dell’esistenza dell’accesso civico, per esempio?

Dall’altro lato, una grave carenza va ascritta in capo alle associazioni – tante, forse troppe – dedite alla partecipazione, all’attivismo, alla promozione dell’ open data e dell’open government, nonché ai giuristi che si occupano della materia, che hanno principalmente, seppur lodevolmente, concentrato le proprie azioni sulla formazione e sull’informazione, trascurando il lato più “aggressivo”, l’azione.

Una di esse, tra le più incisive, sarebbe stata (o potrebbe essere…) quella di avviare delle cause giudiziarie “pilota”, per esempio, convocando in giudizio le pubbliche amministrazioni inadempienti agli obblighi di pubblicazione; certo, il costo elevato di un giudizio presso il Tribunale Amministrativo Regionale non aiuta, ma trattasi, tuttavia, di una spesa affrontabile sicuramente dai grossi studi, o dalle associazioni operanti nel settore.

Un anno consente di fare, quindi, queste prime valutazioni; un periodo di tempo, comunque, ancora breve perché una norma, a suo modo rivoluzionaria, possa dirsi fallita.

 

* Morena Ragone è giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment e Open Govenment, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media, nonché alla tutela e al trattamento dei dati personali. Sito http://www.morenaragone.it @morenaragone

** Francesco Minazzi Data Jurist – Digital Based Lawyer http://okfn.org/members/digitjus/ @digitjus

La neutralità della rete : che cos’é e perché stiamo rischiando di perderla

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 31 marzo 2014

by Luca Belli on March 27, 2014

La neutralità della rete é un principio di non discriminazione, essenziale perché Internet continui ad essere libera e sfuggire al controllo di entità private ed alla censura di governi autoritari.

Per capire il valore fondamentale di questo principio tecnogiuridico bisogna capire che cos’é e come funziona Internet. Non é facile ma neanche impossibile. Nel prossimo paragrafo, mi sono sforzato di semplificare dei concetti tecnici alquanto complessi. Gli esperti possono evitate un inutile supplizio e passare al paragrafo successivo. I non-esperti troveranno qualche elemento utile al fine di comprendere come funzione la Rete che utilizzano quotidianamente ed acquisire la base concettuale necessaria a cogliere la rilevanza della neutralità della Rete.

Internet for beginners

Internet é un’inteconnessione di reti autonome (per questo definita “inter-network”) a vocazione modiale. Inoltre, questa “rete di reti” é strutturata su più livelli, ai quali sono attribuite funzioni diverse. Ogni informazione trasmessa tramite Internet é digitalizzata da un’applicazione che si trova sul livello superiore e frammentata in “pacchetti di dati” o datagrammi che percorrono i livelli inferiori e sono veicolati attraverso i vari networks che compongono Internet, gestiti da dei fornitori di accesso a Internet (i quali sono spesso anche operatori telefonici).

Cio’ che é importante notare é che, sin da principio, la struttura di Internet ha “decentralizzato” l’intelligenza delle Rete, dando vita a un’architettura logica definita end-to-end. Ma che cosa significa? Singnifica che, sapendo che la trasmissione dei datagrammi avrebbe potuto subire dei problemi tecnici (anche le reti possono incepparsi), si é deciso di decentralizzare il trattamento delle informazioni al livello delle applicazioni che operano nello “strato superiore”, implementato alle “estremità” della Rete, ovverosia nei computer utilizzati dagli utenti.

Questa scelta é stata fondametale per il funzionamento di Internet perché, invece di attribuire agli operatori la possibilità di controllare come la rete possa essere utilizzata dai propri utenti, ha fatto si che gli utenti siano in grado di utilizzare Internet come vogliono ; di “ricevere e comunicare informazioni ed idee senza che vi possa essere ingerenza” ; ma soprattutto di diffondere innovazione senza dover chiedere il permesso a nessuno.

In sostanza questo principio ha costretto gli operatori ad aprire le loro reti all’innovazione, ed ha permesso agli utenti di Internet di essere dei partecipanti attivi e non dei meri spettatori passivi. Ed I benefici di una tale scelta strutturale sono più che evidenti.

Ma allora che cos’é la neutralità della Rete?

Il carattere aperto e decentralizzato della struttura logica su cui si articola Internet é all’origine del suo incredibile potenziale economico, sociale e – la primavera araba docet – politico. Ed il corollario di quest’organizzazione aperta e decentralizzata é una trasmissione neutra – ovverosia non discriminatoria – di ogni tipo di pacchetto di dati comunicato e ricevuto dalle varie applicazioni utilizzate dagli utenti. Questo trattamento non discriminatorio é la neutralità della rete ed il dibattito concernente questo principio dura da ormai quasi quindici anni.

Dov’é il problema? Il problema é che l’évoluzione technologica degli ultimi quindici anni ha permesso agli operatori di perfezionare le proprie capacità di gestione del traffico Internet e, talvolta, di gestire i flussi di dati in maniera discriminatoria. Tutti gli operatori gestiscono il loro traffico Internet e hanno il diritto di farlo – e spesso devono farlo – per diverse ragioni tecniche (sicurezza ed integrità delle proprie reti) o giuridiche (per esempio, quando l’accesso a determinati contenuti illeciti dev’essere bloccato per ordine della magistratura).

