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Corea del Sud: i 3-strikes falliscono

Posted in Internet&Copyright, Politica&Società by yanfry on 19 novembre 2009
Le leggi draconiane adottate in Corea del Sud da alcuni mesi non stanno dando i risultati sperati dall’industria del copyright, che ora chiede una legislazione ancora più dura.

La Corea del Sud è stato il primo paese del mondo ad aver introdotto, nel luglio 2009, delle leggi per combattere la pirateria online che prevedono la risposta graduale (disconnessione per gli utenti alla terza segnalazione di violazione di copyright e carcere per gli uploader), l’oscuramento dei siti che per 3 volte ospitano contenuti coperti da copyright e il divieto di inserimento anonimo in rete di qualsiasi contenuto.

Il primo risultato della legge è stato il ritiro volontario di YouTube dal paese: Google ha chiuso i server coreani di YouTube, per l’evidente impossibilità tecnica di identificare in maniera certa i milioni di utilizzatori del servizio. I cittadini coreani che vogliono inserire contenuti in YouTube devono connettersi con i server esterni alla Corea.

In settembre c’è stato un secondo sinistro scricchiolio, quando i procuratori coreani si sono rifiutati di portare avanti le accuse per incarcerare 10.000 persone sospettate di violazione di copyright da un gruppo di produttori di pornografia giapponesi.

Ora la situazione sembra sfuggita di mano e comincia ad assumere i contorni di una distopia: secondo le più recenti pretese dei produttori giapponesi prima citati, 65.000 persone dovrebbero essere messe in carcere. Si stima che, se dovessero arrivare i reclami dei detentori dei diritti del resto del mondo, potrebbe essere richiesto il carcere e/o sanzioni varie, compresa la disconnessione da Internet, a 8 milioni di persone, pari al 20% della popolazione totale.

Come se non bastasse, la piattaforma di distribuzione digitale, voluta dalle stesse case cinematografiche che hanno premuto affinché le “leggi 3-strikes” venissero approvate simultaneamente al lancio della stessa, non sta andando economicamente bene. La KFPA (un’associazione di copyright holder) ha indetto una conferenza stampa in cui ha annunciato che richiederà l’installazione obbligatoria di un software particolare di filtraggio a tutti i server che ospitano contenuti video e a tutti i “server p2p” (qualsiasi cosa significhi), nonostante che il 90% dei server di tal guisa abbiano già volontariamente installato il sistema di filtraggio e che esso non abbia minimamente intaccato il “livello di pirateria” nel paese. La KFPA ha dichiarato che coloro che si rifiuteranno di installare il software incorreranno in gravi conseguenze legali.

A nostro avviso il “caso Corea del Sud” dimostra che:

1) I copyright holder, se lasciati senza controllo, non si fermeranno mai: hanno ottenuto esattamente le leggi che volevano, e in soli 4 mesi tornano alla carica per misure più severe. Appare logico supporre che saranno soddisfatti solo con il controllo totale di Internet, quando nella rete scompariranno i contenuti di tutti eccetto i loro.

2) Il sistema dei 3-strikes è sproporzionato, iniquo ed inefficace: il desiderio di condivisione delle persone è così alto che nemmeno la minaccia del carcere rappresenta un deterrente valido. Un monito contro ACTA, l’accordo internazionale segreto che coinvolge anche l’Europa e che vorrebbe imporre, fra l’altro, “pene detentive sufficientemente elevate da costituire valido deterrente” per le violazioni di copyright di qualsiasi tipo (anche prive di scopo di lucro). Apparentemente, in Corea del Sud, si sta assistendo ad una forma di disobbedienza civile per la quale l’applicazione rigorosa della legge (assumendo per assurdo che sia possibile) provocherebbe il collasso della nazione. La maggioranza dei coreani continua a condividere e immettere file in rete alla luce del sole, senza curarsi di utilizzare semplicissimi sistemi di aggiramento che renderebbero la legge del tutto inutile (VPN, tunnel criptati ecc.).

3) Il tema del copyright enforcement e la perdita del controllo del mercato stanno provocando reazioni irrazionali nella mente di persone che invocano la soppressione dei diritti civili in nome della difesa di un modello di business non più sostenibile.

4) La proibizione di immissione di contenuti anonimi in rete (e il conseguente obbligo di identificazione certa degli utenti) compromette l’economia del paese, in quanto costringe i gestori delle piattaforme UGC (dai social network ai videogames online, passando per ogni forma di hosting) a spostare i propri server all’estero. Nell’arco degli anni, un simile comportamento può compromettere gravemente l’economia della società dell’informazione di qualsiasi paese. Si tratta di un ulteriore problema da valutare ad esempio per la proposta di legge italiana dell’On. Carlucci, già afflitta da problemi interni (gli articoli 2.1 e 2.4 sono incompatibili fra di loro in quanto la L. 633/41 tutela il diritto alla paternità di un’opera anche quando l’autore è anonimo e sancisce il diritto all’anonimato dell’autore) e di incostituzionalità.

Nonostante la vittoria ottenuta con il Telecoms Package e la proibizione a livello europeo dei 3-strikes, non dobbiamo abbassare la guardia: come una bestia ferita, l’industria del copyright tenterà mosse disperate per proteggere i propri interessi economici.
Paolo Brini

Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4363
Licenza CC http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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  1. [...] /Paolo [...]


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