Ma quello che gli operatori non possono e non devono fare é bloccare, filtrare, rallentare o priorizzare delle applicazioni o dei datagrammi specifici per delle ragioni puramente economiche. Infatti, un tale trattamento discriminatorio determina delle evidenti conseguanze negative sul pieno godimento della libertà d’espressione e d’informazione degli utenti – riducendo il pluralismo mediatico ed impedendo ad ogni individuo di formare la propria opinione liberamente – e, parallelamente, centralizza Internet attribuendo ad un operatore la possibilità di determinare chi puo’ diffondere delle applicazioni e dei servizi tramite Internet e chi no.

Quando la gestione del traffico Internet non é regolata, il fornitore di accesso ad Internet acquisisce un ruolo di editore di Internet. In questo caso, cio’ che riceve l’utente – e per cui paga un canone mensile –non é più Internet ma é la versione di Internet “approvata” dall’operatore.

Perché questo problema interessa potenzialemente ogni individuo?

La questione diviene molto più problematica quando ci si rende conto che queste pratiche discriminatorie non sono un mero caso di scuola ma sono estremamente diffuse in tutta Europa.

Nel maggio 2012, l’Organo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche (BEREC) ha pubblicato un rapporto nel quale si elucida che 20% degli utenti Internet europei e più del 50% degli utenti di mobile Internet sottoscrivono dei contratti che prevedono diversi tipi di restrizioni e trattamenti discriminatori.

Si, proprio così: un utente su cinque ed una connessione mobile su due in Europa sono interessati da pratiche discriminatorie.

Chiaramente, il problema consta nel fatto che l’utente medio non ha né il tempo, né le competenze tecniche per analizzare le clausole contrattuali che delineano, in maniera tanto trasparente quanto indecifrabile, quali restrizioni saranno applicate. Infatti, benché dal 2009 il legislatore europeo abbia previsto l’obbligo in capo agli operatori di fornire informazioni relative alle condizioni che limitano l’accesso ad applicazioni e servizi, il livello di comprensibilità di tali informazioni non é specificato.

Ergo, fatto salvo il caso in cui l’utente sia un appassionato di clausole contrattuali ed abbia le competenze per comprendere il loro contenuto technico, l’ovvia reazione dell’utente impossibilitato ad utilizzare un’applicazione od accedere a un servizio consiste a supporre che l’applicazione od il servizio “non funzionino” piuttosto che realizzare che in quello stesso momento la propria libertà di scelta é ristretta – senza alcuna base giuridica – dal proprio operatore.

Ma non é finita qui.

Lo scorso settembre la Commissione europea ha proposto un nuovo Regolamento concernente il mercato unico delle telecomunicazioni il quale prevede delle disposizioni volte a disciplinare la gestione del traffico Internet e “proteggere” il principio della neutralità della Rete.

Questa sembra essere prima facie un’eccellenta notizia. Purtroppo, le manifastazioni di giubilo dovranno attendere. Infatti, anche se la proposta iniziale é stata emendata, eliminando le disposizioni più controverse, la regolamentazione dei cosiddetti “servizi specializzati” rischia di essere utilizzata come cavallo di troia al fine di vanificare la protezione della neutralità della Rete.

I servizi specializzati rappresentano infatti un’eccezione al principio di neutralità della Rete poiché permettono la trasmissione di un servizio specifico (per esempio, la trasmissione video ad alta definizione) ad un livello di qualità garantita, differnziandosi quindi dalla trasmissione best-effort che caratterizza Internet. Ergo, tecnicamente, i servizi specializzati non sono considerabili come Internet.

In questa prospettiva, il BEREC ha evidenziato chiaramente, in un rapporto pubblicato nel novembre 2012, che i servizi specializzati devono essere separati dall’Internet aperta e neutra per evitare che la banda passante sia destinata principalmente a dei servizi a qualità garantita a danno della qualità di Internet. Infatti, il BEREC ha esplicitamente sottolineato che quando i servizi specializzati non sono separati (logicamnete o fisicamente) da Internet, la qualità di Internet rischia di essere ridotta e, parallelamente, gli operatori non avranno alcun incentivo ad investire nel miglioramento dell’infrastruttura dedicata ad Internet, poiché sarà proprio questa bassa qualità a rendere l’offerta si servizi specializzati attraente.

Sapendo che questa possibilità é statta elucidata in maniera cristallina dal BEREC, é inevitabile aspettarsi che il criterio della separazione sia sicuramente incluso nella definizione dei servizi specializzati. Ma, surprise surprise, questo criterio non stato preso in considerazione né dalla proposta iniziale né dal progetto che sara votato dal parlamento!

La definizione di servizio specializzato contenuta nell’articolo 2.15 del progetto di regolamento si presta dunque a degli evidenti abusi poiché permette di considerare potenzialmente ogni applicazione o servizio Internet come un servizio specializzato e quindi di priorizzarlo. E quali entità avranno la capacità finanziaria necessaria a supportare le spese relative alla priorizzazione? La start-up italiana che sviluppa una nuova applicazione? Il servizio publico di telemedicina? L’organizzazione a scopo non lucrativo che vuole diffondere del materiale pedagogico o culturale? O, forse, i big players che già dominano il mercato.

Cosa possiamo fare?

Credo che per gli italiani, uno dei pochi elementi positivi degli ultimi vent’anni sia stato rendersi conto che la concentrazione di potere mediatico determina delle enormi – e spesso spiacevoli – conseguenze sociali, politiche ed economique. Infatti, come amava sottolineare Licio Gelli, “il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”.

La mancanza di neutralità attribuisce agli operatori il potere di trasformare Internet in un’emittente privata e di diventarne gli editori. E questa mutazione genetica va evitata.

Il progetto di regolamento sarà votato dal Parlamento europeo martedi 3 aprile (sì, martedì prossimo) e poi sarà esaminato dal Consiglio. E’ ancora possibile apportare delle modifiche al progetto ed in una democrazia rappresentativa, i rappresentanti sono tenuti ad ascoltare la propria base elettorale se vogliono farsi rieleggere.

La libertà su Internet rischia seriamente di essere strappata dalle nostre mani ed é un diritto ed un dovere di ogni cittadino europeo cercare di opporsi ad un tale esito. Io la mia Rete la voglio libera, aperta e neutra.

 

Fonte:  http://www.medialaws.eu/la-neutralita-della-rete-che-cose-e-perche-stiamo-rischiando-di-perderla/

 

 

Rodari, le startup e il civic hacking: piccolo manuale per cambiare il mondo

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 26 marzo 2014

“Buongiorno Nicola, mi chiamo Stefano Panichi, sono uno degli organizzatori dell’Associazione Startup Saturday Europe. Ti va di fare un talk ad uno dei nostri appuntamenti mensili? Lo scopo di questi incontri è far incontrare persone che per vari motivi ruotano attorno al mondo dell’innovazione. gli incontri sono aperti e gratuiti. proviamo per l’8 marzo al tag di Pisa nell’ambito del green tech festival?”

Così nasce questo pezzo sull’esperienza condivisa in quel di Pisa. Per questo era giusto ringraziare Stefano e gli amici di Startup Saturday, per il loro coraggio e per l’apertura al dialogo. Onore alle intuizioni.

“Certo, volentieri, grazie per aver pensato a me!” rispondo io, “faremo dei ragionamenti attorno al rapporto tra sostenibilità e startups” prosegue lui. “Ottimo, interessante, se ti va porto una riflessione sul civic hacking, è un pensiero che ho iniziato a condividere pubblicamente con Dario Carrera e gli altri amici di The Hub Roma, dopo averlo fatto in Sardegna” incalzo io. “Molto bene, sarà un piacere approfondire il tema” chiude lui il nostro primo fraseggio.

Vi risparmio le mie riflessioni su Ryanair e la notte pisana (anche se mi toglierei qualche sassolino dalle scarpe rispetto al contesto … sarà per la prossima), perché preferisco raccontarvi quel che ho condiviso dopo il gioioso e caloroso benvenuto che ho ricevuto al tag di Pisa appena sono entrato!

foto finale tag pisa post pitch

Non sono vegano (ma ne gusto la filosofia nei prodotti, come ad esempio Querciabella) ed amo in maniera spasmodica la vita. Così prendo la parola dopo aver ascoltato il sapiente intervento di Carlo Muzzarelli di http://www.werisk.it/ (che peraltro mi ha fatto conoscere i vini Querciabella). Col suo fare quieto e rassicurante da gigante buono, vero globetrotter dell’innovazione, ha spiegato con visioni precise quali possono essere le direzioni per gli startupper nell’ambito dell’arcobaleno della sostenibilità (per chi è veramente curioso ci sono le slide o, meglio, la prossima volta partecipate). Certo è dalle sue parole emerge nitidamente che stiamo trattando di male in peggio il nostro povero mondo, ma il suo ragionamento offre suggerimenti seri e tecnici per costruire vie d’uscita. e farci sopra bei business. insomma veramente tanta roba, grazie Carlo, è stato un piacere prendere appunti.

Facendo Cherry Picking sui concetti che poi ho richiamato nel mio: “quello che facciamo noi condizionerà il loro futuro (ed avremmo voluto che in passato ci avessero pensato). “Auspico mobilità del lavoratore durante la vita lavorativa, il lavoro non può essere un matrimonio vecchio rito, senza divorzio”, “il ritardo italiano è un’opportunità, non una condanna”.

Adesso portate pazienza se non riuscirò ad essere sintetico nel riassumere i concetti che ho condiviso con gli amici toscani (che poi erano anche emiliani, romagnoli, siciliani, lombardi, etc. as always).

OLTRE LA CRISI

Si parla di crisi, è vero che tempi bui verranno, fosse anche per le tante ragioni con cui è stata affrontata la stessa crisi in questo periodo (e per come si sono amministrati i beni comuni almeno negli ultimi 30 anni), però è anche vero che

saranno tempi di sobrietà, di morigeratezza, questo costringerà a fare poche cose, però a fare scelte condivise e, forse, finalmente utili.

Si parla di ambiente, che, come bene collettivo, è infungibile e come tale dovrebbe essere trattato, alla stessa stregua di istruzione e sanità, cosa che attualmente non avviene, l’ambiente infatti non è un mero conto economico.

In un mercato mondializzato, le proprie peculiarità, storia e localizzazione, sono momento qualificante per il mercato stesso. La valorizzazione dei territori e delle loro ricchezze, la messa a sistema dei valori intrinseci esprimibili, la loro proiezione su scala internazionale, rappresentano il filo conduttore da seguire per poter creare sviluppo e farlo decollare nella platea economico commerciale planetaria. Pensare globale, vivere locale e produrre nei luoghi significa generare glocal lifestyle products.

La velocità delle economie cannibalizza vecchie logiche e stanche conduzioni dirigenziali. Oggi la leggerezza, la fluidità e la liquidità, l’adattabilità e la freschezza, multidisciplinarietà, interdisciplinarietà e la multifunzionalità, proprie dei territori, declinate con sapienti razionalità economiche, consentono aperture di mercato fino a ieri incomprensibili. I luoghi devono essere, per ambiti definibili, finestre sul mondo e cinghie di trasmissione bidirezionali. La costante ricerca del nuovo e del diverso su scala globale per la sua applicazione e commercializzazione su scala locale, permette, con ogni evidenza, lo sfruttamento ininterrotto anche del percorso inverso.

La rete è una biosfera. La rete siamo noi. Il web non è una rete di computer, ma di esseri umani che oggi sono collegati. Nel bene e nel male. Qui in italia non mancano né talenti né capitali per decollare, anzi. Serve un fattore fondamentale su cui dobbiamo lavorare, un moltiplicatore naturale: la fiducia, non semplicemente nel futuro, nel credere di potercela fare, ma anche e soprattutto nel condividere le idee, nel lavorare insieme, nel costruire progetti mettendo a fattore comune moltiplicativo competenze, provenienze ed esperienze (cit. Gianluca Dettori).

Quali sono i megatrend, le tendenze di sviluppo macroeconomico globale che impattano su tutto, che ci possono aiutare a costruire una plausibile visione del mondo futuro e della sua evoluzione?

I MEGATREND

Immagino: concentrazioni abitative, gestione intelligente e sostenibile in relazione alle reti energetiche, alla mobilità, agli edifici, efficienza energetica ed emissioni zero, popolazione giovane (indiana, cinese e filippina), europeo il 20% del totale mondiale di popolazione ultraottantenne, interazioni fra individui, macchine ed organizzazioni, integrazione di cloud pubblici e privati (e cloud ad hoc), ambienti di simulazione (difesa, medicina, educazione, mobilità, solo per citarne alcuni), modelli di business basati sulla condivisione di risorse (infrastrutture, macchinari), connettività principalmente wireless, ulteriore sviluppo della banda in termini di ampiezza e disponibilità da cui deriveranno nuove generazioni di applicazioni e servizi, intelligenza artificiale, esigenze sociali di ridurre a zero difetti, tecnologie emergenti (nano materiali, elettronica flessibile, laser, materiali intelligenti), veicoli elettrici a 2 e 4 ruote, nuove infrastrutture e nuove soluzioni tecnologiche, nuove terapie, valore sociale della salute ed del benessere, metodi di prevenzione e di cura, automazione industriale, tecniche di intelligenza artificiale, robot intelligenti, produzione più rapida, efficiente e sostenibile, riuso, seconda e terza vita dei beni, storage, reti multiple, integrate ed intelligenti.

Se questi sono i megatrend, quali sono gli scenari? Il futuro presenta sfide per cibo, acqua, anziani, energia e migranti. Solo i territori, nel fare strategia per il proprio sviluppo, possono prospettare scenari e, attraverso partecipazione, promuovere un percorso di condivisione ed accettazione delle priorità condivise. L’esito degli sforzi deve essere quello di spingere i luoghi ad avere visioni sul futuro, ad identificare le azioni prioritarie da sviluppare, per giungere quasi fino all’identificazione degli elementi costitutivi di possibili piani d’azione.

L’ambizione deve essere quella di motivare le persone a comprendere, nella propria dimensione quotidiana, il ruolo che essi potranno svolgere nel promuovere ed attuare il cambiamento. Siamo abituati a pensare al futuro in modo astratto, come a qualcosa di distante che non dipende da noi. Invece dobbiamo scatenare quelle riflessioni e quei processi che aiutino le comunità a proiettarsi in un futuro concreto. I paesi oramai impropriamente chiamati emergenti saranno il centro dell’economia (e della produzione delle idee), in Europa si dovranno fare i conti con gli slittamenti demografici ed anagrafici.

Avremo un mondo segnato da megalopoli (che consumano più di tutto il resto del mondo ed inquinano in maniera proporzionale al consumo, pur essendo solo il 4% del pianeta) e nanotecnologie, dove il cibo sarà sempre di più un valore prezioso e l’acqua una risorsa scarsa. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di visionarietà, certo coi piedi per terra, ma che non rinunci a veder distante. La grande sfida per le società è la ricerca di modelli di sviluppo che preservino il capitale naturale ed aumentino la qualità della vita degli abitanti del pianeta.

UN CAMBIO DI MENTALITA’

La crisi globale richiede un cambiamento di mentalità. Nel 2050 i consumatori saranno sempre di più produttori. Le persone saranno consapevoli che mangiare costa. Dovrà essere affrontato il permanente depauperamento delle campagne visto che solo il 4% della forza lavoro si dedica ai campi.

L’auspicio è che tutta l’umanità si riconcili con terra madre ed in qualche misura abbia coraggio di capire che oltre un certo limite non è più sostenibile la nostra vita comune di oggi.

I flussi migratori colmeranno lo svuotamento del sud Italia? Saranno le città multietniche a far risollevare il sud? E i mussulmani? Questa futura grande forza lavoro pronta ad affacciarsi nei mercati internazionali?

E’ fondamentale che tutte queste rivoluzioni siano guidate da principi di democrazia e siano tese al benessere delle persone. Quale sarà il ruolo delle vostre aziende in questi scenari? Quanto impiegheremo a comprendere che lo sviluppo economico dei territori è uno degli argini indispensabili per reagire in maniera costruttiva alle situazioni sopra descritte?

AN OPEN MIND FOR AN OPEN SOCIETY

Nel 2014 ci saranno i Mondiali di calcio in Brasile, nel 2015, termine per la realizzazione degli obiettivi della dichiarazione del millennio, ci sarà a milano l’Expò universale dedicato al tema nutrire il pianeta, nel 2016 ci saranno le Olimpiadi in Brasile, il 2017 farà fibrillare il mercato della carta stampata, nel 2018 il 50% degli italiani sarà raggiunto dalla fibra ottica, nel 2019 quale sarà la capitale europea della cultura? Cagliari? I hope so! nel 2020 scadranno gli obiettivi 20-20-20 … e nel mentre sarà già finito il prossimo ciclo di programmazione comunitaria! E noi? Siamo pronti?

Una liturgia che autoalimenta se stessa ci racconta (come nel “ricordati che devi morire” di Troisi) che nulla cambia, invece tutto cambia, perché è lo scorrere naturale delle cose e degli eventi che ce lo insegna tutti i giorni. E la storia ce lo dimostra. Queste sono le basi di un sano e robusto civic hacking (che Wikipedia ci dice essere “one who collaborates with others to create, build, and invent open source solutions using publicly-released data, code and technology to solve challenges relevant to their neighborhood, city, state, or country”).

Ecco, per me l’open source e gli open data sono le persone, sono quell’immenso capitale umano, sociale che è il fiero prodotto della pubblica istruzione italiana (ed anche di quella privata, non facevo il razzista). L’innovazione e la resistenza al cambiamento sono due facce della stessa medaglia. Perché il cambiamento avvenga, occorre scegliere se guidarlo consapevolmente o combatterlo (cit. Carlo Duò).

Non è vero che nulla cambia, tutto cambia perché tutto deve cambiare e siamo noi gli artefici ed i protagonisti del cambiamento. Rompiamo le liturgie e non lasciamo che siano gli altri a decidere per noi. Non aspetto i messia di turno per dirmi quello che va fatto il sardegna né chicchessia che ci dica chi e come diventa classe dirigente, è lo scorrere naturale delle cose a dirlo.

L’esempio di cui sono fiero testimone è Sardegna 2050. Un laboratorio di politiche innovative e territoriali. Il suo scopo è quello di trasformare i processi di innovazione materiale e immateriale in politiche attive che abbiano una ricaduta positiva sul territorio. E’ una rete di persone che hanno deciso di mettersi in gioco in prima persona per avere un ruolo attivo nel futuro di questo paese. E’ quindi un network di esperienze, di intelligenze, di saperi, di competenze, di diversità, che lavora unitariamente e in forma integrata per portare avanti le finalità espresse nel manifesto (www.sardegna2050.it).

Rompete gli schemi, usate tutta la vostra intraprendenza, fate vostri i grandi strumenti che oggi sono a disposizione di tutti in maniera aperta grazie alla rete, agite senza confini perché non ci sono più (né geografici né amministrativi), seguite l’intuito e l’istinto, siate consapevoli delle scelte. E’ mutato il mercato del lavoro, le tipologie contrattuali e gli scenari logistici e commerciali. Ci sono nuovi clienti per nuovi lavori in nuovi scenari. le caselle si mettono in ordine da sole… ma bisogna essere bravi, e voi lo siete!

La storia dell’innovazione ci insegna che sempre e solo le persone ed il loro talento hanno cambiato la vita a milioni di anime: nel 3000 a.C. hanno inventato il denaro, nel 2700 a.C.: l’abaco, nel 1772 a.C. diritto commerciale, nel 100 a.C. l’azione, nel 27 a.C. interesse, nel 960 moneta cartacea, nel 1129 le banche, nel 1494 la contabilità in partita doppia, nel 1714 la macchina da scrivere, nel 1823 il telegrafo, nel 1887 la carta di credito, nel 1938 la macchina fotocopiatrice, nel 1972 l’e-commerce, nel 1973 il cellulare, nel 1981 IBM lancia i PC … e poi a metà anni novanta dilaga internet e la posta elettronica ed il mondo non sarà più come prima. Internet! la più grande rivoluzione dopo il fuoco e la ruota! C’è un prima e dopo con distanze geologiche.

Gli ecosistemi dove poter fare hackeraggio civile sono giovani, sono ambienti dove si creano le condizioni abilitanti per la crescita competitiva e la trasformazione economica di un determinato contesto produttivo economico e sociale. Questo crea condizioni favorevoli alla creazione d’impresa, allo sviluppo di nuove idee, alla circolazione della conoscenza, alla creazione di valore, alla valorizzazione delle competenze ed alla creazione di nuove competenze. in questo dobbiamo investire, semplificando regole e predisponendo strumenti per rendere i territori attraenti e innovativi.

Gli ecosistemi dell’innovazione sono piccoli Cern economico sociali che, attivando gli attori del territorio e collegandoli agli altri, generano quel flusso di conoscenze e coscienza che genera idee, che diventano prodotti di nuove imprese e nuovi processi per le politiche pubbliche. E’ quindi guardando alla produzione economico culturale degli ecosistemi che si scoprono le linee di tendenza, è li che i consumatori ed i produttori generano i nuovi prodotti per i nuovi cittadini dei nuovi mercati, è li che si creano imprese, è li che si creano quindi posti di lavoro, è li che si studiano i nuovi materiali, nuovi codici, nuove linee di tendenza. In Sardegna, come altrove, oltre a Cagliari (o Pisa) ci sono tanti altri ecosistemi dell’innovazione, da scoprire, da mettere in rete, non mancano i talenti né le idee, non mancano intelligenze né competenze, non mancano neanche i soldi, serve fiducia in se stessi e negli altri, dove c’è fiducia sociale possono nascere e crescere nuovi talenti e nuovi ecosistemi.

Oggi come ieri l’innovazione è un fenomeno cooperativo, è funzione della qualità dell’interazione tra innovatori, i territorio ed i vari ecosistemi. Non contano le mura, conta il cuore. Nn ecosistema è come una distilleria, non si creano a tavolino. L’innovazione è quel momento in cui le idee diventano imprese. Questa è economia reale. Ci servono imprese di successo che impattino nella realtà.

Civic hacking è quel sano fermento che smuove le coscienze, è cura del dettaglio, è digitalizzazione dei processi, è democratizzazione della rete, è l’intelligenza che mettiamo nei soldi che fa la differenza (cit. Dettori).

Coraggio, facciamolo. Cambierà il mondo. La vera rivoluzione è sulla conoscenza e sulle classi creative, è sulla capacità di apprendimento delle comunità dai dati che essa stessa produce, è nel cloud people, è nel 4D e nel 5D, è nei new ways of living and working. La cultura dell’abbondanza e del petrolio sono finite, non hanno futuro. Nelle città di domani i bambini faranno cose che oggi non conosciamo, studieranno cose che non sappiamo. organizziamoci.

Ecco. Tutto qui. Scusate lo sfogo, ma è questo quel che ho in cuore.

Ci siamo poi goduti a margine del mio intervento una divertente pitching session, tutta incentrata sul food waste reduction, 3 team che in maniera logica benché acerba ce la stanno mettendo tutta per rendere di mercato i concetti di food sharing, di spesa sostenibile e di azzeramento degli sprechi. Bravi ragazzi! tutti giovanissimi, tutti italiani, varie provenienze, tutti fieri prodotti della pubblica istruzione italiana. Forza ragazzi, procedete, studiate, scrivete e scaricate a terra il vostro prodotto!

Li ho salutati tutti con una poesia di Rodari sul futuro, qui lo faccio con un’altra (“Storia universale” è il titolo), rubata dal libro che mia figlia custodisce gelosamente sul comodino:

In principio la terra
era tutta sbagliata,
renderla più abitabile
fu una bella faticata.

Per passare i fiumi
non c’erano i ponti.
Non c’erano sentieri
per salire sui monti.

Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno?
Non esisteva il letto.

Per fare una partita
non c’erano palloni;
mancava la pentola e il fuoco
per cuocere i maccheroni.

C’erano solo gli uomini
con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi
si poté rimediare.

Da correggere però,
ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le mani:
c’è lavoro per tutti quanti!

Ho imparato, ho ascoltato, ho vissuto, sono cresciuto, ho conosciuto nuove persone in gamba. Il resto è noia. Ce la possiamo fare. Ci sto riuscendo io che sono partito dal codice delle pandette.

lo dico a voi ma, per piacere, ditelo a tutti: Avanti tutta!
Un sorriso,

Cagliari, 21 marzo 2014
Nicola Pirina

.

Fonte: http://www.chefuturo.it/2014/03/rodari-le-startup-e-il-civic-hacking-ecco-un-piccolo-manuale-per-cambiare-il-mondo/

Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/

10 anni fa @Lessig ha pubblicato “Cultura Libera” rilasciandolo gratuitamente online

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 25 marzo 2014

freeculture

Cultura Libera – Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l’estremismo della proprietà intellettuale è un libro di Lawrence Lessig pubblicato nel 2004 e rilasciato sotto Licenza Creative Commons Attribution Non-commencial 1.0 il 25 marzo 2004. (da wikipedia)

Dove ci sta portando l’enfasi sui diritti di proprietà intellettuale.

Le nuove tecnologie cambiano completamente le dimensioni del problema, rispetto ai tempi del “diritto d’autore”: non solo nel campo dell’informatica o dell’editoria tradizionale, ma in tutto il mondo dell’entertainment, dello spettacolo e in quelli, per il momento forse meno “visibili”, dell’ingegneria genetica e delle biotecnologie.

Fra chi vuole proteggere tutto (difendendo interessi acquisiti) e chi vorrebbe tutto “libero”, Lessig ha una posizione articolata e profonda, in equilibrio fra anarchia e controllo: difende l’idea di un creative commons, uno spazio pubblico di libertà, ed è a favore di licenze limitate, in cui non “tutti”, ma solo “alcuni diritti” sono riservati.

Per combattere l’estensione illimitata dei diritti di proprietà, che porterebbe a una “feudalizzazione” della cultura.

Il testo tradotto in italiano (Copyleft-italia ha pubblicato la traduzione italiana di Bernardo Parrella nel febbraio 2005) è disponibile su LiberLiber a questo indirizzo http://www.liberliber.it/mediateca/libri/l/lessig/cultura_libera/html/testo.htm

 

Lawrence Lessig (Rapid City, 3 giugno 1961) è un giurista statunitense. Direttore della Edmond J. Safra Foundation Center for Ethics dell’Università di Harvard, dove insegna anche diritto, fondatore dello Stanford Center for Internet and Society (Centro per Internet e la società), fondatore e amministratore delegato di Creative Commons, nonché membro del consiglio direttivo della Electronic Frontier Foundation e di quello del Software Freedom Law Center, costituito nel febbraio 2005, è noto soprattutto come sostenitore della riduzione delle restrizioni legali sul diritto d’autore, sui marchi commerciali (trademark) e sullo spettro delle frequenze radio, in particolare nelle applicazioni tecnologiche. (da wikipedia)

 

Il Partito Pirata Tedesco esclude alleanze con il partito di Grillo

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 24 marzo 2014

Roma 24/03/2014

 

Il leader del Partito Pirata della Germania in un’intervista esclude un’alleanza con la forza politica anti-establishment Italiana, il Movimento Cinque Stelle (M5S) del comico Beppe Grillo.

Le differenze tra il Movimento Cinque Stelle e il Partito Pirata Tedesco sono troppo grandi perché vi sia la possibilità di una collaborazione sui temi europei“, ha detto Thorsten Wirth all’agenzia di stampa italiana Adnkronos.

Criticando la posizione dominante di Grillo sull’M5S, Wirth ha detto: “non ci piace il populismo, abbiamo sfiducia in soluzioni miracolose“. Egli ha poi sottolineato come i pirati tedeschi siano pro-UE, per i finanziamenti pubblici ai partiti politici e per il sostegno a politiche liberali in materia di immigrazione.

Educare i giovani ad avere spirito critico e senso civico digitale

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 20 marzo 2014
Chiara Spalatro 16/01/2014

Se gli adulti sono arrivati in rete per gradi e hanno avuto il tempo di ambientarsi, per i ragazzi, invece, non è mai esistito altro: la rete è puro protagonismo. Come educare, dunque, i giovanissimi a “vivere” la rete correttamente e costruttivamente, sviluppare in loro uno spirito critico e un senso civico digitale che li porti a essere produttori e distributori consapevoli di informazioni?

 senso civico digitale - Foto di Marcos Bessa

Foto di Marcos Bessa

Il web 2.0 è una fantastica opportunità per diventare protagonisti, è un web partecipativo.

I nostri alunni non conoscono altro, perché il web 2.0 comincia a esistere più o meno dai primi anni 2000. Il termine è stato coniato nel 2004 quando inizia a dilagare il fenomeno dei social network e dei blog, massima espressione del web 2.0.

Noi adulti, che abbiamo vissuto il passaggio, siamo consapevoli delle rivoluzionarie novità introdotte da questo nuovo modo di vivere la rete: non più semplici spettatori ma attori, non più passivi consumatori ma produttori. Noi, in questo nuovo mondo virtuale, ci siamo arrivati per gradi e abbiamo avuto il tempo di ambientarci. Per i ragazzi, invece, non è mai esistito altro: la rete è puro protagonismo!

Ma essere protagonisti non è affatto semplice, soprattutto per i più giovani. Saper gestire saggiamente la varietà e la complessità degli strumenti che Internet ci mette a disposizione per far sentire la nostra voce è diventata una competenza chiave in un mondo interconnesso come il nostro. Di conseguenza è basilare insegnare ai ragazzi a gestire la propria identità digitale e il proprio spazio virtuale nella rete.

Proprio come insegniamo ai nostri bimbi a maneggiare il coltello per tagliare il cibo, quando sono abbastanza grandi per poterlo fare, così dovremmo stare al loro fianco accompagnandoli nei primi passi in Internet. I bambini crescono in fretta e non ci saranno sempre mamma e papà a fare a pezzetti la bistecca, dovranno imparare a far da sé per non mangiare sempre minestrine – o peggio -  rischiare di ferirsi usando il coltello, strumento utile ma pericoloso, in maniera impropria.

Dunque è questa la nuova emergenza: educare i giovanissimi a “vivere” la rete correttamente e costruttivamente, sviluppare in loro uno spirito critico e un senso civico digitale che li porti a non essere solo consumatori, ma anche produttori e distributori consapevoli di informazioni.

Vietare, demonizzare, incolpare – in modo particolare i social network – non serve. Bisogna informare, educare, guidare ad usare saggiamente gli strumenti del web 2.0, sviluppare nei ragazzi una cultura partecipativa, insegnare loro ad offrire contributi validi in un dialogo civile e democratico.

A chi il compito? Alla famiglia, alla scuola?

La risposta è – come sempre – a entrambe.

Il blog di classe

Uno strumento che possono usare anche i più piccoli è il blog. Molti insegnanti aprono blog di classe affidando agli alunni incarichi diversi, tra cui anche la pubblicazione di post. Di solito l’insegnante funge da supervisore verificando i contenuti, ma per quanto riguarda i commenti i ragazzi vengono generalmente lasciati liberi di esprimersi. Tuttavia, per rafforzare la valenza didattica di questa attività, sarebbe opportuno insegnare loro alcune semplici regole di buona educazione valide sempre ma soprattutto sul web.

Come scrivere buoni commenti

Buoni commenti possono dar vita a discussioni interessanti.

Per scrivere buoni commenti bisognerebbe:

  • Iniziare sempre con i complimenti all’autore del post, meglio se positivi (ESSERE GENTILI)
  • Scrivere in maniera corretta e comprensibile (ESSERE CHIARI)
  • Non andare OT: non trattare argomenti che non abbiano niente a che fare con il post (ESSERE PERTINENTI)
  • Non offendere o usare un linguaggio inadeguato (ESSERE EDUCATI)
  • Criticare, se occorre, ma costruttivamente (ESSERE COSTRUTTIVI)
  • Aggiungere, se possibile, nuove informazioni al contenuto del post (ESSERE PROPOSITIVI)
  • Non inserire alcuna informazione personale (ESSERE DISCRETI)
  • Non scrivere commenti eccessivamente lunghi (ESSERE CONTENUTI)
  • Non pubblicare il commento prima di aver fatto una revisione grammaticale (ESSERE ACCURATI)
  • Chiudere il commento con una domanda per far continuare la discussione (ESSERE INTERESSATI)

Queste regole valgono ovviamente anche sui social network, sebbene qui la comunicazione sia più informale per natura. Se si può chiudere un occhio (ma non troppo) sulla correttezza grammaticale, non si può prescindere invece dall’essere educati, gentili e discreti. La discrezione soprattutto non va sottovalutata. Alcuni ragazzi, vittime del narcisismo e dell’imprudenza tipiche dell’età adolescenziale (e preadolescenziale), tendono a violare le più elementari norme della privacy – propria e altrui – inserendo notizie e informazioni personali spesso offensive o imbarazzanti, in ogni caso sconvenienti.

La prima regola, allora, deve essere questa: non offendere, non scrivere cose che possano urtare la sensibilità degli altri, in modo particolare quando questi non sono direttamente coinvolti nella discussione (o peggio, se non sono proprio iscritti al social network in questione). Esprimere il proprio pensiero non è vietato, ma così come accade nella vita reale, nelle relazioni faccia a faccia, va fatto con educazione e discrezione, senza eccessi.

I nostri alunni molto spesso disattendono queste buone norme. Ma chi vigila su di loro? Chi ha il compito di farglielo notare?

Considerato che non tutti i genitori hanno le competenze adatte non rimangono che gli insegnanti.

I risultati di un sondaggio: quanti docenti sono in rete? e quanti genitori?

Da un sondaggio in una classe terza della scuola media dove insegno – classe in cui tutti gli studenti sono iscritti a Facebook già dalla scuola primaria – è risultato che solo 14 genitori su 34 hanno un profilo su Facebook. Tre di loro hanno iscritto personalmente i figli – prima dell’età consentita – dedicando un po’ di tempo ad insegnargli regole di buon comportamento ed affiancandoli nella navigazione, perlomeno all’inizio. Alcuni alunni hanno imparato imitando i fratelli più grandi. La maggioranza degli studenti (14 su 17) si è iscritto a Facebook di nascosto, pochi hanno concesso l’amicizia ai genitori, ma tutti hanno tre o quattro professori della propria classe come amici, anche di più se si contano quelli di tutta la scuola. Tutti sono iscritti al gruppo FB della classe – creato da una prof – e a quello della scuola, attivissimo per la divulgazione delle attività dell’istituto e comunicazioni varie, frequentato anche da alcuni genitori. Solo il 30% dei prof della scuola (dirigente incluso) è su Facebook. Quelli che postano regolarmente contenuti inerenti attività didattiche o educative in generale, intrattengono discussioni con i ragazzi e in molti casi fungono da moderatori sono meno del 10% .

Se volessimo considerare questa realtà scolastica come lo specchio di quella italiana in generale (a occhio e croce dovrebbe coincidere con la media), allora dobbiamo cominciare a preoccuparci. Per insegnare ai nostri studenti ad essere presenti e a dialogare costruttivamente in rete dobbiamo esserne esperti innanzitutto noi docenti. Non facciamo finta che la cosa non ci riguardi, non deleghiamo la responsabilità esclusivamente alla famiglia. Molto spesso, come abbiamo visto, la famiglia non ha i mezzi per aiutare i figli (basti pensare che tanti genitori non usano il registro elettronico per controllare l’andamento scolastico dei figli perché non ne sono capaci!).

I social network non sono sempre e solo una perdita di tempo, dipende da come e per cosa vengono usati. Sarebbe furbo – come docenti –  non lasciarsi scappare questa opportunità offerta dal web 2.0 per promuovere atteggiamenti di partecipazione attiva e costruttiva nei nostri ragazzi.

Creare un engagement 2.0.

Non cliccare più solo MI PIACE. Troppo facile, troppo comodo. Ma ogni tanto dire anche perché MI PIACE o NON MI PIACE ed essere capaci di esprimerlo nella maniera giusta. Non è cosa da poco!

Per approfondire:

Autrice: Chiara Spalatro

Sono sempre stata una docente sopra le righe, col pallino della scrittura e della lettura. Formatrice e appassionata sostenitrice di un rinnovamento nel mondo dalla scuola. Oggi mi occupo di ICT nella didattica e di rapporti tra giovanissimi, Web e social media.
Website: https://plus.google.com/114660904942832855279

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Ninux, la rete wireless e la community: 28 marzo 2014 Bologna

Posted in Informazioni Nazionali, Internet&Copyright by yanfry on 19 marzo 2014

Talk di Sera: ninux, la rete wireless e la community: 28 marzo 2014

ERLUG vi invita ad un nuovo talk di sera, sugli aspetti tecnici e sociali della rete wireless ad-hoc ninux.
Venerdì 28 marzo 2014, in via dello Scalo 21 (sala consiliare quartiere Porto) a Bologna dalle ore 20.30.
Tutti i dettagli in questo thread.
L’evento è inserito nel ciclo dei warm up per l’hackmeeting 2014.

 

Fonte: http://www.erlug.linux.it/notizie/talk-di-sera-ninux-la-rete-wireless-e-la-community-28-marzo-2014

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